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FABRIZIO LORUSSO, “Nos une el mismo dolor.” Narrative, lutto e ricerca di vita nel collettivo de “Los otros desaparecidos de Iguala” – Revista Letterature d’America (Italia)

Letterature d'America n. 173 2019 copertina[Articolo accademico di Fabrizio Lorusso, “Nos une el mismo dolor.” Narrative, lutto e ricerca di vita nel collettivo de “Los otros desaparecidos de Iguala”, Letterature d’America (La Sapienza, Università di Roma), n. 173, anno XXXIX, 2019 (Bulzoni Editore, ISSN 1125-1743), pp. 85-103 (volume della rivista dedicato a «La Morte nella letteratura e cultura in Messico»]

Abstract – “The Same Grief Joins Us.” Narratives, Mourning, and the Search for Life in the Collective “Los otros desaparecidos de Iguala.” In Mexico shared grief and the search for desaparecidos drive families towards collective action in an environment characterized by violence and lack of human rights. In 2014, after the forced disappearance of 43 students in Ayotzinapa, a group was formed, Los otros desaparecidos de Iguala, that engaged itself in the search for desaparecidos in the state of Guerrero. This essay begins with their testimonies and analyzes the concepts of suspended and shared mourning, and the search for life, in contrast with the official narratives on life, death, and the status of desaparecidos.

En México el dolor común y la búsqueda de los desaparecidos empujan a los familiares a la acción colectiva en un contexto de violencia y crisis de los Derechos Humanos. Tras la desaparición forzada de los 43 estudiantes de Ayotzinapa en 2014, nacen Los otros desaparecidos de Iguala, buscadores de desaparecidos en Guerrero. El artículo arranca de sus testimonios y analiza los conceptos de duelo suspendido y compartido, y de búsqueda de vida, que se contraponen a las narrativas oficiales sobre la vida, la muerte y el estatus de los desaparecidos.

“A mesma dor nos une.” Narrações, luto e busca pela vida no coletivo de “Los otros desaparecidos de Iguala.” No México a dor comum e a busca dos desaparecidos levam os membros da família à ação coletiva em um contexto de violência e de crise dos Direitos Humanos. Depois do desaparecimento forçado dos 43 estudantes de Ayotzinapa em 2014, nasce o grupo de Los otros desaparecidos de Iguala, formado pelos buscadores de desaparecidos no Estado de Guerrero. A partir de seus depoimentos, o artigo analisa os conceitos de luto suspenso e compartilhado, e a busca pela vida, mostrando a contraposição às narrativas oficiais sobre a vida, a morte e o status dos desaparecidos.

El autor/L’autore: Fabrizio Lorusso. Docente e ricercatore presso la Universidad Iberoamericana León, Guanajuato, Messico. Appartenente al Sistema Nazionale dei Ricercatori messicano. Giornalista freelance per media italiani e latinoamericani. Laurea vecchio ordinamento in Economia Aziendale all’Università Bocconi di Milano. Dottorato e Master in Studi Latinoamericani alla Universidad Nacional Autónoma de México. Linea di ricerca attuale: Diritti umani, azione collettiva e neoliberalismo (collettivi di familiari di desaparecidos).

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Colombia: manuale per minacciare gli oppositori politici della polizia

Riporto un’interessante segnalazione dell’amico Martin e Selvas.org. Svelato un documento importante per capire l’istituzionalizzazione della violenza in Colombia. E non solo in Patria. Una pratica con regole e comandi precisi. Solo un esempio di come anche in Italia corriamo il pericolo di questa violenza: “Neutralizzare le azioni destabilitrici delle ONG in Colombia e nel mondo”.

Da Ciudad Juarez alla guerra sucia: prime condanne contro il Messico

Con una storica e attesa sentenza, l’11 dicembre scorso, la Corte Interamericana dei Diritti Umani, composta da sei magistrati e inserita nel sistema dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), ha condannato lo Stato messicano per avere violato il diritto alla vita, all’integrità fisica e alla libertà personale dato che non ha indagato adeguatamente e ha discriminato attivamente i diritti di 3 vittime d’omicidio, Esmeralda Herrera, 15 anni all’epoca dell’assassinio, Claudia Gonzalez, di 20, e Berenice Ramos di 17, e dei loro familiari. Seguendo questa linea la Corte ha emesso il 16 dicembre un’altra sentenza emblematica relativa ai crimini statali commessi durante la guerra sporca (guerra sucia) degli anni settanta contro la popolazione di molte zone del paese.

La sentenza è inappellabile e riguarda appunto i casi citati di “femminicidio” che risalgono al novembre del 2001 quando insieme alle tre vittime furono ritrovati altri 5 corpi nel terreno conosciuto come “campo algodonero”. (campo di cotone) Si tratta di una tipologia di violenza molto comune nel nord del Messico e lungo la frontiera con gli USA per cui vengono violentate, sequestrate e uccise prevalentemente donne giovani in età lavorativa o anche adolescenti. Si può trovare il testo integrale della sentenza alla pagina www.corteidh.or.cr.

Cos’è il feminicidio? Il sito molto attivo dedicato alle questioni di genere http://www.nosotrasenred.org/index.html lo caratterizza come un neologismo che si riferisce agli assassinii contro le donne a causa del loro genere, una sorta di genocidio ai danni delle donne quindi distinto dal termine omicidio per esigenze politiche, linguistiche e sociali di differenziazione. Viene dalla traduzione dei vocaboli inglesi feminicide o gendercide, introdotti da Jill Radford e Diana Russell con il libro Femicide: The Politics of Woman Killing, del 1992, così come da Mary Anne Warren nel 1985 con il suo libro Gendercide: The Implications of Sex Selection. A Ciudad Juarez, città con oltre un milione di abitanti che è anche uno dei comuni più violenti di tutto il paese, sono oltre 600 le donne uccise dalla metà degli anni novanta ad oggi e l’impunità regna sovrana in quasi tutti questi casi. La sentenza della Corte arriva quindi dopo molti anni a sanzionare un comportamento complice dello Stato messicano e in particolare dell’autorità locale dello Stato di Chihuahua e dei vari governatori che lo hanno retto negli ultimi 15 anni.
L’atteggiamento lassista nei confronti dei crimini contro le donne (ricordiamo che fino a qualche anno fa, e probabilmente ancora oggi, l’uomo accusato di stupro godeva di sostanziose attenuanti se la vittima portava i jeans o se camminava da sola per la strada con atteggiamento equivoco o in minigonna, eccetera) e la connivenza delle autorità con il narcotraffico costituiscono forse i fattori principali che alimentano la spirale di violenza in certe zone calde del Messico.

Infatti i problemi della più lunga frontiera del mondo tra un paese in via di sviluppo con 110 milioni di abitanti e circa 60 milioni di poveri, il Messico, e il mercato più ricco e grande del mondo rappresentato dagli Stati Uniti si fondono in queste zone con quelli causati dalla delinquenza organizzata che traffica droga, persone e merci ed è in guerra con uno Stato messicano corrotto che per combattere ha deciso di impiegare massicciamente l’esercito e la polizia, la retorica e la paura, anziché puntare su strumenti più lungimiranti come lo sviluppo economico e del lavoro, i programmi sociali, il rispetto delle garanzie e lo stato di diritto, la cultura della legalità e le politiche di contenimento o di liberalizzazione della domanda e dell’offerta nazionale ed estera di stupefacenti.

Sono state riscontrate irregolarità nelle fasi preliminari delle indagini così come nelle successive in per cui lo Stato messicano e il potere giudiziario devono farsi responsabili dell’impunità di cui godono i colpevoli e vengono condannati a continuare con le ricerche e risarcire i parenti delle vittime economicamente con ingenti somme di denaro e moralmente con cerimonie pubbliche e la costruzione di monumenti per le vittime. La sentenza risulta importante chiaramente non solo per il caso specifico quanto perché stabilisce un precedente autorevole ed evidenzia le colpe dello Stato e indirettamente del sistema politico a vari livelli per quanto riguarda il perpetuarsi dei crimini e della violenza contro centinaia di donne. Già nel 2003 si parlava infatti di oltre 300 assassinii comprovati e 500 sparizioni per motivi di genere dato che interessavano donne. Le ipotesi avanzate dalla stampa nei primi anni circa la presenza di un “mostro di Juarez” o di un serial killer non hanno retto nonostante gli sforzi dei media e del governo di far passare questa strage silenziosa come un fatto di cronaca che sarebbe durato poco. Spesso le vittime della delinquenza si ritrovano quasi sotto accusa o si sentono rispondere con estrema e crudele sufficienza dato che le autorità statali propiziano la criminalizzazione della denuncia e del dissenso civile attraverso un mix esplosivo di inazione, corruzione e indifferenza che porta intere famiglie alla disperazione o, nel migliore dei casi, a saltare le istituzioni locali o nazionali per rivolgersi a istanze superiori.

Le omissioni e le omertà delle autorità vengono quindi oggi sanzionate internazionalmente mentre lo stesso governo nazionale non ha saputo giudicarsi o riformarsi adeguatamente. La cultura retrograda e maschilista di alcune zone del paese, la violenza diffusa in certi contesti sociali e regionali, la presenza dei cartelli del narcotraffico e delle tensioni tipiche del confine con gli USA, la connivenza delle autorità politiche con gli stessi cartelli e con le bande di delinquenti che lo tengono come alleato in scacco, la corruzione delle forze dell’ordine e le crescenti possibilità di lavoro e autosufficienza delle donne impiegate nella fabbriche maquiladoras che ne fanno delle “ragazze emancipate” sono alcuni elementi che chiariscono il fosco e adulterato panorama dipinto in questi anni dalla propaganda ufficiale. Consiglio al riguardo la visione del documentario Preguntas sin respuestas di Rafael Montero
(http://www.imcine.gob.mx/DIVULGACION/CIRCUITOS/HTML/LARGOS/05/pdf/Preguntas_sin_respuesta.pdf e http://noticias.kinoki.org/el-documental-preguntas-sin-respuestas-los-asesinatos-y-desapariciones-de-ciudad-jurez-estar-acabado-para-finales-de-ao/ ).

A partire da questa sentenza il problema principale sarà la storica inerzia istituzionale e l’apatia delle autorità per adempiere quanto viene loro imposto. Il Ministero degli Interni messicano ha sottolineato come molte della azioni stabilite dalla sentenza della Corte siano già state implementate e ha solamente affermato che “studierà attentamente la sentenza e farà gli sforzi necessari per il suo adempimento”. La freddezza della dichiarazione supera solamente la sua brevità. Un altro elemento negativo per le famiglie interessate direttamente dal provvedi mento della Corte Interamericana è la recente nomina a Procuratore Generale della Repubblica di Arturo Chavez che ha sostituito il celebre e discusso Medina Mora, ora ambasciatore a Londra, e che è stato procuratore proprio nello Stato di Ciudad Juarez, il Chihuahua, tra il 1996 e il 1998, anni non esattamente propizi e positivi per quel che riguarda i feminicidios e l’applicazione della legge, anzi sembra che l’ex procuratore di quella regione sia stato più volte segnalato tra i funzionari poco trasparenti e che ostruivano le indagini su questi crimini. Quindi le organizzazioni che sostengono e portano avanti il caso del “campo algodonero”, come la CEDIMAC (Centro per lo Sviluppo Integrale della Donna), stanno progettando di integrare l’anno prossimo un comitato di esperti messicani e stranieri che possano supervisionare le condizioni e i progressi per l’adempimento da parte dello Stato messicano alla sentenza della Corte Interamericana la quale, da parte sua, comincerà un processo di controllo simile. La sentenza dovrebbe quindi servire, nelle speranze degli attori sociali coinvolti e dei familiari, a migliorare la trasparenza di tutto l’apparato di amministrazione della giustizia ed anche a spingere sempre più famiglie e organizzazioni a presentare il conto allo Stato per le sue incapacità strutturali.

Proprio in questi giorni, dopo 35 anni di attesa, è stata fatta giustizia anche nei confronti dei familiari e della memoria di un noto attivista, il professor Rosendo Radilla Pacheco, compositore di numerose canzoni dette corridos in onore di Lucio Cabañas, il più importante e leggendario guerrigliero degli anni 70 nella regione di Atoyac, Stato di Guerrero, a cento chilometri da Acapulco. La Corte Interamericana ha condannato il Messico della sparizione forzata (desaparicion) del maestro Rosendo Radilla che veniva accusato di sostenere il movimento di ribellione popolare capeggiato da Cabañas. La soppressione dell’attivismo politico o semplicemente delle basi di appoggio passive nelle “zone calde” passava attraverso la cosiddetta guerra sucia o guerra sporca dello Stato messicano contro i “residui” e i movimenti generatisi dopo la tragica repressione del 2 ottobre 1968. In quella data, poco prima delle Olimpiadi messicane, l’esercito uccise oltre 300 manifestanti stipati nella centrale Piazza di Tlatelolco a Città del Messico durante un’operazione repressiva pianificata dalle alte sfere governative che aveva la funzione di sopprimere la protesta studentesca e operaia in favore della democratizzazione del sistema politico egemonico retto dal partito unico PRI (Partido Revolucionario Institucional) e maggiori diritti sociali.
Anche qui l’importanza della decisione trascende il singolo caso. Infatti la Corte ha riconosciuto chiaramente il drammatico contesto storico dei crimini di lesa umanità degli settanta in Messico grazie alle sue ricerche che, tra varie fonti, ha fatto ampio uso di in un rapporto poco conosciuto e venuto alla luce qualche anno fa grazie ai lavori di una commissione speciale (FEMOSPP, Fiscalia Especial para Movimientos Sociales y Politicos del Pasado) istitutita dal presidente Vicente Fox che si occupava di studiare i crimini statali del passato (a questo link il rapporto:
http://www.gwu.edu/~nsarchiv/NSAEBB/NSAEBB180/index.htm). Nulla successe in seguito alla pubblicazione di questo rapporto nel 2006 e quindi la decisione della Corte viene a rompere il silenzio su una serie di crimini che l’opinione pubblica messicana (e italiana?) tendono a dimenticare e ad associare a realtà più lontane e meridionali come l’Argentina, il Cile o il Brasile.
Il Ministero degli Interni ha replicato che la sentenza inappellabile della Corte sarà rispettata dati gli impegni internazionali sottoscritti dal paese e l’obbligatorietà giuridica e quindi si prevede il pagamento di 238mila dollari come risarcimento ai familiari della vittima oltre all’implementazione di un’indagine adeguata sul caso Radilla Pacheco e l’aggiornamento del quadro legale nazionale in tema di risarcimento e riparazione del danno da parte dello Stato. Inizialmente durante le fasi di elaborazione della sentenza la posizione ufficiale del ministero considerava eccessivo che si indagassero crimini risalenti a un’epoca così diversa e lontana. Invece bisogna sottolineare come l’impunità strutturale nel paese resti comunque un problema diffuso e importante che in un certo senso continua ad accomunare il Messico di oggi a quello di ieri nonostante gli sforzi del discorso ufficiale cerchino di costruire un’immagine ideale di ordine, trasparenza e legalità che raffiguri un Messico profondamente diverso da quello di 30 o 40 anni fa. Siamo ancora a metà strada.

Da: http://www.carmillaonline.com

http://latinoamericaexpress.blog.unita.it//

Con una storica e attesa sentenza, l’11 dicembre scorso, la Corte Interamericana dei Diritti Umani, composta da sei magistrati e inserita nel sistema dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), ha condannato lo Stato messicano per avere violato il diritto alla vita, all’integrità fisica e alla libertà personale dato che non ha indagato adeguatamente e ha discriminato attivamente i diritti di 3 vittime d’omicidio, Esmeralda Herrera, 15 anni all’epoca dell’assassinio, Claudia Gonzalez, di 20, e Berenice Ramos di 17, e dei loro familiari. Seguendo questa linea la Corte ha emesso il 16 dicembre un’altra sentenza emblematica relativa ai crimini statali commessi durante la guerra sporca degli anni settanta contro la popolazione.

I falsos positivos e la guerra sporca in Colombia

Falsos Positivos (TRAILER)

Documental de Simone Bruno y Dado Carrilo


Trailer del documentario Falsos Positivos – Falsi Positivi, sulla realtà della guerra colombiana e, in particolare, sul dramma della fabbricazione di falsi guerriglieri da parte di alcuni gruppi delle forze armate colombiane e i paramilitari che, per ottenere ricompense, prebende e benefici statali, sequestrano e travestono contadini, poveri, venditori ambulanti e gente comune da guerriglieri delle FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) oppure li convincono ad allontanarsi dalla loro città d’origine in cambio di false offerte di lavoro.

Poi avviene la trucidazione, la falsa denuncia che li identifica come guerriglieri e l’esposizione ai mass media come trofeo di guerra.

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Riproduco il comunicato inviatomi da: http://www.nasaacin.org/index.html


(ACIN – Associazione Comunità Indigene del Nord del Cauca, Colombia)

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E’ una forte denuncia contro il DAS (Dipartimento Amministrativo per la Sicurezza) colombiano e il rispettivo governo e presidente della Repubblica Alvaro Uribe per gli scandali legati ai Falsos Positivos, cioé a quelle centinaia di persone riportate come guerriglieri morti in combattimento mentre si tratta invece di comuni cittadini di zone rurali e quartieri marginali.

La tragedia dei falsos positivos creati dai militari e la realtà delle fosse comuni e le esecuzioni extragiudiziarie, propiziate dalla politica di Seguridad democratica del presidente, è stata addirittura riconosciuta pubblicamente dalle autorità.


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El régimen que somete a Colombia es una amenaza no solamente para la población y el territorio Nacional, sino para el resto del Continente y más allá.

Esto ha quedado expuesto en las revelaciones que son noticia hoy, que se suman a escándalos previos e investigaciones en curso y que pueden resumirse así:

  1. El Gobierno de Colombia, a través del DAS, ha organizado actos de conspiración y atentados contra el Gobierno y el pueblo de Venezuela.
  2. El DAS, se ha ocupado de organizar fraudes electorales a lo largo y ancho del territorio Nacional. Fraude que se organizó desde la dirección de la entidad y que debió contar con la aprobación y orientación de la Casa de Nariño y del propio Presidente de la República.
  3. El DAS se dedicó a infiltrar, espiar, difamar, perseguir, amenazar y asesinar  a la oposición política y a los líderes de procesos y movimientos sociales.
  4. El DAS era conocido como el “cartel de las tres letras”, por su vinculación directa con operaciones de narcotráfico que incluían no solamente el envío de narcóticos a los EEUU, sino el ingreso de los recursos y rentas del mismo al país.
  5. El Estado Mayor Central de los escuadrones de la muerte y narcotraficantes, es decir, de los paramilitares, actuaba en perfecta armonía y articulación con el DAS o servicio secreto del Estado.

El análisis de la realidad y de sus antecedentes y tendencias ante esta nueva evidencia que hace el Tejido de Comunicación, queda planteado en nuestro Editorial, en la convicción de que este no es un escándalo más sino una prueba que se suma a las anteriores y señala la sombra que se cierne sobre nuestro país y desde acá presagia un futuro de horror.

Además del Editorial y vínculos directos a las fuentes primarias de la información pertinente, que constituyen documentos históricos, este boletín incluye material complementario y  denuncia que el riesgo totalitario no es una probabilidad, sino una inminencia.

Queda pues reiterada esta constancia como llamado, como reclamo y como manifestación de una decisión tomada para que no nos acabe de aplastar ni el silencio del terror ni el palabrerío de feria y colores destinado a ensordecer, ganar poder y engañar.

Sopra: video con una spiegazione chiara del fenomeno.
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Le  FARC e i mapuches ???
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“Es necesario respaldar a los jueces y a las fuerzas de seguridad que muestran compromiso con su cargo. Sabemos que en la Novena Región hay gente escondida que pertenece a las Farc y a ETA que se relacionan con algunos dirigentes mapuches para instalar la anarquía total en Neuqué. Tienen armas y se financian con el narcotráfico”, señala el empresario en diálogo con el Mundo de España.
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Ultima…Messico e Colombia

“A finales del año 2002 —escribe el ex director de informática— Jorge Noguera viajó a México en razón de su cargo como director del DAS; en realidad este viaje (el cual fue oficial y pagado por el Estado colombiano) tenía como propósito establecer alianzas con la organización narcotraficante de los hermanos Beltrán Leiva, lo cual se concretó, consiguiendo de esta manera que las lanchas rápidas con droga fueran recibidas en México por esta organización, la cual se encargaba de trasladarla a los estados de la costa este de los Estados Unidos. […] Tanto los viajes de Jorge Noguera como los míos debían ser autorizados, por escrito mediante resolución firmada, por el presidente Álvaro Uribe Vélez”.