Licenziati e imprese 2012: il disfattismo mediatico

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2012: Oltre un milione di licenziamenti! 1000 imprese chiudono ogni giorno! Ma è esattamente o solo così? Da un paio di settimane i TG, i talk show, i giornali e i portali web italiani stanno rilanciando a cascata questi dati. Se li incrociamo con una discesa del PIL italiano di oltre il 2% e con i moniti costanti sul famigerato “andamento dello spread”, ecco che la macro e la microeconomia s’uniscono in un cocktail esplosivo di crisi nera e disperazione.

E dall’estero ammetto che se vedo un paio di Tg di troppo, anche in me si rinnova la PAURA (o per lo meno mi arrabbio con qualcuno o qualcosa). Obiettivo centrato: il giusto realismo e la sana preoccupazione vengono sostituiti da un pessimismo cosmico leopardiano versione 2.0 e da una sensazione mista da fine del mondo, della storia e dell’ottimismo. In che senso?

Senza nulla togliere alla difficoltà profonde della situazione attuale e all’impasse dell’Italia a vari (o tutti?) livelli (politico, economico, sociale, culturale…), bisognerebbe, però, ritrovare serenità e precisione e cominciare a evitare il terrore mediatico: un fenomeno che da sempre ci fulmina catodicamente il cervello ed è orientato da fini politici e/o commerciali più o meno latenti. E affoga le speranze residue nell’incazzatura generale.

Secondo UnionCamere sono 383.883 le imprese nate nel 2012 e sono 364.972 quelle che hanno chiuso i battenti*. Dalla prima “impressionante” cifra escono le famose “mille imprese morte ogni giorno”, un dato straripetuto ovunque in questi giorni. Alla fine, però, c’è un saldo positivo di oltre 19mila imprese create rispetto a quelle scomparse. Non saranno poi tante, lo so, e forse sono comunque cifre da “paese stanco” (non mi metto ora a fare i paragoni tipici Italia-Eurolandia), ma non se ne parla correttamente.

Invece sul fronte lavoro ci sono dei dati ministeriali abastanza chiari (li ho trovati  a questo link dove si scarica un file XL pieno di numeri e tabelline). La crisi c’è, ma non c’entra molto con quella cifra di un “milione” (1.027.462) di licenziamenti avvenuti l’anno scorso e diffusa senza tregua dai media. Bisogna pure chiedersi quante assunzioni ci sono state e, più precisamente, se i posti di lavoro persi globalmente (pensionamenti, scadenze contrattuali, dimissioni, licenziamenti) superano i posti “attivati” nello stesso periodo. Allora i numeri cambiano.

Persi meno Attivati fa: 10.374.010 – 10.211.317  = 162.693 che è la perdita netta. Non che sia poco. Ed è anche una perdita, quindi non si gioisce affatto, anzi. Però nel 2009 (secondo anno della crisi finanziaria mondiale) la perdita era stata di 364.239 posti di lavoro. Invece nel 2010 e 2011 avevamo ripreso una mezza boccata d’aria “creando” 272.160 e 145.749 rispettivamente. Morale: con un passo avanti e due mezzi all’indietro non si va lontano, è vero, ma TV e giornali non aiutano molto a capire quest’Italia-gambero.

*Questi i dati ufficiali sulla natalità e mortalità  delle imprese risultante dal Registro delle imprese diffusi oggi da Unioncamere sulla base di Movimprese, la rilevazione trimestrale condotta da InfoCamere, la società di informatica delle Camere di Commercio italiane. Tutti i dati sono disponibili su www.infocamere.it.

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