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Esce il libro Messico Invisibile. Voci e Pensieri dall’Ombelico della Luna @Ed_Arcoiris

09 F.Lorusso - Messico InvisibileFabrizio Lorusso, Messico invisibile. Voci e pensieri dall’ombelico della luna, Ed. Arcoiris, Salerno, collana l’acuto, pp. 356, 2016, € 15.

In nahuatl, la lingua parlata dagli antichi messicani, la parola Messico significa “nell’ombelico della luna”. Oggi il Paese è l’ombelico dei traffici delle principali sostanze stupefacenti consumate negli Stati Uniti e in Europa: marijuana, cocaina, eroina, metanfetamine. Negli ultimi dieci anni la militarizzazione della cosiddetta “guerra alle droghe” ha causato oltre 150mila morti e 30mila desaparecidos e la crisi dei diritti umani nel Paese è terrificante. Territori e comunità vivono gli effetti distruttivi della violenza sul tessuto sociale e familiare. I giornalisti e gli attivisti sono minacciati e costretti a tacere, anche con la morte o la sparizione forzata, e le colline intorno a tante città e villaggi sono disseminate di fosse clandestine e resti umani.

Il caso dei 43 studenti di Ayotzinapa, sequestrati da poliziotti e narcotrafficanti a Iguala la notte del 26 settembre 2014, ha fatto breccia nell’opinione pubblica internazionale, ma resta irrisolto e i ragazzi sono ancora desaparecidos. La lotta per fare memoria e trovare verità e giustizia rimane aperta. La procura e il governo di Enrique Peña Nieto sono in affanno. La loro immagine internazionale è compromessa dalla sequenza di menzogne, incoerenze, manipolazioni delle indagini e delle informazioni che hanno condotto negli ultimi due anni.

Il lato intollerante e cinico delle istituzioni si scontra quotidianamente con le parti attive e in resistenza della società civile. Messico Invisibile raccoglie cronache, reportage e saggi sull’attualità del Messico, lega tra di loro fenomeni apparentemente dispersi, cercando spiegazioni regionali e globali alle mille sfaccettature del conflitto nazionale messicano.

Questi scritti dall’ombelico d’America e della luna raccontano anche storie di vita, come quella delle donne di casa Xochiquetzal, prima casa di riposo per ex prostitute, e di precariato, parlando delle condizioni dei professori di linguacultura italiana in Messico, così come di altre esperienze di italiani migranti e viaggiatori. Uno spazio speciale è dedicato alla decostruzione di alcune narrazioni tossiche: quella dei “cervelli in fuga” e quella del neoliberalismo, inteso come sistema di vita, pensiero ed egemonia economico-culturale. Nuovi studi sul culto popolare della Santa Muerte e sul tema dei legami tra l’amianto e il “filantrocapitalismo” in America Latina completano i pensieri del libro.

Le voci creano parentesi di senso e respiro su questa intricata realtà, centrata sul Messico ma in espansione idealmente fino all’Italia e oltre, con alcune interviste a intellettuali, esperti, attivisti e artisti come Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, Alfredo López Casanova, del progetto Orme della Memoria per i desaparecidos, gli scrittori Alberto Prunetti, Pino Cacucci e Roberto Saviano, Xitlali Miranda, coordinatrice delle ricerche degli Altri Desaparecidos di Iguala, e il pittore partigiano Luciano Valentinotti.

5 Novembre: in Libreria #PCSP (Picccola Controstoria Popolare) di @alprunetti @edizionialegre #QuintoTipo

PCSP di Alberto Prunetti è in arrivo. Nell’attesa di cominciare a leggerlo e, passo previo, riuscire al più presto a averlo qui in terre messicane, non posso far altro che ricordarne l’uscita, prevista per il 5 novembre nelle librerie italiane, e riportarne gli estremi. Va da sé che consiglio il libro per fiducia e stima verso l’autore (di cui ho letto e apprezzato Amianto e il Fioraio di Perón) e perché è parte di una collana, Quinto Tipo, che è di per sé una garanzia.  Su GIAP qualche ragguaglio in più, così come sul sito della casa editrice, ALEGRE, da cui traggo il testo seguente.

Ribellioni, resistenze, renitenze, rivolte… Dov’è finita la Maremma raccontata dal Prunetti? Quella sì era roba pesante: gente che mangiava fiamme, sovversivi che facevano lo slalom tra rappresaglie, repressione e rastrellamenti, e qui dentro li trovi tutti, belli stipati e pronti al pum!come i chiodi e il sale grosso nella canna dell’archibugio. Anarchici e comunisti alla macchia… Gente che spara ai fascisti… Banditi che sciorinano poemi in ottava rima… Altra gente che spara ai fascisti… Disertori che nel ’15-’18 vivono in caverne e magari li rivedi più tardi che sparano ai fascisti… Congreghe di santi dementi che sfidano l’ordine del mondo flagellandosi per le strade, mentre altri preferiscono sfidare l’ordine del mondo sparando ai fascisti… Domenico Marchettini detto «Il Ricciolo», Robusto Biancani fu Patrizio che finì (non bene) in Urss, Giuseppe Maggiori che un rapporto di polizia definisce «personaggio veramente importante per l’opera di preparazione di attentati», Chiaro Mori detto «Chiarone»… E Quisnello Nozzoli, e l’oste anarchico di Prata, e il compagno Attila… E aspetta, come si chiamava quell’altro, quello che sparava ai fascisti? Ce l’ho sulla punta della lingua…
Quella Maremma non c’è più, ma PCSP la riporta in vita. Si può usare questo libro come un breviario: apritelo ogni giorno su una storia edificante a casaccio, e lasciatevene ispirare. E se vi trovate in una situazione di stallo, chiedetevi: «Che farebbe al posto mio Chiarone Mori? E Albano Innocenti?».
Quella Maremma, dio madonna, non c’è più, però c’è il buon esempio. Ci sono i racconti. Le storie dei nessuno che furono davvero qualcuno.
I dimenticati che han fatto la storia.

«…i fratelli Ancarani: Ettore ai ponti di Badia, durante le proteste contro il caroviveri tronchicciò di tonfi due gosti che si permettevano impunemente di sventolare la bandiera sabauda, mentre il fratello Paolino massacrò di legnate una guardia e venti giorni dopo andò a cercarla all’ospedale, dov’era ancora degente, per finire il lavoro… No, obiettate, non vi piacciono questi bruti. Volete storie bucoliche, miti che celebrino la vita agricola, l’onestà del sudore, il duro lavoro dei campi… Eccovi il Bartolommei, che al posto delle rape nell’orto sotterrava tubi di dinamite affinché germogliasse la rivoluzione sotto il sol dell’avvenire. Dopo questi crostini avete ancora fame di mitologia? L’assedio di Troia? E che dire dell’assedio di Grosseto…»

Autore:
Alberto Prunetti (Piombino, 1973) ha pubblicato Potassa, Il fioraio di Peròn e Amianto, una storia operaia. Traduttore e lavoratore culturale free lance, scrive su Letteraria, Giap, Carmilla, Il Manifesto,La Reubblica edizione Firenze e altre testate.

#Libri #Segnalazioni di @alprunetti su @carmillaonline #NarcoGuerra #Latinoamericani #Infanzia

di Alberto Prunetti da Carmilla

narcoguerraFabrizio Lorusso, Narcoguerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga, Bologna, Odoya, 2015, pp. 414, euro 20
Un libro di “cronache”, termine che in Messico indica un preciso genere di giornalismo ibrido e narrativo che nel racconto delle tragiche vicende dei narcos ha dato i suoi frutti migliori. Lorusso lo incarna con una forte precisione e abbondanza di dettagli, descrivendo non solo il Messico dei narcos ma tutto quello che attorno al narco-sistema gira o che a quello stesso sistema si oppone. Quindi da un lato corruzione, traffico di armi, terrorismo della violenza usato come forma di controllo sociale, femminicidi e sfruttamento; dall’altro i movimenti indigeni, gli zapatisti, le forme di resistenza civile, la lotta dei familiari dei desaparecidos. A proposito di desaparecidos, pare che il Messico abbia ormai quasi raggiunto la cifra di scomparsi dell’ultima dittatura militare argentina, solo che a quanto pare c’è al potere una democrazia. O una narcodemocrazia. Dove per “narco” bisogna intendere l’intreccio tra racket criminale, politica istituzionale e sfruttamento ipercapitalista degli oppressi: la droga è solo una merce tra tante. Quello di Lorusso è un libro fondamentale per la comprensione del Messico contemporaneo e di quelle dinamiche, tutt’altro che messicane, che fanno girare il capitalismo oltre i confini, sempre precari, tra legalità e illegalità.

Roberto Arlt, Una domenica pomeriggio, Roma, Sur, 2015, pp. 60, euro 7, traduzione di Raul Schenardi
domenica arltNegli ultimi mesi sono state pubblicate in traduzione italiana alcune opere di Arlt che oggi chiameremo reportage narrativi. Questa selezione di tre racconti ci riporta invece ai registri delle opere di narrativa più famose dello scrittore portegno. Il gobbetto risuona delle atmosfere inquietanti de I lanciafiamme, mentre Le belve riporta nell’universo di finzione di Arlt lo sguardo in soggettiva delle sue Acqueforti portegne. E’ questo il libro che dell’ultima uscita di Sur ho più apprezzato, perché è riuscito a portarmi a cavallo delle due linee di scrittura di Arlt (quella del romanziere e quella del giornalista di reportage narrativi). Sempre sul lato dei racconti, genere che da noi meriterebbe migliore fortuna, segnalo un’altra uscita di Sur, una raccolta di racconti del messicano José Emilio Pacheco (Il principio del piacere, Roma, Sur, 2015, pp. 139, euro 14, traduzione di Raul Schenardi), contrassegnati da una dimensione di assenza o di scomparsa interpretata di volta in volta a livello sociale, sentimentale o anagrafico. L’ultimo titolo di Sur che è uscito è Oswaldo Reynoso, Niente miracoli a ottobre, Roma, Sur, 2015, pp. 279, euro 16, traduzione di Federica Niola.

Adrián Giménez Hutton, Chatwin in Patagonia, Roma, Nutrimenti, 2015, pp. 286, euro 19, traduzione di Marino Magliani e Luigi Marfé
Non ho mai provato troppa simpatia per Chatwin. Almeno da quando, trovandomi in Argentina, mi resi conto che tutti ne parlavano molto male e poi mi suggerivano di leggere Patagonia rebelde, un libro di Osvaldo Bayer che raccontava la vera storia della Patagonia, il libro da cui Chatwin, a detta di molti, aveva scopiazzato frettolosamente qualche appunto, rovesciando ironia da gentlemen colonialista sulle spalle già gravate degli operai patagonici fucilati dagli estancieros gringos. La cosa la raccontai qui. Questo bel libro di Gimenéz Hutton, tradotto superbamente da Magliani e Marfé, è da un lato narrativa di viaggio, dato che l’autore segue alla lettera i percorsi del viaggio di Chatwin, rimettendolo in corso d’opera, penna e taccuino alla mano; dall’altro è una rigorosa (e mai astiosa) operazione di fact-checking. Il risultato è sorprendente e il malumore verso Chatwin sembra segnare quasi tutti quelli che in Patagonia non possiedono un albergo che ospiti turisti europei.

golpe ai libriJudith Godiol e Hernán Invernizzi, Golpe ai libri. La repressione della cultura durante l’ultima dittatura militare in Argentina (1976-1983), Roma, Nova Delphi, 2015, pp. 367, euro 19, traduzione di Francesca Casafina
All’inizio sembrava un’indagine per addetti ai lavori e poi si è trasformato in un libro che considero fondamentale per la comprensione di alcuni aspetti di controllo culturale operati dalla dittatura di Videla e soci. Chiunque sia interessato alla storia dell’Argentina e in particolare alle vicende della dittatura militare, non può fare a meno di comprare questo libro. Conoscevo già la repressione contro gli scrittori di sinistra (da Walsh a Bayer a Uroldo a decine di altri casi) ma non immaginavo con che mano pesante fosse stata colpita dalla dittatura la letteratura scolastica o quella religiosa, ad esempio. In quest’ultimo caso, immaginavo che la mannaia fosse caduta su un piccolo gruppo di teologi della liberazione, mentre invece si è colpito su vasto raggio per disciplinare in maniera estesa e radicale ogni dimensione sociale, anche quella del clero. (Quasi un off topic. Leggevo queste pagine mentre in Veneto usciva una lista di libri per l’infanzia da mettere a censura: mi è venuto da pensare che i moderni censori leghisti non abbiano inventato nulla. A proposito, sono andato a leggermi le opere che a loro dire inciterebbero a ideologie perverse nelle fantasie dei bambini, tipo Piccolo blu e piccolo giallo: ho trovato profondità di sentimenti e apertura al mondo e alla differenza. E soprattutto relativismo culturale. Dicano la verità: son queste le cose che li spaventano).

Ma ormai siamo entrati nel regno dei libri per l’infanzia.
Cerchiamo quindi altri libri per i moderni censori possano odiare (e noi amare) perché aprono a una visione del mondo plurima e non identitaria, libera da passioni tristi.

Antonio Gramsci e Viola Niccolai, La volpe e il polledrino, Milano, Topipittori, 2014
volpeNelle sue Lettera dal carcere Gramsci ha scritto spesso ai figli Delio e Giuliano, che vivevano a migliaia di chilometri da lui, in Russia. A Delio e Giuliano raccontava alcune storie della propria infanzia e dava suggerimenti e consigli in forma di favole. Talvolta traduceva per loro delle fiabe tratte dall’opera dei fratelli Grimm, da Dickens o da Kipling, oppure anche traduceva dal russo, per se stesso, alcuni racconti per l’infanzia di Puškin, di Tolstoj o di Gor’kij. Tra le favole gramsciane, le più famose sono L’albero del riccio e La volpe e il polledrino che ovviamente, come gran parte della produzione dell’autore dei Quaderni del carcere, non sono immediatamente state pensate per la pubblicazione. Il racconto La volpe e il polledrino è stato di recente illustrato da un’illustratrice originaria del Monte Amiata, Viola Niccolai. Il libro è sorprendentemente bello. L’opera di Gramsci da noi non è più oggetto di grandi analisi mentre nel resto del mondo l’autore di Ghilarza è forse il pensatore italiano più studiato, anche se la sua opera è più interpretata che letta di prima mano. Meriterebbe in Italia una nuova riflessione critica, magari con un taglio obliquo, inedito, a partire – perché no? – dall’opera pedagogica gramsciana e dalla sua scrittura per l’infanzia. (Viola Niccolai, che aveva il nonno che teneva in camera una foto di Gramsci, è alla sua opera prima. E a quel che vedo l’aspetta il sole dell’avvenire nel mondo dell’illustrazione per un’infanzia ribelle. )

Isabella Christina Felline, Libro fiore, Follonica, Ouverture, pp. 57, illustrato, euro 14,50 (illustrazioni di Elena Martini).
Mi è piaciuta molto questa raccolta di microscritture per l’infanzia. All’inizio pensavo che il titolo alludesse a una sorta di omaggio alla canzone di Endrigo/Rodari, ma qui più che il senso della logica delle connessioni naturali ho trovato una dimensione diversa. L’autrice regala ai lettori dell’infanzia una sorta di semiotica delle passioni, da quelle tristi a quelle più positive, dalla creatività alla diffidenza, dalla laboriosità all’insoddisfazione. Del resto, ci sono tanti modi per far crescere i semi e trasformarli in fiori. E i fiori prendono qualcosa della passione che governa chi si cura di loro. Brava l’autrice e belle anche le tavole dell’illustratrice Elena Martini.

#Asbesto #Amianto: un asesino en casa @JornadaSemanal #Mexico

Amianto danger

[De La Jornada Semanal del 30 de agosto de 2015] Lo traían los bomberos en sus uniformes. Aísla techos, paredes y tuberías. Es fibroso, incombustible, mortal. No es una adivinanza sino la descripción del asbesto o amianto, un mineral de fibras blancas, flexibles y asesinas.

“Un trabajo peligroso, soldar a pocos centímetros de una cisterna de petróleo. Una sola chispa es capaz de activar una bomba que puede arrastrar una refinería. Por eso te dicen que utilices esa lona gris sucia, que es resistente a las altas temperaturas porque es producida con una substancia ligera e indestructible: el amianto. Con eso las chispas quedan prisioneras y tú quedas prisionero con ellas y debajo de la lona de amianto respiras las substancias liberadas por la fusión de un electrodo. Una sola fibra de asbesto y en 20 años estás muerto”. Así escribe el autor italiano Alberto Prunetti en la novela, basada en la vida de su padre, Amianto. Una historia obrera (Ed. Alegre, Roma).

Amianto prunetti

Es la historia de millones de trabajadores que inhalan y portan sobre sí o dentro de sí esas fibras tóxicas que provocan cáncer mesotelioma, del pulmón, de la laringe y graves patologías como la asbestosis. Palabras complicadas, causas simples: si en tu casa lavas ropa sucia de amianto, podrías inspirar una fibra que jamás saldrá de tu cuerpo y producirá enfermedad o muerte. De un haz de un milímetro se desprenden 50.000 microfibras respirables.

El asbesto es un silicato de alúmina, hierro y cal que junto al cemento forma el fibrocemento, patentado en 1901 por el austriaco Ludwig Hatschek como “Eternit”, eterno, por su resistencia. Al ser manipulado o al desgastarse, libera polvos fatales. Todos, en México y en donde aún no se ha prohibido su extracción y uso, estamos en peligro. Es riesgoso laborar con el mineral, vivir cerca de las fábricas o tener techos, láminas, tubos, balatas o guantes revestidos de asbesto.

En Europa la bonificación del amianto tardó años, desde que en 1999 el material fue vedado. Otros 55 países, incluyendo Canadá y Estados Unidos, hicieron lo mismo. Sin embargo, el negocio es boyante en otros lados: Rusia, China, Brasil, Tailandia, India y Kazajstán son importantes productores y México, entre 2011 y 2012, duplicó las cantidades importadas y procesadas de 9 a 18 millones de dólares.

En Brasil se estima que el amianto ha matado a 150.000 personas en 10 años, es decir 15.000 al año (casi 15% del total mundial). Allí operan 16 grandes empresas que “en las elecciones van financiando transversalmente a todos los partidos políticos”, relata Fernanda Giannasi, ex supervisora del Ministério do Trabalho. Los activistas anti-asbesto tienen los medios y la industria en su contra, pues tratan de informar a la población sobre los riesgos y las complicidades político-empresariales.

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En México el mesotelioma ha aumentado de 23 casos en 1979 a 220 en 2010, pero hay un subregistro estimado del 70% que llevaría el promedio anual a 500 casos. La “cifra negra” se relaciona con los casos en que no se diagnostica la enfermedad o no consta en las actas de defunción, también porque conviene no reconocerla como afectación laboral. El asbesto está en miles de instalaciones alrededor de nosotros. La CTM, en el pasado, hasta defendió el uso del material, ya que el sector emplearía entre 8 y 10.000 personas y no habría constancia de fallecimientos por mesotelioma, lo cual es falso y solapa el problema. La extracción mundial de asbesto fue, en 2013, de 2.1 millones de toneladas y desde 1995 se ha mantenido entre 2 y 3 millones de toneladas, siendo más de 1800 las compañías que lo utilizan.

La organización mexicana Ayuda Mesotelioma (mesotelioma.net) denuncia peligros y estragos del asbesto desde hace 5 años, cuando sus fundadoras, Sharon Rapoport y su hermana Liora, vieron cómo su padre se enfermaba gravemente. En cinco décadas México ha importado más 500.000 toneladas de asbesto y tan sólo en la capital lo manejan unas 42 compañías. Todavía es legal pero éticamente deplorable.

“A excepción de la pólvora, el amianto es la sustancia más inmoral con la que se haya hecho trabajar a la gente; las fuerzas siniestras que obtienen provecho del amianto sacrifican gustosamente la salud de los trabajadores a cambio de los beneficios de empresas”, dijo Remi Poppe, ex eurodiputado holandés. Los síntomas del mesotelioma aparecen entre 15 y 50 años después de la inhalación de las fibrillas y no existe realmente ningún nivel “seguro” de exposición.

Según la Organización Mundial de la Salud (OMS), cada año mueren unas 107.000 personas por enfermedades contraídas manipulándolo. En el siglo XX las muertes prematuras fueron unas 10 millones y se enfermaron 100 millones de personas debido al amianto. Hoy, 125 millones de trabajadores están expuestos directamente al mineral. La Comisión Federal para la Protección contra Riesgos Sanitarios de la Secretaría de Salud reconoció su toxicidad, pero se limitó a sugerir “que las empresas controlen su uso”.

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La Ley de Salud del DF habla de precauciones sobre el amianto, sin prohibirlo. Según datos del INEGI, 21% de las viviendas mexicanas tiene techo de lámina metálica, cartón o asbesto y el 1% tiene paredes de cartón, asbesto, carrizo, bambú o palma. En 2014 se otorgaron cuotas del Fondo de Aportación para la Estructura Social para viviendas de Iztapalapa y las reglas dicen que “los pisos, muros y/o techos deben ser de cuartos dormitorio o cocina dentro de la vivienda, hechos con lámina de cartón, metálica, de asbesto o material de desecho”. ¿De asbesto? Sí, no es broma, está en la Gaceta Oficial-DF.

La OMS, en cambio, pide eliminar el uso de todo tipo de asbesto, también el “blanco” o “crisotilo” que el lobby del asbesto pretende presentar como “limpio”; aportar información sobre soluciones para sustituirlo con productos seguros; desarrollar mecanismos económicos y tecnológicos para ello; evitar la exposición al asbesto durante su uso y en su eliminación; mejorar el diagnóstico precoz, el tratamiento y la rehabilitación médica y social de los enfermos por el asbesto; registrar las personas expuestas en la actualidad o en el pasado.

La hilaza tóxica del asbesto pasa también por Costa Rica, “Suiza de Centroamérica”. La Garita es un paraje de ensueño, rincón tropical cerca de Alajuela. Las instalaciones de INCAE Business School, la mejor escuela de negocios latinoamericana, destacan entre las palmas, las granjas, una plácida carretera y unos pastos verdísimos.

INCAE es famosa por su enfoque de desarrollo sustentable y ética empresarial. Cuenta con campus en Nicaragua y en Costa Rica. Es un proyecto para la enseñanza e investigación de la gerencia que nace en 1964, bajo los auspicios de la Alianza para el Progreso del entonces presidente de EUA, John F. Kennedy, de la Escuela de Negocios de Harvard, de la agencia UsAid y de los mandatarios y empresarios de seis países centroamericanos.

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En los años 1990, su historia se cruza con la de un empresario que en las Américas tiene fama de gurú del desarrollo sustentable, mientras que en Europa es conocido como “rey del Eternit”: Stephen Schmidheiny. Hombre de negocios por tradición familiar (cementera Holcim, Wild-Leitz de instrumentos ópticos, electrotécnica BBC Brown Boveri y la empresa Eternit), nació en Heerbrugg, Suiza, en 1947, amasó una fortuna con el negocio del asbesto y su record está manchado por procesos judiciales controvertidos.

La Fundación AVINA, creada por el empresario en 1994 y operativa en 21 países latinoamericanos, colabora con la escuela y en 1996 Schmidheiny, quien fue administrador de Eternit y hoy está en el Consejo Directivo de INCAE, participó en la creación de su Centro Latinoamericano para la Competitividad y el Desarrollo Sostenible (CLACDS).

Hay otras organizaciones sin fines de lucro fundadas por Schmidheiny: por ejemplo, Fundes (1984) y el fideicomiso Viva Trust (2003) que sustenta AVINA. En éste confluyó el valor de la venta de la participación del suizo en GrupoNueva, consorcio especializado en el negocio forestal y de derivados de la madera que trasladó su sede principal a San José, Costa Rica, en 1999. El magnate también vendió sus acciones del grupo Eternit a finales de la década de 1980.

Las fundaciones, a partir de las transferencias de capital del suizo, se constituyeron como entidades autónomas de sus activos empresariales y promocionan actividades institucionales como la red SEKN (Social Enterprise Knowledge Network), de la que INCAE forma parte, y alianzas sobre temas socio-ambientales: agua, ciudades sustentables, energía, industrias extractivas, innovación política, reciclaje y cambio climático.

Hay movimientos sociales que hablan de “filantrocapitalismo” con respecto de AVINA y su aliada Ashoka, fundación filantrópica estadounidense presente en 70 países. “El capital trata de apropiarse de los movimientos ecologistas razonables para reconvertirlos en domesticados capitalismos verdes o formas de negocio con el agotamiento del planeta”, explicó al respecto el ingeniero activista español Pedro Prieto de ASPO (Asociación para el Estudio del auge del Petróleo y del Gas).

¿Por qué? “Los emprendedores sociales trabajan con esas poblaciones y su labor es acercar a las multinacionales hasta ellas, mientras salvaguardan los intereses de éstas”, dijo María Zapata, directora de Ashoka en España. En entrevista con Rebelión, el investigador Paco Puche, habla de cómo se infiltran las fundaciones en los movimientos a través de “la cooptación de líderes” y cómo “Avina se vincula al magnate suizo Schmidheiny, que debe su fortuna al criminal negocio del amianto. Decimos que todos aquellos que han recibido dinero y otras prebendas de esta fundación (y después de conocerla, no la han rechazado) se llevan la maldición del polvo del amianto en sus entrañas”.

Amianto fibra

En febrero de 2013, el Tribunal de Turín condenó al suizo y a su ex socio en la multinacional Eternit Group, el barón belga Louis De Cartier, de 92 años en ese entonces, a 16 años de cárcel por desastre doloso y remoción de medidas contra los infortunios: la sentencia fue esperada por los familiares de 3000 víctimas. El 3 de junio la Corte de Apelaciones aumentó la condena a 18 años de reclusión, pero el noble belga falleció pocos días antes. Schmidheiny fue condenado por sus responsabilidades como administrador de Eternit en el decenio 1976-1986 y absuelto por otros cargos del periodo 1966-1975 porque los hechos no subsistían. Las causas de la asbestosis y el mesotelioma ya se habían detectado desde los años 1960 y después los dos magnates se turnaron en la administración de la empresa. Pero el negocio de Eternit siguió, por eso la condena habla de “dolo”: los imputados habrían escondido conscientemente los efectos cancerígenos del asbesto.

El 20 de noviembre de 2014, en el último nivel de juicio, la Suprema Corte anuló la sentencia anterior, al sostener que los crímenes fueron cometidos, pero prescribieron. Se tomó como inicio de los términos para la prescripción el 1986, año en que Eternit declaró su quiebra y la decisión es polémica, ya que el desastre ambiental todavía sigue ocurriendo, no se interrumpe con la quiebra fiscal de la empresa. Es una bofetada a víctimas y familiares. La justicia se aleja junto a la posibilidad de resarcimientos.

Pero en mayo de 2015 se abrió el proceso “Eternit Bis”: Schmidheiny ya no es acusado de “desastre” sino de homicidio doloso agraviado de 258 personas, ex empleados o vecinos de Casale Monferrato, uno de los pueblos en que operaba la Eternit, que fallecieron entre 1989 y 2014 por mesotelioma pleural. Por el contrario, en su web el magnate se presenta como “pionero en la eliminación del asbesto en la industria manufacturera”.

Los fiscales de Turín consideran como agravante que el empresario habría cometido el crimen por un “mero fin de lucro” y “de modo insidioso”, o sea habría ocultado la información a trabajadores y ciudadanos acerca de los riesgos, promoviendo una “sistemática y prolongada obra de desinformación”. La hecatombe del asbesto aún durará por décadas. Urge reparar el daño sufrido por las víctimas, prohibir su uso y comercio, desterrarlo de toda habitación y ambiente. Fabrizio Lorusso

Amianto, una giornata per le vittime e una storia operaia

amianto alberto prunetti

Il 28 aprile è la giornata mondiale dedicata alle vittime dell’amianto, un mix di minerali le cui fibre sono dei killer silenziosi e subdoli. L’incubo dell’asbestosi e del mesotelioma dura da decenni e continua ancora per migliaia di operai ed ex operai, visto che in Italia i picchi di mortalità sono previsti tra il 2015 e il 2020. Da oltre vent’anni, anzi da solo 20 anni, la produzione di amianto e alcuni derivati come l’Eternit è proibita in Europa, ma in altri paesi, come il Messico o il Brasile, ma anche in Africa, Asia e nel resto dell’America Latina, tranne in Cile, Argentina e Uruguay, il business assassino dell’Eternit va ancora a gonfie vele, non sono mai state fatte bonifiche di edifici e territori e il tema dell’amianto è inesistente, sotterrato dal potere internazionale del fibrocemento.

E intanto lo svizzero Stephen Schmidheiny, l’ex dirigente dell’azienda Eternit condannato a 16 anni di prigione in primo grado e poi a 18 dalla Corte d’Appello di Torino nel 2013 per “disastro ambientale doloso permanente” e “omissione volontaria di cautele antinfortunistiche”, resta in libertà e, proprio nei paesi latinoamericani in cui l’amianto continua e continuerà a fare vittime innocenti, mette al sicuro il patrimonio in fondazioni (AVINA per esempio), trust (come VIVA) e attività “filantropiche”, riciclandosi come difensore dello sviluppo sostenibile e “guru” della responsabilità sociale d’impresa.

L’amianto è entrato in un libro poco più di un anno fa. Ci è entrata una vita operaia, con le gioie e le fatiche di un padre e di una famiglia, con la rabbia e l’ironia e la storia di un figlio. C’è entrato il lavoro, l’Italia che cresceva, l’industria che diventa sinonimo di progresso e ammazza più di 1000 persone all’anno. Dopo l’uscita a fine 2012 con Agenzia X viene ripubblicato ora il romanzo di Alberto Prunetti“Amianto, una storia operaia” da Edizioni Alegre.

Dal 7 maggio sarà disponibile con un dialogo finale tra l’autore, Wu Ming 1 e Girolamo de Michele. Lo scrittore Valerio Evangelisti su CarmillaOnLine lo descrisse così: “Avete tra le mani un libro terribile e bellissimo. Detto questo, ci sarebbe poco da aggiungere. Ogni lettore noterà da sé la verità della mia constatazione. Ciò che scriverò sotto il giudizio iniziale è dunque, in certa misura, superfluo. Dolore, divertimento, pena, riflessione, compartecipazione. Quanti testi moderni riescono a suscitare una tale gamma di sentimenti? Eppure ho provato tutto ciò leggendo la storia narrata da Alberto Prunetti. Una nuvola di sensazioni alternanti e contrapposte, quali solo uno scrittore vero riesce a condensare”.

La recensione s’intitola “A fronte alta, malgrado tutto” ed è così che è vissuto Renato, padre di Alberto e protagonista di questa storia operaia, di classe e di famiglia che ora è di tutti grazie a un ottimo romanzo. L’ho letto e riletto da solo, con mio padre e insieme ai miei alunni di lingua-cultura italiana a Città del Messico, anche loro tristi, allibiti, incazzati, coinvolti e, a tratti, divertiti come lo ero io, perché il racconto di Alberto suscita tutto questo, allo stesso tempo accarezza e scuote la memoria.

I marò, l’India, la politica e i media italiani

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Sul cosiddetto ‘caso marò’, o meglio sul caso dei due pescatori indiani uccisi nelle acque del Kerala da spari provenienti da una petroliera italiana, da poche ore sul web e nei social network c’è una lettera dello scrittore Alberto Prunetti, uscita su CarmillaOnLine (link), che è diventata ‘virale’, cioè s’è diffusa in Italia e all’estero con sorprendente velocità. Perché? Perché in poche righe dice la verità, quella che continua a ‘sfuggire’ ai media, all’opinione pubblica italiana e al mondo politico.

Eppure i materiali per informarsi ci sarebbero, basta consultare, almeno qualche volta, il sito di China Files o leggersi il libro di Matteo Miavaldi, che è un redattore di quel portale, intitolato ‘I due marò. Tutto quello che non vi hanno detto’ (Ed. Alegre, Roma, 2013). Matteo non ha scritto un testo ideologico, non ha lanciato anatemi contro l’India o a favore dell’onore nazionale, così come non ha cercato di sparare sentenze contro o a favore dei marò a priori. Ha riportato dei fatti e li ha ordinati, come dovrebbe fare un buon giornalista o un osservatore attento di quelle vicende e di quell’area del globo.

Ha letto, esplorato, scavato e semplicemente è uscito dalle dinamiche tossiche dei mass media italiani che, in questo caso, hanno assecondato una destra becera e nazionalista, portatrice di opinioni stereotipate e razzismi mai sopiti, mentre la classe politica seguiva a ruota, trasognata e idiotizzata. Ma a volte basta una boccata d’aria fuori confine e la realtà emerge semplice e nitida: la politica estera italiana, la sua “diplomazia” e la relativa schizofrenia mediatica rasentano il ridicolo. Il libro vola che è un piacere, soprattutto per chi non c’aveva capito nulla (o quasi) della vicenda dei marò, come me, che vivo in Messico e spesso stento a trovare fonti attendibili e analisi decenti su quel che succede in Italia e est del ‘bel paese’.

Copio sotto l’incipit della “Lettera ai miei studenti indiani sugli effetti linguistici dei colpi d’arma da fuoco partiti dal ponte di una petroliera italiana”, il testo di Prunetti, e rimando al link originale per chi volesse leggerla tutta (cosa che consiglio vivamente). Un abrazo e… LINK.

Care ragazze, cari ragazzi,

per svariati mesi sono stato il vostro insegnante di italiano tra Mumbai e Bangalore. La maggior parte di voi veniva dal Kerala. Alcuni dei vostri genitori erano pescatori. Ricordo i sacrifici  dei vostri familiari, che speravano di regalarvi un futuro con una laurea in infermieristica e un corso di italiano. Ricordo che l’Italia e l’Europa rappresentavano ai vostri occhi la possibilità di una svolta nella vostra professione e nelle vostre vite.

Ricordo  anche che, come tutti gli studenti, l’uso delle preposizioni italiane vi metteva in difficoltà.

Per presentarvi, dicevate: “Sono nato a Kerala”. Io allora spiegavo che la regola grammaticale vuole l’uso della proposizione “in + nome dello stato” e “a + nome di città. Per questo si dice “Sono nato in Italia” e “Sono nato a Roma”. Dato che il Kerala è uno stato (l’India è una confederazione di stati, come gli Usa per capirci) si deve dire: “Sono nato in Kerala, a Trivandrum”, come si dice “Sono nato in Colorado, a Boulder”.

Capirete il mio stupore e la mia tristezza, dopo l’assassinio dei due pescatori Valentine Jalestine e Ajeesh Binki, colpiti da colpi d’arma da fuoco provenienti dalla petroliera Enrica Lexie (è un dato di fatto: le istituzioni italiane hanno già versato un indennizzo ai parenti delle vittime in un accordo extra-giudiziario di cui si parla poco nel bel paese). Dopo questo tragico episodio, all’improvviso gli italiani hanno scoperto l’esistenza del vostro mare e hanno cominciato a dire: “Il nostro ambasciatore” oppure “l’inviato del governo”… “è andato a Kerala”. L’hanno fatto tutti, da chi allora era a capo del governo, ai direttori dei più prestigiosi telegiornali.

Hanno sbagliato, dimostrando la propria ignoranza di almeno una di queste realtà:

_l’India;

_la grammatica italiana;

Probabilmente entrambe, direi.

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I negri di Rio de Janeiro: meticciato vs multiculturalismo

Catadores (vik-muniz)[AVVERTENZA dell’AUTORE: nel testo che segue sono stati volutamente usati i termini “negro” e “negri”, senza virgolette né corsivo. Si è tentato così di tradurre  l’ordinarietà del razzismo nostrano e brasiliano nella sua forma più semplice e spietata, senza smorzature semantiche e politically correct da cena di gala]  DSimone Scaffidi Lallaro da Osservatorio America Latina – Carmilla.

Per l’ennesima mattina calpesto le pietrose discese di Santa Teresa, respiro la polvere dei lavori in corso di Lapa e osservo il vuoto lasciato dall’esplosione di una bombola di gas in praça Tiradentes. Supero il trafficante di figurine e all’improvviso un negro scalzo dai pantaloncini a brandelli mi taglia la strada. Il sudore gli scorre lento sulla schiena frenato dalla polvere, i nervi in tensione dal collo al tallone ne arginano la discesa. Il negro sta trainando un carretto di legno carico di grosse sacche di plastica trasparente da cui fuoriesce un liquido incolore. Sudore e liquido si mescolano sull’asfalto ardente e si dissolvono in pochi secondi senza lasciare traccia alcuna del proprio passaggio, nulla possono le ombre mastodontiche dei grattacieli del quartiere Centro contro il sole cocente dei tropici.

Il negro trasporta ghiaccio. Il contrasto tra lo scintillante candore del suo carico e l’oscurità della sua ombra potrebbe giustificare da solo il settimo posto occupato dal Brasile nella speciale classifica redatta da Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale dei paesi con il PIL più elevato del globo. Penso a Fitzcarraldo, nel capolavoro omonimo di Herzog, e alla sua follia colonialista di impiantare una fabbrica di ghiaccio in Amazzonia. Dove lui ha fallito, altri hanno vinto. Dove lui ha ucciso per esaudire i suoi sogni di gloria e potenza altri hanno continuato ad uccidere. Negri o indios che siano vengono travolti dalla rovinosa bramosità di potere occidentale. Sia essa una nave che scavalca una montagna, sia essa una fabbrica di ghiaccio, le braccia e le morti che rendono possibile la criminale impresa rimangono le stesse.

Le ho proprio davanti a me quelle braccia. Le stesse che consentiranno al Brasile di Lula e Dilma di sfilare sulle passerelle dell’economia mondiale con capi da top-model-neoliberista: Mondiale 2014 e Olimpiadi 2016 saranno i pezzi forti della collezione estiva. Aspettando i grandi eventi sportivi, il negro e il ghiaccio si sciolgono insieme, l’uno rinchiuso in un involucro trasparente che ne accelera la liquefazione, l’altro intrappolato in un meccanismo tanto globale quanto locale che gli consuma le piante dei piedi giorno dopo giorno.

Meu nome è revolta

Largo de São Francisco de Paula è ormai vicino. La piazza e l’alto cancello mi separano dall’Istituto di Storia. A protezione dell’accademia si erge un esercito negro di mendigos. Sono sdraiati davanti alle sbarre. Venti paia di piedi nudi, sporchi e callosi, legati a quaranta fantasmi giovani e negri. Tre bambini si alzano d’improvviso e con uno sguardo complice fracassano due vecchie videocassette, sanno cosa stanno facendo. Con sicurezza ne estraggono le pellicole. La prima la legano a un sacchetto bianco della spesa targatoMundial (nota catena di supermercati carioca da non confondersi con l’evento che sta già contribuendo a cambiare radicalmente il volto della città), la seconda a un sacchetto nero della spazzatura. Gli aquiloni sono pronti al volo. La corsa forsennata dei bambini per la piazza non si fa attendere, il nastro nero stretto fra le dita si tende e i sacchetti si alzano nell’aria. Le donne sono poche, seminude come gli uomini, alcune allattano neonati tra le braccia, altre cercano riposo tra cartoni e lattine, altre ancora provano a varcare la soglia dell’Istituto di Storia per riempire bottiglie d’acqua potabile. Basterebbe accucciarsi e scattare una rapida istantanea per vedere nitide alle loro spalle le sbarre della prigione, il cancello dell’accademia, strumento supremo di segregazione razziale.

Dentro i bianchi, fuori i negri è la legge non scritta dell’università e della società brasiliana. L’università è pubblica e gratuita per tutti, un po’ come l’esistenza, verrebbe da dire, ma le possibilità di accedere a un’istruzione di livello e a un’esistenza dignitosa comporta comunque dei costi che, oltre a non essere equamente distribuiti, vanno al di là del valore nominale del PIL pro capite. Le università pubbliche in Brasile, come in altri paesi dell’America Latina, sono a numero chiuso e per accedervi è necessario avere una buona preparazione che non viene però garantita dalle scuole superiori pubbliche. Succede quindi che chi non può permettersi di frequentare una scuola superiore privata ha molte meno possibilità di passare il test per accedere all’università. Risultato: i poveri non possono frequentare la scuola superiore privata, i poveri sono in prevalenza negri e indios, i negri e gli indios rimarranno in gran parte esclusi dalla società.

Largo Sao Francisco de PaulaGli uomini e le donne che vivono davanti all’Istituto di Storia hanno tre principali occupazioni: schiavi nel grande mercato all’aperto che è il Centro di Rio de Janeiro durante il giorno, assaltatori di studenti egringos, nel deserto far west che è il Centro di Rio de Janeiro durante la notte, e icatadores de lata ovvero i raccoglitori di lattine. Questi ultimi sono l’orgoglio della nazione, coloro che la consacrano primatista mondiale nel riciclaggio dell’alluminio. Ad ogni ora si aggirano per le vie di Rio de Janeiro in cerca di lattine vuote. Ogni chilo di alluminio raccolto, corrispondente a circa 67 lattine, si traduce in 3,00 reais (più o meno 1,00 €), una volta consegnato all’autorità competente. Il primato ha il peso sociale dei sacchi neri ricolmi di latta che gravano sulle spalle dei negri senza fissa dimora.

Viralata è una delle mie parole preferite in portoghese brasilianoletteralmente significa:gira latta. Si usa per indicare i cani senza padrone, i randagi che vivono nella strada e spesso per sopravvivere sono costretti a girare le lattine vuote in cerca di qualche liquido da ingerire. Ma ha anche un altro significato, si usa per identificare un cane la cui razza non si riesce più a definire a causa dei molteplici incroci che si sono succeduti per generazioni e generazioni: un bastardo dunque.

Di viralata randagi abbandonati dalla società in Brasile ce ne sono a milioni. Molti meno sono i viralata bastardi a causa del consolidato e indissolubile connubio tra diseguaglianze sociali, distribuzione della ricchezza e discriminazioni razziali su cui si fonda il tanto osannato multiculturalismo brasiliano. La razza sfruttata ha un colore ben preciso, così come lo ha la classe dirigente brasiliana che si ostina ad abbracciare le logiche del più becero capitalismo mondiale, il quale ribadisce sempre con più forza la necessità di innalzare un solido muro sulla linea del colore per mantenere lo stato delle cose esistente. Ad ogni colore il suo ruolo sociale. Multiculturalismo appunto, non meticciato.

 Ghost Track

A. Mohamed e Wu Ming 2, Timira. Romanzo meticcio, Einaudi, 2012

A. Prunetti, Amianto. Una storia operaia, Agenzia X, 2012

A. Staid, Le nostre braccia. Meticciato e antropologia delle nuove schiavitù, Agenzia X, 2011

AMIANTO. Una storia operaia

Amianto copAmianto. Una Storia Operaia è il nuovo libro di Alberto Prunetti. Lo ha pubblicato la Casa Editrice milanese Agenzia X, da sempre impegnata sui temi sociali e per un’editoria genuinamente diversa, alternativa e coraggiosa. Non posso fare a meno di segnalarlo proprio oggi. I neuroni hanno preso a funzionare a mille stamattina leggendo i giornali, per esempio quest’articolo di Claudio Dutto su l’Unità di oggi: “Eternit: perché fa ancora paura?”.

Il 14 febbraio si riapre il processo Eternit con l’appello dopo una condanna in primo grado di 65 e 91 anni rispettivamente contro Stephan Schmidheini e Louis de Cartier, per anni responsabili dell’impresa Eternit e delle morti correlate. E se in Italia (vedi cartina geografica in fondo) la sua produzione è stata proibita, nel resto del mondo continua eccome. Fuori dall’Europa, alla conquista di nuovi mercati nei paesi in via di sviluppo, dove tanto la vita, la legge e l’etica “valgono meno”: Africa, Sudamerica, Asia, poco importa no?

Da buon latino americanista sto provando a capire che cosa succede nel continente latino e la situazione non è affatto tranquilla: in Brasile l’Eternit si presenta come “un’impresa fiorente e socialmente responsabile”, pur in mezzo a crescenti proteste (Così per cominciare…Vedi articoli – in portoghese, ma ci si intende benissimo – QUI e un video QUI ), mentre in Costa Rica e America centrale Schmidheiniprova da anni, con un inquietante discreto successo, a riciclarsi come un “Al Gore tropicale”, cioè un guru dello sviluppo sostenibile che finanzia centri di ricerca e iniziative di vario tipo. Conversione verde o pulizia d’immagine? Allora ecco la scheda di AMIANTO e ne riparliamo presto, che dite?

[Tweet FabrizioLorusso]

amianto Crisotilo

Un libro terribile e bellissimo. Dolore, divertimento, pena, riflessione, compartecipazione. Una nuvola di sensazioni alternanti e contrapposte, quali solo uno scrittore vero riesce a condensare.

dalla prefazione di Valerio Evangelisti

Questa è la storia di Renato, un operaio cresciuto nel dopoguerra che ha iniziato a lavorare a quattordici anni. Un lavoratore che scioglieva elettrodi in mille scintille di fuoco a pochi passi da gigantesche cisterne di petrolio. Un uomo che respirava zinco, piombo e una buona parte della tavola degli elementi di Mendeleev, fino a quando una fibra d’amianto, che lo circondava come una gabbia, ha trovato la strada verso il torace. Poi, chiuso il libretto di lavoro, quella fibra ha cominciato a colorare di nero le cellule, corrodendo la materia neurale. Una ruggine che non poteva smerigliare, lesioni cerebrali che non poteva saldare.

Amianto è una scorribanda nella memoria tra le acciaierie di Piombino e quelle di Taranto, tra le raffinerie liguri e gli stabilimenti di Casale Monferrato, tra il calcio di strada in un’Ilva dimenticata in provincia e le risse domenicali lungo la via Aurelia. Un Lessico famigliare proletario con cavi elettrici impazziti e sarcastici aneddoti dal mondo operaio. Un’epopea popolare ma anche un’inchiesta che riapre una ferita sociale, scritta da una voce narrativa che reclama attenzione e conferma un talento sempre più maturo.

Alberto Prunetti è nato a Piombino (LI) nel 1973. Suo padre era saldatore e tubista. Ha scritto Potassa (2003), L’arte della fuga (2005) e Il fioraio di Perón (2009). Ha collaborato con “il manifesto” e “A-Rivista” ed è redattore di Carmillaonline.

LO TROVI QUI: http://www.agenziax.it/?pid=67&sid=30 

13 euro – 160 pp. – illustrato  ISBN 978-88-95029-65-8