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Il Messico nell’era Trump

Le reazioni al muro annunciato dal presidente Usa

Messico.jpg(Di redazione) (da Radio Città Fujiko)

Ad un mese dall’entrata in carica di Donald Trump, in Messico regna ancora l’incredulità per i primi atti ed annunci del presidente statunitense. La risposta del presidente messicano Peña Nieto è balbettante e anche la sinistra è confusa. La forte dipendenza dell’economia messicana dagli Usa spunta le armi contro il muro voluto dal tycoon.

Se Trump costruirà effettivamente il muro, i messicani troveranno il modo di aggirarlo, anche scavando tunnel. È questa l’ironia e la caparbietà con cui l’uomo della strada messicano reagisce all’idea espressa dal neo-presidente statunitense Donald Trump, che ha annunciato la costruzione dell’ormai famoso muro al confine tra Stati Uniti e Messico.
Ad un mese dall’insediamento del tycoon, però, nel Paese centramericano sembra regnare ancora l’incredulità, da un lato per una vittoria inaspettata, dall’altro perché Trump sembra voler davvero dare seguito a quanto promesso in campagna elettorale.

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@RealDonaldTrump e il muro #Messico #USA a #Esteri di @RadioPopMilano con @emavalenti @chawkisenouci + #video @theintercept

Buona fortuna con il muro. Ottimo e impressionante video da The Intercept, elaborato con 200.000 immagini satellitari di Google Maps che mostrano le asperità dei 3200 km di confine tra Messico eStati Uniti, dove il presidente Donald Trump ha deciso di costruire un muro. Ne parliamo a Esteri di Radio Popolare (ascolta qui link al podcast del 26 gennaio). Nella foto una parte della barriera già esistente. Sono oltre 700 i chilometri già costruiti dalle precedenti ammiistrazioni a partire da quella Clinton nel 1994 e ad eccezione di quella Obama, che non ha aumentato l’estensione del muro. Trump ha emesso il 25 gennaio scorso un ordine esecutivo per riprendere i lavori e completare l’opera negli oltre due terzi di frontiera che sono ancora sprovvisti di protezioni. Costo stimato: tra i 15 e i 25 miliardi di dollari. Chi li paga? Trump il bullo garantisce che sarà il Messico a farlo e annuncia che se il governo di Enrique Peña Nieto non è disposto a pagare, allora è meglio che si cancelli la visita del presidente messicano prevista per il 31 gennaio… E Peña Nieto ha quindi cancellato l’incontro ufficiale. Leggi anche “Esce Obama, arrivano Trump e il Chapo Guzmán” LINK

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Nacqui / Nací (Poesia da Tijuana, Messico)

di Cynthia Franco* (Da CarmillaOnLine)

mandata-dallautriceCynthia Franco (1988), è una poetessa originaria di Tijuana (Messico) che si dedica principalmente alla poesia orale. “Nacqui” ho avuto l’occasione di ascoltarla declamata dalla stessa autrice. Mi ha colpito la sensibilità e l’intimità con la quale è messa in verso la condizione biografica degli abitanti delle zone settentrionali di frontiera. Una condizione che rimesta la violenza di una modernità senza scrupoli, con la speranza e la forza della visione ancestrale della vita umana, nella quale mescolanza l’ottimismo non può arrivare a lucente compimento, così come il nichilismo trova nella nuda vita un limite ultimo all’abbandono. In questa poesia, dolcezza e crudezza si mescolano nella poetica di una poetessa e donna del Nord messicano [Nino Buenaventura, traduttore].  Continua a leggere

Su @RaiUno @Unomattina parliamo di #Messico #DonaldTrump #PapaFrancesco #Narcoguerra

Dal minuto 2:40 al minuto 7:00 un breve commento sulla polemica Trump-Papa Francesco e sul narcotraffico da Città del Messico. Unomattina in famiglia del 21 febbraio 2016 – Rai Uno. Guarda: (link al video e sito della puntata).

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La Frontiera: Intervista a Confini @RadioPopolare

Dal programma di Radio Popolare “Confini” del 7 settembre, in onda dal lunedì al venerdì alle 17.30 e condotto da Sara Milanese e Diana Santini, ecco il mio intervento sul Messico e il tema della frontiera. A questo Link c’è il post originale che copio qui di seguito che s’intitola: Come eludere le frontiere, dal Messico alla striscia di Gaza.

Il “muro di Tijuana” è uno dei classici muri della vergogna: divide per lunghi tratti il Messico dagli Stati Uniti, ed è stato costruito con l’obiettivo di fermare il traffico di armi e droga, e il flusso di migranti che da sud preme con forza sul confine inseguendo il sogno americano.

Eppure i modi per eludere quella che è una delle frontiere più ritratte del mondo sono tanti. Ce li racconta Fabrizio Lorusso, giornalista e scrittore italiano che vive a Città del Messico.
Poi ci imbarchiamo con il capitano James Cook, grande navigatore dell’Oceano Pacifico, che ha aperto nuove rotte al colonialismo britannico.

Dai narcotunnel messicani ai tunnel che portano dalla Striscia di Gaza all’Egitto: Loris Savino, fotografo milanese, è appena tornato proprio da Gaza. I tunnel palestinesi fanno parte del suo progetto fotografico (e video) Betweenlands.

Infine l’ultima puntata della nostra rubrica sui quartieri multietnici nella città italiane: andiamo a Napoli, nei quartieri spagnoli, dove Tina e Angelo Scognamiglio nel loro ortofrutta organizzano da 4 anni un corso gratuito di cucina napoletana per stranieri. L’integrazione passa per la buona cucina!

Brutale omicidio di un’attivista a Ciudad Juàrez, Messico. Ni una màs.

Ni una más. Non una di più. L’autrice di questa frase è stata assassinata. Si chiamava Susana Chávez e, oltre ad essere attivista contro i femminicidi a Ciudad Juárez, era poeta. Aveva 36 anni. Hanno gettato il suo corpo seminudo per strada. La testa era avvolta in un sacchetto di plastica nero. Le mancava la mano sinistra. A Susana piaceva scrivere. Iniziò verso gli 11 anni. Era sul punto di finire un poemario. Dedicò la sua vita a denunciare le ingiustizie contro le donne. Offriva letture delle sue poesie durante le manifestazioni per le donne scomparse e assassinate.

Verónica Leitón realizzò una performance basata sulla sua poesia. Susana pubblicava su riviste e quotidiani e partecipò come modella sulla copertina promozionale del film “16 en la lista”, il cui soggetto aveva per tema i femminicidi. Susana scrisse sul suo blog “primera tormenta” il suo ultimo pensiero: “Ho provato dolore prima che si acuisse tutta la violenza che stiamo vivendo tutti noi abitanti di questa mia città natale, Ciudad Juárez. Ma adesso provo una sensazione di vuoto, abbandono e impotenza, suppongo come molti altri. Immaginare un miglioramento per quanto mi riguarda è difficile, ma nutro ancora delle speranze perché sono una donna di fede. Viva Città Juárez!”

Il 5 gennaio ha detto a sua madre che sarebbe andata in centro con degli amici. Non ha nemmeno preso la borsa. Quel giorno è stata assassinata, ma le autorità hanno consegnato il suo corpo cinque giorni dopo. Perché?, si domandano in molti. La versione che la questura di Chihuahua vuole spacciare per vera è che si è trattato di un crimine comune che non aveva nulla a che vedere con il suo attivismo.

Hanno affermato che è stata uccisa da tre giovani diciassettenni con cui è uscita a bere una birra. L’ipotesi che sostengono è che Susana avrebbe deciso di andare a casa di uno di loro e che lì avrebbero litigato e i giovani allora avrebbero deciso di ucciderla. Non c’è nulla di chiaro. Il sospetto getta ombra sulla versione ufficiale.

I presunti assassini sarebbero Sergio Rubén Cárdenas de la O detto “El Balatas”, Aarón Roberto Acevedo Martínez detto “El Pelón” e Carlos Gibrán Ramírez Muñóz detto “El Pollo”. Dicono che Susanna abbia affermato di essere una poliziotta e che li avrebbe denunciati in quanto membri di una banda. Allora l’avrebbero messa dentro la doccia e lì asfissiata. Successivamente le avrebbero amputato una mano con una sega per farlo sembrare un atto criminale tipico della delinquenza organizzata. La questura ha scartato l’ipotesi che ci fossero delle prove di violenza sessuale, ma in teoria quello sarebbe stato uno dei motivi dell’aggressione.

Susana era così ingenua da andare a bere da sola con tre ragazzi ignoti in una casa altrettanto ignota? Era così prepotente da mentire loro affermando di essere una poliziotta e di volerli denunciare come teppisti?

Lo dubito. La sua storia personale non coincide con questi atteggiamenti. Inoltre l’autorità di Chihuahua non è stata capace di risolvere neanche un caso dei 13 attivisti sociali assassinati in un anno, di cui tre donne; ha quindi poca credibilità. Una questura che non è nemmeno stata capace di risolvere i casi di femminicidio, manca di appoggio sociale. L’anno scorso sono state assassinate 446 donne. È per questo che c’è una certa diffidenza, l’ombra del dubbio.

La questura si difende ed argomenta che Susana non partecipava più a manifestazioni contro i femminicidi da sei anni, che non era più in contatto con l’ambiente delle organizzazioni non governative che denunciano violazioni dei diritti umani, che negli ultimi anni lavorava al El Paso (Texas) come badante di anziani, e via discorrendo…

La cosa certa è che non meritava di morire così. Né lei né nessun’altra. E che Amnesty International ha richiesto un’investigazione approfondita. E che la Commissione Nazionale dei Diritti Umani ha aperto un’inchiesta. E che le ONG e i collettivi di donne non hanno intenzione di starsene zitti, né di nascondere la propria indignazione. E che molte persone pensano che il silenzio ci rende complici. C’è molto dolore accumulato, molte morti, molti assassinii che si assomigliano… l’unica cosa che ci resta da fare è continuare ad alzare la voce.

L’assassinio di Susana Chávez si iscrive invariabilmente nell’ambito dei femminicidi, un crimine che si aggiunge a quello di migliaia di donne assassinate per ragioni violente. È la radiografia della mascolinità più primitiva, quella che lacera, offende, ferisce, aggredisce, insulta e dilania la società. Abbiamo bisogno di costruire tra tutti una mascolinità senza violenza, attacchi e impunità.

Una chitarra le dà il commiato al cimitero. Sua madre mette un foglio nella bara. È la poesia che Susana Chávez scrisse in onore a una morta di Ciudad Juárez: “Sangue mio, sangue di alba, sangue di luna tagliata a metà, sangue del silenzio”.

Articolo di Sanjuana Martínez

Traduzione di Clara Ferri

Documentario: Juárez la città dove le donne sono usa e getta (sott. italiano)

Documental: Juárez, la ciudad donde las mujeres son desechables (con subtítulos al italiano de Clara Ferri).

Lungometraggio di Alex Flores e Lorena Vassolo che documenta il fenomeno del femminicidio a Ciudad Juárez e di alcuni casi di violenza sulle donne di risonanza nazionale e internazionale

Largometraje de Alex Flores y lorena Vassolo que documenta el fenómeno del feminicidio en Ciudad Juáre, México, y de algunos casos de violencia sobre las mujeres que tuvieron resonancia nacional e internacional.

http://www.nosotrasenred.org/index.html

Articolo “Messico Violento”

Articolo “Da Juárez alla guerra sucia: storiche condanne contro il Messico…”

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Da Ciudad Juarez alla guerra sucia: prime condanne contro il Messico

Con una storica e attesa sentenza, l’11 dicembre scorso, la Corte Interamericana dei Diritti Umani, composta da sei magistrati e inserita nel sistema dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), ha condannato lo Stato messicano per avere violato il diritto alla vita, all’integrità fisica e alla libertà personale dato che non ha indagato adeguatamente e ha discriminato attivamente i diritti di 3 vittime d’omicidio, Esmeralda Herrera, 15 anni all’epoca dell’assassinio, Claudia Gonzalez, di 20, e Berenice Ramos di 17, e dei loro familiari. Seguendo questa linea la Corte ha emesso il 16 dicembre un’altra sentenza emblematica relativa ai crimini statali commessi durante la guerra sporca (guerra sucia) degli anni settanta contro la popolazione di molte zone del paese.

La sentenza è inappellabile e riguarda appunto i casi citati di “femminicidio” che risalgono al novembre del 2001 quando insieme alle tre vittime furono ritrovati altri 5 corpi nel terreno conosciuto come “campo algodonero”. (campo di cotone) Si tratta di una tipologia di violenza molto comune nel nord del Messico e lungo la frontiera con gli USA per cui vengono violentate, sequestrate e uccise prevalentemente donne giovani in età lavorativa o anche adolescenti. Si può trovare il testo integrale della sentenza alla pagina www.corteidh.or.cr.

Cos’è il feminicidio? Il sito molto attivo dedicato alle questioni di genere http://www.nosotrasenred.org/index.html lo caratterizza come un neologismo che si riferisce agli assassinii contro le donne a causa del loro genere, una sorta di genocidio ai danni delle donne quindi distinto dal termine omicidio per esigenze politiche, linguistiche e sociali di differenziazione. Viene dalla traduzione dei vocaboli inglesi feminicide o gendercide, introdotti da Jill Radford e Diana Russell con il libro Femicide: The Politics of Woman Killing, del 1992, così come da Mary Anne Warren nel 1985 con il suo libro Gendercide: The Implications of Sex Selection. A Ciudad Juarez, città con oltre un milione di abitanti che è anche uno dei comuni più violenti di tutto il paese, sono oltre 600 le donne uccise dalla metà degli anni novanta ad oggi e l’impunità regna sovrana in quasi tutti questi casi. La sentenza della Corte arriva quindi dopo molti anni a sanzionare un comportamento complice dello Stato messicano e in particolare dell’autorità locale dello Stato di Chihuahua e dei vari governatori che lo hanno retto negli ultimi 15 anni.
L’atteggiamento lassista nei confronti dei crimini contro le donne (ricordiamo che fino a qualche anno fa, e probabilmente ancora oggi, l’uomo accusato di stupro godeva di sostanziose attenuanti se la vittima portava i jeans o se camminava da sola per la strada con atteggiamento equivoco o in minigonna, eccetera) e la connivenza delle autorità con il narcotraffico costituiscono forse i fattori principali che alimentano la spirale di violenza in certe zone calde del Messico.

Infatti i problemi della più lunga frontiera del mondo tra un paese in via di sviluppo con 110 milioni di abitanti e circa 60 milioni di poveri, il Messico, e il mercato più ricco e grande del mondo rappresentato dagli Stati Uniti si fondono in queste zone con quelli causati dalla delinquenza organizzata che traffica droga, persone e merci ed è in guerra con uno Stato messicano corrotto che per combattere ha deciso di impiegare massicciamente l’esercito e la polizia, la retorica e la paura, anziché puntare su strumenti più lungimiranti come lo sviluppo economico e del lavoro, i programmi sociali, il rispetto delle garanzie e lo stato di diritto, la cultura della legalità e le politiche di contenimento o di liberalizzazione della domanda e dell’offerta nazionale ed estera di stupefacenti.

Sono state riscontrate irregolarità nelle fasi preliminari delle indagini così come nelle successive in per cui lo Stato messicano e il potere giudiziario devono farsi responsabili dell’impunità di cui godono i colpevoli e vengono condannati a continuare con le ricerche e risarcire i parenti delle vittime economicamente con ingenti somme di denaro e moralmente con cerimonie pubbliche e la costruzione di monumenti per le vittime. La sentenza risulta importante chiaramente non solo per il caso specifico quanto perché stabilisce un precedente autorevole ed evidenzia le colpe dello Stato e indirettamente del sistema politico a vari livelli per quanto riguarda il perpetuarsi dei crimini e della violenza contro centinaia di donne. Già nel 2003 si parlava infatti di oltre 300 assassinii comprovati e 500 sparizioni per motivi di genere dato che interessavano donne. Le ipotesi avanzate dalla stampa nei primi anni circa la presenza di un “mostro di Juarez” o di un serial killer non hanno retto nonostante gli sforzi dei media e del governo di far passare questa strage silenziosa come un fatto di cronaca che sarebbe durato poco. Spesso le vittime della delinquenza si ritrovano quasi sotto accusa o si sentono rispondere con estrema e crudele sufficienza dato che le autorità statali propiziano la criminalizzazione della denuncia e del dissenso civile attraverso un mix esplosivo di inazione, corruzione e indifferenza che porta intere famiglie alla disperazione o, nel migliore dei casi, a saltare le istituzioni locali o nazionali per rivolgersi a istanze superiori.

Le omissioni e le omertà delle autorità vengono quindi oggi sanzionate internazionalmente mentre lo stesso governo nazionale non ha saputo giudicarsi o riformarsi adeguatamente. La cultura retrograda e maschilista di alcune zone del paese, la violenza diffusa in certi contesti sociali e regionali, la presenza dei cartelli del narcotraffico e delle tensioni tipiche del confine con gli USA, la connivenza delle autorità politiche con gli stessi cartelli e con le bande di delinquenti che lo tengono come alleato in scacco, la corruzione delle forze dell’ordine e le crescenti possibilità di lavoro e autosufficienza delle donne impiegate nella fabbriche maquiladoras che ne fanno delle “ragazze emancipate” sono alcuni elementi che chiariscono il fosco e adulterato panorama dipinto in questi anni dalla propaganda ufficiale. Consiglio al riguardo la visione del documentario Preguntas sin respuestas di Rafael Montero
(http://www.imcine.gob.mx/DIVULGACION/CIRCUITOS/HTML/LARGOS/05/pdf/Preguntas_sin_respuesta.pdf e http://noticias.kinoki.org/el-documental-preguntas-sin-respuestas-los-asesinatos-y-desapariciones-de-ciudad-jurez-estar-acabado-para-finales-de-ao/ ).

A partire da questa sentenza il problema principale sarà la storica inerzia istituzionale e l’apatia delle autorità per adempiere quanto viene loro imposto. Il Ministero degli Interni messicano ha sottolineato come molte della azioni stabilite dalla sentenza della Corte siano già state implementate e ha solamente affermato che “studierà attentamente la sentenza e farà gli sforzi necessari per il suo adempimento”. La freddezza della dichiarazione supera solamente la sua brevità. Un altro elemento negativo per le famiglie interessate direttamente dal provvedi mento della Corte Interamericana è la recente nomina a Procuratore Generale della Repubblica di Arturo Chavez che ha sostituito il celebre e discusso Medina Mora, ora ambasciatore a Londra, e che è stato procuratore proprio nello Stato di Ciudad Juarez, il Chihuahua, tra il 1996 e il 1998, anni non esattamente propizi e positivi per quel che riguarda i feminicidios e l’applicazione della legge, anzi sembra che l’ex procuratore di quella regione sia stato più volte segnalato tra i funzionari poco trasparenti e che ostruivano le indagini su questi crimini. Quindi le organizzazioni che sostengono e portano avanti il caso del “campo algodonero”, come la CEDIMAC (Centro per lo Sviluppo Integrale della Donna), stanno progettando di integrare l’anno prossimo un comitato di esperti messicani e stranieri che possano supervisionare le condizioni e i progressi per l’adempimento da parte dello Stato messicano alla sentenza della Corte Interamericana la quale, da parte sua, comincerà un processo di controllo simile. La sentenza dovrebbe quindi servire, nelle speranze degli attori sociali coinvolti e dei familiari, a migliorare la trasparenza di tutto l’apparato di amministrazione della giustizia ed anche a spingere sempre più famiglie e organizzazioni a presentare il conto allo Stato per le sue incapacità strutturali.

Proprio in questi giorni, dopo 35 anni di attesa, è stata fatta giustizia anche nei confronti dei familiari e della memoria di un noto attivista, il professor Rosendo Radilla Pacheco, compositore di numerose canzoni dette corridos in onore di Lucio Cabañas, il più importante e leggendario guerrigliero degli anni 70 nella regione di Atoyac, Stato di Guerrero, a cento chilometri da Acapulco. La Corte Interamericana ha condannato il Messico della sparizione forzata (desaparicion) del maestro Rosendo Radilla che veniva accusato di sostenere il movimento di ribellione popolare capeggiato da Cabañas. La soppressione dell’attivismo politico o semplicemente delle basi di appoggio passive nelle “zone calde” passava attraverso la cosiddetta guerra sucia o guerra sporca dello Stato messicano contro i “residui” e i movimenti generatisi dopo la tragica repressione del 2 ottobre 1968. In quella data, poco prima delle Olimpiadi messicane, l’esercito uccise oltre 300 manifestanti stipati nella centrale Piazza di Tlatelolco a Città del Messico durante un’operazione repressiva pianificata dalle alte sfere governative che aveva la funzione di sopprimere la protesta studentesca e operaia in favore della democratizzazione del sistema politico egemonico retto dal partito unico PRI (Partido Revolucionario Institucional) e maggiori diritti sociali.
Anche qui l’importanza della decisione trascende il singolo caso. Infatti la Corte ha riconosciuto chiaramente il drammatico contesto storico dei crimini di lesa umanità degli settanta in Messico grazie alle sue ricerche che, tra varie fonti, ha fatto ampio uso di in un rapporto poco conosciuto e venuto alla luce qualche anno fa grazie ai lavori di una commissione speciale (FEMOSPP, Fiscalia Especial para Movimientos Sociales y Politicos del Pasado) istitutita dal presidente Vicente Fox che si occupava di studiare i crimini statali del passato (a questo link il rapporto:
http://www.gwu.edu/~nsarchiv/NSAEBB/NSAEBB180/index.htm). Nulla successe in seguito alla pubblicazione di questo rapporto nel 2006 e quindi la decisione della Corte viene a rompere il silenzio su una serie di crimini che l’opinione pubblica messicana (e italiana?) tendono a dimenticare e ad associare a realtà più lontane e meridionali come l’Argentina, il Cile o il Brasile.
Il Ministero degli Interni ha replicato che la sentenza inappellabile della Corte sarà rispettata dati gli impegni internazionali sottoscritti dal paese e l’obbligatorietà giuridica e quindi si prevede il pagamento di 238mila dollari come risarcimento ai familiari della vittima oltre all’implementazione di un’indagine adeguata sul caso Radilla Pacheco e l’aggiornamento del quadro legale nazionale in tema di risarcimento e riparazione del danno da parte dello Stato. Inizialmente durante le fasi di elaborazione della sentenza la posizione ufficiale del ministero considerava eccessivo che si indagassero crimini risalenti a un’epoca così diversa e lontana. Invece bisogna sottolineare come l’impunità strutturale nel paese resti comunque un problema diffuso e importante che in un certo senso continua ad accomunare il Messico di oggi a quello di ieri nonostante gli sforzi del discorso ufficiale cerchino di costruire un’immagine ideale di ordine, trasparenza e legalità che raffiguri un Messico profondamente diverso da quello di 30 o 40 anni fa. Siamo ancora a metà strada.

Da: http://www.carmillaonline.com

http://latinoamericaexpress.blog.unita.it//

Con una storica e attesa sentenza, l’11 dicembre scorso, la Corte Interamericana dei Diritti Umani, composta da sei magistrati e inserita nel sistema dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), ha condannato lo Stato messicano per avere violato il diritto alla vita, all’integrità fisica e alla libertà personale dato che non ha indagato adeguatamente e ha discriminato attivamente i diritti di 3 vittime d’omicidio, Esmeralda Herrera, 15 anni all’epoca dell’assassinio, Claudia Gonzalez, di 20, e Berenice Ramos di 17, e dei loro familiari. Seguendo questa linea la Corte ha emesso il 16 dicembre un’altra sentenza emblematica relativa ai crimini statali commessi durante la guerra sporca degli anni settanta contro la popolazione.