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L’Uruguay del Frente Amplio avanza: aborto, droghe, matrimoni gay

Presento questa intervista con Monica Xavier, dottoressa uruguaiana e senatrice del Partito Socialista che fa parte della coalizione delle sinistre Frente Amplio (Fronte Ampio). L’ho incontrata durante il convegno “Unità nella diversità” che ha riunito diverse realtà politiche dell’area progressista euro-latino-americana. L’incontro è stato organizzato dalla seconda forza politica messicana, il PRD (Partido Revolución Democrática), che aveva candidato per le elezioni presidenziali del primo luglio Andrés Manuel López Obrador. Obrador ha perso e ha denunciato, insieme al PRD, gli scandali della compravendita del voto e delle spese folli del principale rivale, cioè il “partito dinosauro” PRI (Partido Revolucionario Institucional), già al potere per 71 anni nel novecento.

Il PRI tornerà a governare il Messico il primo dicembre prossimo con il “presidente delle TV” Enrique Peña Nieto. Ma torniamo al Cono Sud. Monica Xavier è stata eletta quattro mesi e mezzo fa dai militanti del Fronte dell’Uruguay come quarta presidentessa nella storia della coalizione che governa il paese sudamericano dal 2005. Dopo la presidenza di Tabaré Vázquez, dal 2010 governa il paese l’ex guerrigliero José (Pepe) Mújica.

Ultimamente in Italia si parla, con un pizzico mediatico di tenerezza e folclore compiacente, solo della figura di Pepe Mújica perché è il “presidente più povero del mondo”, vista l’austerità e la semplicità della vita che conduce. Restano però in secondo piano i grossi progressi sociali ed economici che hanno portato l’Uruguay a riprendersi dalla peggiore crisi della sua storia e a rilanciare i temi socialicome il diritto di decisione delle donne sul proprio corpo, la legalizzazione delle droghe e il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Che significa oggi per te “unità nella diversità” parlando delle sinistre in Uruguay e America Latina?

Oggi e da quasi 42 anni significa Fronte Ampio in Uruguay. Questa è la nostra identità, l’unità nella diversità, e crediamo che sia un’esperienza che senza emettere ricette è buona per lo sviluppo di blocchi alternativi, popolari, con vocazione trasformatrice. Le destre hanno governato sempre nel nostro continente e, da alcuni anni a questa parte, ci sono opzioni progressiste di tipi diversi che sono arrivate al governo e hanno fatto governi di successo con percentuali molto importanti dei presidenti e delle presidentesse che li conducono, ma le strutture politiche non sono state all’altezza di queste sfide. Sono arrivate tardi e in certe occasioni s’è verificato il paradosso per cui con numeri straordinari di approvazione popolare ci sono presidenti che non finiscono il loro mandato o partiti che non hanno la capacità di essere riconfermati al governo.

Qual è il minimo comun denominatore tra le tante componenti del Fronte Amplio? I partiti e le anime politiche sono tante ed è difficile pensare a come mettersi d’accordo e questo è un problema in tutta l’America Latina.

L’unità è un principio, un principio così caro come lo è quello di essere coerenti con i valori della giustizia sociale, della libertà e dell’equità. Noi abbiamo un disegno organico in base a determinati compromessi fondazionali che hanno a che vedere con il rispetto delle singole componenti e una struttura comune normata da un regolamento che fu creata già nel 1971, quando il Fronte era in una fase di fondazione. Questo fa sì che l’unità d’azione sia la regola e per mantenere la libertà di azione esiste un meccanismo per consacrarla e non un’attitudine individuale che è considerata una indisciplina.

Qual è la chiave di questo? Non la pressione della disciplina di partito, ma la democrazia nel dibattito e nel processo decisionale ed è solo in questo modo che, a mio giudizio, chi è in minoranza sente che è stato parte di un dibattito e se forse alcuni dei suoi argomenti sono stati considerati nella decisione finale, può sentirsi parte della stessa in modo simile alle forze che congiunturalmente sono maggioritarie.

Quindi uno dei fondatori, il generale Liber Seregni che venne incarcerato durante la dittatura (1973-1984), era un uomo che fece della regola del consenso la regola fondamentale per prendere le decisioni. Poi nei periodi dei governi nazionali o regionali è successo che privilegiassimo un processo decisionale democratico d’accordo con le maggioranze qualificate che si formavano. Ma ora, anche se siamo al potere nel governo nazionale e in quattro regioni, stiamo tornando alla ricerca del consenso come formula quotidiana di funzionamento e, quando questo non si ottiene, si ricorre solo in quel caso alla maggioranza qualificata.

Ci sono frizioni con i settori cattolici? Come conciliate certe ispirazioni religiose con la filosofia del Fronte?

In primo luogo, dobbiamo chiarire nettamente che dal 1917 ad oggi lo stato uruguaiano è separato dalla religione, è uno stato laico. Senza dubbio la laicità di questi tempi acquisisce un significato maggiore rispetto all’allontanamento di ciò che è “religioso”. La laicità in questo momento credo che prenda il valore del riconoscimento della diversità delle società e dell’importanza di preservarla per avere società attive e feconde.

Allora abbiamo alcune tematiche che implicano questioni di coscienza. Per esempio, recentemente abbiamo fatto una leggesulla depenalizzazione dell’aborto che ha fatto sì che non sia punibile, che non si applichi il codice penale nelle prime 12 settimane di gestazione e si verificano determinate circostanze. E per esempio i settori che nel Fronte mantengono l’obiezione di coscienza su certi temi e sono magari vicini alla democrazia cristiana oppure un individuo che a livello personale dichiara un’obiezione di coscienza non vengono obbligati a votare, però sì a lasciare il loro spazio decisionale per rendere percorribile la scelta presa dall’insieme dell’organizzazione.

Possiamo dire che in qualche modo non s’è prevista una protezione attiva dello stato rispetto alla libertà di decisione delle donne, però almeno c’è stato un accordo per non continuare a penalizzare le donne che esercitano questa libertà.

Esattamente. Io avevo posto la questione, ho scritto il progetto originale che in realtà consacrava il diritto all’autonomia della donna sul proprio corpo, ma questo non è stato un criterio che suscitasse una maggioranza necessaria per far approvare la legge e, invece, s’è approvata una legge che dice che non si applicherà il codice penale. E’ un progresso, ma io senza dubbio preferisco l’altro aspetto, più in un’ottica di diritti, però ho difeso e votato questo progetto e continuerò a farlo affinché venga applicato perché è già comunque un progresso importante nella vita delle donne che affrontano una situazione difficile come questa.


E sulla liberalizzazione o, diciamo, la regolazione delle droghe leggere, in particolare della marijuana, come state procedendo?

Ne stiamo parlando, c’è un dibattito importante nella società. In origine si è posta la questione del riconoscimento del diritto della persona che consuma a non venire spinta verso il mercato della clandestinità. Quindi originariamente a livello parlamentare si è cominciato a discutere della separazione tra il denaro e la droga e, pertanto, della possibilità di possedere un numero determinato dalla legge di piante per la coltivazione e il consumo personale e dell’intorno. Bisogna precisare anche l’Uruguay ha depenalizzato il consumo molti anni fa, però non la vendita né altri procedimenti che rendono accessibile la droga e quindi è una situazione un po’ paradossale.

Parliamo solo della marijuana?

Sì, esattamente. Solo quella. Il governo ha sentito la preoccupazione per il tema della sicurezza e per la diffusione della “pasta base”. Questa è un residuo della cocaina mischiato con molte sostanze che sono molto nocive per l’organismo umano, hanno una rapidissimo effetto eccitante e causano una depressione molto brusca. Crea un’altissima dipendenza, quindi va consumato compulsivamente. E’ stato dunque proposto un progetto che, al posto di separare il denaro dalla marijuana, separa i mercati delle droghe e separa la marijuana dal resto delle droghe.

L’obiettivo qui è anche quello di far finire il circuito della clandestinità, ma è una logica differente e queste due logiche si stanno cercando di combinare per generare un’alternativa che in qualche modo riesca ad ottenere entrambi gli obiettivi. Indubbiamente io sono madre e sono medico e sono d’accordo sul fatto che la penalizzazione ristretta non ha dato risultati né in Uruguay né nel mondo. Perciò bisogna trovare un’alternativa e queste due logiche sono percorsi da fare per trovare una norma legale. Però la mia prima espressione su questo pubblicamente è sempre che non c’è nulla di meglio della vita sana, con sport, con opzioni culturali e lavori, se si è in età di lavorare, e una vita con un’alimentazione salutare.

Beh, son d’accordo anch’io, però siccome la marijuana c’è e le droghe ci sono e si usano, meglio vedere che facciamo… Ma questo tema è già legge o ancora no?

Sì, certo. Il provvedimento è in fase di discussione parlamentare e quindi stiamo pensando seriamente a questa legge.

Invece, sul tema del riconoscimento delle coppie di fatto? Qui a Città del Messico esiste anche il matrimonio tra persone dello stesso sesso mentre nel resto del paese non si sono fatti passi avanti in questo senso.

Abbiamo una legge sulla convivenza, una “ley concubinaria” che riconosce diritti per le unioni di più di 5 anni con coppie dello stesso sesso o eterosessuali. Sono sicura che prima della fine di questa legislatura, il 15 febbraio 2015, faremo una legge sul matrimonio perché sia ugualitario. Mi pare che dei tre temi questo è quello che ha più accettazione nel sistema politico perché c’è una grande differenza tra il sistema politico e la società. Infatti, questa pratica e pertanto riconosce la necessità della legalizzazione dell’aborto in certe circostanze secondo percentuali maggioritarie sempre.

Però il sistema politico ha più resistenze che derivano sicuramente da pressioni di una chiesa cattolica che pesa. E pesa molto nonostante siamo in uno stato laico. Inoltre la chiesa fa delle minacce nei confronti di quelli che, come me, hanno una posizione libertaria in tutte le tematiche.

Torniamo all’America Latina e al mondo. Unità nella diversità. Tra Latinoamerica e Europa come stabilire relazioni e di che tipo?

Mi pare interessante la proposta riguardante il lancio di un’agenda euro-latino-americana soprattutto nei paesi che hanno una forte influenza in Latinoamerica come l’Italia e la Spagna. Infatti nel mio paese diciamo che noi discendiamo dalle navi dei vostri migranti, ma siamo anche in una fase di riconoscimento delle nostre ascendenze africane e indigene anche se queste ultime sono più in ritardo in questo riconoscimento.

Credo che ci sia una serie di punti in comune su cui riflettere senza l’ossessione di trovare formule magiche ma di trasportare esperienze che ci possano aiutare a comprendere alcune chiavi su come uscire da queste situazioni. Credo che, per esempio, se l’Uruguay ha sofferto la crisi più violenta della sua storia nel 2002 e oggi a tutti i livelli possiede valori superiori a quelli che aveva prima della crisi, è perché ne siamo usciti in chiave politica, con un approfondimento democratica, rappresentativa e partecipativa, e con inclusione sociale.

E’ un suggerimento per la crisi europea?

Beh, ci sono differenze. Infatti in Europa avete un sistema di protezione sociale che non è mai stato raggiunto in America Latina e, pertanto, dobbiamo vedere che senza dubbio in molte cose partiamo da livelli differenti. Poi ecco mi pare che queste chiavi che sembrano astratte e universali, ma che poi nella realtà operano in modo molto concreto, possono essere leve gestibili a livello internazionale.

Autore: https://twitter.com/FabrizioLorusso

Infine due video sottotitolati all’italiano da Clara Ferri: INTERVISTA  “Essere di sinistra secondo il presidente José Mújica” (Apri Link video).

E il discorso del presidente al vertice Rio+20 (apri link video)

DA: www.carmillaonline.com/

Natale con i huichol per salvare Wirikuta

[Questo articolo è uscito sul quotidiano italiano L’Unità del 24 e 25 dicembre 2011, lo ripropongo qui su LamericaLatina sperando che il nuovo anno porti consiglio e una buona svolta per i wixárika in lotta per la difesa del loro territorio] Il Messico ancestrale è sotto attacco. Anche in terra azteca i bambini aspettano l’arrivo di Santa Claus, alias Babbo Natale, con il suo carico di regali, ma c’è un popolo che, invece, dal Nord riceverà solo del carbone. E non è una semplice metafora. Wirikuta, una porzione di deserto costellata da montagne rocciose e villaggi tipo far-west a 600 km dalla capitale, rischia d’essere sconvolta dagli scavi della compagnia estrattiva canadese First Majestic Silver. “La zona rappresenta il più importante centro cerimoniale degli indigeni huichol o wixárika negli stati settentrionali di San Luís Potosí e Zacatecas: da secoli è oggetto di pellegrinaggi e venerazione oltre ad avere un enorme valore culturale e naturalistico”, spiega Manuela Loi, antropologa dell’Università Autonoma del Messico.

Il Canada è il paese con il maggior numero di multinazionali al mondo che gestiscono miniere a cielo aperto, le più dannose per l’ambiente, e il Messico è un suo partner strategico: il 70% delle minerarie che vi operano sono canadesi.

Dal 1988 la regione fa parte della Rete Mondiale dei Luoghi Sacri Naturali dell’Unesco, è una riserva protetta dallo Stato messicano e si colloca al primo posto nell’emisfero occidentale per la sua biodiversità.

Sono ormai svanite le promesse del Presidente Felipe Calderón che, con indosso un abito tipico wixárika, partecipò tre anni fa alla firma di un accordo tra i governatori delle regioni centrali del paese per la salvaguardia della cultura huichol. Infatti, un anno dopo rilasciò 22 concessioni di sfruttamento minerario alle filiali messicane di First Majestic.

Nonostante lo Stato di San Luis Potosí abbia approvato nel 2010 una legge che vincola i progetti di sfruttamento delle risorse naturali a una consultazione previa dei popoli indigeni, i huichol non sono mai stati sentiti. La loro terra sacra è stata svenduta alla First Majestic che, forte di un giro d’affari di 100 milioni di dollari all’anno, ne ha pagati solo tre per le concessioni.

Sette cittadine, tra cui Matehuala e Real de Catorce, famose in Italia per il film di Salvatores Puerto Escondido, dall’omonimo romanzo di Pino Cacucci, saranno interessate dagli scavi.

“Lo Stato messicano sta assassinando e sequestrando il nostro santuario, vogliono sfinirci e uccidere la nostra Madre Terra”, ha dichiarato Santos de la Cruz, un rappresentante della comunità wixárika. Scavare in queste zone è “come costruire un benzinaio in Piazza San Pietro”, spiega.

Il 70% dell’area concessa alla First Majestic si trova in quest’area “tutelata”. I huichol, uniti nel Fronte per la Difesa di Wirikuta, denunciano già lo scempio ambientale che deriverà dalla “brama d’argento” dei canadesi: l’inquinamento da cianuro, usato per la dissoluzione dei metalli estratti, è un rischio concreto tanto per il territorio come per le falde.

In cambio la compagnia offre la costruzione di un museo e 750 posti di lavoro. Un po’ poco per i huichol: infatti, “se Wirikuta si distrugge, il mondo finisce”, sostengono. Le loro montagne hanno un valore cerimoniale paragonabile a quello delle piramidi maya di Chichén Itzá, ma in questo caso esiste ancora un popolo che le difende e vi abita.

Ogni anno centinaia di comunità indigene seguono il rituale della caccia nel deserto e, dopo giorni di marcia a digiuno, offrono agli dei il sangue del sacro Cervo Azzurro, rappresentato dal cactus allucinogeno peyote o hikuri. Le visioni che provoca permettono di “avventurarsi senza paura sullo stretto ponte oltre l’abisso tra il mondo ordinario e l’aldilà”, secondo la tradizione. L’ingestione di uno spicchio dell’amaro hikuri è quindi un’esperienza mistica, spirituale e religiosa.

Da mesi i huichol invadono Mexico City con tamburi e colori, ma anche con manifestazioni e campagne informative. Nel 2011 il movimento ha ottenuto l’adesione di molte Ong, intellettuali ed attori come il messicano Gael García. In febbraio è previsto un megaconcerto di Manu Chao, dei messicani Café Tacuba e dei portoricani Calle13 con lo slogan di “Salviamo Wirikuta”. S’è mosso anche l’Alto Commissariato dell’Onu per i Diritti Umani in Messico che realizzerà l’anno prossimo una visita speciale per dare un parere ufficiale sulla controversia tra il Messico profondo e i canadesi.

Lo Spot per i 150 anni visto dal Messico

Visto dai messicani e un po’ anche da me, tengo a precisare. Nell’ultima settimana ho usato questo spot del Ministero della Difesa e della Federazione Italiana Gioco (o Giuoco) Calcio, la FIGC, come materiale didattico per le mie lezioni di linguacultura italiana all’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico. Gli studenti messicani hanno reagito in diversi modi e hanno aumentato progressivamente il loro livello di consapevolezza e di critica sull’immagine e la realtà del nostro paese. Il livello dei gruppi, composti da 8 persone ciascuno, è avanzato, cioè C1 e C2 del quadro europeo, e l’età media è intorno ai vent’anni nel C2 e ai 25 nel C1. Tutti sono laureati o studenti universitari e superiori. Come quasi sempre accade, in classe c’è  una quota di cantanti d’opera e appassionati d’arte, moda e disegno (industriale e non…), ci sono un po’ di avvocati e politologi, alcuni studenti dei licei (spesso privati) e anche dei piccoli imprenditori, degli aspiranti traduttori e dei professori universitari di varie facoltà, da filosofia a economia.

Nello specifico, dopo la proiezione del filmato con i miei due gruppi, in un primo momento ci son stati del leggeri sussulti d’apprezzamento, sorrisi compiaciuti e qualche frase generale di lode per uno spot che, secondo loro, è ben realizzato e costruito e risponde alle loro aspettative iniziali acritiche su “che cos’è l’Italia”. In un minuto e mezzo viene dato uno spaccato dell’immagine idilliaca che gli stranieri, in particolare in terra americana, hanno della penisola e dei suoi “bellissimi, apertissimi e artistici” abitanti. Sembra il trailer di un film gringo, cioè statunitense, di qualche anno fa intitolato Under the Tuscan sun (Sotto il sole della Toscana) con Raoul Bova e Diane Lane: un’insoddisfatta signora americana sperimenta il tradizionalismo familiare, i sapori ammiccanti della cucina e la passione languida tra Napoli e la Toscana grazie a un viaggio e a un’avventura con un tipico macho mediterraneo.

Però, una volta chiusa la pagina di YouTube e riaccese le luci, il pezzo tuttora in voga di Mameli (come lo definiva e cantava Rino Gaetano) smette di risuonare nell’aula e partono le domande, “quali realtà e stereotipi dell’Italia pensate di ritrovare nello spot?”, “avete mai viaggiato o vissuto dalle nostre parti?”. Normalmente la metà o un terzo degli studenti conosce concretamente l’Europa e in particolare l’Italia. In modi diversi quasi tutti sono in contatto con degli italiani all’estero, con la loro cultura d’origine e con quel che succede oltreoceano. Punzecchiati sulla questione degli stereotipi e le idealizzazioni, dopo una seconda proiezione del video, arrivano le critiche e le domande, spesso sarcastiche e retoriche, volte a chiarire e ricollocare mentalmente tutti gli elementi dello spot.

Ma i bambini da voi son tutti biondini? E’ ambientato in Svezia? Beh, dai, ma ci sono i castani nel video. Chiari, ma ci sono. Anche in Messico, infatti, le pubblicità in Tv e al cinema tendono a mostrare solo personaggi dalla pelle rigorosamente bianca e dalle fattezze caucasiche, mentre la maggioranza di mestizos (mulatti o meticci) e le altre etnie (popoli originari, afro-discendenti, cinesi) non sono mai rappresentate, se non con l’apparizione di accattivanti modelle “indigene” dai tratti finissimi, vestite con abiti tipici e sgargianti in vendita all’aeroporto per 40 dollari Usa. Perché la palla e le divise sembrano degli anni trenta? Ragazzi, veramente non lo so, l’ambientazione è quella, era un bel periodo o no? Abbiamo vinto due volte il mondiale…altro non ricordo…sarà per quello, non facciamo i tendenziosi.

I migranti e i nuovi italiani che fine hanno fatto? Non ci hai insegnato che il 10% della popolazione italiana (e/o residente) viene da altri paesi e che una classe di scuola primaria può avere anche la metà (o più) di alunni con i genitori nati in altri paesi? E’ tutto vero, credetemi, mi tocca ribadire. Solo che forse il ministero non li ha voluti includere nel motto “nata per unire”, non so. Forse non volevano far assomigliare la squadra dei pargoli di bianco vestiti alla tanto vituperata nazionale francese della finale mondiale 2006 che perse contro l’Italia ai rigori. In quel tempo disse il ministro leghista per la semplificazione (semplificazione degli insulti?), Roberto Calderoli, che fu la “vittoria della nostra identità, una squadra che ha schierato lombardi, campani, veneti o calabresi, ha vinto contro una squadra che ha perso, immolando per il risultato la propria identità, schierando negri, islamici, comunisti”.

Nessun bimbo di colore, nessun orientale, magrebino, slavo, sudamericano gioca a calcio nel paesino dei “puri”. Gli alunni lo notano subito, e noi? Passi che siam tutti belli, magri e sani, ma non siamo affatto monocromatici. Son sviste di daltonismo razziale che colpiscono i corsisti i quali chiedono anche come mai si deve sempre menzionare il calcio come fonte di nazionalismo legittimo. Premesso che il nazionalismo è una malattia di gioventù e lo abbiamo (forse) imparato a nostre spese nel corso del novecento, qui tutti capiscono che far leva sullo sport nazionale, la nuova religione laica, funziona, ma si chiedono comunque che cos’altro potremmo e dovremmo mostrare a noi stessi e al mondo. E l’arte? E il cinema, la letteratura, il pacifismo? Siete la culla del diritto, ma sembra un po’ che siete sul piede di guerra…(dicono) Non m’era parso proprio così come dite, ma pensandoci bene forse avete ragione…

Eccoli accontentati. Una giovane sosia di Sofia Loren si risveglia soddisfatta, nonostante sia stata svegliata da orde di urlatori e scampanate, e s’affaccia raggiante e stupenda alla finestra per fare il saluto al sole e ascoltare l’inno suonato dalla banda del paese, proprio lì, giù in piazza. La donna mediterranea, anche questa corrispondente allo stereotipo nostrano, non è certo una biondona, che magari potrebbe essere la madre di uno dei bambini giocatori, e quindi crea nei discenti messicani una percezione d’incoerenza, come fosse un piacevole ma inatteso elemento di disturbo. Italiani brava gente? A volte sì, a volte no. Come tutti i popoli. Fratelli d’Italia, fischiettato dal piccolo calciatore colpevole d’aver tirato il pallone sull’albero (ma non l’hanno menato?…che gioventù bruciata…), mette d’accordo tutti e richiama l’attenzione generale verso i valori veri e l’unità d’intenti d’un popolo orgoglioso e (c’aggiungo) fieramente provinciale. E’ provincia italiana quella che si respira e si vede nel filmato: una realtà, per l’appunto, cinematografica e paradisiaca, dove c’è sempre il sole, le campane non disturbano mai, tutti sembrano amici, le persone ridono sempre, suonano il clarinetto (niente mandolino) e chiacchierano pacificamente per strada prima di emozionarsi alla vista della Loren da giovane e dei mille garibaldini, dei gentiluomini di rosso addobbati e dal nord accorsi per salvare i giovani calciatori e, magari, le loro future mogli veline (ma non velate, attenzione a non nominare il burqa qua). Di solito se tiravamo il pallone nel giardino del vicino o su un albero, il vicino stesso o il portinaio lo recuperavano, bestemmiavano e ci minacciavano di bucarlo se il tragico evento si ripeteva, altro che libertadores a cavallo. Garibaldi e i suoi hanno cucito il paese come fanno i medici che ti mettono i punti, rapidi ed efficaci ma anche dolorosi. Fu anche un’azione di guerra e conquista, non una passeggiata di salute. Non vengo io a riscoprire il revisionismo nella storia e non approfondisco qui, ma a me è venuto in mente questo in contrapposizione con la visione idealista del clip. Non ho sognato di fare una scampagnata in collina coi padri fondatori della patria. Ma si sa, lo smog della capitale azteca fa male alle sinapsi. E poi, cosa vuoi che ne sappiano i messicani e gli italiani all’estero di queste dicerie pseudo-storiche. Solo aleggia il sospetto, anzi la certezza, che la storia nazionale italiana (ma anche quella messicana, manipolata da 70 anni di regime egemonico di un partito unico) stampata sui testi ufficiali si riveli come una favola basata su fatti reali e costruita in modo da farci venire la pelle d’oca quando sentiamo l’inno. O almeno ci prova. Grazie alla visione del filmato tutte queste sensazioni sono riaffiorate dal passato scolastico e accademico palesando la loro artificialità. L’epica dei trionfi e delle sofferenze di un popolo che, secondo la sua retorica nazionale, era il centro del mondo e della civiltà, ha scoperto l’Asia e l’America e ha creato tutto il creabile dell’arte e della tecnica nel passato fino a giungere oggi all’apice della cultura e l’economia mondiali è tornata veemente a ripresentarsi in tutta la sua campanilista superficialità. Stando all’estero, ma anche scontrandosi con il diverso o con “l’altro”, il concetto antropologico di etnocentrismo e il riemergere del nazionalismo cui c’hanno educati diventano fatti concreti con cui fare i conti nella vita d’ogni giorno.

Altre domandine degli alunni. Suonano le campane della chiesa proprio all’inizio, ma siete così cattolici? Più o meno di noi? Un po’, non so, all’occorrenza, io sono più agnostico però…scusate, ma bisognava metterci un po’ di chiesa se no qualcuno protesta. Ricordate che siamo l’incarnazione e i garanti delle radici giudeo-cristiane della prospera Europa dei cittadini e non siamo miscredenti. Dimenticatevi tutte quelle espressioni volgari e colorite, dette bestemmie, che parlano male della corte divina e che probabilmente avete sentito ripetere a profusione durante i vostri viaggi in Toscana e nel bergamasco, per fare un paio d’esempi. Secondo alcuni siamo anche la barriera naturale dell’Europa che si difende dalle “invasioni barbariche” delle genti del sud, dell’est e dell’ovest, africani, albanesi, rumeni e cinesi in testa. Pochi ricordano che prima i barbari eravamo noi italiani, quelli nati al di sotto del Po, quelli che venivano dal nostro sud e pure dal nostro est, per cui se eri meridionale a Milano non ti affittavano una casa. L’esempio è noto in Italia ma non in Messico e ai messicani. Forse è un po’ usurato ma vale la pena riscriverlo, anche qui, per non perdere la bussola e non trasformare i popoli del mondo nei nuovi e veri “schiavi di Roma”. Cosa che, tra l’altro, già avviene, basta chiedere a un “clandestino” o a un raccoglitore di pomodori in quel di Puglia e Calabria o a un muratore in quel della nuova Fiera di Milano. Schiavi contemporanei e invisibili vicini di casa. Il dito medio di Bossi sulla maglietta parla più di un post sul blog. In medio stat virtus, secondo lui.

E i caccia che alla fine volano nel cielo blu dipingendo i colori della bandiera messicana? Sono le frecce tricolori, è un onore per un pilota cimentarsi in volo con piroette e figure che disegnano il tricolore: fumi bianchi, rossi e verdi che compongono in aria la bandiera italiana che è quasi uguale alla vostra, almeno nei colori e nel loro ordine. In Messico avete anche lo stemma centrale con l’aquila e la pianta del fico d’india ma ci siamo quasi. Certo. I caccia servono a fare la guerra, magari in Iraq o in Afghanistan, e non a dipingere capolavori per aria ma non importa adesso, festeggiamo.

Ma siete così militaristi e patrioti in Italia? Mmm, non credo, lo spot vi depista o serve a imporre un idealismo sorto nella mente dei suoi creatori e fautori, l’ineffabile FIGC e l’incredibile Governo B. Chissà.

Come mai festeggiate proprio i 150 anni? Qui in Messico si celebrarono i 100 e 200 anni dell’indipendenza, proprio l’anno scorso. Avevamo bisogno di ricordarci qualcosa che giusto in questo momento mi sfugge e cento anni sarebbero stati troppi, meglio adesso quindi, 150. A metà del cammino, diamoci un taglio e vediamo che c’è. In fondo fare un bilancio non dovrebbe spaventare nessuno, non va così male, ma non so se abbia senso.

Ma il paesino del video esiste davvero? Esiste, esiste, fidatevi. Ho messo anche la foto, vedete. Il fiume è pulito, le rondini svolazzano e le epoche della storia vi convivono armoniosamente. Ancora per qualche anno sarà un borgo fiabesco con Sofia Loren, le anziane comari allegre, i mille a cavallo, le chiesette un po’ ovunque e le strade gremite di calciatori e suonatori. E’ la nostra pace millenaria. Però poi, purtroppo, ci costruiranno una bella centrale nucleare di terza generazione e forse le cose cambieranno anche se, garantiscono dai palazzi del potere, è tutta roba sicura, no problem.

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