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Antropologia della schiavitù: una riflessione sul posizionamento etico e politico attraverso le immagini

di Raúl Zecca Castel

Cosa significa, oggi, fare antropologia della schiavitù? E quali implicazioni può avere, a questo proposito, l’utilizzo dell’immagine come strumento di restituzione etnografica? Sono questi i due interrogativi con cui Raúl Zecca Castel ha impostato il dialogo con gli studenti del Liceo di Scienze Umane Gambara di Brescia coinvolti nel progetto Fare Ricerca per le Scuole.

Se la schiavitù è stata ufficialmente abolita in tutti i paesi del mondo, infatti, secondo il Global Slavery Index del 2018 sarebbero oltre 40 milioni le persone che vivono in condizioni ascrivibili a tale sistema di sfruttamento, vittime di lavoro forzato e/o minorile, sfruttamento sessuale, servitù debitoria, traffico di persone e altre forme estreme di abuso. A tal proposito si è spesso fatto riferimento a definizioni come nuove schiavitù, quasi-schiavitù, schiavitù moderne o contemporanee, nonostante l’utilizzo del termine “schiavitù” abbia sollevato diverse criticità.

Senza entrare nel merito di tali dibattiti, e qualunque sia la posizione in proposito, fare antropologia della schiavitù, oggi, significa evidentemente confrontarsi con esperienze di dolore e sofferenza umana che interrogano direttamente il posizionamento etico e politico dell’antropologo e di chiunque si approcci a situazioni simili. Lungo tale prospettiva, la questione etica del posizionamento emerge in modo ancor più dirimente quando si fa ricorso all’utilizzo delle immagini, siano esse fotografie o produzioni audiovisive. L’esposizione del corpo di soggetti in condizioni sofferenti apre infatti il discorso a considerazioni che, ben prima delle legislazioni sulla tutela della privacy, interrogano la coscienza dell’antropologo (così come del fotografo o del documentarista) e chiedono conto della sua legittimità di rappresentare e diffondere al mondo tali immagini. Si tratta, in fondo, dell’annosa questione che riguarda fini e mezzi, e che domanda non solo se i primi giustificano i secondi ma, ancora prima, se è possibile stabilire una frontiera oltre la quale non è consentito spingersi; una soglia ultima tra la necessità di documentare e denunciare una realtà di sfruttamento e il dovere del rispetto della dignità individuale e collettiva dell’essere umano in quanto tale.

antropologia della schiavitù

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La favolosa vita della morte in Messico – Fabrizio Lorusso dal libro Pan del Alma, Feltrinelli

pan-del-alma-vita-della-muerte-in-messico-L-4v3uof[“La favolosa vita della morte in Messico”, en el libro (compilado y editado en Bolonia, Italia, por Gloria Corica, Simonetta Scala y Pino Cacucci): Pan del alma, 2014, pp. 32-37, ISBN: 9788858853702] A seguire il PDF incorporato e il testo (sotto).

Como ya he muerto, sé lo que es la eternidad 

Dato che sono già morto, so cos’è l’eternità*

Presentiamo un testo estratto da: Pan del alma, AA.VV., Libro di testi, foto e illustrazioni stampato presso Tipografia Camuna, Brescia, Autoprodotto da Gloria Corica e Simonetta Scala, pp. 184, € 20, 2014 – Versione E-Book, Feltrinelli, € 5,99, 2014. Da Carmilla Continua a leggere

Agustín Cueva y el desarrollo del capitalismo en América Latina – Fabrizio Lorusso, Revista Diálogo Antropológico, UNAM, 2004

[Reseña académica de Fabrizio Lorusso: “Agustín Cueva y el desarrollo del capitalismo en América Latina”, Diálogo Antropológico, Año 02, Num. 8, revista del Inst. de Inv. Antropológicas de la UNAM – México, jul./sept., pp. 43-52 – link artículo original]

 Link al blog que ha recolectado todas las ediciones de la revista

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Un replanteamiento de la cuestión del indio. Revisión crítica del pensamiento de José Carlos Mariátegui y Guillermo Bonfil Batalla – Fabrizio Lorusso – Diálogo Antropológico, UNAM, 2006

dialogo antropologico[Artículo de Fabrizio Lorusso, “Un replanteamiento de la cuestión del indio. Revisión crítica del pensamiento de José Carlos Mariátegui y Guillermo Bonfil Batalla”, Diálogo Antropológico, Año 04, N. 14 (abr-jun 2006), Inst. Inv. Antropológicas UNAM Link repositorio chileno:

http://www.archivochile.com/Ideas_Autores/mariategui_jc/s/mariategui_s0073.pdf ]

Link al original en PDF    Link al blog que ha recolectado todas las ediciones de la revista

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Haiti e la voce degli schiavi in libertà, prologo del libro: Come schiavi in libertà. Vita e lavoro dei tagliatori di canna da zucchero haitiani in Repubblica Dominicana di R. Zecca – Fabrizio Lorusso – Edizioni Arcoiris

copertina-come-schiavi-in-liberta-zecca-castel[Ensayo prólogo de Fabrizio Lorusso al libro “Haití e la voce degli schiavi in libertà” [“Haití y la voz de los esclavos en libertad”], en Zecca C. R., Come schiavi in libertà. Vita e lavoro dei tagliatori di canna da zucchero haitiani in Repubblica Dominicana, Arcoiris, Salerno, Italia, 2015, pp. 5-11, ISBN 9788896583975 ]

Dopo il PDF, il testo completo

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#AvenidaMiranda @cittadelcapo Puntata 27 La mia vita tra gli indigeni Yanomami. Intervista con Loretta Emiri

Emiri15 feb 2018 – Nella puntata di oggi, Raúl Zecca Castel intervista Loretta Emiri. Scrittrice, educatrice, poetessa, indigenista, Loretta Emiri ha trascorso quasi 20 anni in Brasile, molti dei quali spesi nel cuore della foresta amazzonica, a stretto contatto con la popolazione Yanomami, condividendone la vita quotidiana, i riti, le tradizioni e, soprattutto, imparando a riconoscerne i valori. Autrice di preziosi lavori di ambito accademico e didattico quali il Dizionario Yanomami-Portoghese, è anche scrittrice di racconti e poesie. In questa intervista, Loretta Emiri ripercorre la sua storia di vita, dal giorno della sua partenza per il Brasile, fino al suo rientro in Italia, dove trova un mondo che non riconosce più come suo. L’ultima fatica, in ordine di pubblicazione, si intitola “A passo di tartaruga. Storie di una latinoamericana per scelta” (Arcoiris, 2016).  LINK AL PODCAST DELLA PUNTATA

Avenida Miranda, immaginari e storie dai Sud del mondo” è una trasmissione a cura del blog l’America Latina.Net. Va in onda ogni giovedì dalle 13 alle 13.30 su Radio Città del Capo. La potete ascoltare via etere a Bologna e dintorni sui 94.7 Mhz e 96.25 Mhz FM, e anche via web dal sito http://www.radiocittadelcapo.it e su smartphone sintonizzandosi sul canale di Radio Città del Capo attraverso l’applicazione TuneIn.​ Tutte le puntate di Avenida Miranda.  Redazione  Foto da Lamacchinasognante.com

El Direttore (relato del terror burocrático-autoritario) @LaSemanal @lajornadaonline

El direttore[Fabrizio Lorusso – Jornada Semanal del 6 de enero de 2017 – Link 1 – Link 2 PDF: El Direttore – Fabrizio Lorusso – Jornada SemanalLink 3 ISSUU] El Direttore, recién llegado, se presenta siempre diciendo que la puerta de su oficina está y estará abierta para cualquiera. Y en seguida le pone candado. Parece un santo o algo más, un apóstol redivivo y milagroso. Igualmente es uno abierto al diálogo, pero al final decide él. Se ríe contigo del mal chiste televisivo más reciente y del meme más impertinente, finge empatía y platica de futbol para endulzar la amargura de las injusticias que comete.

No es un líder, carece de seguidores en twitter así como en la vida real. En su perfil de Facebook las selfiesson abundantes, el egocentrismo reina ridículo y solapa su timidez. Tampoco El Direttore se parece a un capo, al estilo del que cantaban los sempiternos Tigres del Norte en su corrido: “Soy el jefe de jefes señores/ Me respetan a todos niveles/ Y mi nombre y mi fotografía/ Nunca van a mirar en papeles/ Porque a mí el periodista me quiere/ Y si no mi amistad se la pierde.” Del jefe, finalmente, sólo tiene el atuendo, la corbata y el saco de marca, además del pillo de quien repite a todos, como burla estruendosa, que “valen mil” mientras los va jodiendo día tras día.  Continua a leggere

Santa Muerte Virale

[Di Fabrizio Lorusso. Questo articolo è uscito sul quotidiano Il Manifesto (cartaceo) del 21 agosto 2017 e su Carmilla oggi. Le foto sono di F. L. e sono state scattate a Tultitlán, nell’hinterland della capitale messicana, presso il santuario di Enriqueta Vargas, madre del defunto Comandante Pantera o Jonathan Legaria Vargas, alias Padrino Endoque. Solo fa eccezione la foto della custode del culto nel quartiere di Tepito, Enriqueta Romero]

Negli ultimi cinque anni José Ramírez ha fatto il fattorino, il cameriere e il venditore porta a porta. Ha anche lavorato come muratore indocumentado a Los Angeles. Di ritorno in Messico ha provato a cercare lavoro ovunque, ma le porte restavano chiuse. Il Guanajuato, suo stato natale, è quello a maggior tasso d’emigrazione del Paese. José mi racconta la sua storia in un parcheggio del centro storico di León, capitale economica della regione, a 400 km da Città del Messico. Al collo porta un amuleto che raffigura la morte con un saio indosso, la falce in una mano e il mondo nell’altra.  Continua a leggere