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Ni una más. 40 escritores contra el feminicidio: presentación del libro en la #UNAM #México @zonafrancaMX @Desinformémonos

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[De Fabrizio Lorusso para Desinformémonos y Zona Franca] Mediante la adaptación de su prólogo, quisiera presentarles aquí un libro, cuyo título original es Nessuna più. Quaranta scrittori contro il femminicidio e invitarles a su presentación que será en la UNAM el día 17 de agosto a las 5 de la tarde en el Aula A de la Facultad de Filosofía y Letras (aquí el enlace del evento en Facebook). El proyecto nace entre 2012 y 2013 en Italia de una idea de la escritora y profesora Marilú Oliva y ahora ya existe en español en México gracias a un esfuerzo colectivo de traductores, coordinadores y revisores y la editorial de la Ibero León. Hace casi 5 años, Oliva decidió hacer un llamado a colegas narradores, poetas y periodistas, sensibles e indignados frente a la violencia de género y, en especial, ante el fenómeno nacional y global del feminicidio, para que escribieran un cuento basado en un hecho real. Para que la crónica periodística, muchas veces de corte amarillista y reduccionista, pudiera trascender y convertirse en algo más, en un texto que diera cuenta de las verdades negadas y deliberadamente ocultadas detrás de la violencia de género.  Continua a leggere

#Video #Foto de la Marcha #25N contra la Violencia de Género en #León #GTO #México #NiUnaMenos #DiaNaranja

Arriba. Video crónica de la marcha en León, Guanajuato, de 1 a 20 horas del 25 de noviembre de 2016. Realizada con smartphone. Abajo: dar clic sobre una foto para zoom. Más abajo: el breve comunicado informativo para el 25N del Programa universitario de mujer y relaciones de género de la la universidad Iberoamericana de León.

programa-genero-ibero-leonEl día de hoy, 25 de Noviembre, conmemoramos el Día Internacional de la Erradicación de la Violencia contra las Mujeres, es un día para hacer un alto y cuestionar las razones por las cuales esta violencia continúa y aumenta. Tres datos:

1. De cada 3 mujeres ha vivido situaciones de violencia física y sexual en todas las regiones del mundo. (Médicos del Mundo. Nov 2016)

2. Cada día mueren en promedio al menos 12 latinoamericanas y caribeñas por el solo hecho de ser mujer”. (CEPAL Oct 2016)

 3. En México 7 mujeres son asesinadas cada día. (ONU, 2015)

Los Estados tienen la obligación de garantizar a las mujeres el derecho a vivir una vida libre de violencia.

Femminicidio a Ciudad Juárez: una lettera dal Messico

Pubblico la lettera di un’amica. Parla del Messico, delle donne, della violenza e della repressione contro di loro, in particolare a Ciudad Juárez, la città di frontiera tra lo stato messicano di Chihuahua e il Texas, tristemente famosa per i feminicidios (femminicidi), la guerra tra gang (più di 500 bande rivali si contendono il territorio nella zona, spesso al soldo dei cartelli) e la lotta tra i cartelli del narcotraffico (Zetas/Càrtel del Golfo, Càrtel de Juàrez, Càrtel de Sinaloa). Pare inarrestabile la persecuzione contro le attiviste sociali e i movimenti di cittadini, che s’oppongono a questo stato di cose, anche perché non v’è nessuna autorità cui ci si possa rivolgere o su cui fare affidamento per ottenere protezione. Politica e violenza continuano ad andare a braccetto a scapito di chi lotta per una vita degna e per arginare il fenomeno degli omicidi “di genere”, cioè i femminicidi, in questa zona. Il fenomeno non è solo messicano, anche se qui è emblematico, ma serve come spunto di riflessione anche per la realtà italiana. Pensiamoci.

Ciao a tutt*. Scrivo (dal Messico) per informarvi che gli attacchi alle attiviste che da anni lottano contro il fenomeno dei femminicidi nello Stato di Chihuahua stanno raggiungendo una proporzione inaudita.

Dopo i recenti assassinii di Marisela Escobedo (e parenti), di Susana Chávez, di vari membri della famiglia Reyes Salazar, il 16 febbraio a Malú Andrade García (sorella di Alejandra Lilia Andrade, vittima di femminicidio, e presidentessa dell’associazione “Nuestras Hijas de Regreso a Casa, A.C.”) è stata incendiata la casa e ieri è stato trovato uno striscione (una narcomanta, come viene chiamato in Messico) nella scuola in cui lavora Marisela Ortiz (cofondatrice della stessa associazione) con pesanti minacce per lei e per suo figlio. Inoltre è stata sottratta una placca in onore a Marisela Escobedo che l’8 marzo varie persone e Ong avevano collocato nel luogo preciso in cui era stata assassinata, ovvero davanti alla sede del governo di Chihuahua.

L’escalation di violenza sembra ormai inarrestabile, vari stati federali (soprattutto a Nord, ma non solo) sono totalmente controllati dal narcotraffico o dalla delinquenza organizzata in generale e le autorità sono praticamente inesistenti. Perché dunque tanto accanimento nei confronti di pochi/e sparuti/e attivisti/e?

A mio giudizio, perché sono comunque un fastidioso sassolino nella scarpa e hanno il coraggio di sfidare l’autorità di chi detta legge a suo piacere e si sente in diritto di usare le donne (e in generale la popolazione) come meglio crede. È difficile trovare una forma di incidere in una realtà così desolante, ma sicuramente l’appoggio nazionale e internazionale è fondamentale affinché le autorità smettano di ficcare la testa nella sabbia e di negare o minimizzare il femminicidio.

So che in varie città italiane ci sono state diverse manifestazioni in solidarietà con Chihuahua e Cd. Juárez proprio in queste ultime settimane. Capisco anche che è difficile chiedere la solidarietà quando anche l’Italia non scherza quanto a femminicidi e a violenza sulle donne, ma mi sembrava comunque doveroso rendervi partecipi della situazione che si sta vivendo da queste parti.

Clara

E segnala ancora Clara: Ciudad Juárez. Qualche giorno fa è apparso uno striscione nella scuola in cui lavora Marisela Ortiz, cofondatrice dell’organizzazione “Nuestras Hijas de Regreso a Casa”, con pesanti minacce nei confronti dell’attivista e di suo figlio. Qualche settimana fa un’altra attivista della stessa organizzazione, Malú Andrade, era stata costretta ad abbandonare Cd. Juárez, dopo che le era stata incendiata la casa. Notizia originale QUI.

Nosotr@s en Red   www.nosotrasenred.org

In spagnolo:

Los ataques a luchadores sociales y activistas contra el feminicidios continúan y llegan a niveles jamás alcanzados antes: después de las amenazas y la quema de la vivienda de Malú Andrade García, presidenta de “Nuestras Hijas de Regreso a Casa, A.C.” de Ciudad Juárez, de los asesinatos de Marisela Escobedo y Susana Chávez, hoy apareció una manta en la escuela donde trabaja como profesora Marisela Ortiz, cofundadora de NHRC, con graves amenazas hacia ella y su hijo.

Y no es todo: durante la noche fue retirada la placa que la ciudadanía y ong’s de Chihuahua, Chi. habían colocado en honor a Marisela Escobedo frente al palacio de gobierno de la ciudad capital, lugar donde ocurrió su asesinato.

Todo indica que las protestas están haciendo mella en la impunidad total en la que está sumido el país.

NO ES SUFICIENTE REPUDIAR ESTOS HECHOS; ES NECESARIO ACTUAR DE MANERA CONTUNDENTE PARA EXIGIR JUSTICIA PARA LAS VÍCTIMAS Y EL FIN DE LAS HOSTIGACIONES CONTRA L@S ACTIVISTAS.


Ciudad Juàrez, Messico: Marisela Ortiz parla del feminicidio

Riporto qui e diffondo volentieri l’articolo dell’amico Matteo Dean che ci aggiorna sul fenomeno drammatico del feminicidio in Messico e Ciudad Juarez, città situata lungo la frontiera nord con gli Usa e che ormai da anni è nota per le caratteristiche di genere dei crimini che vi si commettono. Ce ne parla direttamente Marisela Ortiz, docente e attivista sociale a Juarez tra le fondatrici dell’associazione Nuestras Hijas de Regreso a Casa.
Ciudad Juárez, Messico, è oggi considerata una delle città più violente del pianeta. Assurta alla cronaca internazionale per l’ormai famigerato caso delfeminicidio, Juárez – come la chiamano in Messico – è oggi uno degli scenari di maggiore scontro della cosiddetta “guerra al narcotraffico” lanciata dall’attuale amministrazione federale guidata dal presidente Felipe Calderón.
Essere donna a Juárez non è mai stato facile. Lo è ancora meno oggi, che nelle tremende statistiche di omicidi che riportano una media di 40 morti al giorno, la donna come genere tende a scomparire. Marisela Ortiz Rivera, maestra di scuola superiore, fondatrice ed attivista della organizzazione “Nuestra hijas de regreso a casa”, descrive molto bene questa situazione: “Oggi Juárez è narcotraffico. Si pensa che il feminicidio sia stato risolto. La violenza generalizzata ha posto un velo che nasconde la morte di donne”.
A febbraio si sono compiuti dieci anni dal tragico omicidio di Lilia Alejandra García Andrade, che spinse Marisela, sua professoressa, ad assumere un ruolo attivo in questa lunga lotta contro il feminicidio. Lilia Alejandra subì un sequestro ad inizio febbraio 2001. Il 14 dello stesso mese, il suo corpo venne ritrovato, in pieno centro città, oltraggiato. Marisela, sconvolta, accorse immediatamente dalla famiglia della ragazza di appena 17 anni. Sua madre, Norma, e sua sorella, Malú, la ricevettero ed insieme cominciarono le ricerche, poi le denunce. Infine, venne la fondazione di “Nuestra hijas de regreso a casa”, organizzazione civile che si occupa, assieme a molti altri, di sostenere la lotta per la verità e “per cambiare la cultura di fondo che costituisce il contesto del feminicidio”.
Marisela racconta come è cambiata la sua vita nel febbraio 2001. “Quando hai una vita normale non ti puoi immaginare cosa succede se decidi di alzare la voce e difendere una causa. La mia vita e quella della mia famiglia è cambiata da quando ho deciso di difendere i diritti delle donne. Ho vissuto esperienze dure e difficili, le stesse che ci hanno aiutato a riaffermare questa missione, giorno dopo giorno”. Il pericolo cui si riferisce Marisela ha un nome ed un cognome: “Sin da subito abbiamo ricevuto intimidazioni, minacce ed ogni tipo di repressione da parte del governo statale di Chihuahua”. E spiega: “Lo Stato ha trasformato il caso del feminicidio da una questione sociale ad una questione altamente politica”.
La corruzione, dice Marisela, è il contorno sociale in cui si realizza il feminicidio ed in cui le attività sue e delle sue compagne sono represse. “È un gioco perverso. I funzionari pubblici sono immersi in un sistema che reprime e fa danno. Giocano un ruolo in favore della struttura di governo che non è solamente tollerante ma partecipante, attivo. Dietro alfeminicidio c’è questa corruzione legata al potere, la stessa che ha tolto valore alla presenza femminile nella società”.
È difficile oggi in Messico dare i numeri del feminicidio. Ciononostante, praticamente tutte le organizzazioni sociali ed alcuni governi locali sono concordi nel sostenere che il fenomeno ormai è diffuso in tutto il Paese e oltrepassa la frontiera. Secondo i dati dell’Istituto Cittadino di Studio sull’Insicurezza (Icesi) il maggior numero di donne assassinate nel 2010 si troverebbe nel Estado de México, entità federale vicina alla capitale messicana. Altri dati offerti dall’Osservatorio Cittadino Nazionale contro il Feminicidio (Ocnf) parla di 459 casi in Messico per il 2009, di cui 89 nel Estado de Mexico e 71 in Chihuahua.
I numeri però non rendono giustizia alle donne, dice Marisela. “Sarebbe sufficiente un caso”, spiega la Ortiz che nel corso di questi anni ha dovuto per un periodo separarsi dalle figlie a causa di minacce ricevute, afferma: “Mi sento nel mirino. Patiamo questa situazione da tanti anni, ma ancor di più oggi che lo Stato permette questi casi in modo più sfacciato. Il governo attuale sta agendo in modo molto repressivo e non sta rispettando i diritti umani. Credo che sia colluso con la violenza esercitata contro di noi”.
Ma Marisela resiste. “Rimango a Juarez perché questo non è il momento di abbandonare una causa cosi importante. Ho preso molti impegni con tanta gente. E poi, questa è la mia terra, ho la mia casa e tutti i miei averi qui”. Con voce consapevole aggiunge: “Qui ho i miei vivi e i miei morti. Non vedo perché devo abbandonare tutto questo, piuttosto credo di dever rimanere qui per recuperare quello che avevamo prima”.
Tre poliziotti federali la scortano e l’accompagnano ovunque ormai da tre anni. “Continuo ad andare a scuola, da lunedì a venerdì. In questo periodo di tanta violenza è necessario mantenere un profilo più basso, non vogliamo provocare reazioni, metterci in pericolo, ed allora lavoriamo di più sull’aspetto sociale, come con il progetto La Esperanza”, che accompagna la formazione dei giovani della città.
La lotta, dunque, non è ancora conclusa. Insiste Marisela: “Dobbiamo creare una cultura diversa per un futuro migliore e chi meglio dei figli delle donne assassinate possono contribuire a ciò? Sappiamo che solo così, cambiando il contesto culturale, potremo un giorno scongiurare tutta questa violenza”. Infine, Marisela commenta: “Nonostante le molteplici minacce ricevute anche da gente armata, credo che tutta questa situazione abbia contribuito alla mia formazione. Ringrazio tutti i nostri nemici perché mi hanno aiutato ad essere una persona più forte. Se mi devo pentire di qualcosa, direi che mi pento di non aver cominciato prima ad organizzarmi, di aver tenuto gli occhi chiusi fino al caso di Lilia Alejandra”.
Matteo Dean
Il presente articolo è stato pubblicato sul portale italiano Tiscali.it il 3 marzo 2011.

Campagna internazionale contro il femminicidio

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LOS FEMINICIDIOS PRONUNCIAMIENTO ANTE EL ASESINATO DE MARISELA ESCOBEDO Y SUSANA CHÁVEZ EN MÉXICO


En México los feminicidios se han incrementado bajo el gobierno de Felipe Calderón. La inmensidad del problema no es resultado de la violencia o el crimen organizado en general, sino de un estado con altos niveles de impunidad, donde los derechos de las mujeres está entre las últimas prioridades.

La muestra son las más de 10 mil mujeres y niñas asesinadas los últimos 10 años. Los 22 millones de mujeres mayores de 14 años que realizan trabajos no remunerados. Miles sin acceso a la salud, con el 60 por ciento de las mujeres que trabajan sin seguridad social. Las 120 mil mujeres y niñas violadas cada año. Con 8 de cada 100 mujeres sin saber leer ni escribir. El reclutamiento de cientos de mujeres y niñas a redes de trata y prostitución. Las mujeres además enfrentan la criminalización del aborto en 17 estados del país con penas que llegan hasta los 35 años de prisión.

El narcotráfico ha sido el pretexto del gobierno para militarizar el país. Y trajo con esto un aumento inaudito de la impunidad, violaciones a los derechos humanos, horas de enfrentamiento a mitad de calle, detenciones ilegales, hostigamiento sexual, civiles asesinados y desapariciones a luchadores sociales en algunos estados del país, toques de queda, entre otras consecuencias para la población.

Ya antes los feminicidios eran una tragedia, las cifras únicamente en Ciudad Juárez de 1993 a 2002 alcanzaban los 413 asesinatos de mujeres y niñas. Tan solo en 2010 Chihuahua sumó 446 muertes más, en el que coincidentemente es el estado más militarizado y violento del país.

Los altos niveles de impunidad son la base de los feminicidios. El sistema judicial esta plagado de prejuicios machistas en sus leyes y marcado por la indolencia y el desprecio de muchas autoridades hacia los crímenes de mujeres.

Fue en los tribunales donde en 2008, Catalina Ochoa, una de los tres jueces que liberó en 2010 al asesino confeso de Rubí Marisol Frayre, dirimió los cargos contra un asesino múltiple de mujeres en el conocido caso de Campo Algodonero, y resolvió su absolución.

Mientras tanto, los familiares de las víctimas, que toman en sus manos la investigación, han sido criminalizados, perseguidos y asesinados (como el caso del cuñado de Marisela Escobedo).

Pero en las cárceles del país tortura a presos (como hacía la directora de un penal en Torreón), se prostituye a presas (Penal de Santa Martha), se dan permisos para salir de noche, se dan fugas masivas, se encarcela a curas pederastas sólo los fines de semana (caso Laurencio Pérez en Guanajuato).

Por eso, denunciamos que la tragedia que hoy se cierne sobre las mujeres en México obedece entre otras cosas a la impunidad y complicidad de las autoridades.

Los últimos tres años se han cometido dos mil 50 asesinatos de mujeres y niñas, en 18 estados del país, según las cifras del Observatorio Ciudadano Nacional del Feminicidio.

Contra las declaraciones del gobernador Enrique Peña Nieto, quien niega los feminicidios en el Edomex, esta entidad alcanzó 922 asesinatos de mujeres registrados entre 2005 y 2010 y 9 de cada 10 asesinatos de mujeres permanecen sin castigo.

A un mes del crimen de Marisela Escobedo en Ciudad Juárez, sin un solo detenido, fue asesinada Susana Chávez, el 6 de enero, quien también fue parte activa en la lucha contra los feminicidios. Con ella suman tres las defensoras de derechos humanos asesinadas en Chihuahua en un año.
Por todo esto, nosotras (trabajadoras, desempleadas, estudiantes, amas de casa, activistas, feministas, lesbianas feministas, defensoras y de la lucha anticapitalista), mujeres de América Latina y el Caribe que nos solidarizamos con nuestras hermanas mexicanas y todo el pueblo trabajador y pobre del país, queremos poner en pie una gran campaña unitaria de las organizaciones de mujeres, feministas, de la disidencia sexual, lesbianas, comisiones sindicales de mujeres, organismos de derechos humanos, estudiantiles y obreros, para que se oiga nuestra voz que reclama:

• ¡Alto a los feminicidios! ¡Ni una muerta más!

• ¡Basta de violencia contra la mujer!

• Solidaridad con Nuestras Hijas de Regreso a Casa y con todas las activistas, feministas y luchadoras de Chihuahua. Alertamos a las organizaciones defensoras de derechos humanos, quienes pueden velar efectivamente por su seguridad.

• ¡Repudiamos el asesinato a Marisela y Susana y exigimos el juicio y castigo para los responsables y la detención inmediata y definitiva de Rafael Barraza!

• ¡Alto a la represión de activistas en el país!

• ¡Alto a la militarización! ¡Exigimos al gobierno que retire inmediatamente las tropas de todo el país!

• ¡Destitución, juicio y castigo a los jueces y autoridades implicados en negligencias en casos de feminicidios!

• ¡Por una comisión independiente integrada con mujeres destacadas en la lucha contra los feminicidios y los derechos humanos y con familiares de las víctimas!

• ¡Apertura y reapertura de todos los expedientes donde hay implicados asesinos de mujeres!

panyrosasmexico@gmail.com

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JUSTICIA PARA NUESTRAS HIJAS, CHIHUAHUA (MÉXICO)
Agrupación de mujeres Pan y Rosas (MEXICO)
Liga de Trabajadores por el Socialismo (MEXICO)
ContraCorriente agrupación estudiantil UNAM (MEXICO)
Juventud Trabajadora Barricada de Ecatepec (MEXICO)
Pão e Rosas (BRASIL)
Diana Assunção (Diretora do Sindicato de Trabalhadores da USP – Sintusp (BRASIL)
Martha Isabel Robledo Castillo,  abogada (MEXICO)
Dra. Lucía Melgar,  DF, (MÉXICO)
Humberto Robles, Dramaturgo y escritor (MÉXICO)
Mazzei Nogueira UFSC – (BRASIL)
Livia Vargas González C.I. 12.688.625  Profa. Universitaria. (VENEZUELA)
Ulrike Keyser Ohrt (MÉXICO)
Francesca Gargallo, escritora, (MÉXICO)
Andrea Curull Oliete, DNI: 53089762N, (ESPAÑA)
Diego Jesús, Rejón BayoSecretario Acción Sindical FESIM-CGT  (ESPAÑA)
María Jesús Sarrionandia Uribelarrea
Christiane Nolte
Roman Pérez “trabajadores x la unidad VW de mx”, colectivo de trabajadores democraticos de Puebla (MÉXICO)
Hiram Molina Guerrero, dramaturgo, (MÉXICO)
Agrupación de Mujeres Pan y Rosas-Bahía Blanca (ARGENTINA)
Paula Daniela Fernandez Hellmund,  Universidad Nacional del Sur, (ARGENTINA)
Denise Alamillo,  Activista Social, Monterrey Nuevo León (MÉXICO)
Darío Acosta, estudiante, Córdoba (ARGENTINA)
Claudia Lupardo, trabajadora de la educación, Pan y Rosas. PTS, La Pampa,(ARGENTINA)
Elena de Forencia, Red de Mujeres Convergencia 8 de Marzo, Edo. Morelos (MÉXICO)
Guadalupe Caro Cocotle, UNAM, (MÉXICO)
Gabriela Delgado Ballesteros, Investigadora IISUE-UNAM,  (MÉXICO)

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Brutale omicidio di un’attivista a Ciudad Juàrez, Messico. Ni una màs.

Ni una más. Non una di più. L’autrice di questa frase è stata assassinata. Si chiamava Susana Chávez e, oltre ad essere attivista contro i femminicidi a Ciudad Juárez, era poeta. Aveva 36 anni. Hanno gettato il suo corpo seminudo per strada. La testa era avvolta in un sacchetto di plastica nero. Le mancava la mano sinistra. A Susana piaceva scrivere. Iniziò verso gli 11 anni. Era sul punto di finire un poemario. Dedicò la sua vita a denunciare le ingiustizie contro le donne. Offriva letture delle sue poesie durante le manifestazioni per le donne scomparse e assassinate.

Verónica Leitón realizzò una performance basata sulla sua poesia. Susana pubblicava su riviste e quotidiani e partecipò come modella sulla copertina promozionale del film “16 en la lista”, il cui soggetto aveva per tema i femminicidi. Susana scrisse sul suo blog “primera tormenta” il suo ultimo pensiero: “Ho provato dolore prima che si acuisse tutta la violenza che stiamo vivendo tutti noi abitanti di questa mia città natale, Ciudad Juárez. Ma adesso provo una sensazione di vuoto, abbandono e impotenza, suppongo come molti altri. Immaginare un miglioramento per quanto mi riguarda è difficile, ma nutro ancora delle speranze perché sono una donna di fede. Viva Città Juárez!”

Il 5 gennaio ha detto a sua madre che sarebbe andata in centro con degli amici. Non ha nemmeno preso la borsa. Quel giorno è stata assassinata, ma le autorità hanno consegnato il suo corpo cinque giorni dopo. Perché?, si domandano in molti. La versione che la questura di Chihuahua vuole spacciare per vera è che si è trattato di un crimine comune che non aveva nulla a che vedere con il suo attivismo.

Hanno affermato che è stata uccisa da tre giovani diciassettenni con cui è uscita a bere una birra. L’ipotesi che sostengono è che Susana avrebbe deciso di andare a casa di uno di loro e che lì avrebbero litigato e i giovani allora avrebbero deciso di ucciderla. Non c’è nulla di chiaro. Il sospetto getta ombra sulla versione ufficiale.

I presunti assassini sarebbero Sergio Rubén Cárdenas de la O detto “El Balatas”, Aarón Roberto Acevedo Martínez detto “El Pelón” e Carlos Gibrán Ramírez Muñóz detto “El Pollo”. Dicono che Susanna abbia affermato di essere una poliziotta e che li avrebbe denunciati in quanto membri di una banda. Allora l’avrebbero messa dentro la doccia e lì asfissiata. Successivamente le avrebbero amputato una mano con una sega per farlo sembrare un atto criminale tipico della delinquenza organizzata. La questura ha scartato l’ipotesi che ci fossero delle prove di violenza sessuale, ma in teoria quello sarebbe stato uno dei motivi dell’aggressione.

Susana era così ingenua da andare a bere da sola con tre ragazzi ignoti in una casa altrettanto ignota? Era così prepotente da mentire loro affermando di essere una poliziotta e di volerli denunciare come teppisti?

Lo dubito. La sua storia personale non coincide con questi atteggiamenti. Inoltre l’autorità di Chihuahua non è stata capace di risolvere neanche un caso dei 13 attivisti sociali assassinati in un anno, di cui tre donne; ha quindi poca credibilità. Una questura che non è nemmeno stata capace di risolvere i casi di femminicidio, manca di appoggio sociale. L’anno scorso sono state assassinate 446 donne. È per questo che c’è una certa diffidenza, l’ombra del dubbio.

La questura si difende ed argomenta che Susana non partecipava più a manifestazioni contro i femminicidi da sei anni, che non era più in contatto con l’ambiente delle organizzazioni non governative che denunciano violazioni dei diritti umani, che negli ultimi anni lavorava al El Paso (Texas) come badante di anziani, e via discorrendo…

La cosa certa è che non meritava di morire così. Né lei né nessun’altra. E che Amnesty International ha richiesto un’investigazione approfondita. E che la Commissione Nazionale dei Diritti Umani ha aperto un’inchiesta. E che le ONG e i collettivi di donne non hanno intenzione di starsene zitti, né di nascondere la propria indignazione. E che molte persone pensano che il silenzio ci rende complici. C’è molto dolore accumulato, molte morti, molti assassinii che si assomigliano… l’unica cosa che ci resta da fare è continuare ad alzare la voce.

L’assassinio di Susana Chávez si iscrive invariabilmente nell’ambito dei femminicidi, un crimine che si aggiunge a quello di migliaia di donne assassinate per ragioni violente. È la radiografia della mascolinità più primitiva, quella che lacera, offende, ferisce, aggredisce, insulta e dilania la società. Abbiamo bisogno di costruire tra tutti una mascolinità senza violenza, attacchi e impunità.

Una chitarra le dà il commiato al cimitero. Sua madre mette un foglio nella bara. È la poesia che Susana Chávez scrisse in onore a una morta di Ciudad Juárez: “Sangue mio, sangue di alba, sangue di luna tagliata a metà, sangue del silenzio”.

Articolo di Sanjuana Martínez

Traduzione di Clara Ferri

Messico, l’assassinio di Marisela Ortiz e la repressione della protesta

Centro de Derechos Humanos de las Mujeres

17 de diciembre de 2010 Chihuahua, Chih, Mexico

Organizaciones se pronuncian por el feminicidio de Marisela Escobedo Ortiz

Ante la incapacidad y el desprecio del gobierno federal y el gobierno estatal, Marisela fue asesinada por pedir justicia para su hija Rubí.

No me voy mover de aquí hasta que detengan al asesino de mi hija” fueron las declaraciones de Marisela, antes de colocar su pequeño campamento en la Cruz de Clavos NI UNA MÁS, en la Ciudad de Chihuahua. Estaba dispuesta a pasar navidad y año nuevo en ese lugar emblemático, en el  que apenas el 25 de noviembre pasado, había participado en una manifestación junto con las madres de Justicia para Nuestras Hijas, para colocar en la cruz, más de 300 nombres de las mujeres que han sido asesinadas en el estado de Chihuahua tan sólo en este año, 2010.

Rubí, tenía 16 años cuando fue asesinada por Sergio Rafael en agosto de 2008.  Desde que desapareció y su pequeño cuerpo fue encontrado en un terreno junto a huesos de marranos,  la madre de  Rubí,  Marisela, una enfermera jubilada, dedicó su vida a buscar justicia para su hija, convirtiéndose una defensora de derechos humanos.

El mismo día que el Secretario de Gobernación, Francisco Blake, pedía a la ciudadanía “sacudirse el miedo para combatir a los criminales”, Marisela fue asesinada frente a las puertas del Palacio de Gobierno de la Ciudad de Chihuahua, mientras realizaba una protesta pacífica e indefinida para exigir a las autoridades la detención del asesino de su hija Rubí.

Marisela no sólo se sacudió el miedo, caminó durante días desde la Subprocuraduría de Justicia a la Ciudad Judicial en Ciudad Juárez para exigir sanción para el asesino de su hija. La acompañaban una carriola con su nieta de dos años y un cartel con la foto de su hija Rubí. Un tribunal de juicio oral dejó en libertad al asesino, cimbrando el sistema de justicia.

Marisela, luchadora  incansable, logró junto con las abogadas del Centro de Derechos Humanos de las Mujeres (CEDEHM) que un tribunal de casación (integrado por tres magistrados) rectificara la decisión de los jueces y logró obtener una sentencia condenatoria contra Sergio Rafael, asesino confeso, en el que se le condenaba finalmente a 50 años de prisión.

“Ya me cansé de hacer su trabajo, ahora les toca a ellos” decía Marisela. Efectivamente, mientras las autoridades no lograron encontrar a Sergio Rafael, Marisela con sus propios recursos, lo ubicó en Zacatecas y dio aviso a la Procuraduría de Chihuahua, que alegó que por trámites burocráticos  no pudo detenerlo.

La Procuraduría del estado de Chihuahua le informó a la madre, que en coordinación con la Procuraduría General de la República y las de los Estados  “se encontraban buscando al asesino de su hija en todo el país”. Nunca lo encontraron.

Durante dos años, recorrió el país. Regresó a Zacatecas, viajó a la Ciudad de México donde Solicitando audiencia con el Presiente Calderón y con el Procurador Arturo Chávez Chávez, quienes se negaron a recibirla. Se entrevistó con mandos de la Procuraduría General de la República que le prometieron que buscarían al asesino de su hija. Tampoco lo encontraron.

Días antes de ser asesinada, acudió a un acto donde se encontraba el Gobernador de Chihuahua, César Duarte y sacó una pancarta que decía “justicia, privilegio de gobiernos”. La solicitud de Marisela hizo enojar al Gobernador, como lo documentaron varios periódicos locales. El gobernador incluso la regañó y despreció. Después, logró entrevistarse con el Fiscal del estado de Chihuahua que le prometió que revisaría su caso.

Lucha Castro, coordinadora del Centro de Derechos Humanos de las Mujeres (CEDEHM) declaró “en estos momentos, no se puede descartar ninguna línea de investigación, incluida la de un crimen de estado pues Marisela no iba a parar hasta que detuvieran al asesino de su hija”.

Marisela murió a las puertas del Palacio de Gobierno y frente a la cruz de clavos que colocaron la red de mujeres de negro  y madres de las jóvenes asesinadas en el estado de Chihuahua. Marisela fue asesinada por pedir justicia.

Sr. Presidente Calderón y Sr. Duarte, Gobernador de Chihuahua: ¿hasta dónde llega la responsabilidad de los ciudadanos para hacer justicia y dónde empieza su labor como autoridades?

Ante tal incapacidad, cantidad de omisiones, desprecio y negligencia, el Estado mexicano es responsable y debe responder inmediatamente por el asesinato de Rubí y Marisela.

Ya basta. Ni una más.

Reprimen a manifestantes contra asesinato de Marisela Escobedo Ortiz

Más información sobre el asesinato político de Marisela Escobedo Ortiz:

Audio con la periodista Carmen Aristeguí

Video. Noticieros Televisa

http://www.youtube.com/watch?v=c2y5mNbVHn0

Justicia Para Nuestras Hijas / Centro de Derechos Humanos de las Mujeres

Para mayor información: Justicia para Nuestras Hijas // info@justiciaparanuestrashijas.org // Tel. (614) 413-3355 // twitter: @jpnh01  // Centro de Derechos Humanos de las Mujeres // comunicacion@cedehm.org // Tel. (614) 415-4152.

 

Documentario: Juárez la città dove le donne sono usa e getta (sott. italiano)

[blip.tv ?posts_id=3986082&dest=-1]

Documental: Juárez, la ciudad donde las mujeres son desechables (con subtítulos al italiano de Clara Ferri).

Lungometraggio di Alex Flores e Lorena Vassolo che documenta il fenomeno del femminicidio a Ciudad Juárez e di alcuni casi di violenza sulle donne di risonanza nazionale e internazionale

Largometraje de Alex Flores y lorena Vassolo que documenta el fenómeno del feminicidio en Ciudad Juáre, México, y de algunos casos de violencia sobre las mujeres que tuvieron resonancia nacional e internacional.

http://www.nosotrasenred.org/index.html

Articolo “Messico Violento”

Articolo “Da Juárez alla guerra sucia: storiche condanne contro il Messico…”

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