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11 tesi sul Venezuela e una conclusione maturata

“E seguitava a ripetere la stessa cosa: “Questo non è come in una guerra… In una battaglia hai il nemico davanti… Qui il pericolo non ha volto né orario”. Si rifiutava di prendere sonniferi o calmanti: “Non voglio che mi acchiappino addormentato o assopito. Se vengono a prendermi, mi difenderò, griderò, getterò i mobili dalla finestra… Scatenerò uno scandalo…”.
Alejo Carpentier, La consacrazione della primavera

[di Juan Carlos Monedero – Traduzione dell’articolo in italiano: Fabrizio Lorusso – Da CarmillaOnLine Link originale]

1. E’ indubbio che Nicolás Maduro non è Allende. E nemmeno è Chávez. Ma quelli che hanno fatto il golpe contro Allende e contro Chávez sono, e anche questo è indubbio, gli stessi che ora stanno cercando di attuare un golpe contro il Venezuela.

2. I nemici dei tuoi nemici non sono tuoi amici. Può non piacerti Maduro senza che ciò implichi dimenticare che nessun democratico può mettersi dalla parte dei golpisti che hanno inventato gli squadroni della more, i voli della morte, il paramilitarismo, l’assassinio della cultura, l’operazione Cóndor, i massacri di contadini e indigeni, il saccheggio delle risorse pubbliche. E’ comprensibile che ci sia gente che non voglia schiera5rsi con Maduro, ma conviene pensare dal lato di chi sostiene i golpisti ci sono, in Europa, i politici corrotti, i giornalisti mercenari, i nostalgici del franchismo, gli imprenditori senza scrupoli, i venditori di armi, quelli che difendono l’austerity e che celebrano il neoliberalismo. Non tutti quelli che criticano Maduro difendono queste posizioni politiche. Continua a leggere

Messico e Papa Francesco: Intervista su @Radiondarossa #Roma

PODCAST DI RADIO ONDA ROSSA –  4 marzo, 2016 – 23:00 – Messico: intervista a Fabrizio Lorusso sulla visita di Papa Francesco in Messico, ascoltala a questo LINK.

[Testo del post su Radio Onda Rossa ripreso da QUI] A partire da un articolo uscito su Carmilla (lo trovi qui), parliamo del viaggio di Bergoglio in Messico. Cosa ha significato questo “viaggio pastorale”? Sono molti i punti critici della visita di Bergoglio in Messico, svoltasi dal 12 al 17 febbraio. È inutile girarci attorno: il viaggio di Bergoglio ha rappresentato, nuovamente, una riuscita operazione di marketing clerico-papale. I grandi media ci hanno mostrato un papa baciato dalla folla ma il reale valore politico della visita è una retorica opportunistica, unita al solito populismo spicciolo. Nella sua propaganda pretesca, Bergoglio ha raramente citato i narcos, vera piaga sociale del paese; il tema della pedofilia è stato abilmente evitato dal papa, così come accuratamente eluso è stato il caso dei desaparecidos.

Ne parliamo con Fabrizio Lorusso, giornalista freelance e autore di NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga (Odoya, 2015).

Nella foto: Bergoglio accompagnato dal Presidente messicano Nieto e la sua consorte, Angelica Rivera.

Che succede in #Messico? Intervista con @FrancescoGiappi su @Lettera43

[LINK INTERVISTA DI FRANCESCO GIAPPICHINI CON FABRIZIO LORUSSO: ORIGINALE PARTE I E PARTE II] In queste ore, segnate dalla visita di papa Francesco in Messico, è d’obbligo porci qualche domanda sulla Nazione ispanoamericana. Che se da un lato vanta il quattordicesimo posto tra le maggiori potenze mondiali, dall’altro è sconvolta da un’ondata di violenza, che rischia di sancirne l’assoluta inaffidabilità.  Continua a leggere

L’anno nero della stampa in Messico

Crimenes-periodistas[di Andrea Spotti – Osservatorio America Latina – CarmillaOnLine] Un’aggressione al giorno. E’ la media delle violenze subite dalla stampa in Messico durante l’anno appena trascorso, considerato uno dei più violenti della storia recente per i giornalisti. Il dato, che indica la sistematicità e la quotidianità delle intimidazioni, è fornito dal rapporto annuale di Article 19, associazione internazionale per la difesa della libertà di espressione. Si conferma così l’allarmante situazione che vivono gli uomini e le donne che cercano di raccontare il Messico militarizzato della guerra al narcotraffico. Una realtà in cui il dovere di cronaca si scontra troppo spesso con gli interessi di autorità, mafie e poteri forti. E dove fare giornalismo in modo critico può voler dire mettere a rischio la propria vita. Il rapporto, presentato lo scorso 18 marzo a Città del Messico, s’intitola “Dissentire in silenzio: violenza contro la stampa e criminalizzazione della protesta, Messico 2013”, e traccia un quadro assai preoccupante dello stato di salute dell’informazione nel Paese. Da una parte, denuncia l’impunità di cui riesce a godere chiunque abbia interesse a silenziare voci scomode grazie alla complicità o all’inazione dei differenti livelli di governo e di potere, e, dall’altra, la decisa tendenza alla riduzione del diritto alla protesta e alla copertura della stessa, in atto su tutto il territorio nazionale e in particolare nella capitale, governata da poco più di un anno dal sindaco di centrosinistra (PRD, Partido Revolución Democrática) Miguel Àngel Mancera.

Secondo Article 19, nonostante il numero dei reporter uccisi sia diminuito, passando da 7 a 4 rispetto al 2012, lo scorso anno è stato il più violento ai danni della stampa dal 2007 a questa parte. Da quando, cioè, l’ex presidente conservatore Felipe Calderòn, in seria crisi di legittimità dopo le elezioni del 2006, macchiate dal forte sospetto di brogli, ha lanciato una campagna armata contro la criminalità organizzata, militarizzando il territorio e scatenando un’ondata di violenza che ha causato almeno 80mila e 27mila desaparecidos. E che ha fatto del Messico uno dei Paesi più pericolosi al mondo per i lavoratori e le lavoratrici dell’informazione, con un bilancio di 51omicidi e 20 sparizioni forzate accumulate negli ultimi 7 anni dalla categoria.

I primi 365 giorni dell’amministrazione di Peña Nieto, che ha sancito il ritorno al potere del PRI (l’autoritario Partito Rivoluzionario Istituzionale) dopo 12 di transizione mancata a guida PAN (il destrorso Partito d’Azione Nazionale), non hanno dunque segnato l’inversione di tendenza annunciata in campagna elettorale: s’è registrato, al contrario, un aumento del 59% degli attacchi, i quali hanno così toccato quota 330. Il che, rappresenta una media quasi quotidiana di un’aggressione alla stampa, per la precisione si tratta di un segnalamento ogni 26 ore e mezza.

Oltre ad essere stato il più violento per l’informazione in generale, il 2013 è anche l’anno che ha accumulato il più alto numero di aggressioni nei confronti sia delle donne giornaliste, con 59 denunce registrate, che delle sedi di organi informativi, che sono arrivate 39. Stiamo parlando, rispettivamente, del 20 e del 10% del totale delle intimidazioni documentate. Rispetto alle minacce, invece, il 2013 è secondo solo al 2009, che lo supera di una sola lunghezza, però, con 50 denunce segnalate.

Gli attacchi documentati alla libertà d’espressione sono di diverso tipo: si va dal sequestro intimidatorio alle botte, passando dagli assalti armati alle sedi dei giornali fino ad arrivare alla sparizioni forzate e agli omicidi. Il tutto, in un contesto di brutalità inaudita, in cui fosse clandestine, decapitazioni e corpi mutilati sono così all’ordine del giorno da non fare quasi più notizia.

Con l’importante eccezione della capitale, su cui torneremo, anche quest’anno le aggressioni hanno colpito soprattutto reporter e mezzi di comunicazione che lavorano a livello statale e municipale. In zone del paese in cui sono in atto scontri tra forze armate e criminalità organizzata, oppure faide tra cartelli di narcos per il controllo del territorio. In questo senso nel rapporto si sottolinea come significativo che la maggioranza delle aggressioni, oltre che le più serie, si siano concentrate negli stati di Veracruz, Tamaulipas, Chihuahua e Coahuila.

Tuttavia, secondo Article 19, è possibile osservare una tendenza “alla disseminazione della violenza verso altre entità amministrative”. E in effetti, nel corso del 2013, il contesto è stato particolarmente difficile e pericoloso per i giornalisti anche in Chiapas, Guerrero, Michoacan, Baja California, Tlaxcala, Durango, Quintana Roo e, non senza una certa sorpresa data la sua tradizione progressista, a Città del Messico.

Il dato più inquietante, però, ha a che fare con i protagonisti delle aggressioni denunciate, che vede primeggiare le autorità e i funzionari dello stato. Secondo Article 19, infatti, delle 274 occasioni in cui è stato possibile identificare il colpevole, in ben 146 si é trattato di un rappresentante dello stato; nella maggioranza dei casi, di poliziotti municipali.

Pur non potendo considerare i dati come esaustivi, in quanto molte aggressioni, soprattutto se provenienti dal narcotraffico, non vengono neppure denunciate e in alcune zone sporgere denuncia è più comune che in altre, si tratta comunque di numeri indicativi dell’estensione, nonché della gravità ,della situazione, dato che stiamo parlando di sei aggressioni su dieci perpetrate da chi dovrebbe tutelare il diritto a informare ed ad essere informati.

Article19 2014Per quanto riguarda gli omicidi, invece, la parte del leone la fanno i diversi narco-cartelli presenti sul territorio nazionale, responsabili di 20 dei 51 casi registrati dal 2007 ad oggi. In modo tale che, secondo l’organizzazione internazionale, chi esercita il giornalismo in Messico si trova preso in mezzo tra l’incudine delle intimidazioni provenienti dalle autorità e il martello rappresentato dalla violenza del crimine organizzato. Tutto questo, in una situazione in cui l’impunità è la regola in oltre il 90% dei casi, e l’autocensura rappresenta sovente “l’unica opzione per poter lavorare senza essere aggediti”.

Nella relazione, inoltre, vengono fortemente criticate le istituzioni create dallo stato nel corso degli ultimi anni per rispondere al crescendo delle aggressioni contro la stampa e all’indignazione che suscitavano, come la Procura Speciale per i Delitti Contro la Libertà di Espressione e il Meccanismo per la Protezione di Giornalisti e Difensori dei Diritti Umani. I quali, lungi dal garantire una qualche forma di appoggio a coloro che si sono trovati nel mirino di mafie o poteri forti, sono risultate essere mere operazioni di immagine per l’opinione pubblica interna e gli organismi internazionali. Per dirla con lo scrittore e giornalista Juan Villoro, che ha introdotto la presentazione del rapporto, il governo non solo è responsabile di negare la protezione e di non garantire il pieno esercizio del diritto all’espressione ai suoi cittadini, ma dimostra tutto il suo cinismo e la sua demogogia, in quanto, pur riconscendo a parole la gravità della problematica, nei fatti non fa nulla per intervenire concretamente. Affidandosi ancora una volta alla vecchia formula priista, il cui messaggio è: “Perché governare se posso limitarmi a dichiarare?”

In “Dissentire in silenzio”, infine, lo stato di Veracruz e la capitale del paese, meritano una menzione a parte. Il primo, perché rappresenta la regione in assoluto più pericolosa per la stampa. Qui, infatti, durante i primi tre anni di mandato dell’attuale governatore, il priista Javier Duarte, le aggressioni si sono triplicate e sono stati assassinati ben 10 operatori della comunicazione. La situazione è tale che decine di reporter sono dovuti fuggire a causa delle minacce e degli attacchi subiti, favoriti dal clima di impunità propiziato dal governo e dalla Procura locali, contro i quali hanno più volte puntato il dito varie associazioni per la difesa dei diritti umani, accusandoli di non fare gli sforzi necessari per tutelare i giornalisti e per trovare e castigare i colpevoli. Emblematico, in questo senso, è l’atteggiamento della Procura, che pare sempre guardarsi bene dal collegare omicidi e sparizioni forzate all’attività giornalistica delle vittime.

D’altra parte, a Città del Messico, si è assistito a un eccezionale aumento di aggressioni e detenzioni nei confronti di giornalisti impegnati a documentare le proteste che hanno riempito le piazze della capitale tra agosto e ottobre del 2013 durante le mobilitazioni contro le cosidette riforme strutturali. Secondo il monitoraggio di Article 19, a partire dal primo dicembre 2012, data di inizio dei mandati dei governi di Peña Nieto e di Mancera, sono state documentate 64 aggressioni da parte della polizia locale e 36 detenzioni arbitrarie, molte delle quali sono avvenute quando il giornalista o il fotografo fermato stava documentando violenze e abusi polizieschi. Infine, l’organizzazione per la libertà di stampa, mette in evidenza come, più in generale, le autorità della capitale, a parole sempre molto dialoganti e aperte al confronto, abbiano “nei fatti un’intenzione deliberata di reprimere la protesta” e non offrano sufficienti garanzie a chi la vuole raccontare.

Se il 2013 si é accaparrato molti primati negativi, non si può certo dire che l’anno in corso stia andando molto meglio. Tra gli eventi recenti possiamo infatti ricordare: il sequestro e l’omicidio di Gregorio Jiménez de la Cruz, cronista veracruzano ritrovato in una fossa clandestina lo scorso 11 febbrario; le aggressioni poliziesche ai danni dei cronisti del giornale El Noroeste, impegnati nel tentativo di ricostruire le relazioni impresariali del boss “Chapo” Guzman nei giorni successici al suo arresto, nel municipio di Mazatlàn, Sinaloa; la chiusura, da parte delle autorità federali, del sito 1dmx.org, nel quale si era costituito un vero e proprio archivio che documentava la violenza della repressione poliziesca durante le manifestazioni del 2013; e infine, l’arresto illegale di Fabiola Gutiérrez, collaboratrice del portale digitale Somos El Medio, ed il furto con scasso praticato ai dani della casa di Darìo Ramìrez, direttore di Article 19 per il Messico e il Centroamerica, proprio due giorni prima della presentazione di “Dissentire in silenzio” , entrambi avvenuti nel capitale.

Insomma, stando alla cronaca delle ultime settimane, c’é poco da stare allegri. Ed è difficile pensare ad un cambiamento del contesto nel futuro. Anche perché, la cosiddetta comunità internazionale, ben rappresentata da riviste come il Time o quotidiani come Repubblica (si vedano, rispettivamente, una recente copertina e le corrispondenze ai tempi della visita di Letta), sembra molto più entusiasta delle aperture fatte dal governo in termini di libertà di investimento che preoccupata per “il costante deterioramento” della libertà di stampa e del diritto al dissenso denunciato da Article 19. E finché l’entusiasmo sarà maggiore della preoccupazione, e continuerà il relativo disinteresse internazionale rispetto a questa problematica, sarà molto difficile stimolare la scarsa volontà politica del governo a fare la sua parte per combattere l’impunità e la violenza dilaganti.

I marò, l’India, la politica e i media italiani

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Sul cosiddetto ‘caso marò’, o meglio sul caso dei due pescatori indiani uccisi nelle acque del Kerala da spari provenienti da una petroliera italiana, da poche ore sul web e nei social network c’è una lettera dello scrittore Alberto Prunetti, uscita su CarmillaOnLine (link), che è diventata ‘virale’, cioè s’è diffusa in Italia e all’estero con sorprendente velocità. Perché? Perché in poche righe dice la verità, quella che continua a ‘sfuggire’ ai media, all’opinione pubblica italiana e al mondo politico.

Eppure i materiali per informarsi ci sarebbero, basta consultare, almeno qualche volta, il sito di China Files o leggersi il libro di Matteo Miavaldi, che è un redattore di quel portale, intitolato ‘I due marò. Tutto quello che non vi hanno detto’ (Ed. Alegre, Roma, 2013). Matteo non ha scritto un testo ideologico, non ha lanciato anatemi contro l’India o a favore dell’onore nazionale, così come non ha cercato di sparare sentenze contro o a favore dei marò a priori. Ha riportato dei fatti e li ha ordinati, come dovrebbe fare un buon giornalista o un osservatore attento di quelle vicende e di quell’area del globo.

Ha letto, esplorato, scavato e semplicemente è uscito dalle dinamiche tossiche dei mass media italiani che, in questo caso, hanno assecondato una destra becera e nazionalista, portatrice di opinioni stereotipate e razzismi mai sopiti, mentre la classe politica seguiva a ruota, trasognata e idiotizzata. Ma a volte basta una boccata d’aria fuori confine e la realtà emerge semplice e nitida: la politica estera italiana, la sua “diplomazia” e la relativa schizofrenia mediatica rasentano il ridicolo. Il libro vola che è un piacere, soprattutto per chi non c’aveva capito nulla (o quasi) della vicenda dei marò, come me, che vivo in Messico e spesso stento a trovare fonti attendibili e analisi decenti su quel che succede in Italia e est del ‘bel paese’.

Copio sotto l’incipit della “Lettera ai miei studenti indiani sugli effetti linguistici dei colpi d’arma da fuoco partiti dal ponte di una petroliera italiana”, il testo di Prunetti, e rimando al link originale per chi volesse leggerla tutta (cosa che consiglio vivamente). Un abrazo e… LINK.

Care ragazze, cari ragazzi,

per svariati mesi sono stato il vostro insegnante di italiano tra Mumbai e Bangalore. La maggior parte di voi veniva dal Kerala. Alcuni dei vostri genitori erano pescatori. Ricordo i sacrifici  dei vostri familiari, che speravano di regalarvi un futuro con una laurea in infermieristica e un corso di italiano. Ricordo che l’Italia e l’Europa rappresentavano ai vostri occhi la possibilità di una svolta nella vostra professione e nelle vostre vite.

Ricordo  anche che, come tutti gli studenti, l’uso delle preposizioni italiane vi metteva in difficoltà.

Per presentarvi, dicevate: “Sono nato a Kerala”. Io allora spiegavo che la regola grammaticale vuole l’uso della proposizione “in + nome dello stato” e “a + nome di città. Per questo si dice “Sono nato in Italia” e “Sono nato a Roma”. Dato che il Kerala è uno stato (l’India è una confederazione di stati, come gli Usa per capirci) si deve dire: “Sono nato in Kerala, a Trivandrum”, come si dice “Sono nato in Colorado, a Boulder”.

Capirete il mio stupore e la mia tristezza, dopo l’assassinio dei due pescatori Valentine Jalestine e Ajeesh Binki, colpiti da colpi d’arma da fuoco provenienti dalla petroliera Enrica Lexie (è un dato di fatto: le istituzioni italiane hanno già versato un indennizzo ai parenti delle vittime in un accordo extra-giudiziario di cui si parla poco nel bel paese). Dopo questo tragico episodio, all’improvviso gli italiani hanno scoperto l’esistenza del vostro mare e hanno cominciato a dire: “Il nostro ambasciatore” oppure “l’inviato del governo”… “è andato a Kerala”. L’hanno fatto tutti, da chi allora era a capo del governo, ai direttori dei più prestigiosi telegiornali.

Hanno sbagliato, dimostrando la propria ignoranza di almeno una di queste realtà:

_l’India;

_la grammatica italiana;

Probabilmente entrambe, direi.

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Licenziati e imprese 2012: il disfattismo mediatico

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2012: Oltre un milione di licenziamenti! 1000 imprese chiudono ogni giorno! Ma è esattamente o solo così? Da un paio di settimane i TG, i talk show, i giornali e i portali web italiani stanno rilanciando a cascata questi dati. Se li incrociamo con una discesa del PIL italiano di oltre il 2% e con i moniti costanti sul famigerato “andamento dello spread”, ecco che la macro e la microeconomia s’uniscono in un cocktail esplosivo di crisi nera e disperazione.

E dall’estero ammetto che se vedo un paio di Tg di troppo, anche in me si rinnova la PAURA (o per lo meno mi arrabbio con qualcuno o qualcosa). Obiettivo centrato: il giusto realismo e la sana preoccupazione vengono sostituiti da un pessimismo cosmico leopardiano versione 2.0 e da una sensazione mista da fine del mondo, della storia e dell’ottimismo. In che senso?

Senza nulla togliere alla difficoltà profonde della situazione attuale e all’impasse dell’Italia a vari (o tutti?) livelli (politico, economico, sociale, culturale…), bisognerebbe, però, ritrovare serenità e precisione e cominciare a evitare il terrore mediatico: un fenomeno che da sempre ci fulmina catodicamente il cervello ed è orientato da fini politici e/o commerciali più o meno latenti. E affoga le speranze residue nell’incazzatura generale.

Secondo UnionCamere sono 383.883 le imprese nate nel 2012 e sono 364.972 quelle che hanno chiuso i battenti*. Dalla prima “impressionante” cifra escono le famose “mille imprese morte ogni giorno”, un dato straripetuto ovunque in questi giorni. Alla fine, però, c’è un saldo positivo di oltre 19mila imprese create rispetto a quelle scomparse. Non saranno poi tante, lo so, e forse sono comunque cifre da “paese stanco” (non mi metto ora a fare i paragoni tipici Italia-Eurolandia), ma non se ne parla correttamente.

Invece sul fronte lavoro ci sono dei dati ministeriali abastanza chiari (li ho trovati  a questo link dove si scarica un file XL pieno di numeri e tabelline). La crisi c’è, ma non c’entra molto con quella cifra di un “milione” (1.027.462) di licenziamenti avvenuti l’anno scorso e diffusa senza tregua dai media. Bisogna pure chiedersi quante assunzioni ci sono state e, più precisamente, se i posti di lavoro persi globalmente (pensionamenti, scadenze contrattuali, dimissioni, licenziamenti) superano i posti “attivati” nello stesso periodo. Allora i numeri cambiano.

Persi meno Attivati fa: 10.374.010 – 10.211.317  = 162.693 che è la perdita netta. Non che sia poco. Ed è anche una perdita, quindi non si gioisce affatto, anzi. Però nel 2009 (secondo anno della crisi finanziaria mondiale) la perdita era stata di 364.239 posti di lavoro. Invece nel 2010 e 2011 avevamo ripreso una mezza boccata d’aria “creando” 272.160 e 145.749 rispettivamente. Morale: con un passo avanti e due mezzi all’indietro non si va lontano, è vero, ma TV e giornali non aiutano molto a capire quest’Italia-gambero.

*Questi i dati ufficiali sulla natalità e mortalità  delle imprese risultante dal Registro delle imprese diffusi oggi da Unioncamere sulla base di Movimprese, la rilevazione trimestrale condotta da InfoCamere, la società di informatica delle Camere di Commercio italiane. Tutti i dati sono disponibili su www.infocamere.it.

Razzismo in spiaggia a Follonica

Ieri su Carmilla Alberto Prunetti ha denunciato un atto vergognoso di razzismo e violenza, ignorato dalla maggior parte dei mezzi d’informazione, con un puntuale articolo di controinformazione dal titolo “Una cartolina razzista dalla spiaggia di Follonica”. La notizia è stata ripresa oggi dal quotidiano La Nazione nella sua edizione locale della provincia di Grosseto. Riporto un estratto dall’articolo originale di Prunetti, questi i fatti:

“Un tipo, un italiano sui 35 anni, coi capelli corti, quasi rasati e un tatuaggio, ha gettato qualcosa in faccia alla signora nordafricana che vendeva qualche merce da un ombrellone a un altro. Sembra che il tipo fosse innervosito perché – sotto l’ombrellone con la moglie, piccola di statura, la bambina e due cani di taglia piccola – la figlia non riusciva a dormire. Il suo nervosismo è esploso contro il capro espiatorio che la società gli ha fornito: la venditrice ambulante straniera, che per caso è passata dal suo ombrellone.

Non è chiara la dinamica: secondo i bagnanti che erano vicini, l’uomo ha rapidamente portato via dalla spiaggia la moglie, la bambina e i cani, poi è andato a prendere o uno spray antistupro, di quelli al peperoncino, o un qualche liquido irritante che poi, secondo un’altra ipotesi, ha mescolato con l’acqua di mare. Aveva con sé il liquido? Ormai gli italiani si portano lo spray antistupro per essere più sicuri sulla spiaggia?

Comunque l’uomo è tornato in spiaggia, ha raggiunto la signora ambulante a pochi metri di distanza e le ha spruzzato in faccia il liquido o lo spray. Una parte di questo liquido ha colpito su un occhio anche un’altra signora, a cui la venditrice stava proponendo la sua merce. Poi, mentre tutti si avvicinavano alla signora nordafricana in lacrime, è scappato”.

L’episodio è chiaramente razzista e va denunciato. Secondo una testimone il vacanziere xenofobo avrebbe addirittura dato della “pezza di merda” alla donna aggredita. Le domande provocatorie di Alberto P. nell’articolo, quale che siano le risposte ipotizzabili, ci fanno riflettere sul livello sclerotico di paranoia che spesso riusciamo a raggiungere in Italia quando siamo martellati da emergenze e pacchetti sicurezza a raffica.

Il Messico, dove vivo, soffre una situazione simile per certi versi con alcune zone del paese in preda alla violenza e quasi tutto il territorio in stato di allerta e militarizzazione per la cosiddetta “guerra ai narcotrafficanti” che sembra, invece, una guerra contro i nervi della popolazione esasperata dai risultati molto questionabili.

Possiamo anche chiederci legittimamente cosa sarebbe successo se la vittima fosse stata italiana e l’aggressore straniero, anzi, ” e x t r a c o m u n i t a r i o” o addirittura “c l a n d e s t i n o”. Sarebbe scattata la caccia all’uomo? Probabilmente sì. Come riscoprire l’intercultura, la dignità migrante (parte fondamentale della Nostra cultura) e la tolleranza? Non a colpi di spray. Siccome al momento non sembrano esserci denunce dell’accaduto, neanche contro ignoti, denunciamo da qui e attendiamo sviluppi.

Espulso dal Messico il giornalista Gianni Proiettis

16 aprile 2011. Città del Messico. Ci avevano già provato esattamente quattro mesi fa e ora ci sono riusciti. Il giornalista italiano residente nella città meridionale di San Cristóbal de las Casas, in Chiapas, è stato espulso e ieri è dovuto partire per Roma con un volo da Città del Messico alle 7 pm. In base all’articolo 33 della Costituzione messicana il governo, attraverso gli uffici decentrati e i funzionari dell’Istituto Nazionale della Migrazione (INM), ha la facoltà di deportare a suo piacimento (la chiamano “discrezionalità”) le persone indesiderate. E’ una norma che fu pensata all’epoca in cui gli stranieri intervenivano pesantemente nella politica nazionale e in più occasioni (vedi invasioni statunitensi e francesi in Messico) minacciarono concretamente la sovranità e l’indipendenza del paese. Da molti anni ormai viene utilizzato come spauracchio contro i giornalisti, gli attivisti e gli stranieri in generale anche se a volte purtroppo la minaccia si concretizza più facilmente e rapidamente di quanto ci si possa immaginare.

Ieri Giovanni Proiettis, Gianni per gli amici, si è recato agli uffici della Migrazione per rinnovare il suo permesso di soggiorno (FM=Forma Migratoria) così come ha fatto negli ultimi sedici anni in cui ha risieduto legalmente in Messico svolgendo le sue attività di professore universitario, giornalista e cooperante in progetti di sviluppo comunitario in Chiapas, una delle regioni più povere e sfruttate del paese. Non è più uscito da quegli uffici se non per essere deportato nella capitale della regione, Tuxtla Gutiérrez, e poi a Città del Messico qualche ora dopo. Come sempre in questi casi sono molte le violazioni ai diritti dell’uomo perpetrate dai vari funzionari, armati e non, che intervengono nel processo di deportazione fast track. Gianni Proiettis non ha avuto la possibilità di comunicare con parenti, amici e nemmeno con l’ambasciata, ha subito vessazioni e trattamento “inumano e degradante” durante una detenzione illegale ed è stato poi rinchiuso in una cella nella zona periferica di Iztapalapa.

Nonostante un giudice di Tuxtla avesse emesso un’ordinanza (scaricabile qui) che impediva l’espulsione del giornalista e criticava le modalità in cui è stato applicato e interpretato l’articolo 33 costituzionale, non c’è stato nulla da fare perché il documento è arrivato in ritardo alle autorità che in aeroporto avevano già imbarcato Proiettis. Sua moglie ha dichiarato ai giornalisti di NarcoNews che non c’era stato nulla di anomalo negli ultimi 4 mesi, nessun segnale che preannunciasse questa decisione arbitraria e ingiustificata come sostiene anche lo stesso atto giudiziario emesso a Tuxtla in difesa dell’italiano. Già il dicembre scorso Proiettis era stato oggetto di un tentativo d’espulsione – inizialmente si disse che fu a causa della sua partecipazione al summit sul cambio climatico di Cancun – che fu sventato anche grazie alla pronta reazione della stampa e all’intervento dei media indipendenti in difesa della libertà di pensiero ed espressione.

Da anni le attività del giornalista italiano, impegnato in un progetto di eco-turismo nella cittadina di Venustiano Carranza, non sono gradite all’autorità e al governatore del PRD (Partido Revolución Democrática), Juán Sabines. Stesso discorso per i suoi articoli di denuncia sull’operato delle imprese multinazionali minerarie nella regione: in particolare, un’intervista del 23 gennaio 2010 con il padre del leader sindacale Mariano Abarca, assassinato nel novembre 2009, risultò particolarmente scomoda per la compagnia mineraria canadese Blackfire Exploration Ltd e i funzionari statali che ne difendono gli affari. A dicembre il governo del Chiapas e l’INM dovettero ripiegare in modo rocambolesco e, dopo aver cambiato più volte i capi d’imputazione contro Proiettis, arrivando perfino a inventare accuse per spaccio di droga, porsero ufficialmente le proprie scuse per quanto era accaduto. Evidentemente si trattava di un bluff e di una tregua momentanea in attesa di una nuova rappresaglia che è arrivata puntuale allo scoccare del quarto mese. Altri dettagli interessanti sul caso dalla rivista Proceso QUI.

Di Fabrizio Lorusso