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NarcoGuerra messicana: la violenza continua e il popolo imbraccia i fucili

9. Tierra caliente de Michoacan Federali e  Autodefensasdi Fabrizio Lorusso (Estratto dal libro “NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga”, Ed. Odoya, 2015)  (Da NARCOMAFIE)

“La guerra alle droghe” nasce negli USA nel 1971 durante la presidenza di Richard Nixon, quando s’inasprisce la politica di criminalizzazione e mano dura applicata internamente e all’estero. Le Americhe si tingono di rosso, gli omicidi s’impennano, il continente diventa il più violento del mondo, soprattutto a sud. Quando, dopo il 1989, cadono l’Unione Sovietica e gli altri regimi a economia pianificata, gli Stati Uniti modificano il loro discorso. La guerra contro le droghe ritorna in auge, il pericolo non sono più i “comunisti” ma i “terroristi” o i “narco-terroristi”, a seconda dei casi, e trionfa la retorica anti-droghe e anti-terrorismo come asse di legittimazione degli interventi militari e delle ingerenze politiche internazionali americane.

Nel nuovo millennio, a sud del Rio Bravo, la narcoguerra che l’ex presidente Calderón (2006-2012) ha lasciato in eredità al suo successore, Peña Nieto, ha creato in pochi anni una nuova mappa del crimine in Messico, con un quadro più frammentato in cui, però, predominano due grandi gruppi delinquenziali: il cartello di Sinaloa, che pare addirittura essersi rafforzato e che comunque ha uno dei suoi leader storici, El Mayo Zambada, in libertà, e gli Zetas, egemonici nel corridoio che collega il Guatemala al Tamaulipas e al Texas orientale passando per gli stati di Veracruz, Tabasco e Chiapas.

Gli Zetas sopravvivono, nonostante il presunto abbattimento del loro capo storico, Heriberto Lazcano, e l’arresto del suo vice e rivale Miguel Treviño Morales, alias “Z-40”, nel 2013. Il 4 marzo 2015 l’esercito e la polizia federale hanno arrestato anche il boss “Z-42”, Oscar Omar Treviño Morales, che era rimasto a capo dell’organizzazione. Su di lui gli USA avevano messo una taglia di 5 miliardi di dollari. L’ennesima cattura di uno dei leader degli Zetas è arrivata proprio durante la visita di stato del presidente Enrique Peña Nieto in Gran Bretagna all’inizio di marzo di quest’anno. Un tempismo efficace. A volte basterebbe studiare l’agenda politica internazionale del presidente per riuscire a prevedere la cattura di un trafficante importante.

Anche “La Tuta”, nome di battaglia del capo del cartello dei Caballeros Templarios, Servando Gómez, è caduto nelle mani della polizia giustamente alla vigilia del viaggio di Peña, il 27 febbraio 2014. Il vecchio cártel de Tijuana dei fratelli Arellano Félix e i Caballeros Templarios nel Michoacán sono ancora operativi, nonostante la cattura dei loro principali leader storici, mentre il gruppo dei Beltrán Leyva ha perso influenza, pur mantenendosi in affari nella zona del Pacifico, o s’è frammentato, soprattutto nel Guerrero, dove sono nate nove bande diverse dalla scissione del cartello originario.

L’aumento della domanda internazionale di stupefacenti negli ultimi sette o otto anni, malgrado la discesa della popolarità della cocaina nel mercato americano, ha aperto spazi per la nascita e, in alcuni casi, per la rapida estinzione di nuovi gruppi criminali. Le sanguinose diatribe tra i cartelli e la spettacolarizzazione inusitata della violenza non sono stati dei deterrenti per gruppi come il Jalisco Nueva Generación, di cui fanno parte i Mata-Zetas (“Ammazza-Zetas”) e che oggi sperimenta una crescita senza precedenti, l’Independiente de Acapulco, la Familia Michoacana, i Los Rojos, i Guerreros Unidos, i Caballeros Templarios (“Cavalieri Templari”), la Mano con Ojos (“Mano con gli occhi”), la Resistencia e quello del Pacífico Sur. Quest’ultimo rappresenta una scissione in seno al dominante cartello di Sinaloa per la guerra scatenata oltre sette anni fa al suo interno tra il clan dei fratelli Beltrán Leyva e i fedeli del “Chapo” Guzmán e compagni. Una situazione esplosiva e complicata cui alcuni gruppi di cittadini fanno fronte imbracciando le armi.

Messi di fronte alle assenze e connivenze statali, alcune comunità, in particolare nelle regioni più arretrate e in balia della violenza come il Guerrero, l’Oaxaca, il Chiapas e il Michoacán, si sono sollevate in armi. Hanno impugnato i fucili, o meglio i mitragliatori ak-47 e le bombe a mano, per formare gruppi di autodifesa e polizie comunitarie che lottano per quel poco che gli resta da difendere, cioè la vita e la sicurezza delle loro famiglie, e per proteggersi dalle angherie dei narcos. In alcuni casi, però, gli stessi membri della criminalità organizzata si confondono tra gli autodenfensas.

autodefensasAd esempio, il gruppo criminale dei Caballeros Templarios, nel Michoacán, è nato nel 2010 da una scissione della Familia Michoacana e, dopo essersi guadagnato un relativo consenso nella popolazione locale per aver cacciato gli Zetas dalla regione, ha cominciato a esercitare un potere più spietato e sanguinario dei suoi predecessori. La situazione è complessa e instabile. I gruppi di autodifesa, nati in gran parte dopo il febbraio 2013, sono numerosi ed eterogenei: ci sono organizzazioni popolari più genuine e preesistenti, vicine alla tradizione dell’autonomia indigena e delle polizie comunitarie previste dalla Costituzione, come quella di Cherán nel Michoacán, e organizzazioni più recenti, come le autodefensas di Tepalcatepec sorte il 24 febbraio 2013 e smobilizzate un anno dopo, che provano a riempire i vuoti lasciati dal governo. Ma ci sono anche gruppi che rischiano di avvicinarsi sempre più al modello paramilitare colombiano, finanziati almeno in parte da imprenditori locali e tollerati dallo stato, e poi altri che sono stati accusati di avere vincoli e infiltrazioni con narcotrafficanti di regioni limitrofe.

Centomila morti legati alla narcoguerra, ventiseimila desaparecidos e duecentottantamila rifugiati, ossia persone obbligate ad abbandonare la loro casa per via del conflitto, hanno fatto raggiungere al capitolo messicano della guerra mondiale contro le droghe, lanciata dagli Usa oltre quarant’anni or sono e riproposta ciclicamente, le proporzioni di una tragedia umanitaria senza precedenti. Ciononostante, non ci sono segnali di cambiamento nella strategia. Buona parte della stampa messicana, che segue a ruota la propaganda ufficiale, si dedica a creare distrazioni di massa per occultare la realtà.

Nei primi mesi del ritorno al potere del PRI, nel 2013, i messaggi confusi e contraddittori sulla creazione di una gendarmeria nazionale e l’avvio dell’Agenzia per le Indagini criminali (Agencia Federal de Investigación) all’interno della Procura generale della Repubblica (PGR) non lasciavano intravedere nessuna novità. Nel 2014 la gendarmeria è stata finalmente creata, ma di fatto non c’è stato un impatto sostanziale nella narcoguerra. Per affrontare la sfida rivolta allo stato dai gruppi di autodifesa, invece, è stato nominato un commissario per la sicurezza del Michoacán, Alfredo Castillo. Nei primi mesi del 2014 Castillo ha provato a controllare la situazione, senza troppo successo.

Di fatto le autodefensas spuntavano come funghi e prendevano il controllo di un comune dopo l’altro per “ripulire” l’intera zona dai narcos. Nel marzo 2014 Manuel Mondragón, responsabile della sicurezza nazionale dipendente dal ministero degli Interni, è stato sostituito da Monte Alejandro Rubido, vecchio lupo di mare gradito a tutti i partiti. Il progetto della gendarmeria è stato ridimensionato e non si parla più di centomila uomini ben addestrati, ma solo di un corpo d’élite di cinquemila unità. Le priorità, come sempre, sono dettate dalla congiuntura, dalla successione e ripetizione di crisi di sicurezza e governabilità come l’impennata dei sequestri di persona e delle estorsioni negli ultimi mesi o la perdita di controllo in territori del Centro-Nord.

A livello ufficiale prevale una strategia fatta di silenzi e disinformazione mentre le forze armate continuano a svolgere le loro operazioni sul territorio come prima. La copertura dei media s’è allontanata progressivamente dalle tematiche vincolate alla (in)sicurezza. Il gigantismo burocratico e il caos amministrativo interessano da dentro il ministero degli Interni, la Secretaría de Gobernación, da quando alle dipendenze del ministro a essa preposto, Miguel Ángel Osorio Chong, s’è aggiunto anche il vecchio ministero della Pubblica Sicurezza (Secretaría de Seguridad Pública, SSP). Dopo cinque mesi di governo, nell’aprile 2013, il ministro Osorio Chong dipingeva nelle sue dichiarazioni un Paese presumibilmente più sicuro, con una discesa del 17% degli omicidi associati alla criminalità organizzata e un 25% in meno di denunce per sequestro di persona. Ma la realtà era un’altra. I dati sui sequestri di persona e sulle estorsioni erano in aumento, un 27,5% in più dopo 8 mesi di governo.

Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)

Il Consiglio cittadino per la Sicurezza pubblica e la giustizia penale, associazione della società civile, ha denunciato l’aumento dei rapimenti nel 2013, anche senza considerare tutti quei delitti che non vengono denunciati, e i sequestri di migranti che arrivano alla cifra di 23.000 all’anno. L’allarme lanciato dalla ONG è preoccupante ed è in linea anche con le analisi del settimanale di Tijuana Zeta che, incrociando i dati di varie fonti ufficiali per contrastare la propaganda governativa, ha calcolato 13.775 assassinii riconducibili alla criminalità organizzata nei primi otto mesi di governo. In dicembre la cifra superava quota 17.000 e a febbraio 2014 il conteggio arrivava a 23.640 morti. In ottobre, dopo i primi ventitré mesi d’amministrazione Peña, la cifra superava le 42.000 unità. Quindi, nel 2011, penultimo anno del presidente Felipe Calderón, gli omicidi furono 24.068, nel 2012 furono 20.571 e nel 2013 20.156, secondo la ricerca di Zeta. Il tasso ogni centomila abitanti è passato da 8 a 24 in quattro anni, dal 2007 al 2011. Il 13% di questi omicidi si concentra nello stato più violento del Messico, l’Estado de México, il distretto amministrativo che circonda la capitale. I dati del maggio 2015 parlano anche di una cifra accumulata di 26mila desaparecidos e 281mila rifugiati interni per il conflitto.

Nell’ottobre di due anni fa la direttrice per la Sicurezza dell’OAS (Organizzazione degli Stati Americani), Paulina Duarte, ha sottolineato il potenziale di «minaccia per la stabilità e la qualità delle democrazie in questa regione» che è rappresentato dal crimine organizzato in America Latina, e infatti «si nota quanto siano vulnerabili le istituzioni e l’incapacità dello stato di mitigarlo». Duarte ha evidenziato come non si tratti di un semplice problema di presenza armata, quanto di natura politica ed economica, visto che ci sono cartelli che dominano interi territori e svolgono le funzioni dell’autorità fiscale e di polizia, sviluppando poteri alternativi a quelli statali e un’economia illecita integrata. Il caso degli studenti desaparecidos di Ayotzinapa ha inoltre evidenziato la collusione o completa sovrapposizione di alcune strutture dello stato messicano e della polizia con la criminalità organizzata.

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Nasce la Celac, Comunità di Stati Latinoamericani

[Questo articolo è uscito sul quotidiano L’Unità del 7 dicembre 2011] Il 2 dicembre scorso è nata a Caracas la Comunità di Stati Latino-Americani e Caraibici (Celac), un’organizzazione di 33 paesi dell’America Latina che, considerati nell’insieme, costituiscono il terzo blocco economico mondiale. Per la prima volta, dopo 2 giornate di riunioni tra presidenti e diplomatici, tutti gli stati della regione si sono uniti senza la partecipazione degli Stati Uniti e del Canada in un patto che coinvolge 550 milioni di persone. Le Celac è l’evoluzione del Gruppo di Río, un meccanismo permanente di consultazione politica nato nel 1986, e della Calc, la conferenza regionale su integrazione e sviluppo che quest’anno è stata organizzata dal Presidente venezuelano Hugo Chávez con il fine di  approfondire l’integrazione tra i paesi partecipanti.

Al termine delle sessioni Chávez ha trasmesso la presidenza annuale della neonata Comunità al suo omologo cileno, Sebastián Piñera, che preparerà il suo primo vertice ufficiale nel 2012. E’ stata approvata una Dichiarazione finale e 18 comunicati su temi come l’embargo a Cuba, il narcotraffico, il commercio sud-sud, la difesa della democrazia e dei migranti. L’intenzione è favorire “l’integrazione economica, politica, sociale e culturale” in autonomia rispetto alla OSA, l’Organizzazione degli Stati Americani che storicamente ha retto le relazioni continentali secondo le linee del panamericanismo statunitense.

“Dobbiamo vedere l’Unione Europea come un modello di quello che bisogna fare ma anche di quello che non funziona”, ha dichiarato Cristina Fernández, presidentessa dell’Argentina. “Abbiamo l’opportunità storica di essere protagonisti del XXI secolo” – ha continuato – “con alleanze non solo economiche ma anche politiche”. L’America Latina è riuscita a portare il tasso di povertà al minimo storico del 30% della popolazione nel 2011, ma resta la zona con più disuguaglianze al mondo per l’enorme gap tra ricchi e poveri, quindi l’integrazione “alla europea” è una proposta allettante, inseguita da decenni ma mai realizzata.

La Celac nasce con un ampio consenso, ma è priva di organi permanenti e meccanismi efficaci per le decisioni, prese solo all’unanimità. Si stabiliscono due riunioni annuali dei ministri degli esteri e una dei capi di Stato, oltre alla formazione di gruppi di lavoro per proporre un’integrazione più profonda, ma resta lontana l’idea di un vero blocco commerciale o doganale e non ci sono proposte politiche più concrete al momento. Il testimone passa ai singoli governi che hanno l’arduo compito di dare forma ai principi generali approvati a Caracas in attesa della prossima riunione a Santiago del Cile. Altro articolo, Limes qui.

Haiti ha un nuovo presidente

Secondo i risultati preliminari del Consiglio Elettorale di Haiti il popolare cantante Michel Martelly, cinquantenne amico del rapper haitiano-americano ed ex Fugees Wyclef Jean, è il nuovo presidente del paese caraibico con il 67% delle preferenze (circa 717mila voti). Il candidato del partito Risposta Contadina, conosciuto anche col nome d’arte di Sweet Micky, ha sconfitto al ballottaggio la costituzionalista ed ex first lady Mirlande Manigat (settantenne, del partito Unione dei Democratici Nazionali Progressisti) che ha ottenuto il 31% dei voti mentre l’affluenza alle urne è stata inferiore al 30%. Infatti su circa 4 milioni di aventi diritto, ha votato poco più di un milione di persone. Qualche centinaio di sostenitori di Martelly s’è riversato per le strade della capitale Porto Principe per manifestare soddisfazione e festeggiare la vittoria di un personaggio che ha saputo promuoversi come “la novità”, “il presidente del popolo”. In realtà era il più comodo e gestibile per Washington che controlla il gioco delle donazioni e dei fondi per la paventata e immobile “ricostruzione”. Il 28 novembre scorso s’era svolto il primo turno elettorale in mezzo a proteste e denunce di brogli. L’Organizzazione degli Stati Americani (OAS), praticamente controllata dagli Stati Uniti, aveva raccomandato l’esclusione del candidato arrivato secondo dietro alla Manigat, Jude Celestin, in favore di Martelly. La decisione del Comitato Elettorale haitiano non tardò ad arrivare e Micky tornò in lizza in seguito alla “rinuncia” di Celestin, un candidato sostenuto dal governo uscente del presidente Renè Preval. Evel Fanfan, esponente della società civile e presidente dell’associazione di avvocati per i diritti umani Aumohd a Porto Principe, ha espresso inquietudine e preoccupazione. “Dico solo che la società haitiana si trova sull’orlo del precipizio, sulla punta d’immoralità più pericolosa della sua storia – ha dichiarato commentando i risultati – e i bambini di Haiti chiederanno ai loro padri e madri dove si trovavano durante queste elezioni. Perché un uomo come Sweet Micky accede al potere come primo cittadino?”. Non si riferisce solo alla popolarità mediatica, alla scarsità di proposte concrete e al populismo che accompagnano il nuovo presidente ma anche alla sua presa carismatica sulle masse, sopratutto tra i giovani, che lo vedono come un idolo lontano dalla politica e dall’establishment tradizionale. Nulla di più falso.

Dopo l’esclusione della pop star Wyclef Jean dalla corsa alle presidenziali, decretata l’agosto scorso per la mancanza del requisito della residenza ad Haiti negli ultimi 5 anni, è subentrato il suo amico Michel, sostenuto dai gruppi conservatori legati agli interessi americani e canadesi che da sempre hanno trattato le isole dei Caraibi alla stregua di possedimenti d’oltremare. Dopo il terremoto del 12 gennaio 2010 che ha fatto oltre 250mila vittime, un’epidemia di colera che s’è portata via più di 5000 persone e le grandi promesse disattese della comunità internazionale, per Haiti la vittoria di Martelly, che sarà dichiarato ufficialmente presidente il prossimo 16 aprile con la pubblicazione dei risultati definitivi, suscita più dubbi che speranze. Il partito di maggioranza Unité dell’attuale presidente Preval manterrà probabilmente la sua influenza in parlamento e quindi la prospettiva della coabitazione è concreta e rischia di generare instabilità. Lo Stato e i suoi palazzi vanno ancora ricostruiti e il pericolo di rifarli uguali a prima (o peggio) è oggi molto più forte.

Da Ciudad Juarez alla guerra sucia: prime condanne contro il Messico

Con una storica e attesa sentenza, l’11 dicembre scorso, la Corte Interamericana dei Diritti Umani, composta da sei magistrati e inserita nel sistema dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), ha condannato lo Stato messicano per avere violato il diritto alla vita, all’integrità fisica e alla libertà personale dato che non ha indagato adeguatamente e ha discriminato attivamente i diritti di 3 vittime d’omicidio, Esmeralda Herrera, 15 anni all’epoca dell’assassinio, Claudia Gonzalez, di 20, e Berenice Ramos di 17, e dei loro familiari. Seguendo questa linea la Corte ha emesso il 16 dicembre un’altra sentenza emblematica relativa ai crimini statali commessi durante la guerra sporca (guerra sucia) degli anni settanta contro la popolazione di molte zone del paese.

La sentenza è inappellabile e riguarda appunto i casi citati di “femminicidio” che risalgono al novembre del 2001 quando insieme alle tre vittime furono ritrovati altri 5 corpi nel terreno conosciuto come “campo algodonero”. (campo di cotone) Si tratta di una tipologia di violenza molto comune nel nord del Messico e lungo la frontiera con gli USA per cui vengono violentate, sequestrate e uccise prevalentemente donne giovani in età lavorativa o anche adolescenti. Si può trovare il testo integrale della sentenza alla pagina www.corteidh.or.cr.

Cos’è il feminicidio? Il sito molto attivo dedicato alle questioni di genere http://www.nosotrasenred.org/index.html lo caratterizza come un neologismo che si riferisce agli assassinii contro le donne a causa del loro genere, una sorta di genocidio ai danni delle donne quindi distinto dal termine omicidio per esigenze politiche, linguistiche e sociali di differenziazione. Viene dalla traduzione dei vocaboli inglesi feminicide o gendercide, introdotti da Jill Radford e Diana Russell con il libro Femicide: The Politics of Woman Killing, del 1992, così come da Mary Anne Warren nel 1985 con il suo libro Gendercide: The Implications of Sex Selection. A Ciudad Juarez, città con oltre un milione di abitanti che è anche uno dei comuni più violenti di tutto il paese, sono oltre 600 le donne uccise dalla metà degli anni novanta ad oggi e l’impunità regna sovrana in quasi tutti questi casi. La sentenza della Corte arriva quindi dopo molti anni a sanzionare un comportamento complice dello Stato messicano e in particolare dell’autorità locale dello Stato di Chihuahua e dei vari governatori che lo hanno retto negli ultimi 15 anni.
L’atteggiamento lassista nei confronti dei crimini contro le donne (ricordiamo che fino a qualche anno fa, e probabilmente ancora oggi, l’uomo accusato di stupro godeva di sostanziose attenuanti se la vittima portava i jeans o se camminava da sola per la strada con atteggiamento equivoco o in minigonna, eccetera) e la connivenza delle autorità con il narcotraffico costituiscono forse i fattori principali che alimentano la spirale di violenza in certe zone calde del Messico.

Infatti i problemi della più lunga frontiera del mondo tra un paese in via di sviluppo con 110 milioni di abitanti e circa 60 milioni di poveri, il Messico, e il mercato più ricco e grande del mondo rappresentato dagli Stati Uniti si fondono in queste zone con quelli causati dalla delinquenza organizzata che traffica droga, persone e merci ed è in guerra con uno Stato messicano corrotto che per combattere ha deciso di impiegare massicciamente l’esercito e la polizia, la retorica e la paura, anziché puntare su strumenti più lungimiranti come lo sviluppo economico e del lavoro, i programmi sociali, il rispetto delle garanzie e lo stato di diritto, la cultura della legalità e le politiche di contenimento o di liberalizzazione della domanda e dell’offerta nazionale ed estera di stupefacenti.

Sono state riscontrate irregolarità nelle fasi preliminari delle indagini così come nelle successive in per cui lo Stato messicano e il potere giudiziario devono farsi responsabili dell’impunità di cui godono i colpevoli e vengono condannati a continuare con le ricerche e risarcire i parenti delle vittime economicamente con ingenti somme di denaro e moralmente con cerimonie pubbliche e la costruzione di monumenti per le vittime. La sentenza risulta importante chiaramente non solo per il caso specifico quanto perché stabilisce un precedente autorevole ed evidenzia le colpe dello Stato e indirettamente del sistema politico a vari livelli per quanto riguarda il perpetuarsi dei crimini e della violenza contro centinaia di donne. Già nel 2003 si parlava infatti di oltre 300 assassinii comprovati e 500 sparizioni per motivi di genere dato che interessavano donne. Le ipotesi avanzate dalla stampa nei primi anni circa la presenza di un “mostro di Juarez” o di un serial killer non hanno retto nonostante gli sforzi dei media e del governo di far passare questa strage silenziosa come un fatto di cronaca che sarebbe durato poco. Spesso le vittime della delinquenza si ritrovano quasi sotto accusa o si sentono rispondere con estrema e crudele sufficienza dato che le autorità statali propiziano la criminalizzazione della denuncia e del dissenso civile attraverso un mix esplosivo di inazione, corruzione e indifferenza che porta intere famiglie alla disperazione o, nel migliore dei casi, a saltare le istituzioni locali o nazionali per rivolgersi a istanze superiori.

Le omissioni e le omertà delle autorità vengono quindi oggi sanzionate internazionalmente mentre lo stesso governo nazionale non ha saputo giudicarsi o riformarsi adeguatamente. La cultura retrograda e maschilista di alcune zone del paese, la violenza diffusa in certi contesti sociali e regionali, la presenza dei cartelli del narcotraffico e delle tensioni tipiche del confine con gli USA, la connivenza delle autorità politiche con gli stessi cartelli e con le bande di delinquenti che lo tengono come alleato in scacco, la corruzione delle forze dell’ordine e le crescenti possibilità di lavoro e autosufficienza delle donne impiegate nella fabbriche maquiladoras che ne fanno delle “ragazze emancipate” sono alcuni elementi che chiariscono il fosco e adulterato panorama dipinto in questi anni dalla propaganda ufficiale. Consiglio al riguardo la visione del documentario Preguntas sin respuestas di Rafael Montero
(http://www.imcine.gob.mx/DIVULGACION/CIRCUITOS/HTML/LARGOS/05/pdf/Preguntas_sin_respuesta.pdf e http://noticias.kinoki.org/el-documental-preguntas-sin-respuestas-los-asesinatos-y-desapariciones-de-ciudad-jurez-estar-acabado-para-finales-de-ao/ ).

A partire da questa sentenza il problema principale sarà la storica inerzia istituzionale e l’apatia delle autorità per adempiere quanto viene loro imposto. Il Ministero degli Interni messicano ha sottolineato come molte della azioni stabilite dalla sentenza della Corte siano già state implementate e ha solamente affermato che “studierà attentamente la sentenza e farà gli sforzi necessari per il suo adempimento”. La freddezza della dichiarazione supera solamente la sua brevità. Un altro elemento negativo per le famiglie interessate direttamente dal provvedi mento della Corte Interamericana è la recente nomina a Procuratore Generale della Repubblica di Arturo Chavez che ha sostituito il celebre e discusso Medina Mora, ora ambasciatore a Londra, e che è stato procuratore proprio nello Stato di Ciudad Juarez, il Chihuahua, tra il 1996 e il 1998, anni non esattamente propizi e positivi per quel che riguarda i feminicidios e l’applicazione della legge, anzi sembra che l’ex procuratore di quella regione sia stato più volte segnalato tra i funzionari poco trasparenti e che ostruivano le indagini su questi crimini. Quindi le organizzazioni che sostengono e portano avanti il caso del “campo algodonero”, come la CEDIMAC (Centro per lo Sviluppo Integrale della Donna), stanno progettando di integrare l’anno prossimo un comitato di esperti messicani e stranieri che possano supervisionare le condizioni e i progressi per l’adempimento da parte dello Stato messicano alla sentenza della Corte Interamericana la quale, da parte sua, comincerà un processo di controllo simile. La sentenza dovrebbe quindi servire, nelle speranze degli attori sociali coinvolti e dei familiari, a migliorare la trasparenza di tutto l’apparato di amministrazione della giustizia ed anche a spingere sempre più famiglie e organizzazioni a presentare il conto allo Stato per le sue incapacità strutturali.

Proprio in questi giorni, dopo 35 anni di attesa, è stata fatta giustizia anche nei confronti dei familiari e della memoria di un noto attivista, il professor Rosendo Radilla Pacheco, compositore di numerose canzoni dette corridos in onore di Lucio Cabañas, il più importante e leggendario guerrigliero degli anni 70 nella regione di Atoyac, Stato di Guerrero, a cento chilometri da Acapulco. La Corte Interamericana ha condannato il Messico della sparizione forzata (desaparicion) del maestro Rosendo Radilla che veniva accusato di sostenere il movimento di ribellione popolare capeggiato da Cabañas. La soppressione dell’attivismo politico o semplicemente delle basi di appoggio passive nelle “zone calde” passava attraverso la cosiddetta guerra sucia o guerra sporca dello Stato messicano contro i “residui” e i movimenti generatisi dopo la tragica repressione del 2 ottobre 1968. In quella data, poco prima delle Olimpiadi messicane, l’esercito uccise oltre 300 manifestanti stipati nella centrale Piazza di Tlatelolco a Città del Messico durante un’operazione repressiva pianificata dalle alte sfere governative che aveva la funzione di sopprimere la protesta studentesca e operaia in favore della democratizzazione del sistema politico egemonico retto dal partito unico PRI (Partido Revolucionario Institucional) e maggiori diritti sociali.
Anche qui l’importanza della decisione trascende il singolo caso. Infatti la Corte ha riconosciuto chiaramente il drammatico contesto storico dei crimini di lesa umanità degli settanta in Messico grazie alle sue ricerche che, tra varie fonti, ha fatto ampio uso di in un rapporto poco conosciuto e venuto alla luce qualche anno fa grazie ai lavori di una commissione speciale (FEMOSPP, Fiscalia Especial para Movimientos Sociales y Politicos del Pasado) istitutita dal presidente Vicente Fox che si occupava di studiare i crimini statali del passato (a questo link il rapporto:
http://www.gwu.edu/~nsarchiv/NSAEBB/NSAEBB180/index.htm). Nulla successe in seguito alla pubblicazione di questo rapporto nel 2006 e quindi la decisione della Corte viene a rompere il silenzio su una serie di crimini che l’opinione pubblica messicana (e italiana?) tendono a dimenticare e ad associare a realtà più lontane e meridionali come l’Argentina, il Cile o il Brasile.
Il Ministero degli Interni ha replicato che la sentenza inappellabile della Corte sarà rispettata dati gli impegni internazionali sottoscritti dal paese e l’obbligatorietà giuridica e quindi si prevede il pagamento di 238mila dollari come risarcimento ai familiari della vittima oltre all’implementazione di un’indagine adeguata sul caso Radilla Pacheco e l’aggiornamento del quadro legale nazionale in tema di risarcimento e riparazione del danno da parte dello Stato. Inizialmente durante le fasi di elaborazione della sentenza la posizione ufficiale del ministero considerava eccessivo che si indagassero crimini risalenti a un’epoca così diversa e lontana. Invece bisogna sottolineare come l’impunità strutturale nel paese resti comunque un problema diffuso e importante che in un certo senso continua ad accomunare il Messico di oggi a quello di ieri nonostante gli sforzi del discorso ufficiale cerchino di costruire un’immagine ideale di ordine, trasparenza e legalità che raffiguri un Messico profondamente diverso da quello di 30 o 40 anni fa. Siamo ancora a metà strada.

Da: http://www.carmillaonline.com

http://latinoamericaexpress.blog.unita.it//

Con una storica e attesa sentenza, l’11 dicembre scorso, la Corte Interamericana dei Diritti Umani, composta da sei magistrati e inserita nel sistema dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), ha condannato lo Stato messicano per avere violato il diritto alla vita, all’integrità fisica e alla libertà personale dato che non ha indagato adeguatamente e ha discriminato attivamente i diritti di 3 vittime d’omicidio, Esmeralda Herrera, 15 anni all’epoca dell’assassinio, Claudia Gonzalez, di 20, e Berenice Ramos di 17, e dei loro familiari. Seguendo questa linea la Corte ha emesso il 16 dicembre un’altra sentenza emblematica relativa ai crimini statali commessi durante la guerra sporca degli anni settanta contro la popolazione.

Denunciano l’insuccesso delle elezioni in Honduras e la repressione alla resistenza

 

 

Segundo Golpe de Estado en Honduras- Fabricio EstradaII colpo di Stato in Honduras – del poeta Fabricio EstradaTestimonianze della giornata elettorale di domenica 29 novembre in Honduras: astensionismo, resistenza, repressione

Domingo, Noviembre 29, 2009 – 18:47

El domingo amanece al mismo ritmo del 28 de junio. Los helicópteros baten la luz tranparentemente engañosa. Por la madrugada, los golpistas de la Alcaldía Municipal han lanzado una quema de pólvora para “iniciar la fiesta”.

Se comienzan a recibir las transmisiones y los periodistas del golpe visten sus frases con trajes de satre bien cortados y florecitas elegantes en el pecho. Rodrigo Won Arévalo, el siniestro personaje de Abriendo Brecha y Canal 10 es de los primeros en aparecer dando sus votos de fidelidad al Golpe de Estado. Sin césar, los reporteros repiten que esto es histórico y que la afluencia es masiva, sin embargo, las tomas dicen otra cosa: la gente que llega a los centros de votación que se muestran, son los típicos “blanquitos” que enajenan a la opinión pública, y es por eso que las transmisiones se dan desde lugares de clase media alta.

La población del voto duro eterno se dirige a cuenta gotas hacia las escuelas e institutos dispuestos y a pesar de ello no parecen ser suficientes como para saciar las necesidades básicas de los golpistas, seres extrañamente lejanos que siguen gritando a viva voz una alegría desproporcionada para lo que realmente sucede.

Desde el  interior de la República siguen llegando las noticias de la masiva militarización y de la intimidación galopante a medida que transcurren las horas. Hay aldeas y pueblos que han sido cercados con la intención inversa de impedir que la Resistencia salga a las calles.

A pesar de ello, en San Pedro Sula no se amilanan y lograr organizar una marcha que es precedida por 34 cruces simbólicas rematadas por los nombres de la víctimas de esta dicatdura. Salen del Campo Dandy y se dirigen valientemente hacia la Plaza Central donde se encuentran compañeros en huelga de hambre desde hace dos días. Marchan las consignas, marcha esa Resistencia declarada muerta por los medios golpistas.

Al acercarse a la Plaza Central comienza la represión y de nuevo la brutalidad sin tregua. Vuelven las nubes cargadas de la tormenta lacrimógena, los golpes de tolete a las mujeres y la saña indiscriminada contra todo lo que se mueva, incluidos periodistas extranjeros.

Concluida esta tarea, los gorilas se dirigen a la ciudad de Choloma, al norte de San Pedro Sula y persiguen a los mlitantes de la Resistencia lanzando gases dentro de las casas. Las imágenes se alternan con tomas de señoronas riendo y caciques políticos felicitando al pueblo hondureño libre y democrático. El día de ayer, la libertad y la democracia hondureña ha desarrollado sus mecanismos preventivos y ha apresado a cientos de compañeros en todo el territorio nacional. Ha secuestrado, ha cateado. Las amenzas de los gorilas ponen en vilo a los y las jueces de ejecución que intentan liberar a los prisioneros sin justificantes legales.

En Tegucigalpa, anoche la cacería ha sido selectiva en muchos puntos y la policía apalea a quien encuentre con afiches llamando a no votar. Esto sucede en todo el país.

En una muestra de fraude en marcha, el TSE anuncia que se ha acabado la tinta para marcar el dedo después del voto pero alientan a continuar el teatro “se reconocerá el voto sin marca en el dedo y se prorroga por dos horas más el cierre de los centros de votación”. . .

El segundo Golpe de Estado para Honduras ha sucedido.


IL FALLIMENTO DELLE ELEZIONI SECONDO IL FRONTE NAZIONALE CONTRO IL COLPO DI STATO IN HONDURAS

Con plena satisfacción anunciamos al Pueblo hondureño y a la comunidad internacional que la farsa electoral montada por la dictadura ha sido contundentemente derrotada debido a la raquítica afluencia de votantes a las urnas, a tal grado que el Tribunal Electoral golpista tuvo que prorrogar una hora más la votación hasta las 5 p.m.
Lo que está a la vista no quiere anteojos. El monitoreo que nuestra organización hizo a nivel nacional, nos arroja que el nivel de abstencionismo es como mínimo del 65 al 70%, el más alto en la historia nacional, lo que implica que apenas votó un máximo del 30 al 35% del electorado. En esta forma el pueblo hondureño ha castigado a los candidatos golpistas y a la dictadura, quienes ahora están en el aprieto de cómo mostrar ante la opinión pública internacional un volumen de votantes que no existió. Denunciamos que para eso han recurrido a maniobras fraudulentas como el ingreso de salvadoreños, afines del Partido ARENA, traídos para votar a nuestro país, tal como fue denunciado por los campesinos en el municipio de Magdalena,Intibucá. Y debemos esperar que intenten incrementar el volumen electoral mediante la manipulación electrónica.
La desesperación del régimen de facto es tal que ha reprimido brutalmente la manifestación pacífica que se realizó en la ciudad de San Pedro Sula, en la cual resultaron varios compañeros heridos, golpeados y detenidos; y se reporta un desaparecido. Entre los heridos se informa de un reportero de REUTER y se reporta la detención de dos religiosos del Consejo Latinoamericano de Iglesias que hacían labor de observación en derechos humanos.
Considerando que este resultado representa una gran victoria delpueblo hondureño, el Frente nacional de Resistencia invita a todo el pueblo hondureño en resistencia a celebrar el día de mañana la derrota de la dictadura. Se convoca en Tegucigalpa a una Gran Asamblea el día de mañana lunes 30 de noviembre a partir de las 12 del medio en la sede del STYBIS y a la gran Caravana de la Victoria contra la Farsa Electoral a partir de las 3 p.m. saliendo de Planeta Cipango.

QUI L’INFORMAZIONE IN TEMPO REALE:
– Il giorno della farsa elettorale e dei golpisti

Il giorno delle elezioni farsa è arrivato, a 5 mesi dal Golpe, in un clima di intimidazione e minaccia. Nei giorni scorsi i militari si sono presentati casa per casa, hanno presidiato ed attaccato alcune sedi sindacali e associative, nel tentativo di fiaccare la Resistenza, che quotidianamente rifiuta i golpisti e che aveva lanciato per la giornata delle elezioni un “toque de queda popular” per l’astensionismo di massa…
In questo articolo, una raccolta di numerosi audio, video, foto e comunicati:

– Leggi i comunicati del Frente Nacional Contra el Golpe de Estado

– Vince la popolazione, Vince la resistenza di Giorgio Trucchi
Nonostante le percentuali molto probabilmente falsate che diffonderà tra poche ore il Tse, durante l’intera giornata è stata più che evidente la poca affluenze alle urne, l’asfissiante presenza dell’esercito e della polizia in tutto il paese e i numerosi episodi di repressione e violazione ai diritti umani degli honduregni…
Come sempre continueremo ad aggiornare sulla situazione e su ciò che accadrà nelle prossime ore.

Resiste Honduras
Visita il blog:
http://resistehondurasita.blogspot.com/

La farsa elettorale in Honduras

Domani 4 milioni di honduregni sono chiamati a votare per il rinnovo del parlamento e del presidente, eletto direttamente dal popolo, e finora solamente 5 paesi hanno preannunciato che riconosceranno le elezioni come legittime indipendentemente dal risultato: gli Stati Uniti, Panama, il Perù, la Colombia e il Costa Rica, il cui presidente Oscar Arias era stato incaricato di mediare nel conflitto che dal 28 giugno ha alterato le regole civili e democratiche nel paese con l’espulsione illegale del presidente Manuel Zelaya manu militari e l’instaurazione di un regime de facto capeggiato da Roberto Micheletti. Circa un milione di votanti risiedono negli Stati Uniti e quindi la posizione adottata così come l’informazione diffusa negli USA potrebbe risultare un fattore chiave per orientare l’opinione pubblica di questi emigranti.

Il Fronte di resistenza contro il colpo di stato in Honduras ha chiesto alla gente di non andare a votare dato che la speranza del governo de facto è che vi sia un’affluenza di massa che possa in qualche modo legittimare le elezioni di fronte alla scettica comunità internazione. Ci sarà quindi una scommessa con relativa partita anche sui numeri.

I partiti che hanno deciso di prendere parte alla sfida elettorale sono il Partido Nacional con il favorito Porfirio Lobo (arrivato secondo dietro Zelaya nel 2005), il Partido Liberal di Elvin Santo (cui appartengono anche Micheletti e Zelaya), il Partido Democrata Cristiano di Felicito Avila, il Partido Union Democratica, più “a sinistra” col candidato Cesar Ham e infine il Partido Innovacion y Unidad Social Democrata con Bernard Martines, detto “l’Obama dell’Honduras”. Ad ogni modo bisogna chiedersi soprattutto che rilevanza abbia parlare di candidati e proposte elettorali nel contesto attuale in Honduras. Maggiori dettagli sui candidati:

http://www.bbc.co.uk/mundo/america_latina/2009/11/091125_honduras_candidatos.shtml

Per un riassunto della crisi da giugno a ottobre e alcuni aggiornamenti in seguito al non adempimento degli accordi per la restituzione di Zelaya:

https://lamericalatina.net/2009/10/14/per-capire-il-golpe-in-honduras-tutta-la-storia-della-crisi/

https://lamericalatina.net/2009/11/14/appello-del-presidente-legittimo-dellhonduras-alla-comunita-internazionale-dopo-il-fallimento-dellaccordi-con-i-golpisti/

Altri paesi latino americani come il Brasile, il Venezuela, l’Argentina, il Paraguay, il Cile, la Bolivia, l’Equador, la Guayana, il Suriname, invece, configurano un altro blocco che non esita a rinnegare il risultato della “farsa elettorale” orchestrata in Honduras quale che sia il risultato finale. Sul quotidiano inglese The Guardian è uscita una lettera firmata da 76 personalità britanniche che esortano i governi del mondo a non riconoscere le elezioni programmate per domenica 29 novembre.

A questo link potete leggerla integralmente:

http://selvasorg.blogspot.com/2009/11/honduras-inminente-fracaso-electoral.html

Segnalo inoltre il bell’articolo di Martin Iglesias che considera il trattamento e le “verità”” che la stampa italiana ha gestito riguardo l’Honduras, il golpe e le elezioni, fatto che mi sembra emblematico di una realtà più ampia ed esemplifica la portata e le interpretazioni che più o meno coscientemente vengono date sui temi latino americani.

http://redinfoamerica.ning.com/profiles/blogs/sventato-golpe-in-honduras-la

Cito alcune conclusioni dell’autore:

“Non è vero, insomma, che l’Honduras “non merita attenzione” sui media italiani, anzi come dimostrano le inchieste esclusive e le occasioni d’interviste i riflettori sono accesi sulla piccola nazione centroamericana. Ma è la qualità e non la quantità d’informazione che merita una discussione, aperta, leale e franca sulle capacità di offrire informazioni che tengano conto di fonti, documenti e testimonianze a supporto del fruitore di notizie e della capacità di analisi e critica individuale di ogni singolo lettore. Forse in Italia, nel nostro mondo di giornalismo e informatori, crediamo ancora poco alla maturità della pubblica opinione, che deve essere “istruita alla verità” dei fatti, piuttosto che dare loro gli elementi della notizia e gli strumenti affinché si crei un opinione il più personale possibile. Ma è un discorso complesso e che va oltre le minute ed esili notizie di diritti umani e diritti democratici calpestati nel piccolo Paese dell’Honduras”.

Infine riporto qui l’appello in italiano che riassume i fatti delle ultime settimane e avanza alcune richieste che mi sembrano legittime e giustificate alla luce del chiaro fallimento degli accordi tra Zelaya, MIcheletti e i rispettivi gruppi di sostegno che avrebbero dovuto portare a un governo di unità nazionale vero in honduras per poi traghettare il paese a delle elezioni libere e competitive. Mi sembra un appello condivisibile. A voi i commenti.

Le organizzazioni sociali, politiche e solidali e le persone che firmano a titolo personale dichiarano:

1. Il colpo di Stato in Honduras, con la partecipazione complice degli Stati Uniti d’America, materializzato da Micheletti e dal suo regime di fatto, ha portato l’assassinio di 21 persone, 4.234 denuncie per violazioni delle libertà fondamentali, 7 attentati, 95 minacce di morte, 133 casi di tortura, 394 persone con lesioni e 211 ferite a causa della repressione, 1.987 arresti illegali, 2 tentativi di sequestro e 114 prigionieri politici accusati di sedizione. E ogni giorno questi numeri continuano ad aumentare.

2. I golpisti si mantengono al potere dimostrando con questo gesto il loro profondo disprezzo per la democrazia e di non riconoscere il diritto sovrano dei popoli di esprimere la propria volontà attraverso del voto. Il tempo ha dimostrato che le manovre del governo statunitense e quelle dell’Organizzazione degli Stati americani, sottomessa agli interessi del primo,
non pretendevano di difendere la democrazia, bensì semplicemente dilatare, istruire ed infine appoggiare coloro che pretendono di portare a termine una farsa elettorale.

3. Dopo il 30 ottobre, gli Stati Uniti d’America hanno manovrato e reso possibile l’accordo tra il governo presidiato da Manuel Zelaya Rosales e i golpisti, il cosiddetto Accordo Tegucigalpa/San José, che legittimerebbe le elezioni del 29 novembre evitando che il movimento popolare arrivi a partecipare a queste con i propri candidati.

I golpisti non hanno rispettato l’accordo. Il presidente costituzionale è ancora inchiuso nell’ambasciata di Brasile, la repressione continua. In un gesto di cinismo senza limiti, gli Stati Uniti si sono affrettati a dichiarare il loro irconoscimento delle elezioni. Il presidente Manuel Zelaya Rosales ha denunciato il clima di totale impunità all’interno del quale si realizzeranno le elezioni del 29 novembre. Allo stesso tempo il Fronte nazionale di resistenza assieme ad altre forze democratiche ha annunciato che non andrà alle urne e che boicotterà la farsa elettorale.

4. La maggioranza dei mezzi di comunicazione, al servizio dell’oligarchia, degli imperialismi e delle imprese trans-nazionali, ha già dato per terminata a crisi e vogliono legittimare le elezioni del 29 de novembre del 2009.


Nonostante questo sforzo coordinato e mediatico di annunciare la fine della crisi, la lotta del popolo honduregno continua e reitera le sue petizioni:

1) Il ritorno incondizionato del presidente Manuel Zelaya Rosales alla residenza della Repubblica dell’Honduras, ripristinando la situazione esistente prima del 28 giugno 2009.

2) Disconoscimento del processo elettorale del 29 novembre 2009.

3) La convocazione di un’Assemblea costituente, ancora di più dopo la rottura el ordine costituzionale da parte della casta politica oligarca.

4) La condanna e punizione per i golpisti ed i loro complici.

Inoltre, sommandoci a queste petizioni legittime del popolo honduregno, chiediamo ai governi e alle istituzioni internazionali di non riconoscere le lezioni del 29 novembre, di non inviare nessun tipo di commissione o missione di osservatori internazionali e di mantenere la pressione politica, economica e finanziaria contro la dittatura civica-militare imposta dall’oligarchia e dall’imperialismo, di disconoscere le autorità false che pretendono di presentarsi come rappresentanti del popolo honduregno.

Libertà per il popolo honduregno

Barcellona, novembre del 2009

Firmanti:

Assemblea de Solidaritat amb el Poble Hondureny de Catalunya
Collettivo Italia-Centro America

Associazione Italia Nicaragua

Per aderire: asp.hondureny@gmail.com

http://redinfoamerica.ning.com/profiles/blogs/appello-internazionale-per

Appello del Presidente legittimo dell’Honduras alla comunità internazionale dopo il fallimento dell’accordo con i golpisti

Comunicado del Presidente Jose Manuel Zelaya Rosales

Centroamerica, 9 de Noviembre 2009

LLAMADO URGENTE A LA COMUNIDAD INTERNACIONAL

El Gobierno Constitucional de la República de Honduras, ante la flagrante violación por parte del régimen de facto de los compromisos pactados en elAcuerdo Tegucigalpa/San José del pasado 30 de octubre, condena la pretensión de instalar unilateralmente un «Gobierno de Unidad yReconciliación Nacional», presidido por el propio jefe de facto RobertoMicheletti, burlando así la buena fe de la actuación del Presidente Zelaya y de la Comunidad internacional.

El régimen golpista, en una clara estrategia de sistemáticas dilatorias y subterfugios, en connivencia con la Junta Directiva del Congreso Nacional se han negado a convocar al pleno del Congreso Nacional, que debía reunirse con el fin de emitir un decreto legislativo retrotrayendo la titularidad del Poder Ejecutivo a su estado previo al 28 de junio de 2009, que da comoresultado el restablecimiento del orden democrático y la restitución inmediata del Presidente José Manuel Zelaya (Numeral 5 del Acuerdo), y así allanar el camino para la organización de un Gobierno de Unidad y Reconciliación Nacional (numeral 1) que, en el marco de lo que dispone nuestra Constitución y las leyes de Honduras, corresponde instalarlo y presidirlo al Presidente Constitucional Electo por el Pueblo.

El incumplimiento del régimen de facto, es la expresión manifiesta del desconocimiento de las resoluciones previas de las Naciones Unidas, laOrganización de Estados Americanos y de otros organismos multilateralesde la región, y amenaza con profundizar aún más la crisis política y derepresión contra el pueblo hondureño que continúa en forma pacífica exigiendo el respeto a su democracia.

En tales circunstancias, el proceso electoral se vuelve inviable e ilegítimo,ya que no existen las condiciones mínimas que aseguren a los ciudadanos el ejercicio del derecho universal al sufragio en forma directa,secreta y libre de coacción o amenaza alguna. De igual manera no existen garantías para la participación de las diversas fuerzas políticas en igualdad de oportunidades, debido a la ausencia de libertades públicas y de garantías democráticas; el clima de violencia e inseguridad; la violación constante y sistemática de los derechos humanos y la represión ejercida por militares,policías y demás miembros del régimen golpista.

El Presidente Zelaya aceptó de buena fe firmar el Acuerdo deTgucigalpa/San José para que, en el espíritu de los puntos de la propuestadel Acuerdo de San José, se restablezca la convivencia ciudadana y seasegure un clima apropiado para la gobernabilidad y sostenimiento del sistema democrático en nuestro país.

En consecuencia, el Gobierno Constitucional de la República de Honduras hace un llamado urgente a la Comunidad Internacional, para que mediante los diversos espacios regionales y subregionales, nos apoye en:

1. Condenar esta nueva acción arbitraria emprendida por el régimen defacto en contra de la restitución del Presidente Constitucional deHonduras, José Manuel Zelaya, el restablecimiento de la democracia, de la unidad y reconciliación entre hondureños, y la reincorporación deHonduras al lugar que le pertenece en el concierto de la comunidad internacional.

2. Desconocer bajo estas circunstancias el proceso electoral y sus resultados, y suspender todo apoyo técnico y financiero a dicho proceso,mediante el cual el régimen de facto pretende legitimar el golpe deEstado, la violación masiva de los Derechos Humanos del pueblo hondureño y de los instrumentos de derecho internacional que hemos ratificado.

3. Ampliar las medidas de presión y sanciones diplomáticas, migratorias, económicas, comerciales y militares, según corresponda, contra el régimen de facto y los responsables del Golpe de Estado Militar enHonduras.

4. Implementar los instrumentos que el Derecho Internacional dispone, con el fin de garantizar el respeto de los Derechos Humanos, el restablecimiento de las garantías constitucionales y de las libertades públicas, el cese de los actos de violencia contra el personal diplomáticode la Embajada de Brasil en Tegucigalpa, así como también el respeto a la seguridad e integridad del Presidente Constitucional de Honduras, José Manuel Zelaya Rosales, su esposa Doña Xiomara Castro de Zelaya y todas las personas que le acompañan en la sede diplomáticade la hermana República de Brasil.

5. Dar seguimiento a la grave crisis en Honduras, y respaldar las propuestas e iniciativas planteadas por el Presidente Constitucional deHonduras, José Manuel Zelaya Rosales, para lograr por medios pacíficos y democráticos la restauración del orden constitucional y el Estado de Derecho en Honduras. El Gobierno Constitucional de Honduras, reconoce y reitera su profundo agradecimiento a la Comunidad Internacional por la firmeza y dignidad de sus esfuerzos a favor de la paz y la democracia en nuestro país, y por las manifestaciones de solidaridad que quedarán inscritas en la noble historia de nuestro Pueblo.

Foto: http://www.haisentito.it/wp-galleryo/manuel-zelaya/manuel-zelaya-colpo-di-stato.jpg

Testimonianze del golpe in Honduras dopo quasi 5 mesi di crisi

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Riporto qui di nuovo una serie di testimonianze imprtanti su come si vive con il colpo di stato in Honduras. nonostante sembrasse risolta, la crisi continua perchè il Presidente illegittimo Roberto Micheletti non ha ancora restituito il potere al deposto Manuel Zelaya che non haancora formato il famoso Governo di Unidad Nacional auspicato dagli accordi di qualche giorno fa.

L’inerzia del parlamento è enorme e non ha ancora votato sulla restituzione di Zelaya al potere. I golpisti continuano a sperare che le elezioni formalmente confermate per il 29 novembre prossimo possano cancellare questi 4 mesi di insulti alla democrazia e di violazioni ai diritti umani contro una buona parte del popolo honduregno che richiede una nuova costituzione politica e la restituzione di Zelaya. Fatto che sarebbe puramente di facciata dato che mancapochissimo alle elezioni del nuovo presidente.

 

PPRIMERO ME GUSTA DAR LAS GRACIAS A TODOS LOS HONDUREÑOS QUE ME MANDABAN SUS HISTORIAS .SON TANTOS VOY A MANDAR 2 DIARIO . HASTA TENGO UNA IDEA MEJOR : CON ESTAS Y MAS HISTORIAS VOY A PUBLICAR UN LIBRO ESCRITO POR EL PUEBLO DE HONDURAS . EL LIBRO SE LLAMA” VIVIENDO BAJO UN GOLPE MILITAR EN EL SIGLO 21 (LOS 1000 VOCES DE UN PUEBLO REPRIMIDO)” Y LA GANANCIA DONAR A LAS FAMILIAS DE LOS PERSONAS QUE AN PERDIDO LA VIDA EN HONDURAS BAJO DEL RÉGIMEN DE MICHELETTI.
SIGUEN MANDANDOME SUS HISTORIAS UN SALUDO ESPECIAL AL VALIENTE PUEBLO DE MORAZAN

AQUI HAY 4 HISTORIAS

VOZ DE HECTOR

Me llamo Hector , joven de 24 años, residente en la ciudad de Tegucigalpa, Miembro de la Comunidad LGTB (Lesbianas Gay, Trans y Bisexuales), Voluntario de las Asociacion LGTB Arcoiris de Honduras.

Como comunidad LGTB hemos estado participando en la resistencia desde antes del golpe de estado pues varios compañeros acompañaron al presidente Zelaya a rescatar las urnas para la encuesta el dia 25 de junia, pues creemos que es necesaria una nueva constitucion para el pais, una que refleje los verdaderos intereses de la mayoria… DEL SOBERANO.

Hemos sido participes en las marchas de la resistencia, al igual que tambien como muchos hemos sufrido con las represiones hacia las manifestaciones pacificas, yo en lo personal ya fui toleteado y detenido ilegalmente junto con otros compañeros, aunque eso es poco al comparlo, al de varios y varias compañeros/as de la comunidad, pues desde el golpe de estado ya llevamos contabilizado 12 muertes violentas, y la primera la tuvimos la madrugada del 29 de junio, en la ciudad de San Pedro Sula, en horas del estado de sitio, donde en las calles solo habian militares y policias… Han sido varias, pero las que mas nos han impactado son las de dos compañeras trans que vinieron de la ciudad de Choloma para participar en la marcha del 15 de septiembre, ambas salieron en un diario de circulacion nacional (Era la nota “curiosa” del diario) en alucion de nuestra participacion en dicha marcha, tres dias despues fueron acribilladas por “Desconocidos”. Y el mas dolido es el nuestra compañera “Monserat” Activista defensora de los Derechos Humanos en especial de la Comunidad Trans de San Pedro Sula, y participante tambien de la Resistencia en dicha ciudad, hace como aprox. 2 semanas fue atropellada brutalmente mientras ejercia trabajaba (Era Trabajadora Sexual), y asi hay muchos casos mas, donde hemos visto compañeros asesinados con armas de calibre de uso policial, y como es de esperarse, no hay una respuesta todavia a ningunos de los casos…

Se que como hondureños no podemos quedarnos de brazos cruzados, mientas la oligarquia quiera seguir repriemiendo al pueblo, mientras los ricos cadia sean mas ricos y los pobres cadia mas pobres, sabemos que este GOLPE DE ESTADO, es el resultado del miedo de la oligarquia contra un pueblo que cada dia q pasa es mas despierto y consiente que solo con la lucha, vamos a poder reclamar lo que por ley nos pertenece: HONDURAS

No hay peror ciego que aquel que no quiere ver…

VOZ DE JULIO

Atendiendo tu llamado a contar nuestras historias. te cuento la mia:

Soy oficinista que trabaja en la empresa comidas especializadas, empresa dueña de las marcas Pizza Hut y KFC. Al darse el golpe de estado el pasado 28 de junio expuse mi posicion ante mis compañeros y se dieron muchas discusiones de pasillo contra los que estaban a favor del golpe y con los que estabamos en contra, un dia recibi el mensaje de mi jefe inmediato que venia en cascada desde la gerencia general que dejara de opinar acerca de la situacion politica del pais.
En lo que respecta al trabajo se me cataloga como izquierdista, socialista; pero hay tales que te llaman de manera despectiva ñangara o chusma o en terminos similares.
Con los toques de queda me ha tocado salir a la carrera para la casa y luego a traer sobre la hora a mi esposa al trabajo de ella.
Mi apoyo a la resistencia lo puedo hacer por este medio o difundiento informacion por internet, a las calles he ido a dejarle agua a mi mama y mi tia que se han hecho presentes en las marchas, una vez pude escaparme para ir a la carabana, cuanto quisiera ir a las calles; pero de mi trabajo depende mi hijo de 5 años y mi tierna de 20 meses y como sabes; debo darle prioridad a su seguridad alimentaria.
Me he enfocado en darle apoyo moral a los que estan en las calles contra el golpe, haciendo comentarios de apoyo a sus fotos, a sus videos o publicaciones, tambien llamo a radio progreso para vertir opiniones o comentarios, como tambien les envio correos electronicos; esa es mi forma de apoyar.
Si de esto puedes hacer un resumen y publicar estas autorizado para hacerlo, Isis Obed perdio la vida y si yo pierdo mi empleo no es nada.
Saludos.

LA VOZ DE VICTOR MANUEL

Soy hondureño y vivo en tegucigalpa, tengo un trabajo en el cual me pagan por contrato y día no trabajado es día no pagado.
Como trabajo con extranjeros la primera acción inmediatamente después del golpe fue poner en suspenso la venida del nuevo grupo y dos semanas de suspensión de trabajo hasta ver como evolucionaba el asunto; es decir quince dias sin pago (que nunca me serán compensados por los golpistas) después cada vez que al golpista mayor (el cual según mi opinión no es civil sino militar u oligarca) decretaban toques de queda y por ende tanpoco podía ir a trabajar y no recibía salario, en resumen me deben como un mes completo de sueldo ya.
Además de estó vivo en la zona del Pedregal donde la cosa se puso caliente y delincuentes comunes aprovecharon para saquear negocios por lo que después de eso todas las noches salían militares a realizar cacerías humanas en la colonia, ustedes podían escuchar los disparos de los m16 que disparaban hasta por diversión y todos saben de donde salen las balas pero no donde van a caer,
viajando por las carreteras de Honduras pude ver decenas de veces como retenes policiales detenían selectivamente los vehiculos que no aparentaban opulencia y los autobuses de las rutas usadas por los pobres y someter a los pasajeros, especialmente a los jovenes, a vergonzosos registros donde los gorilas de verde aprovechaban para humillar a los varones y manosear a las mujeres.
Sólo estando aqui se puede creer el abuso de la fuerza que hicieron los esbirros de los golpistas, gases lacrimogenos, golpisas salvajes especialmente contra mujeres indefensas. Hace poco pudimos ver por la tv a un salvaje agente policial atacar con zaña a un enfermo epileptico que se dedica a pedir limosna en la zona donde se realizó una manifestación pacifica, un hombre derribado, rendido y arrimado a un muro y el salvaje lo garroteó y lo pateo en brazos claviculña y riñones.
Podría seguir hablando, pero quiero dejar algo para los demás.

LA VOZ DE KEVIN

hola pues me llamo kevin soy de honduras. La situacion en mi pais actualmente es un horror,reprecion casi todos los dias abuso de autoridad de los policias i militares..!! hasta ya han matado compañeros de luchay no solo uno si no casi 100 ya aunque no lo crean eso no lo dicen los medios de comunicacion GOLPISTAS..!!hasta mujeres han muerto ya..!! no se como alguien pueda creer que estamos equibocados ho que piensan que nos vamos ha quedar trankilos con lo que esta pasando en nuestro pais..??es algo ilojico..!!para las personas de otros paises que estan ha favor de este gobierno GOLPISTA…que arian ellos al ver como GOLPEAN,MATAN,VIOLAN CUARQUIER CANTIDAD DE DERECHOS HUMANOS..!!Y que quiran salir de sus casas y no puedan porque hallan puesto un toque de queda de 6am a 6pm y despues de 6 pm ha 6 am otra bes todo el dia casi por 2 semanas estubimos asi..!!no sean inconcientes porfavor..!! En la educacion este bobierno GOLPISTA dio una orden de regalar el año escolar ha todos los estudiantes de coleguios escuelas publicas como creen ustedes que los alumnos ban ha aprender algo con eso que iso GORILETTI haaa.???ha ustedes padres de familias de cualkier pais del mundo le gustaria que su hijo fuera ha la escuela ha nada..!!por que el sabe que lo ban ha pasar sin ningun esfuerso.??? bueno espero esto les sirva un poco para aser conciencia de como es este gobierno defacto..!!y esperamos la restitucion del PRESIDENTE CONSTITUCIONAL JOSE MANUEL ZALAYA ROSALES..!! un cordial saludo revolucionario ha todos..!!