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Lamento bolivariano. 5 settimane di couchsurfing nel Venezuela colpito dalla Crisi

venezuela12[di Gianpa L. da Carmilla – Pagina fb LINK  e Instagram] 

1. Pacaraima – Ciudad Guayana

Questo articolo è il resoconto di un viaggio che risale ormai a più di un anno fa. All’epoca vivevo in Argentina. Mi ero trasferito perché, stufo del pessimismo europeo, ero affascinato dai racconti che descrivevano l’America Latina come un continente in fermento, politicamente proiettato verso sinistra. L’ironia del destino ha voluto che dopo appena sei mesi passati nella capitale argentina mi sia toccato assistere, dal balcone dell’ostello in cui lavoravo, all’investitura del neo-eletto presidente della nazione Mauricio Macri. Pochi giorni dopo partii zaino in spalla verso nord. Era stata una sconfitta storica per il ‘peronismo’ e una vittoria inaspettata per la nuova destra argentina, una destra feroce e rampante guidata da un imprenditore miliardario. Mentre attraversavo la Bolivia si respirava aria di referendum, di lì a poco Evo Morales avrebbe incassato la sua prima sconfitta elettorale. Poi è venuto il turno del Brasile. Mentre risalivo il Rio Negro per arrivare a Manhaus, alla radio e alla televisione si parlava solo di due cose, l’allarme Zika e gli scandali giudiziari che stavano mettendo in ginocchio il governo Rousseff. Quando sono arrivato a Pacaraima, città brasiliana di frontiera, erano passate già diverse settimane dalla prima sconfitta elettorale del chavismo, grazie alla quale l’opposizione aveva ottenuto 99 seggi su 167 all’assemblea nazionale venezuelana. Chiunque abbia parlato con quelli che si autodefiniscono ‘esuli’ venezuelani sa bene che i loro racconti sono farciti di dettagli cruenti sul clima repressivo del loro paese, sull’emergenza alimentare, sulla guerra civile alle porte e sulla criminalità dilagante.  Continua a leggere

#AvenidaMiranda Puntata 7: Dove sta andando il Venezuela? @cittàdelcapo

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“Avenida Miranda, immaginari e storie dai Sud del mondo” è una trasmissione a cura del blog l’America Latina.Net.

Va in onda ogni giovedì dalle 12 alle 12.30 su Radio Città del Capo. La potete ascoltare via etere a Bologna e dintorni sui 94.7 Mhz e 96.25 Mhz FM, e anche via web dal sito www.radiocittadelcapo.it e su smartphone sintonizzandosi sul canale di Radio Città del Capo attraverso l’applicazione TuneIn.

Questa settimana Fabrizio Lorusso e Perez Gallo raccontano la situazione del Venezuela. Il podcast lo trovate qui.

11 tesi sul Venezuela e una conclusione maturata

“E seguitava a ripetere la stessa cosa: “Questo non è come in una guerra… In una battaglia hai il nemico davanti… Qui il pericolo non ha volto né orario”. Si rifiutava di prendere sonniferi o calmanti: “Non voglio che mi acchiappino addormentato o assopito. Se vengono a prendermi, mi difenderò, griderò, getterò i mobili dalla finestra… Scatenerò uno scandalo…”.
Alejo Carpentier, La consacrazione della primavera

[di Juan Carlos Monedero – Traduzione dell’articolo in italiano: Fabrizio Lorusso – Da CarmillaOnLine Link originale]

1. E’ indubbio che Nicolás Maduro non è Allende. E nemmeno è Chávez. Ma quelli che hanno fatto il golpe contro Allende e contro Chávez sono, e anche questo è indubbio, gli stessi che ora stanno cercando di attuare un golpe contro il Venezuela.

2. I nemici dei tuoi nemici non sono tuoi amici. Può non piacerti Maduro senza che ciò implichi dimenticare che nessun democratico può mettersi dalla parte dei golpisti che hanno inventato gli squadroni della more, i voli della morte, il paramilitarismo, l’assassinio della cultura, l’operazione Cóndor, i massacri di contadini e indigeni, il saccheggio delle risorse pubbliche. E’ comprensibile che ci sia gente che non voglia schiera5rsi con Maduro, ma conviene pensare dal lato di chi sostiene i golpisti ci sono, in Europa, i politici corrotti, i giornalisti mercenari, i nostalgici del franchismo, gli imprenditori senza scrupoli, i venditori di armi, quelli che difendono l’austerity e che celebrano il neoliberalismo. Non tutti quelli che criticano Maduro difendono queste posizioni politiche. Continua a leggere

Il Venezuela dall’interno: sette chiavi di lettura per comprendere la crisi attuale

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La situazione attuale che vive il Venezuela, come noto, è gravissima. Ma i termini della sua gravità non sono forse altrettanto noti, almeno rispetto a quello che propone la narrazione mainstream e alla confusione che regna a sinistra sui posizionamenti da prendere in proposito. Crediamo – e per questo lo abbiamo tradotto – che in questo testo del sociologo venezuelano Emiliano Terán Mantovani si possano trovare degli spunti per un’analisi più articolata, che sappia dare il giusto peso alle questioni realmente in campo, che sappia mettere in luce le differenze esistenti tra la sinistra di governo e la destra di opposizione nel Paese, ma che abbia ben chiaro che compito della sinistra e dell’internazionalismo non è difendere o no a prescindere un governo, ma stare sempre, inequivocabilmente, a fianco de los de abajo.

Non crediamo che questo articolo dia delle soluzioni politiche (come potrebbe?) alla crisi venezuelana e delle parole definitive sullo scontro in atto, ma sicuramente propone delle ottime chiavi interpretative. Uscito su alainet.org e ripreso dal giornale messicano Desinformemonos alla fine di aprile, non può dare conto di tutti gli eventi recenti in continua e rapida evoluzione. Primo tra tutti, la decisione del presidente Maduro di indire le elezioni per un’assemblea costituente, che dia rappresentatività non tanto alla “cittadinanza” indefinita come da matrice liberale, ma ai collettivi organizzati, ai sindacati, alle cooperative e alle associazioni di categoria. Mossa che era da tempo nel programma della Rivoluzione Bolivariana, ma che è stata a lungo subordinata alla pratica del governo dall’alto, alle logiche della rendita petrolifera, alle istanze della nuova élite burocratica e all’alleanza con l’esercito. Mossa disperata, forse poco credibile, e che arriva in un momento in cui il chavismo ha perso buona parte del suo consenso sociale, ma a cui bisogna dare atto di marcare una discontinuità nella strategia di resistenza di Maduro.

Non c’è dubbio però che un’iniziativa di questo genere potrà imprimere una soluzione positiva allo scontro in atto solo se accompagnata dalla crescita di un movimento popolare autonomo, tanto dal governo, come dalle manipolazioni dell’opposizione. Buona lettura. [Perez Gallo e Simone Scaffidi] Continua a leggere

Pelo Malo: #Film #Venezuela (completo) + Recensione #CarmillaOnLine #AmericaLatina

Per la Serie Film LatinoAmericanisti (qui link agli altri film)

Leggi su CarmillaOnLine la recensione di Pelo Malo e di La Jaula Dorada a cura di Simone Scaffidi L.

PELO MALO

Gênero: Drama
Diretor: Mariana Rondón
Duração: 93 minutos
Ano de Lançamento: 2013
País de Origem: Venezuela / Peru / Argentina / Alemanha
Idioma do Áudio: Espanhol

Pelo malo es una película de dramática venezolana de 2013, escrita y dirigida por Mariana Rondón.1 Grabada en zonas urbanas de Caracas.2

Junior (Samuel Lange Zambrano), un niño de nueve años con el “pelo malo”. Para la foto de la escuela, el se lo quiere alisar, lo que le ocasiona un conflicto con Marta (Samantha Castillo), su madre, una viuda de 30 años.

La abuela paterna de Junior, le propone a su Marta quedarse con el niño definitivamente. Le da igual que sea afeminado, simplemente quiere que él la cuide durante su vejez. Marta no cede y comienza la reeducación de Junior, quién quiere vivir con su madre y que ella lo acepte tal y como es.5

Pelo malo è un film del 2013 diretto da Mariana Rondón presentato al Toronto International Film Festival 2013.

LINK Fonte: 12

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Protestas en Venezuela

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[De Variopinto al día] Son días convulsionados en Venezuela, entre protestas, acusaciones y violencias. El 12 de febrero pasado, grupos estudiantiles universitarios organizaron una jornada de movilizaciones contra algunas detenciones, y se sumaron también los motivos de partes de la oposición contra las políticas del presidente Nicolás Maduro.

Éste ha obtenido los “súper-poderes” por parte del congreso para poder legislar por decreto y aumente sensiblemente sus prerrogativas. Al final del día de marchas pacíficas, en Caracas, algunos hombres armados abrieron fuego contra algunos manifestantes que volvían a sus casa, matando a tres de ellos: dos activistas estudiantiles y Juán Montoya, líder social y chavista destacado. El titular de gobernación, Miguel Rodríguez, ha hablado de unos treinta heridos, los manifestantes contaron un centenar y la Ong Foro Penal dio la cifra de 155 personas detenidas. La misma Ong habla de 16 heridos de arma de fuego y 22 en total en una semana en el Estado de Lara, pero en todo el territorio nacional serían al menos un centenar. Son números variables que muestran una situación incierta y difícil en el país.

El descontento estudiantil explotó en las últimas dos semanas en diferentes estados, pues la chispa se prendió por un intento de violación contra una chica dentro de un centro académico, pero el incendio se prendió por la escalada de inseguridad percibida y real en las ciudades de Venezuela, más allá de los problemas en los ateneos. “Las protestas se intensificaron porque detuvieron a estudiantes que manifestaban pacíficamente”, explica Daniel Martínez, de la Federación de Estudiantes de la Universidad Simón Bolívar, lo cual ha generado una cadena de protestas en otras zonas como Mérida y Caracas.

 Algunos grupos y exponentes de la oposición, aun sin el apoyo del ex candidato presidencial Henrique Capriles, se juntaron a las manifestaciones, invitando a la gente a bajar a las calles contra la violencia y la impunidad, contra la inflación (al 56%), el mercado financiero “negro”, los apagones, la escasez de bienes, y contra las políticas del ex presidente Hugo Chávez y de su sucesor, Maduro. El presidente en cargo ha condenado los ataques violentos del 12 de febrero y los atribuyó a una “insurrección nazifascista” que trata de hacer un golpe de estado. “No habrá golpe en Venezuela, qué lo sepa el mundo”, ha declarado Maduro. El gobierno ha invitado a la paz y a la calma, entre acusaciones recíprocas (y expulsiones) de diplomáticos extranjeros que rebotan de México a Estados Unidos hasta Caracas. La idea del complot siempre está latente en las declaraciones oficialistas y muchas veces se manifiesta explícitamente, es un hecho. La historia del país muestra, sin embargo, que no toda injerencia extranjera o plan desestabilizador fue simplemente una “idea” gubernativa. Entre la obsesión injerencista y su fuerza medíatico-popular en defensa del gobierno y la mala fe de la oposición, de muchos medios extranjeros y de líderes golpistas que convocan marchas, en Venezuela siempre nos quedan dudas.

Asimismo, fue emitida una orden de aprehensión contra el líder opositor Leopoldo López, ex alcalde del municipio de Chacao, cerca de Caracas, que es un bastión antichavista. El político, de 42 años, de la organización opositora Voluntad Popular, se ha declarado “perseguido político” y va a encarar un proceso por “terrorismo y homicidio”, presuntamente por su responsabilidad en las muertes y disturbios del 12 de febrero  Carlos Vecchio, un dirigente del partido de López, mantiene que “la orden de aprehensión es parte de un plan para criminalizar la protesta”. Pese a la fuerte tensión que se respira en Caracas y a la adhesión de varios grupos opositores y líderes estudiantiles, la respuesta de las calles ha sido limitada, quizás porque la misma oposición está dividida, presa de juegos internos, y Capriles hasta criticó las peticiones de los manifestantes que piden la renuncia anticipada del gobierno.

“Esta lucha es una resistencia, pero ésta no crece si nos planteamos salidas que no llevan a ningún lado”, ha declarado, y su opinión parece esconder un halo de miedo de que la situación se le escape de las manos a ex candidato, pues López parece emerger como figura clave alternativa para la oposición. Además, las plazas, aunque más controladas, siguen calentándose, hay huelgas y ocupaciones universitarias aún en curso. Las redes sociales no parecen suportar a Capriles, acusado de ser un “traidor”, mientras que aumentan los elogios para López quien, mientras tanto, el 18 de febrero se ha entregado a las autoridades y ahora está en una prisión militar del estado de Miranda. Un centenar de sus simpatizantes están armando un plantón pacífico fuera del palacio de justicia en espera de noticias sobre él. El político podría incluso beneficiarse de la detención, en términos de imagen y popularidad, según el politólogo Carlos Hernández, pues algo parecido había pasado al comandante Chávez y al mismo Capriles con sus encarcelamientos y, luego, con sus puestas en libertad en el pasado.

López tiene transcursos golpistas, recibió la gracia de Chávez en 2007, aunque desde 2008, por otra condena, está interdicto para cubrir cargos públicos. Junto a Capriles, durante el golpe de estado de 2002 contra Chávez, López violó la soberanía de la Embajada Cubana con un burdo ataque a sus instalaciones. La marcha prevista para el 18 de febrero ha sido suspendida para evitar batallas campales y conflictos en Caracas, pues había ya otras manifestaciones, una por la Paz (oficialista) y otra de PDVSA, entonces el alcalde, Jorge Rodríguez, no la autorizó. Independientemente de la evolución de estas protestas en los próximos días, Venezuela está en un momento difícil y la estabilización, de la que depende finalmente la continuidad del proyecto socialista bolivariano, se ve lejana, pues la polarización política llega a niveles cada vez mayores, así como la violencia. La economía languidece y, de esta manera, sin un cambio de rumbo, la oposición trata de llenar con todos sus medios los vacíos políticos y el descontento popular, ya sea cabalgando protestas estudiantiles o presionando al gobierno en las plazas. Sus líderes y grupos están divididos, pero no sabemos hasta cuándo. Twitter @FabrizioLorusso

A Sud del Confine (South of the Border). Film di Oliver Stone in italiano

Storia del Venezuela e dell’America Latina all’epoca di Hugo Chávez: la crisi della fine degli anni 80, gli anni novanta e l’ascesa del “Comandante” nel paese andino (e caraibico) che ha le maggiori riserve di petrolio al mondo e da 14 anni è immerso nel processo della Revolución Bolivariana: affascinante storia narrata in italiano nel documentario del 2009 di Oliver Stone. Articolo sul futuro del Venezuela a questo link.

Da wikipedia: A sud del confine[1] (South of the Border) è un documentario di Oliver Stone del 2009, presentato alla 66ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, il film è scritto da Tariq Ali. Il film cerca di spiegare e documentare il fenomeno Chavez, ex presidente venezuelano, e della rinascita socialista dell’America Latina. Dopo la morte di Chávez, il documentario è stato distribuito nelle sale cinematografiche italiane con il titolo Chávez – L’ultimo comandante da Movimento Film.[2]

Da YouTube: Oliver Stone si è recato in Venezuela per intervistare il Presidente Hugo Chavez e analizzare l’immagine che di lui hanno proposto i mezzi d’informazione: Chavez era davvero la forza “anti americana”rappresentata dai media?Una volta iniziato il viaggio,Stone e la sua troupe hanno avuto bisogno di spingersi oltre,hanno quindi intervistato con Evo Morales ( Bolivia ) ,Lula da Silva ( Brasile ) Cristina Kirchner (Argentina ) e il suo consorte ed ex Presidente Nestor Kirchner,Fernando Lugo (Paraguay), Rafael Correa ( Equador) e Raul Castro ( Cuba ).Il viaggio do Stone mette il luce il grande cambiamento che è avvenuto nel continente:non più paesi subordinati,economicamente e politicamente agli Stati Uniti,na una nuova dignità un nuovo ruolo internazionale,un unione tra popoli vicini sia geograficamente che politicamente.

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Il futuro del Venezuela

VenezuelaMuralOccorre raccogliere alcune considerazioni post elettorali dopo la vittoria alle presidenziali di Nicolas Maduro, successore designato di Hugo Chávez, il presidente scomparso lo scorso 5 marzo. L’ex autista di bus (ma anche ex Ministro degli Esteri, sindacalista e presidente del parlamento) ha battuto con poco più di un punto e mezzo di distacco (circa 235mila voti) lo sfidante conservatore, il quarantenne Henrique Capriles.

Maduro ha ottenuto il 50,66% dei suffragi (il 7 ottobre scorso Chávez era arrivato al 55,2% contro il 44,1% dello stesso Capriles) e Capriles il 49,07%. L’affluenza alle urne è scesa di 3 punti rispetto al voto di ottobre 2012 in cui era stata molto alta superando l’81% degli aventi diritto.

L’opposizione si avvicina, ma non vince e chiede un nuovo conteggio di tutti i voti. Maduro, anche se lontano dal tanto propagandato obiettivo dei 10 milioni di voti (ne ha presi 7 milioni e mezzo), è sicuro della vittoria ed ha accettato una verifica. Intanto, già la sera del 14 aprile, ha proferito il suo primo discorso come virtuale presidente del Venezuela rilanciando il discorso bolivariano e il Socialismo del secolo XXI in totale continuità con la visione di Hugo Chávez.

Nonostante il sistema elettorale venezuelano sia considerato sicuro e “blindato” da eventuali brogli anche dagli osservatori internazionali, ci si attendeva una richiesta di verifica da parte di Capriles(specialmente se il distacco tra i due contendenti non avesse superato il 5% come in effetti è stato) come parte di un esercizio democratico legittimo, ma anche (e soprattutto) come prima azione di un’opposizione che per tutta la campagna elettorale ha ripetuto lo slogan”Maduro NON è Chávez”, che comincia a logorare il consenso del blocco governativo e vuole sfruttare le sue divisioni interne.

La situazione del paese non è facile in questo momento. Ci sono colli di bottiglia nella distribuzione di alcuni beni di prima necessità, così come nelle forniture di elettricità e acqua ed è un problema che attanaglia da tempo la popolazione. Stesso discorso per gli indici di criminalità che non sono scesi come hanno fatto, al contrario, la povertà, la miseria e le disuguaglianze sociali. Ad ogni modo ho provato a tracciare un bilancio (non esaustivo) dei 14 anni di governo di Hugo Chávez a questo link cui rimando. Oggi l’inflazione s’attesta intorno al 20-25% e tra le prime azioni di governo è attesa una svalutazione del bolivar nei confronti del dollaro.

Oltre alle questioni economiche, i nodi da sciogliere per il nuovo governo sono tanti nonostante la sua ampia maggioranza in parlamento (98 deputati del Partito Socialista Unito del Venezuela e del Partito Comunista contro i 64 della coalizione Unidad Democrática 3 di Monagas Patriota). Prima del voto si diceva che se Maduro avesse vinto con un margine ristretto, non avrebbe potuto governare. Non credo che questa idea sia corretta: la sua capacità di concludere “felicemente” (senza colpi di stato o crisi di ingovernabilità) il mandato di 6 anni (2013-2019) che il popolo gli ha consegnato e la tenuta della “rivoluzione boliviariana” in Venezuela e nei paesi alleati in America Latina dipende da altri fattori.

Dipende dalla relazione che Maduro sceglierà di mantenere con le forze armate e con il presidente del parlamento (l’assemblea nazionale), l’ex tenente, rispettato e influente nell’esercito venezuelano, Diosdado Cabello. La già consumata appropriazione del discorso chavista da parte di Maduro e l’aurea mitologica e carismatica dell’ex presidente-assente non saranno eterne e non gli garantiranno da sole, nel lungo periodo, la fedeltà dei settori castrensi e delle diverse anime del PSUV che lo sostengono in parlamento.

Infatti, Maduro, a differenza di Chávez e Cabello, non proviene dal mondo militare e dovrà conquistare i consensi di quella parte dell’esercito (circa il 60% delle forze armate) che non si considera legata allo scomparso leader boliviariano, oltre a mantenere quelli del restante 40% che, invece, è entrato nell’arena politica in diversi modi (per esempio, occupando i ministeri strategici che gestiscono la ricchezza petrolifera, ricoprendo incarichi nelle amministrazioni locali e negli organi di controllo economico e sociale) o comunque è passato da un processo di ideologizzazione.

Per esempio, 11 governatori di stati, sui 20 ottenuti nella tornata elettorale del 2012 dal partito di governo, sono in mano a ex militari (di cui 4 sono ex Ministri della Difesa). Inoltre le strutture militari sono quelle incaricate di gestire i sistemi assistenziali e di aiuto alla popolazione, specialmente la distribuzione di alimenti, istituiti dal chavismo. Il Plan Bolivar 2000 e le “missioni” sociali contro la povertà avevano avuto bisogno, solo per cominciare, di oltre 40mila militari e ad oggi la situazione non è cambiata.

Il mese scorso il Ministro della Difesa, Diego Molero, in piena campagna elettorale ha preso una posizione chiara in favore di Maduro invitando l’esercito a votare per lui mentre Capriles denunciava l’incostituzionalità delle sue dichiarazioni. Il controllo di questa situazione sarà strategico per Maduro durante il prossimo sessennio di governo (e lo sarebbe stato anche per Capriles se avesse vinto, ma con l’aggravante di avere un parlamento avverso).

In caso di crisi economiche, andamento altalenante del prezzo del petrolio, destabilizzazioni esterne favorite dall’opposizione e dagli Stati Uniti (come già visto in passato col golpe del 2002 e i ripetuti finanziamenti ai gruppi oppositori) Maduro avrà bisogno della fedeltà delle forze armate che lo stesso Chávez decise di reintrodurre fortemente nella vita politica del paese, ma che rischiano di diventare un boomerang per il suo delfino.

Per evitare il boomerang potrebbe servire anche una sistemata dei conti pubblici e delle variabili macroeconomiche che vada oltre una svalutazione congiunturale e scongiuri l’esplosione dello scontento popolare (e della classe media), pur mantenendo il modello attuale, il controllo statale delle risorse, l’uso della “leva petrolifera” e i programmi popolari che in qualche modo controllano un’ampia base di beneficiari. Il mantenimento del “modello” internamente e tramite le alleanze dell’Alba (Alleanza Bolivariana per le Americhe) e Unasur (Unione Nazioni Sudamericane) è un altro elemento di continuità che Maduro ha promesso di garantire, ma che dipenderà, oltre che dagli accordi politici e dall’azione dell’opposizione, dalla tenuta economica del sistema e dai prezzi del petrolio (il Venezuela è il paese con maggiori riserve al mondo di crudo).

D’altro canto non è da escludere che Cabello (ex commilitone di Chávez nel tentativo di golpe del 1992) che cominci a costruire la sua candidatura per le presidenziali del 2019 adombrando la figura di Maduro e mettendolo di fronte a un logorio progressivo che potrebbe, a sua volta, sfaldare la coalizione di governo a livello parlamentare e polarizzare i settori della “destra chavista”. Twt @FabrizioLorusso

PS. Aggiornamento. Nel frattempo Henrique Capriles dichiara di non riconoscere i risultati, chiede la sospensione dell’atto di proclamazione del nuovo presidente (definito “illegittimo”) e incita i suoi sostenitori a scendere in piazza questa sera alle 20 (ora di Caracas) per protestare allo stile “cacerolazo”, pentole alla mano…Finché non saranno ricontate tutte le schede elettorali, il voto non sarà riconosciuto. Quindi Capriles ha chiesto la revisione del processo elettorale al CNE (Consiglio Nazionale Elettorale).