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Video-Columna Trotamundos Político en @ZonaFrancaMX @ZonaDocs: Guardia Nacional #México y debate #Venezuela

Trotamundos político es una video-columna de Fabrizio Lorusso realizada por Zona Franca, medio de comunicación de León, Guanajuato. El tema de la semana pasada fue el debate sobre la Guardia nacional en México, sus criticidades y alternativas, justo cuando en el Congreso se va en la recta final para aprobar una reforma constitucional trascendental para el tema de la seguridad y los derechos humanos en el país. Aquí en este enlace está una columna escrita con más detalles sobre la Guardia nacional. Abajo la columna de hace dos semanas sobre la situación de Venezuela en clave internacional.

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Caracas. Conflitto in un continente senza pace @ytali_

venezuela[Di franco Avicolli, da Ytali] Le grandi manovre sono cominciate fin dal 2015, quando gli antichavisti, dopo aver ottenuto la maggioranza di 112 deputati, contro i 51 di Maduro, non riuscirono a decidere di comune accordo se dovevano liberarsi del successore di  Chávez con un referendum, un emendamento costituzionale o una rinuncia. Nell’indecisione, Maduro vince le elezioni del 2017 conquistando 305 municipi contro i 25 dell’opposizione, un successo che conferma nel 2018 con le elezioni presidenziali, anche se la partecipazione al voto non supera il 46 per cento degli aventi diritto. Poi arriva il 23 gennaio 2019 e l’opposizione, con quattro anni di ritardo, rompe gli indugi – o forse riceve qualche importante spinta – e decide di fare ricorso all’emendamento costituzionale nominando Juan Guaidó presidente ad interim del Venezuela, un atto che trova l’immediato riconoscimento del presidente statunitense Trump che addirittura minaccia un intervento militare. L’OSA segue a ruota il presidente statunitense. Tutto ciò mentre il Venezuela vive una pesante crisi, con le scorte alimentari che scarseggiano, con un’inflazione che galoppa con numeri a sei cifre, segno evidente di una situazione ingovernabile che può degenerare anche se l’esercito, fedele al presidente eletto, mostra una qualche capacità di controllo. Continua a leggere

Venezuela. Per chi suona la campana?

di Daniele Benzi

Things had to change in a hurry. But socialism requires imagination and time. It cannot be made in a hurry. To create socialism in a hurry without mass support, and institutions that can channel this support, led many states to disaster. […] The intentions of the leadership, by all accounts, were not malevolent. Yet its modernist dream-to administer nature and society, and build vast industrial monuments without either a democratic governance structure or a mobilized population-led to the worst excesses of commandism and bureaucratism.

Vijay Prashad, The Darker Nations

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Foto dell’autore, rappresentante un murale a Caracas

Non ricordo più dove. Ma sono quasi sicuro che da qualche parte Giovanni Arrighi abbia scritto, probabilmente citando o parafrasando Braudel, che per conoscere ciò che è nuovo bisogna sapere riconoscere, anzitutto, quello che non lo è.

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Il 27 ottobre scorso, in un articolo assai critico sul fallimento, clamoroso purtroppo, del “laboratorio” politico latinoamericano e sull’assurdità di attribuirne le cause ai complotti dell’imperialismo statunitense scrissi: “La trasfigurazione di un mai ben chiarito ‘socialismo del XXI secolo’ in una cleptocrazia pretoriana in Venezuela, paese ormai sull’orlo del collasso e che rischia seriamente un’invasione e/o una guerra civile qualora certe trame geopolitiche, sociali o finanziarie fuori controllo del governo la rendessero conveniente (o necessaria), è una tragedia per chi ha accompagnato, criticamente, l’evoluzione del processo bolivariano”.1

Sospetto che sia stata questa frase più che il tono generale del pezzo, o l’avere chiamato “vice” di Evo Morales il raffinato intellettuale marxista Álvaro García Linera, come d’altronde è conosciuto affettuosamente dalle sinistre latinoamericane e dall’intera popolazione boliviana, a suscitare la reazione scomposta e priva di argomenti di Carlo Formenti, arrivando persino a sospettarmi di “incitamento all’invasione da parte del regime reazionario della Colombia sostenuto dagli Stati Uniti!?”.2

Lo scenario da me paventato, sciaguratamente, si è presentato il 23 gennaio di quest’anno. Non perché io sia un indovino, uno iettatore o un agente infiltrato della CIA, e meno che mai perché possa vantarmi di essere un analista particolarmente acuto. Ma semplicemente perché, ahimè, era una cosa persino fin troppo ovvia da prevedere per chi mastica un poco di politica internazionale e conosce sul serio, senza paraocchi ideologici di nessun segno, la situazione del Venezuela. Quella situazione, nel bene e nel male, la conosco e la seguo, quotidianamente, almeno dall’inizio del 2007.

Non è questo il momento di spiegare perché sia effettivamente convinto che il “socialismo del XXI secolo” non è mai stato un progetto chiaro (un altro “significante vuoto”, forse, del progressismo latinoamericano?). O, meglio, un progetto nuovo. Né perché l’esperienza concreta delle politiche economiche, produttive e sociali, comprese quelle energetiche, messe in atto dal chavismo dopo il 2005 si sia rivelata fallimentare e in certi casi disastrosa, con sprechi umani e finanziari giganteschi. Non è nemmeno il momento di chiarire, in questa congiuntura, perché abbia affermato senza mezzi termini che qualunque cosa fosse, il “socialismo del XXI secolo” si è rapidamente trasfigurato in una “cleptocrazia pretoriana” dopo la morte di Chávez, con regolamenti di conti interni e faide fra i “legittimi eredi” civili e militari del Comandante, facendo appello ipocritamente a una genuina base di sostegno popolare ogni giorno più esigua e man bassa sottobanco delle risorse del paese.

Chi, senza pregiudizi, conosce la storia globale del Terzo mondo e non solo i suoi mostri ed eroi impacchettati in rassicuranti mitologie e leggende nere utili soltanto ad alimentare l’esotismo metropolitano degli orientalisti di sinistra, dovrebbe immaginare di cosa stia parlando e, soprattutto, sapere che non sto raccontando nulla di nuovo.

Anche per questa ragione non ho mai preso sul serio i terzomondisti della domenica come Formenti che, rispolverando qualche testo di Samir Amin, sembrano credere che si spinge un bottone e…boom! si fa il delinking dal mercato mondiale. I contributi superficiali e fuorvianti su questi temi non sono di nessuna utilità per rinnovare la tradizione politica e intellettuale del terzomondismo con la quale, nonostante tutto, mi sono sempre identificato proprio a partire da un confronto serrato con le tesi che Amin ha difeso con perseveranza fino alla morte. Un confronto originato, tra l’altro, dall’analisi sul campo delle “rivoluzioni bolivariane” che inizialmente invocarono la “desconexión” dal capitalismo. Per lo stesso motivo, non ho mai preso seriamente in considerazione coloro che, sulla scia di Ernesto Laclau, a lungo hanno parlato con disinvoltura di “neo-populismo di sinistra” in America latina senza aver prima fatto i conti con l’esperienza complessa e ambivalente del populismo storico latinoamericano, nonché con la sua pesante eredità.

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Cattiva Reputazione: Il Venezuela è una bomba ad orologeria

Da Semana, 30 gennaio 2019

Ci sono buone probabilità che la questione venezuelana si risolva col comune accordo dei poteri reali: Stati Uniti, Cina, Russia, Alto Comando Militare venezuelano e pochi altri. La Colombia non c’entra nulla. Peggio: potrebbe essere vittima dei suoi pessimi calcoli diplomatici. Continua a leggere

«In Venezuela rischiamo una guerra civile internazionale»

La crisi venezuelana oltre la polarizzazione – Intervista a Emiliano Teran Mantovani

Di Andrea Cegna

Da Effimera

Striscione di solidarietà con il governo venezuelano a Leitza, Spagna: Lo scontro Venezuelano non pare lasciare spazio ad alcuna uscita a sinistra. Una partita che vede in Maduro e Guaidò due protagonisti parziali ma, ad ora, unici “player” davvero in gioco. Il grosso della vicenda si gioca fuori dal Venezuela. In molti infatti temono una “siriazazione” del paese latinoamerico. USA, Cina e Russia e marginalmente l’UE sono interessati alla risoluzione di parte del conflitto. Nessun attore internazionele, a parte Vaticano, Uruguay e Messico hanno mostrato attenzione al popolo venezuelano e ad un uscita il più possibile condivisa e pacifica. La scelta Maduro/Guaidò non è solo ideologica ovviamente, ma rappresenta anche parte dello scontro intercapitalista o neo-imperialista, che vede contrapposti USA e Cina e in subordine soprattutto nel continente la Russia. L’autoproclamazione voluta da Trump di Guaidò è stata una mossa di fatto d’imposizione straniera. L’appoggio della Cina a Maduro pare più legato all’interessi sul debito contratto dal Venezuela con Pechino che un posizionamento ideologico. Non peraltro un confronto basato sull’idea stessa di stato-nazione, cioè una confrontazione utile e necessaria per lo sviluppo del capitalismo stesso. Non possiamo certo dimenticare l’avversione degli USA contro il Bolivarismo che è cosa nota: da 20 anni Washington porta avanti una logorante guerra di bassa intensità prima contro Chavez e ora contro Maduro. Oggi gli errori e le ambiguità nella gestione del potere che Maduro ha portato avanti hanno aperto una breccia percorribile per l’imperialismo nord Americano. La crisi economica del paese è l’accelleratore delle problematiche, e la crisi stessa è stata una delle condizioni viziate e generate dalla guerra di bassa intensità USA. E così le critiche a sinistra a Maduro, le posizioni di ex ministri di Chavez o di parte dei quartieri popolari si perde e si confonde. La prima non è capace di diventare opzione percorribile in parte perchè radicalmente posizionata a sinistra e quindi in collisione con gli interessi delle compagini capitaliste, la seconda mossa da sentimenti di sopravvivenza si somma alle piazza dell’opposizione di destra. La giornata di sabato 2 febbraio, con le due oceaniche manifestazioni di Caracas, una pro e l’altra anti-Maduro non fanno che aumentare l’inconsistenza delle proposte a sinistra. Forse potranno dare forza al dialogo che Uruguay, Messico e Vaticano vorrebbero mediare. Anche se USA e Francia spingono Guaidò.

Ma la critica a sinistra esiste. Per capire come si articola riportiamo l’intervista completa a Emiliano Teran Mantovani, sociologo dell’Università Centrale del Venezuela e Dottorando all’Università Autonoma di Barcellona. Teran Mantovani è tra i sostenitori della necessità che ci sia una consulta nazionale che azzeri ogni potere oggi in campo in Venezuela e che sia il voto popolare a decidere, quindi né Maduro né Guaidò e soprattutto non lo scontro intercapitalista internazionale.

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Come è la situazione in Venezuela in questi giorni?

È forse uno dei momenti più pericolosi nella storia contemporanea del Venezuela, in cui si mescolano un gigantesco scontento sociale contro il governo di Maduro, a cui ha risposto con una repressione vista solo in tempi di dittatura. Una crisi economica, forse senza precedenti nella storia di tutta l’America Latina, che mantiene le persone in una situazione di precarietà tipica dei tempi di guerra. Un’opposizione che è stata molto screditata e divisa, ma che con le nuove mobilitazioni prende ossigeno, ora guidata dai settori più radicali della destra (il partito Volontà Popolare in alleanza con gli Stati Uniti e i governi di destra più rancidi del continente). C’è il rischio dell’istituzione di uno Stato parallelo, che può essere accompagnato dalla divisione delle fazioni delle forze armate, o dalla penetrazione di corpi armati nel paese, sarebbe una guerra civile internazionale con incalcolabili conseguenze. Non solo per il Venezuela, ma per tutta la regione. Con il governo di Maduro non sembra, tuttavia, possa esserci fine alla violenza, e non possiamo così escludere l’organizzazione di una guerra per deporlo. Se accadesse sarebbe organizzata contro gli interessi del popolo e per imporre un processo di ristrutturazione economica neoliberale con forme di governo altamente repressive. Vi sono possibilità di una soluzione negoziata che eviti l’esondazione di un conflitto armato, il tutto dipende dai possibili soggetti della negoziazione. Un negoziatore internazionale affidabile potrebbe articolare la risoluzione. Sicuramente la situazione attuale prevede un cambiamento imminente nel breve periodo.

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Venezuela: sullo sfondo del golpe, le contraddizioni di fondo del modello bolivariano

Da Radio Blackout

L’autoproclamazione di Guaido dà una brusca accelerazione alla crisi venezuelana e ne svela la verità conclamata: un’operazione eterodiretta dagli USA, interessati al controllo di uno dei più importanti pozzi petroliferi del mondo su cui si stava addensando gli interessi cinesi. Nella protesta si mischiano però anche istanze di resistenza di una parte della base storica dello chavismo nonché l’esaurimento di un modello di sviluppo basato sul petrolio che ha reso il Venezuela particolarmente esposto alle congiunture internazionali legate al prezzo del greggio e quindi alle ingerenze della varie potenze imperialiste.

Ne abbiamo chiacchierato con uno dei redattori di lamericalatina.net.

Qui il PODCAST!

 

Venezuela in un vicolo cieco

Nel tentativo dicontribuire, in questo momento drammatico per il Venezuela, a capire meglio certi aspetti della sua crisi, proponiamo la traduzione di un articolo dell’economista “chavista critico” Temir Porras Ponceleón sulle origini e l’evoluzione della crisi economica venezuelana, soprattutto nel periodo di governo di Nicolás Maduro. Per altri contributi da noi pubblicati sul Venezuela, vedere qui.

Di Temir Porras Ponceleón*

da Le Monde Diplomatique Argentina

12/01/2019

Il periovenezuela.pngdo in cui Hugo Chávez ha tenuto in mano le redini del Venezuela (1999-2013) è stato un periodo di conquiste indiscutibili, tra cui la maggiore è stata la riduzione della povertà. Il chavismo può anche vantare risultati più che rispettabili in aree meno prevedibili, come la crescita economica: il Prodotto Interno Lordo (PIL), per esempio, si è quintuplicato tra il 1999 e il 2014 (1). Sicuramente questo spiega i numerosi trionfi elettorali e la longevità della sua egemonia politica. Questo contesto ha permesso di rifondare istituzioni ormai marce attraverso un processo costituente aperto e partecipativo, ricorrendo nel frattempo in maniera sistematica al voto popolare – a tal punto che l’ex presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha dichiarato che in Venezuela “ci sono elezioni tutto il tempo, e quando queste non sono previste, Chávez se le inventa”-. A livello regionale, la Rivoluzione Bolivariana ha contribuito a a rendere possibile la “marea rossa” che ha conquistato la regione nel primo decennio del secolo (2) e ha portato al potere attraverso elezioni forze progressiste, spesso per la prima volta nella storia di paesi che parevano finalmente intenzionati a smettere di essere il “cortile di casa” degli Stati Uniti.

Ció nonostante, la morte di Chávez (a 58 anni, nel marzo del 2013) e la transizione politica che ha portato al potere il suo successore Nicolás Maduro nelle elezioni presidenziali anticipate del 14 di aprile del 2013, hanno inaugurato un nuovo periodo. E hanno imbrogliato le carte.

Dal 2014 il Venezuela attraversa la crisi economica più grave della sua storia, che non solo ha provocato una situazione di disagio sociale, ma ha anche contribuito ad aumentare la polarizzazione politica che caratterizza il paese da ben due decenni. Si è già alzato un muro divisorio tra il governo e l’opposizione che mette a rischio il funzionamento delle istituzioni del 1999.

Il carattere eccezionale di questa crisi si deve anche alla sua durata e intensità. Nel 2018 il Venezuela sta registrando il suo quinto anno consecutivo di recessione economica, con una contrazione del PIL che potrebbe raggiungere il 18%, dopo una caduta tra l’11 e il 14% nel 2017. Visto che lo Stato venezuelano non pubblica dati macroeconomici dal 2015 alcuni pensano che gli organismi internazionali come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) o i grandi istituti finanziari privati dipingano un panorama più oscuro per via di pregiudizi ideologici. Tuttavia, le cifre governative che si sono filtrate confermano una caduta del PIL del 16,5% nel 2016 (3). Tra il 2014 e il 2017, la contrazione accumulata dell’economia si stabilizzerebbe, così, ad almeno il 30% (4), una caduta paragonabile a quella degli Stati Uniti tra il 1929 e il 1932 durante la Grande Depressione.
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Il tentativo di golpe in Venezuela e come si è arrivati fino a qui

Riprendiamo un articolo di Radio Città Fujiko con intervista radio al nostro redattore Pérez Gallo. Qui il PODCAST!

Le cause e le tappe della crisi prima economica e ora istituzionale in Venezuela.

di Alessandro Canella
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L’autoproclamazione a presidente di Juan Guaidò e l’appoggio instantaneo di Paesi come gli Usa di Trump e il Brasile di Bolsonaro rappresentano un tentativo di golpe in Venezuela. Più complessa e articolata l’analisi di come si sia prodotta questa situazione e il presidente Maduro non è esente da responsabilità. La corrispondenza di Perez Gallo.

La situazione istituzionale del Venezuela sembra precipitata nelle ultime 24 ore, da quando il presidente dell’Asamblea Nacional, Juan Guaidò, si è autoproclamato presidente ad interim fino a nuove elezioni, ottenendo l’appoggio di attori internazionali del calibro degli Usa di Trump, del Brasile di Bolsonaro, del Canada di Trudeau, insieme a storici “rivali” latinoamericani del Venezuela, come la Colombia.
L’Asamblea Nacional del Venezuela è controllata per i due terzi dalle opposizioni, ma il Tribunale Supremo venezuelano aveva dichiarata illegittima l’assise.

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