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Cile, Messico, Italia: Camila Vallejo, #YoSoy132, il declino

Parlerò di Italia e di Messico, ma comincio dal Cile. Camila Vallejo, la studentessa militante della Gioventù Comunista del Cile che dal 2010 ha rappresentato la Federazione degli Studenti dell’Università del Cile (FECH), organizzazione in prima linea nei movimenti studenteschi che hanno scosso il governo di destra di Sebastián Piñera nell’ultimo anno e mezzo, è stata in Messico per qualche giorno con un’agenda fittissima di appuntamenti: università, scuole, piazze, strade, conferenze stampa, aule e mass media. Oggi Piñera è in caduta libera negli indici di gradimento e nella legittimità politica, mentre il movimento studentesco è vivo, trasmette il suo esempio e si diffonde internazionalmente, dalle Ande al Rio Bravo e alla vecchia e stanca Europa. C’era stato un precedente importante del movimento attuale nel 2006-2007, quando gli studenti secondari protestarono contro il governo della “sinistra” di Michelle Bachelet che rispose con accenni di negoziazione e tanti carabineros pronti a manganellare i giovanissimi e accaniti contestatari. Oggi molti di loro sono all’università o ci entreranno a breve, e si sono risvegliati, anzi, non si sono mai lasciati cullare dall’apatia e hanno continuato a lottare.

L’attenzione risvegliata nelle Americhe e nel resto del mondo dal movimento degli universitari cileni, supportato ormai da tanti altri settori della società, e i primi risultati che questi hanno ottenuto, in termini di popolarità, agenda politica e riforme, è stata straordinaria e ha cominciato ad aprire una breccia importante nelle strutture autoritarie dello stato cileno post-Pinochet/post-dittatura che non era stato intaccato dai governi del centro-sinistra, la Concertación, e tanto meno dalla destra di Piñera.

In Messico Camila ha incontrato i militanti del movimento studentesco sorto a metà maggionella capitale e diramatosi in tutti gli angoli della repubblica messicana, il #YoSoy132, come l’hashtag di Twitter che lo rilancia in rete da 6 settimane. Mentre molti giornali occidentali continuano a guardare all’America Latina in modo, direi, accondiscendente, paternalista e quasi folclorico, ecco che proprio lì cominciano a generarsi alcune alternative interessanti, che non dipendono dalla bellezza di una portavoce attivista (quando si parla di Camila Vallejo gli aggettivi bella, carina, affascinante, seducente e tanti altri abbondano senza pietà, sminuendo la portata di quel che dichiara e del suo portato politico e sociale) o dai colori nei vestiti di qualche famigeratajefa d’etnia indigena o dalle pittoresche rivoluzioni di popoli sconosciuti che entrano nelle cronache solo se sono strani, esotici e fanno notizia.

Il movimento YoSoy132 nasce come reazione alla visita del candidato presidenziale messicano per il PRI (Partito Revolucionario Institucional, ex “partito di regime”, egemonico e autoritario per 71 anni) da mesi in testa nei sondaggi preelettorali, Enrique Peña Nieto, all’università privata IberoAmericana di Mexico City. Dopo la conferenza i membri del suo partito hanno accusato gli studenti che lo avevano contestato di essere degli estremisti, dei cooptati appartenenti ad altri partiti e hanno minacciato di denunciarli, fedeli al loro pedigree di dinosauri autoritari della vecchia politica repressiva del PRI. L’idea che i cittadini si organizzino spontaneamente senza un comando dall’alto o senza i partiti deve ancora sdoganarsi in Messico e gli studenti stanno riuscendo laddove molti altri gruppi avevano fallito. 131 studenti indignati hanno quindi girato un video visto un milione di volte in pochi giorni su YouTube mostrando la loro tessera di universitari. Da allora migliaia di studenti e di persone in generale hanno girato altri video e inviato fotografie per diventare idealmente lo “studente 132”, gridando Io Sono 132.

Decine di migliaia di YoSoy132 si ritrovano nelle piazze praticamente ogni settimana, quasi ogni giorno, con iniziative diverse (concerti, flash mob, sit in, manifestazioni, dibattiti, picchetti culturali, volantinaggio e tante camminate presso le sedi delle due TV che monopolizzano l’informazione: tv azteca e televisa) per esigere la democratizzazione dei media e della vita politica, la rottura del duopolio TV, per rifiutare le candidature imposte dalla videocrazia e proporre un rinnovamento dal basso che trascenda questo periodo elettorale per andare oltre e ottenere un cambiamento di fondo. Una parte sostanziosa del movimento s’è unita alle manifestazioni contro Peña Nieto, anch’esse convocate dai social media, Facebook e Twitter in testa, e contro il ritorno al governo del PRI (inserisco un video alla fine dell’articolo) in maggio e in giugno hanno riempito le piazze di Città del Messico e di altre grandi città, anche se un’altra parte, forse minoritaria, del 132 preferisce mantenere un carattere totalmente apartitico. Queste due anime del movimento potrebbero condurre in futuro a una spaccatura, ma ritengo che, dopo il momento elettorale, in realtà ci potrà essere una convergenza sugli obiettivi validissimi dell’agenda democratizzatrice e antiautoritaria indipendentemente da chi sarà il vincitore il primo luglio alle presidenziali.CamilaVallejoEscNacMusicaUnam010(Small).JPGNe avevo parlato in dettaglio qui spiegando come lo slogan in voga, forse un po’ consumato ma efficace, della “Primavera Messicana” sia solo un modo d’esprimere entusiasmo, al di fuori delle analogie con le eterogenee “Primavere Arabe”, per una delle grandi novità e spinte sociali creative nel panorama americano dei movimenti studenteschi nati dalla rete che, quasi da subito, hanno interagito e si sono riconosciuti nei predecessori del 15-M spagnolo, gli Indignados e anche Occupy Wall Street. E quasi da subito hanno lanciato la sfida verso l’alto, verso il potere politico e mediatico, allargando la portata delle azioni e delle rivendicazioni, uscendo dalla logica prettamente elettorale di questi mesi (in Messico si vota il primo luglio per le presidenziali, ma anche per il parlamento e molte amministrazioni locali) per invitare alla partecipazione tutta la società che risponde dichiarando “YoSoy132”, frase di adesione alla causa dei giovani messicani che ha fatto il giro del mondo.

Esiste un 132 per tutte le età, anche se non si è più studenti, perché la causa che si porta avanti ha saputo trascendere questi limiti iniziali. La fase è ancora creativa, pioneristica, i ruoli sono poco chiari ma le prassi stabilite in queste settimane e l’interazione sul web promettono buoni sviluppi e consentono di mettere ordine, per quel che si può: ricordiamo che il movimento è dinamico, l’istituzione può attendere ancora un po’. Recentemente ci sono state delle accuse contro i 132, alcuni studenti dissidenti ritengono sia uno strumento nelle mani dei partiti di sinistra, specialmente il più importante, il Partido Revolución Democratica o PRD, ma la reazione e la smentita del movimento sono state categoriche e immediate. E’ stata anche ribaltata l’accusa verso coloro i quali hanno cercato di danneggiare la reputazione del YoSoy132: pare, infatti, ci sia un interesse esplicito del PRI nel creare correnti e personaggi dissidenti già da queste primissime fasi di viluppo per debilitarne la legittimità.

Era successa la stessa cosa anche al Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità (MPJD)del poeta militante Javier Sicilia, l’altra grande novità creata dal basso, ma non attraverso le reti sociali come il 132, ch’era esplosa nel 2011 con manifestazioni enormi e l’apertura dei dialoghi con la classe politica che ha portato all’approvazione delle prime misure in favore delle vittime della narcoguerra intrapresa dal presidente Calderón nel 2007 (60mila morti, 16mila desaparecidos, 230mila persone trasferite forzosamente e distruzione del tessuto sociale e del controllo statale in ampie regioni del paese). Malgrado tutto l’MPJD s’è mantenuto vivo e vegeto e ha celebrato la rinascita universitaria e civile di queste ultime settimane.

Il 17 maggio scorso ho potuto seguire una conferenza di Camilla presso la scuola di musica dell’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM) nel quartiere coloniale di Coyoacán. Al centro del discorso di Camila Vellejo, rappresentativo del pensiero degli studenti medi inferiori e superiori e degli universitari del Cile, ma affine sicuramente a quello di tanti altri coetanei in America Latina e in parte anche in Europa, c’è l’attacco alla privatizzazione selvaggia dell’educazione a tutti i livelli che, malgrado sia visto come un modello da molti settori dell’élite, ha portato inevitabilmente (nel senso che forse il piano era proprio quello) alla ghettizzazione dei settori marginali della popolazione e al consolidamento della struttura classista ed esclusivista dell’istituzione universitaria e quindi dell’intera società, bloccata e diseguale all’estremo.

Il “miracolo neoliberista” cileno che starebbe portando il paese alle soglie o già dentro l’agognato “primo mondo” si basa in realtà su una superstruttura depurata della critica, del pensiero discordante (ed ecco l’opposizione all’apertura dell’educazione libera alle masse) e della mobilità sociale, e su di una struttura di sfruttamento ancestrale-coloniale, poi repubblicana, poi dittatoriale e infine protodemocratica, affermatasi dopo l’uscita di scena di Pinochet nel 1990. Questa propizia lo sfruttamento selvaggio ed eterodiretto delle risorse naturali come il rame e l’acqua, l’espropriazione costante dei territori indigeni dei Mapuche e l’aumento delle disparità economico-sociali in favore di una crescita assai poco “redistribuita”. Si lucra con i diritti e le risorse, non si creano spazi alternativi per la vita sociale, ridotta all’osso e riflessa dallo stesso sistema universitario, asettico e acritico.

Come si distribuisce la ricchezza al meglio in un sistema iniquo come quello in cui viviamo? Almeno un po’, almeno fino ad oggi, qualcosa di questo sappiamo. Per esempio: salute, educazione e pensione universali, accessibili e in espansione; servizi e programmi sociali mirati, infrastruttura, etica pubblica. Si chiamava welfare, quella parola forse inglese forse chissà di dove che ci raccontava di un futuro indefinito e felice, senza stress né problemi di sorta. Ebbene è indubbio che lo smantellamento dello stato sociale in Europa stia sacrificando proprio tutti questi elementi, collanti essenziali della convivenza civile, intergenerazionale e umana, pilastri che rendevano l’accettazione del sistema un’opzione, direi, percorribile o sopportabile come parte di un discorso egemonico coerente.

In America Latina la maggior parte di tutti questi “pilastri” è stata subordinata storicamente alla volontà di un padre-Stato saltimbanco, di partiti politici corrotti (che ricordano i nostri…), del cacicco di turno, locale o nazionale, oppure delle convenienze di potenze esterne e di gruppi dominanti interni, del corporativismo statico e del capitalismo frammentato, ed è per questo che l’universalità, almeno teorica, di certi diritti è sempre stata limitata, negoziata, svenduta e mai ottenuta. E’ stata dunque parziale e inefficace, salvo rare eccezioni, salvo per alcune categorie, epoche o regioni specifiche.
CamilaVallejoEscNacMusicaUnam013(Small).JPGIn Europa e in Italia si stanno perdendo inesorabilmente la memoria e l’identità del nostro “sogno di benessere”, accarezzato per qualche anno fino al declino attuale, e così ci stiamo ispirando profondamente ad alcuni controversi esempi latino americani di precarietà, di liberalizzazione selvaggia e selvatica di ogni campo della vita sociale ed economica, di privatismo inefficiente e ideologico, di ipersfruttamento delle risorse, fuori da ogni spirito lungimirante ma dentro a una logica strumentale e coerente dettata dalla bibbia economica monoteorica e monolitica. Ma, paradossalmente, questo avviene proprio quando lo stesso continente latino americano, o almeno molti settori, territori e governi importanti nella regione, sta ormai invertendo la rotta per cercare di costruire politiche di sviluppo più compatibili con la sostenibilità sociale e ambientale, oltre che con la propria diversità storica e culturale seppur inserita in un contesto globalizzato.

Dovremo toccare il fondo della narcoguerra messicana o della repressione cilena o della neocolonizzazione internazionale ad Haiti o della disgregazione colombiana per muovere umanità e pensiero verso la sovversione della decadenza? O forse già ci siamo? Cosa sono stati Genova 2001, il G8, la Diaz e Bolzaneto (vedi video dell’appello Genova10x100) se non una serie di giornate e notti “cilene”, anzi tristemente italiane e terribili? E sappiamo che non sono finite. Guardiamo bene cosa succede nei non luoghi ripudiati e rifugiati, nelle prigioni, nei lager CIE ex CPT, nelle piazze d’autunno, nella FIAT che esclude la Fiom, nelle caste e negli apparati burocratico-istituzionali. Sovvertire significa agire, non lasciarsi morire. Agire negli spazi aperti e in quelli che potrebbero aprirsi, non in astratto, ma sperimentando e inventando uscite. In Messico, ma anche in Cile, forse è in gestazione un’uscita, un risveglio democratico dal basso che prova a non scendere a patti, ma continua a promuovere iniziative e cambiamento, forte della convinzione, dell’interazione di massa e della pluralità che aggiustano il tiro quando la strategia non funziona, elaborano la tattica che va a comporre quella strategia e la spostano in avanti, un po’ alla volta.

Una nota finale che era poi il fatto che mi aveva spinto a scrivere di getto quest’articolo. Poi si sa, le strade della scrittura spesso ti riportano a Roma, passando dalle Ande e dal vulcano Popocatepetl: capita ed è meglio così. Bene, dopo un paio di conferenze e all’ultimo giorno della sua permanenza in Messico, Camila Vallejo ha ricevuto delle minacce. Da parte di chi? Dei narcos? Da apparati deviati o ufficiali del governo? Dagli studenti crumiri? Dai partiti? No. Da un’associazione registrata per la difesa dei diritti dell’uomo, la associazione civile Comisión Mexicana de Derechos Humanos, che ha chiesto per Vallejo l’applicazione del famigerato articolo 33 della Costituzione che prevede l’espulsione immediata degli stranieri “non grati” dal paese, senza processo, senza appelli, senza consultazioni, senza farti nemmeno prendere le tue cose.

Vieni sbattuto in una guardiola nel quartiere slum di Iztapalapa @MexicoCity e se non interviene immediatamente qualche “potente” giudice santo con un ricorso ad hoc, nel giro di qualche ora sei fuori, accompagnato da un poliziotto a Roma, a Santiago, a Madrid, in Cina o a Bamako. Il procedimento è una violazione palese (e legale secondo la Costituzione messicana del 1917) dei diritti umani in un paese che aspira a stare negli alti ranghi dell’ordine economico internazionale, dove il discorso sui diritti umani è uno specchio per le allodole. Per questo la legislazione messicana è paradossalmente coerente con questo deprecabile stato di cose a livello globale e, sebbene in origine fosse stata pensata per sfuggire alle ingerenze nordamericane e straniere in genere negli affari politici di uno stato in costruzione, oggi risulta uno strumento utile e immediato per rivendicare una falsa sovranità nazionalista e discriminatoria.MarchaAntiEPNy132jun12260(Small).JPG L’associazione “pro-diritti umani” chiedeva ridicolamente l’espulsione di Camila per “essersi immischiata negli affari politici interni del paese”, un’espressione spesso utilizzata per giustificare questi abusi contro persone ritenute scomode da qualche capetto o funzionario o magari contro qualcuno che semplicemente partecipa a una manifestazione. E’ una via rapida per sbarazzarsi di persone indesiderate. Secondo l’associazione messicana Camila avrebbe influito sul processo elettorale interno per le presidenziali avendo lei espresso solidarietà al movimento degli studenti YoSoy132 che, sempre secondo l’associazione, sarebbe favorevole al candidato delle sinistre Andrés Manuel López Obrador, il quale secondo alcuni sondaggi pare stia rimontando rispetto a Peña Nieto e potrebbe contendere seriamente per la presidenza. Speculazioni elettorali a parte, da questo sillogismo non verificato studenti=sinistre=Obrador=#YoSoy132=Camila Vallejo (si possono invertire i fattori) deriva la richiesta ufficiale dell’associazione, non da atti espliciti della cittadina cilena che, se fosse stata espulsa, avrebbe messo in ridicolo e in problemi seri tutto il Messico di fronte al mondo intero e alla comunità internazionale che, tra l’altro, ha gli occhi puntati sul paese per la riunione del G20 che s’è tenuta dal 18 al 20 di giugno. Era una provocazione, stupida e inconcludente.

E’ vero, Camila ha stretto la mano a un importante e storico leader contadino attivista, già più volte incarcerato ingiustamente (poi liberato grazie a decisioni della Corte Suprema) nello stato che governava proprio il signor Peña Nieto per gli scontri di Atenco nel 2006 e per aver vinto una battaglia contro la costruzione di un aeroporto, Ignacio del Valle. E’ vero, Camila durante delle conferenza stampa e accademiche ha criticato il modello neoliberista e ha offerto il sostegno dei cileni e la sua adesione al Mov 132. E quindi? Lo fanno tutti, stranieri e messicani. Sono queste provocazioni che poi giustificano la discriminazione e gli abusi in altri casi, forse meno noti ma altrettanto beceri e assurdi (ricordiamo per esempio il caso del giornalista e accademico Gianni Proiettis, emblematico delle numerose espulsioni che avvengono contro chi da anni lavora a progetti sociali in Chiapas, e pure quello degli stranieri espulsi durante le operazioni di vera “macelleria messicana” – 2 morti e centinaia di feriti, violazioni ai diritti umani, violenze sessuali e psicologiche tra le altre – condotte dalla polizia, su ordine dell’attuale candidato del PRI Peña Nieto,contro la gente ad Atenco nel 2006).

Proprio dai fatti di Atenco nasce il gran ripudio che questo candidato suscita in buona parte del movimento studentesco messicano e nella popolazione memore. Il timore per il ritorno della repressione del dissenso e per un nuovo periodo di regime del PRI stanno scuotendo le coscienze. Il movimento YoSoy132 ha convocato a un dibattito speciale i candidati alla presidenza il 19 giugno (Andrés Manuel López Obrador per le sinistre-PRD, Josefina Vázquez Mota del conservatore Partido Acción Nacional e Gabriel Quadri di Nueva Alianza). Sarà il primo dibattito in cui i candidati non riceveranno prima le domande, sorpresa totale. Solo Peña Nieto ha declinato l’invito sostenendo che parte del movimento è esplicitamente contro la sua persona e quindi non ha niente da dire. Questa è l’attitudine che dovremo aspettarci in futuro da parte dell’ex partito dominante, oggi lanciatissimo alla reconquista del potere, e ancor di più se Peña vince le elezioni il primo luglio.

Di seguito, il video con le foto della manifestazione del 10 giugno 2012 anti Peña Nieto + #YoSoy132 + 10 de junio no se olvida (10 giugno non si dimenticata, in ricordo degli studenti caduti il 10 giugno 1971 nella repressione ordinata dal PRI dell’ex presidente Luis Echeverría). SoundTrack: Resiste de Akil Ammar y Mentira de Manu Chao. Fabrizio Lorusso (Carmilla)

Album foto marcia anti Peña: LINK

Camila Vallejo en México: LINK

Video Appello Urgente Genova10x100

Post: Genova G8 2001, non è finita…. Nasce la campagna 10×100 per la liberazione dei compagni e della compagne accusate di devastazione e saccheggio per i fatti del G8 di Genova 2001. Firma l’appello. http://www.10×100.it/?page_id=19

Decalogo del Terremotato Consapevole (!)

Sta circolando in rete, su canali alternativi rispetto ai siti informativi di testate, quotidiani e televisioni, un comunicato che il Comitato 3.32 dell’Aquila inoltra ai terremotati dell’Emilia, ma più che un semplice decalogo si tratta di una vera e fraterna lista di consigli che si discosta da quanto normalmente ascoltiamo al Tiggì in TV. Anzi, rileggendola bene, sembra proprio l’opposto di quanto ci viene propinato ogni giorno, non è un elenco preventivo né una raccomandazione a caldo di mass media e autorità, ma una visione differente, un avvertimento sofferto per una situazione già vissuta che è meglio evitare che si ripeta. Il tono è quasi quello di un amico che cerca di salvarti prima che tu cada nel baratro che hai di fronte ma non riesci a vedere. C’è una patina di tristezza, quasi un rammarico insieme a molta forza, in questi consigli, forse per non averli potuti conoscere e seguire del tutto quando la tragedia colpì proprio L’Aquila. Ci vedo anche un rimprovero allo Stato e alla politica che promisero e  millantarono senza grossi risultati: lo sfacelo (edilizio e sociale) persiste. Sono pratici e precisi, serve volontà per comprenderli e assimilarli, ancor di più per metterli in atto, ma sicuramente mantenere viva la “comunità” e il tessuto sociale, trasmettere affetto, informazione, risorse, sorrisi, forze e tenere presente anche questo, oltre ai tanti decaloghi e prontuari “ordinari”, può essere una buona base per ricominciare. Vediamolo.

1) Non disperdetevi come comunità e non fatevi mettere gli uni contro gli altri;

2) Restate in sicurezza, ma non lasciatevi allontanare dalle vostre case e dalle vostre proprietà;

3) Non fatevi rinchiudere in campi recintati con la scusa di essere protetti;

4) Mantenete la vostra consapevolezza e autonomia;

5) Vi convinceranno che non siete autosufficienti e proveranno a ospedalizzarvi: non lo permette! Ogni gesto quotidiano deve restare vostro;

6) Non fatevi raccontare dai media quello che vi succede, siate protagonisti dell’informazione e diffondetela voi, i mezzi non mancano;

7) Chiedete da subito controllo e trasparenza sulla gestione di tutto quello che vi riguarda: solidarietà, aiuti, fondi ecc.

8) Fate che l’emergenza non diventi lungodegenza: ai commissari fa comodo, alla vostra comunità no;

9) Pretendete di partecipare da subito a ogni scelta sul vostro futuro;

10) Non lasciate devastare il vostro territorio con la scusa della ricostruzione.

Insomma, nonostante tutto quello che vi diranno sulla solidarietà, ricordatevi che per qualcuno il terremotato è da spolpare: occhio a sciacalli e avvoltoi!

Fonte del decalogo: NoTav.Info 

Bella Ciao, Diaz, Black Block e il grido: assassini…

A pochi giorni dall’uscita di Diaz, film di Daniele Vicari sul G8 di Genova del 2001, e dal 25 aprile, con le note di Bella Ciao nel cuore, ho scoperto che finalmente è possibile, da almeno un paio di settimane, vedere interamente il documentario Bella Ciao G8 Genova prodotto dalla RAI, ma mai trasmesso. Diaz non lo posso vedere dall’estero, ma questo sì, e n’è valsa la pena. Quindi “facciamo memoria”. Il documentario “boicottato” sul G8 di Genova è stato realizzato da Roberto Torelli e Marco Giusti. “Bella Ciao” è un documento unico, dura due ore ed è il solo che racconta nei dettagli, grazie alle immagini filmate dai giornalisti della RAI e di altre televisioni, la repressione durante la manifestazione contro il G8 a Genova nel luglio 2001. Molto bella (la consiglio!) la recensione e comparazione che fa Girolamo de Michele tra Diaz e Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana, due film con l’ambizione di “fare storia” con risultati differenti.

Torniamo al G8 e alla reUn evento che ha trasformato il dibattito, ha stigmatizzato il movimento anti-mondializzazione/globallizzazione riducendolo a una questione di “sicurezza”. Avremmo visto negli anni, fino ad oggi, come l’eccesso securitario, macchiato e sigillato col sangue del Social Forum a Genova, abbia poi diviso il paese, ostaggio sempre più della xenofobia leghista e del populismo berlusconiano.

Senza commenti, solo qualche spiegazione scritta, il film ci mostra la cruda verità, i cortei, gli spezzoni, la repressione, le evoluzioni e i fatti delle giornate più tragiche e sanguinose, il 20 e 21 luglio. Il documentario si apre e si chiude con i fatti della Scuola Diaz. La diffusione è stata “vietata” o boicottata nella televisione italiana, ma nelle ultime due settimane per fortuna un paio di utenti di YouTube l’hanno caricato per intero.

Assassini e bastardi sono le espressioni più ricorrenti nel video, nelle grida della gente. Riecheggia la frase di Amnesty International per definire i fatti di Genova e la mattanza della scuola Diaz e le violenze di Bolzaneto: “La più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo a Seconda guerra mondiale”.

Qui sopra il trailer di BLACK BLOCKdocumentario andato in onda su RaiTre il 15 aprile scorso a tarda notte…(ma perché??…). A questo LINK lo potete vedere integralmente finché resta On Line. E’ un film di Carlo Bachschmidt, Menzione speciale alla 68ma edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Premio Biografilm Lancia Award. Attraverso Lena e Niels (Amburgo), Chabi (Zaragoza), Mina (Parigi), Dan (Londra), Michael (Nizza) e Muli (Berlino) il film intende restituire una testimonianza di chi ha vissuto in prima persona le violenze del blitz alla scuola Diaz e le torture alla Caserma di Bolzaneto.

Rispetto a Bella Ciao questo è più – come dire – introspettivo, racconta storie di vita per ricostruire, 10 anni dopo, i fatti e la memoria, durissimi da accettare nel 2001, quando la realtà è stata appannata da un trattamento criminale e distorto da parte della maggior parte dei mass media, e ancor di più oggi. Infatti, sappiamo che i funzionari coinvolti (per esempio, a caso, l’ex Capo della Polizia Gianni Di Gennaro oggi “supervisore” dei servizi segreti.), “ligi servitori dello stato”, hanno fatto carriera malgrado le 25 condanne, nonostante le accuse contro i manifestanti siano state archiviate, nonostante le molotov inventate e i risarcimenti corrisposti, in attesa del responso della Cassazione. Certo, anche per loro vige la presunzione di innocenza fino a condanna definitiva, ma che facciano carriera quando alcuni fatti incontrovertibili sono stati provati, al di là dell’ultimo grado di giudizio e delle sentenze future e definitive, resta scandaloso. Infine. Chi erano o non erano i famigerati Black Bloc, scusa e motivo “ufficiale” dell’intervento violento e repressivo (anzi, ormai di ogni intervento) della polizia? Ecco un link.

 

Bella ciao – Documentario RAI sul G8 di Genova 2001

Documentario censurato dalle TV italiane: Bella ciao di Giusti, Torelli e Freccero. Carlo Giuliani, G8, Scuola Diaz, Caserma Bolzaneto: la fine della democrazia?

Italia y el fin de la Segunda República (?)

Durante la última semana, Italia entró en una etapa política que sólo guarda semejanzas con la que se vivió a principios de la década de 1990, cuando los jueces de Milán, con sus indagaciones y condenas a hombres políticos y empresarios corruptos, facilitaron el colapso de la llamada Primera República y de la vieja partidocracia que endeudó y engañó al país.

Se abrió entonces un vacío que llenaron Silvio Berlusconi con su partido Forza Italia, el derechista Gianfranco Fini de Alleanza Nazionale y, finalmente, su aliada la Liga Norte (Lega Nord), dando inicio a la llamada Segunda República que, en realidad, es una fase de transición hacia algo desconocido que se va gestando en estos meses.

La Liga es un partido independentista, xenófobo y populista, basado en símbolos y pasiones más que en propuestas; sus banderas fueron el federalismo y la secesión. En un principio, a finales de la década de 1980, tuvo el estilo de los partidos tradicionales radicados en el territorio, pero también fue muy autorreferencial y autoritaria, con todo el poder concentrado en sus dirigentes. Su jefe máximo, Umberto Bossi, y sus herederos, especialmente su hijo Renzo Bossi, se encuentran ahora en el peor escándalo judicial de su historia política y de su vida.

Ya se habla del inicio de la Tercera República, tras la dimisión de Bossi de la dirección de la Liga el 6 de abril pasado y después de la caída, en octubre de 2011, del gabinete de Berlusconi en medio de escándalos, más sexuales que meramente políticos, y por falta de credibilidad internacional e interna.

El tesorero del partido, Francesco Belsito, y otros colaboradores cercanos de los Bossi están siendo investigados por tres procuradurías a causa de presuntos fraudes contra el Estado y desviación de fondos del partido y de los militantes, al haber malgastado el dinero destinado a la actividad política y a la propaganda para enriquecerse y comprar títulos de estudio falsos, financiar escuelas, coches y actividades de los familiares del mismo líder Bossi. Su hijo Renzo, apodado “trota” (trucha), ya renunció a su cargo de consejero regional de Lombardía y va a obtener una insultante indemnización de 40 mil euros como liquidación.

Sobre algunas paredes en la calle, el lema de la Liga “Patrones en nuestra casa” ya cambió por “Ladrones en nuestra casa”, lo cual es sintomático de la indignación de los militantes y las bases que, desde siempre, habían creído en el partido que les prometió barrer a los viejos políticos de “Roma ladrona” y que, ahora, salió con negocios aún más sucios y necesita limpiar su propia casa.

La Liga se encuentra actualmente en la oposición parlamentaria con respecto a los partidos que apoyan al gobierno de Mario Monti, es decir, el Demócrata, el de las Libertades (liderado por el delfín de Berlusconi, Angelino Alfano) y el centro de los ex demócratas cristianos de Pierferdinando Casini con su Unione di Centro.

Por su lado, el gobierno “técnico” de Monti en Italia superó sus primeros cuatro meses de vida y, si bien el país parece alejarse del peligro de la crisis de la deuda, las cuestiones abiertas son muchas y trascendentes.

En noviembre, Monti implementó medidas que afectaron mucho las pensiones y el estado de bienestar: la ley financiera llamada “salva-Italia” fue un paquete extraordinario de recortes al gasto público y mayores impuestos por 30 mil millones de euros.

El monto es el más alto de la historia italiana si se suma al del gobierno anterior de Berlusconi, que fue de 74 mil millones. Los medios y el discurso oficial prepararon el terreno anunciando que pronto Italia estaría peor que Grecia y que, por lo tanto, hacían falta políticas de austeridad y relanzamiento de la economía.

Sin embargo, se dejaron de lado las disposiciones que fomentarían el crecimiento y la redistribución equitativa de los sacrificios. De hecho, Italia está oficialmente en recesión, tras seis meses de descenso en su PIB (-0.7 por ciento).

Después de la caída del Cavaliere, quien dimitió por la falta de cohesión dentro de la coalición de partidos que lo apoyaban, por presiones internacionales y por la pérdida de credibilidad en el exterior, los principales partidos acordaron sostener un gobierno llamado “técnico”.

Es un eufemismo para decir que la tecnocracia ya está en el poder, sin compromisos con los electores. No obstante, en este caso siguen siendo parte de una elite financiera y empresarial bien definida, quizás más presentable que la de los funcionarios berlusconianos, pero no menos distante de aquel país real que pretenden salvar.

El centroizquierdista Partido Demócrata, junto al conservador Partido de la Libertad de Berlusconi y al “tercer polo”, que reúne formaciones del centro católico y de la derecha post-fascista, respaldan a un ejecutivo ya conocido como el “de los banqueros”.

En cambio, el partido xenófobo y populista de la Liga Norte decidió quedarse en la oposición para tratar de recuperar los votos que perdió, tras tres años de alianza con Berlusconi.

Monti no deja de recordar a los medios y al pueblo que su mandato será breve pero efectivo, y que no va a detenerse frente a ninguna protesta social, al descontento sindical o a la oposición de “intereses corporativos”.

En efecto, el primer decreto sobre liberalizaciones, aprobado en marzo, prevé una mayor apertura del sector de las farmacias, de los taxis, de los notarios, pero no se quisieron tocar los intereses de la banca y de las aseguradoras, verdaderos gremios poderosos que influyen en la vida de millones de familias.

Asimismo, sigue la criminalización de los movimientos sociales con la represión violenta de los plantones que en febrero mantenían los opositores de la controvertida obra para el paso del tren de alta velocidad (TAV) en el norteño Valle de Susa, cerca de Turín. Los No-Tav ya no parecen tener el derecho de dialogar con los políticos, visto que la obra se hará “porque se debe”, sin importar su costo y su anacronismo, como remarca el mismo gobierno.

Otro frente abierto es la reforma del mercado laboral que gira entorno al estatuto de los trabajadores, un acuerdo de 1970 que cerró una época de luchas obreras y sigue vigente para la defensa de los derechos laborales. En pos de una mayor flexibilidad, de una irrestricta libertad para despedir al trabajador, el gobierno propone cambiar el artículo 18 del estatuto que ampara de los despidos sin justa causa.

Por una lado están el sindicato más importante, la CGIL (Confederación General Italiana de Trabajadores), y el Partido Demócrata, los que quieren mantener la posibilidad de la reintegración del trabajador, según lo dicte un juez, en su puesto si éste es despedido sin un motivo justificado, ya que la simple indemnización monetaria, propuesta por el gobierno como solución final, no sería suficiente para desanimar a los empresarios a efectuar despidos masivos y/o discriminatorios sin que haya una necesidad comprobada para hacerlo.

Al contrario, los industriales y su patronato, Confindustria, prefieren que, en caso de despidos injustificados, haya solamente una sanción monetaria para el empresario y ninguna otra reparación en términos laborales. La línea que parece prevalecer es la de un retoque del Artículo 18 en el sentido indicado por el sindicato de los trabajadores, de manera que será el Parlamento quien tenga la última palabra en las próximas semanas. La reforma laboral tiene un sentido profundo para la sociedad y la política italiana, así como para su historia y su idea misma de convivencia civil, ya que, citando el primer artículo constitucional, “Italia es una República fundada en el trabajo”, y no en la precariedad extrema o la explotación.

La Secretaria del Trabajo, Elsa Fornero, ofrece a cambio de la reforma – dice – un “montón de millones”: un presunto aumento, no cuantificado, de los subsidios de desempleo y de las protecciones temporales. Sin embargo, los más débiles, los precarios, los jubilados, los migrantes y los desempleados ya sacrificaron sus pensiones, sus salarios y sus derechos y no están dispuestos a pagar integralmente, ni tampoco sólo ellos, el costo de la crisis bajo el engaño de la austeridad.


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Città-STATO, un film di Giuseppe Spina

Sinossi
Nel sud Europa vige ancora oggi la forza di una vera e propria “città-Stato”, mezzo fondamentale alla macchina di potere nazionale. Qui gli uomini di partito e i mafiosi, i sindacalisti e gli imprenditori, i prefetti, i questori, i cardinali, camuffano il disordine con l’ordine, continuando una secolare gestione sperimentale della vita delle masse, basata su furto e corruzione, mentre le pratiche mondiali si susseguono uguali a se stesse: guerra, crisi, titoli tossici immessi nel mercato, iniezioni di liquidità monetaria, sfruttamento.
E’ un film che nasce con un atto illegale come unico atto possibile. Il materiale d’archivio S-VHS che va a comporre questo lavoro è solo un frammento della parte oggi in rovina nei garage di numerose televisioni locali. In mano a imprenditori asserviti all’attuale gioco politico-mafioso, questo materiale è tra le poche prove storiche di quanto accaduto in Sicilia e, in particolare, a Catania, nel periodo tra il 1992 e il 1994. Una fase di guerra civile in una nazione economicamente in ginocchio in cui la politica, l’imprenditoria e la mafia, come forza unica, si opposero a quel tentativo di ribaltare il sistema di corruzione vigente. Da questa vittoria nacque la “Seconda Repubblica Italiana”. Il film è on line fino al 26 marzo, affrettatevi!
Città-STATO di Giuseppe Spina è un film di poco più di mezz’ora che raccoglie materiale di scarto di una televisione regionale siciliana del periodo ’92-’94. Una riflessione politica attorno al sorgere della Seconda Repubblica compiuta negli anni del suo tramonto. Un racconto di episodi marginali e storie dimenticate fatto riemergere con l’intento politico e polemico di denunciare l’oblio nel quale la coscienza nazionale ha relegato un passaggio storico tanto importante. Proprio in questi giorni sulla stampa nazionale si torna a parlare di quegli anni e di quella terra, dei troppi scheletri negli armadi contenuti nelle vicende processuali della strage di via D’Amelio, dell’oramai acclarata trattativa Stato-Mafia, e del controverso iter giudiziario del processo a carico di Marcello Dell’Utri, (vero e proprio padre, ma sarebbe meglio dire ‘padrino’, della II Repubblica), per concorso esterno in associazione mafiosa.

Città-STATO è un lavoro ostico perché ostile, complesso perché refrattario ad univoche letture, disturbante perché non pacificato. È un’opera massimalista e militante, ma orfana di ideologie.

Città-STATO di Giuseppe Spina (Italia/2011)

Dal 16 al 26 marzo 2012 – in streaming su Rapporto Confidenziale e in CINETECA – Testi sopra da:  rapportoconfidenziale.org | vimeo.com/channels/cineteca

in collaborazione con Nomadica e Moovioole
nomadica.eu | moovioole.it

Città–STATO

Rielaborazione, montaggio e suono: Giuseppe Spina
Musica composta da: Paolo Aralla
Eseguita da: Irene Puccia (Pianoforte), Alessandro Ratoci (Elettronica)
Produzione: cinemautonome, nomadica, frameOFF
Lingua: siciliano/italiano
Formato in ripresa: S-VHS (1992-1994 di operatori sconosciuti)
Paese: Italia
Anno: 2011
Durata: 34 minuti

Johan Messican a la descoverta de la Padania @SorciVerdi

Schiaccia il sorcio e scappa
prima che diventi verde
di canina rabbia

Versi Randagi**

M’ero nutrito di ombre e ricordi di libertà inzuppati nella grappa mentre andavo in cerca di una storia da raccontare. Avevo risvegliato l’indignazione contro la mediatica invenzione del terrore, il populismo e la vena repressiva imperante nel mio paese. L’imbarbarimento e la volgarità venivano ormai scambiati per genuinità e folclore. Il saggio Benjamin Franklin soleva dire che «chi rinuncia alla libertà per raggiungere la sicurezza non merita né la libertà né la sicurezza». Incompreso ieri e oggi. Sicuro e libero avevo cominciato a vagare per la selva oscura dell’abisso padano alla ricerca di un personaggio che facesse al caso mio. Un collaboratore esterno d’eccezione che con lo sguardo da eterno panchinaro della vita m’illustrasse le logiche surreali di un nord Italia in preda alla paura e alla xenofobia. C’era bisogno di un outsider innocente, un curioso scopritore della Padania leghista.

Grazie a un’inspiegabile serie di congiunzioni astro postali m’ero imbattuto in Johan Messican, JM per gli amici, il soggetto. Ero riuscito a conoscerlo e intervistarlo. Era un giovane senza patria che qualche anno prima era fuggito dal Messico per inseguire il nuovo sogno cispadano: la palpazione del benessere patinato, il godimento della sicurezza in pacchetti e il brivido della tranquillità per le strade o almeno in televisione. In effetti la italian TV s’è specializzata nello sparare raggi subliminali che inibiscono l’uso pubblico e privato delle sinapsi cerebrali. Propaga magre certezze imponendo un senso unico al colore e al pensiero. Straziante.

Io e il Messican avevamo avuto solo un breve incontro di persona dopo un lungo scambio epistolare ma avevo capito subito che non era uno sprovveduto. Per cominciare non aveva uno sguardo acefalo e nessuno l’aveva mai accostato a un pesce d’acqua dolce soprannominandolo “il trota” o “la carpa”. Altroché, consentitemi.

Johan aveva sempre sognato un futuro di “ordine e progresso” ispirato all’ottimistico lemma della bandiera brasiliana. L’aveva ammirata per la prima volta ai mondiali di México 86. Era un drappo esotico per lui e l’aveva amato sin da piccolo per tutto quel verde amazzonico che vi campeggia. Non avrebbe mai immaginato che, nel suo stesso mondo, a poche migliaia di chilometri dal suo tugurio natio, il colore della speranza, dell’ecologia e della prosperità sarebbe diventato l’elemento chiave dell’identità di un partito politico i cui membri durissimi inneggiavano alla discriminazione e al tradizionalismo. Tragiche coincidenze.

JM è apolide da trentatré anni. Capita. Dato alla luce in una zona franca non rilevata da Google Earth, era cresciuto nell’angolo più dimenticato della faccia triste dell’America. Johan aveva urlato per la prima volta lo stupore per la sua dolorosa espulsione dal ventre materno sul cucuzzolo di una verdeggiante collina di liquami e rifiuti organici. Se avesse mai avuto un documento d’identità, ci avremmo letto: nato presso Discarica Nova, località Collina Verde Marcio in Cima a Città del Messico, megalopoli altresì nota come Il Mostro.

La sua cara mamma padana, biondissima e gelosa piemontese d’onore, e suo padre, inviso rigattiere messicano dalla pettinatura incauta, l’avevano abbandonato allo scoccare del suo primo mese di vita che, si sa, è sempre il più difficile. I due scapestrati genitori gli avevano lasciato, inserita nel doppio fondo del suo primo pannolino, un’infame lettera d’addio che era risultata quasi illeggibile per ovvi motivi. I poveri cittadini della discarica l’avevano tirato su degnamente, educandolo all’arte di arrangiarsi e preparandolo a esercitare la tolleranza verso quel mondo esterno che l’avrebbe sempre considerato alla stregua di un subumano senza diritti. Ragionevolmente la sua speranza di vita non avrebbe potuto superare la soglia dei quindici mesi, giorno più, giorno meno, per colpa dei fumi sprigionati vilmente da quelle terre che il destino gli aveva affibbiato quale dimora. Sono ingiustizie che violano ogni par condicio.

Ciononostante si può dire senza ritegno che JM è uno che ce l’ha fatta. Cresciuto tra aquile sanguinarie, cocci di bottiglie di tequila e fichi d’India dal fogliame acuminato, s’era saputo ritagliare la fama di pioniere della raccolta differenziata e maestro supremo nel maneggio del machete schiaccianoci, l’arma bianca più incazzata del mondo. Aveva imparato più lingue del Papa e di altri dotti poliglotti a furia di frugare nei sacchi neri dell’immondizia umana in cerca di Cd e Dvd di tutti i paesi della Terra. Li aveva letteralmente divorati nei primi anni dell’adolescenza. Stando immerso in mezzo alla merda empirica, aveva carpito anche i segreti della mutazione genetica e delle coltivazioni di cellule staminali. Il tutto senza aprire manuali né calpestare alcun suolo universitario. La cultura, d’altronde, non sta mica solo nei libri. Fortuna.

All’età di trent’anni la voglia di fugare per sempre i dubbi circa le sue presunte credenziali di “mexipadano” D.O.C. lo aveva spinto ad avventurarsi oltreoceano nella vecchia Europa e nella ancor più vecchia e timorata Italia settentrionale. Grazie all’applicazione controllata di un potente acido smacchiante, recuperato in un tombino del suo immondezzaio, Johan era infatti riuscito a decifrare in controluce alcune parole della lettera ficcatagli nel pannolino dai suoi creatori. Gran sorpresa.

Prima che la carta venisse lacerata dalle gocce colanti del pericoloso liquido, il nostro aveva letto che la madrepatria della sua padana progenitrice era Novara. Sin da quando soleva spulciare tra i quotidiani della discarica nei primi anni del nuovo millennio, quel comune italiano era a lui già noto come “la città delle ordinanze”. Di fatto il sindaco leghista Massimo Giordano aveva sfoderato un’irrefrenabile sequela di gride manzoniane in ben nove anni di catarsi amministrativa e sociale. Johan voleva assolutamente farci una capatina prima che venisse imposta un’autarchia di mussoliniana memoria. O prima che venisse decretato l’innalzamento di una cerchia di mura difensive con tanto di fossato gremito di vetusti caimani assetati di sesso. Randagi pensieri.

Johan aveva deciso d’imbucarsi a una festa nell’immancabile transatlantico che da vari giorni era attraccato nel porto di Veracruz, nel Golfo del Messico, per rifornire la ciurma di peperoncino e vermicelli del mezcal. Quindi era partito speranzoso alla volta della serenissima Venezia come clandestino. Da alcune dichiarazioni che aveva letto su certi giornaletti Johan presentiva che laggiù i simpatizzanti dell’inveterato partito politico Lega Nord per l’Indipendenza della Padania lo avrebbero potuto accogliere a spranghe sguainate vista la sua qualità infame di “Clandestino-&-Perfino-Apolide”, alias “Ne-Abbiamo-Pieni-I-Maroni-Di-Voi”. Due stimmate al prezzo di una.

Per non dare nell’occhio al momento dell’arrivo aveva dovuto rubare una camicia color cachi a un mozzo ubriaco dato che sulla barca non era riuscito a trovare nessuno a cui fregarne una color “verde fosforescente pugno in un occhio”. Quella tinta era tanto cara ai seguaci di un losco individuo detto Il Senatùr e – così pensava – gli avrebbe forse permesso un livello decente d’accettazione sociale nei baronati leghisti. Aveva appreso anche il vero e intraducibile significato del “dito medio puntato verso il cielo” nel linguaggio dei sordi, sempre grazie a questo famoso e gesticolante Senatùr. Per la prima volta in vita sua aveva provato a cantare col diaframma duro in tensione ma era stato un flop. S’era cimentato con una versione tropicale del Va’ pensiero. Brutta mossa. Dico, bella la canzone, un po’ retrò, ma lui era indubbiamente stonato. Col dialetto proprio non ce l’aveva fatta ma il suo spagnolo da madrelingua dei ghetti messicani poteva essere preso tranquillamente per una versione rimasticata del milanese parlato alla Bovisa. Con quello bene o male s’è sempre potuto andare dappertutto. A volte basta poco per integrarsi, o no?

Lo si sarebbe dovuto spiegare pure a quei commercianti disperati che volevano aprire a Novara un negozio di alimentari «prevalentemente etnici». Nell’ottobre 2010 l’assessore alla Sicurezza Mauro Franzinelli sosteneva che la concentrazione eccessiva di quelle attività aveva creato in diverse zone «problemi di convivenza con la cittadinanza italiana». Troppe salsine piccanti in giro, come dargli torto? Avrebbe dovuto precisare a questi esercenti che loro, intesi proprio come persone, erano troppo “etnici”. Inoltre la vendita di «prodotti non facenti parte della tradizione culinaria ed alimentare italiana» era diventata un atto sovversivo, quasi antigienico per alcuni. La ridicola definizione dei cibi etnici, senza dubbio, non chiariva che cosa sarebbe successo ai croissant, agli hamburger, allo strudel, al gulash e al cous cous. Tantomeno a quel meraviglioso salvavita intergalattico chiamato kebab. Li avremmo tradotti nella nostra lingua patria o li avremmo proibiti?

Gli “etnici” ospiti del territorio comunale avrebbero anche dovuto fare un bel test di lingua e cultura italiana e vietare ai clienti di soffermarsi in gruppo fuori dal loro locale. Per essere efficaci sin da subito gli stranieri più etnici degli altri avevano cominciato a ricorrere all’uso criminale della loro top ten di parolacce italiane, probabilmente imparate da qualche grezzo politico alla tivù. Questa forma di “turpiloquio convincente” avrebbe dovuto far parte del test linguistico di cui sopra. Da più voci s’era suggerito pure che gli esercenti ritenuti più indifesi venissero muniti di machete schiaccianoci e scaccia-clienti come quello di Johan Messican. Power to the people.

Dopo tre settimane di delirante navigazione atlantica e mediterranea il Nostro era giunto in laguna, estenuato ma felice di poter baciare terra. Animato dal desiderio carnale di fendere la nebbia nordica col suo ferro messicano, Johan aveva poi solcato per settimane le acque incontaminate del Divino Po. Non sapeva che tempo addietro quel rio era stato benedetto dalle genti secessioniste dell’italico settentrione e vi pisciò dentro senza remore, ripetutamente. Era salpato controcorrente a bordo di un gommone a motore di proprietà di un’azienda privata specializzata in trasporti transpadani, la Migra-Zione! & Ska-Fisti S.p.a.i. (Società per Azioni Illecite).

Per quel viaggio gli avevano chiesto una cifra iniqua di duemila euro ma Johan aveva ottenuto di sganciare agli aguzzini, cioè agli “executive manager” della criminosa ditta, solamente duemila pesos messicani degli anni ottanta: pezzi da collezione, niente da dire. Per fare l’onesto ci aveva messo su anche un quadretto a colori della Madonna di Guadalupe con l’autografo falsificato di Karol Wojtyla. In pratica aveva ceduto il più bel ricordo della sua discarica ai giovani imprenditori di quella bagnarola d’acqua dolce ma s’era probabilmente risparmiato una sessione di frustrate per inadempimento contrattuale. Bella così. Peccato che poi nei pressi di Mantova una ronda di leghisti mannari aveva sbranato gli scafisti scambiandoli per immigrati dell’est veneto e allora Johan era dovuto scappare per proseguire via terra, sempre dritto verso occidente, come Colombo.

Senza manco una scivolosa idea di dove stesse andando a franare aveva attraversato risaie e praterie sterminate falcidiando tutti gli ostacoli sul suo cammino. Aveva schiacciato tafani col nudo piede e tagliato il filo spinato di recinzione di una fattoria del vigevanese col suo coltellaccio azteco. Aveva varcato a sua insaputa il confine lombardo-piemontese per poi incappare addirittura in una banda di cavalieri tradizionalisti. Questi curiosi personaggi, mascherati ridicolamente da invasori barbarici antiromani con tanto di spadoni, stendardi e armature, stavano girando uno spot per una bizzarra iniziativa elettorale. Johan aveva da subito pensato che fosse il set della pubblicità per un nuovo liquore regionale dal nome accattivante diRaBarbarossa, e aveva concepito immacolatamente lo slogan «Vota ubriaco, Bevi felice». Per porre fine a tutto questo vagabondare in mezzo a gente strana, aveva scelto di mettere la testa, i piedi e la sua arma bianca a posto.

Finalmente, emozionato e grato di poter calpestare col nudo piede gli agri concimati della civilissima regione sabauda, era stato sospinto in quel di Novara dal richiamo innato della sua piemontesità perduta. Lassù aveva improvvisato una dimora abusiva e provvisoria in uno dei più eleganti hub del sistema nazionale dei trasporti pubblici. S’era stabilito in fondo al binario 1 della stazione dei treni e ormai ci stava da quasi tre anni, temporaneamente. L’avrei incontrato proprio lì nel giorno pattuito.

Solstizio. E’ arrivato il momento di conoscere JM di persona. Quando mi metto in viaggio con la mia barba lunga e l’abbronzatura perenne, un bisunto cappellino in testa, una logora T-shirt con la scritta «Viva México Cabrones», la birra pronta da stappare dentro lo zainetto e i jeans logori del liceo vengo scambiato ovunque per un asociale che ha bisogno del deodorante, come direbbe il sobrio Mr. B. L’interregionale per Novara non fa eccezione.

Passa un carabiniere col suo cagnetto fiuta-clandestini e si rivolge (solo) a me con burocratica freddezza. “Documenti prego”. “Come mai?”, chiedo accigliato. “Comunque ho solo il passaporto, vivo all’estero e la mia carta d’identità è talmente vecchia da avere già un valore come pezzo d’antiquariato”. “Su, su, non la faccia troppo lunga, va bene il passaporto”, rassicura il tutore della legge. Glielo porgo, mi guardo intorno e lancio nell’etere una sottile provocazione. “Mi scusi, ma come mai non controlla pure quella sospetta e minuta signora vestita di nero, quella là col capo coperto e il volto nascosto che sta bofonchiando formule magiche sottovoce e non lascia riposare gli altri passeggeri?”. Il giovane militare, dapprima allarmato, volge lo sguardo sull’oscura donna e, riavutosi, esclama: “Ma è pazzo? Non vede che è una suora?”. “Ah beh, mi scusi”, preciso con candore, “pensavo fosse una di quelle minacciose mediorientali di religione musulmana che indossano il burqa, mi sono confuso, avrò visto male”.

Durante una manciata di secondi lo sketch ha il merito di riaccendere l’umore uggioso dei passeggeri nel vagone e anche il mio. Avevo letto che nel 2010 era stata appioppata una salata multa a una ragazza musulmana che, indossando il burqa in un ufficio postale di Novara, aveva violato l’ennesima ordinanza ispirata al pacchetto sicurezza versione Security Deep Trip Remix 2008 dell’illustre Ministro degli Interni Maroni. Zampa dura.

L’appuntamento con JM è al primo binario. E’ sera nuvolosa e la stazione FS della seconda città del Piemonte comincia a svuotarsi. Non c’è lezzo di pericolo, piuttosto solitudine e diffidenza. So che qui le regole le fanno rispettare. Il mio timore vero è che per provare a evitare sanzioni, avrei bisogno di almeno tre ore di mistica lettura di tutte le delibere comunali riguardanti l’umana specie e i suoi presunti comportamenti deviati. O almeno di quelle pubblicate nell’ultimo lustro. Il tempo scarseggia. L’IR per Novara entra in stazione. Ho ancora mezza Corona nella bottiglia, esco dalla carrozza e un tetro pendolare prova a redarguirmi sottovoce. “Via, via, per Dio, la butti via, ma che fa?”, dice quasi trasalendo. “Ma chi? Come? Dio? Con la birra? Dove?”, lo incalzo confusamente. E il figuro incupito, allontanandosi e sparendo come un ninja, chiarisce: “Se la beccano qua con quella bevanda alcolica son mazzate! Altro che birra ci vorrà per scordarsi della multa”. Me la scoppio alla goccia tra gli sguardi increduli degli avventori e continuo per la mia strada. Era caldina ma tanto vale. Niente multe e niente rutti per educazione.

Per fortuna scorgo subito Johan che sonnecchia sulla sua panchina di gelido metallo infestata da una patina di verderame. Da lontano sembra un sacco di patate abbandonato su un tronco d’albero appena caduto, umido di rugiada e putrido di muschio. Per uscire dal mio improbabile sottobosco ferroviario, m’avvicino a lui con passo colpevole, lo saluto gentilmente e spezzo il suo quieto vivere con la prima domanda della serata. Lui s’alza con fare sornione e mi stringe la mano abbozzando un sorriso faceto.

“Buonasera Johan, come va?”

“Peggio”.

“Come?”

“Traduco. Peor. Peggio di prima e di ieri”.

“Sei pessimista?”

“No, apolide e da ricovero. E tu? La verve messicana mi s’è spenta nelle nebbie padane. Scusa, stai già registrando? Non ho molto tempo purtroppo…”

“Sì, sì, il registratore è acceso. M’hai detto tutto del tuo passato, del tuo viaggio, ma adesso sei qui e…”

“Qui? In stazione? Nel fantomatico regno della Padania? O dici proprio a Novara City? Fa lo stesso comunque, si naviga nella stessa melma ormai. Comincio a rimpiangere la mia discarica tropicale. Che ti posso dire, c’è disagio in giro o son disagiato io, fa lo stesso”.

“Perché disagio? Sembra tutto così ordinato, pulito, cioè, so che non è molto ma alla gente piacciono queste cose…”

“Pulito fuori e sporco dentro. Il verde che più verde non si può”.

“Le macchie d’erba non vanno via nemmeno col candeggio da queste parti…”

“Eh già. Bien. Camminiamo un po’ fuori ma poi devo andarmene. Qui in stazione ci immortalano con le telecamere e ci prendono per sorci sospetti in meno di un minuto. Por suerte siamo solo in due e possiamo uscire senza rischiare multe. Se eravamo in tre o quattro, adios. E’ quasi l’ora del coprifuoco. Recuerda… Nei pochi parchi che restano aperti di notte bisogna camminare per forza, mai fermarsi. Questo sì che è pensare alla salute delle persone! E’ vietato lo ‘stazionamento’ a gruppetti, se no è come un’adunanza”.

“Sediziosa. Come quando c’era lui”.

“Bella menata la sicurezza. Una menata di mani. Guarda quel volantino appiccicato storto sul muro. Lì lì, affianco alla svastica verde fatta con lo spray. Lo vedi? Il comune organizza proprio delle belle iniziative tipo questa qua. ‘Sconfiggi il Bruto: Corso di Autodifesa Gratuito’. Secondo loro serve a ‘dare la possibilità sia agli uomini che alle donne di dotarsi di tecniche utili ad affrontare eventuali difficili circostanze’ dato che ‘è molto diffusa la sensazione di pericolo e paura tra la gente’, così dicono, non son mai venuti a Città del Messico allora, poverini. Si perdono il meglio tra l’altro”.

“Sono info-balle propagandistiche per distrarre l’attenzione dai problemi veri”.

“Vedo, vedo. A volte le leggo frasi come la tua sui giornali liberali, sensibili e tolleranti. Ma poi cosa cambia? Comunque di monnezza sono esperto, lo sai”.

“Beh, ma scherzi? Leggi il programma! Non vuoi ‘dotarti’ pure tu, scusa, di ‘tecniche di difesa con oggetti di uso quotidiano’? Insegnano anche ‘l’uso dell’istinto’. Magari così scopri che lo spazzolino da denti un bel giorno potrebbe servirti a sventare le rapine in banca o a catturare i ladri di biciclette”.

“Mi vien solo un senso di rigetto. Una cosa l’ho capita. Vi serviamo. Siamo servi vostri e vi serviamo, siamo necessari al vostro modo di vita, ai vostri soldi, anche se pure quelli son sempre meno perché vi state bruciando tutto da soli. Ma io non ci sto più. Nessuno lo dice, fate finta di niente e chi sputa più merda prende più voti. Prima gli zingari, poi i neri, i meno bianchi, quelli dell’est, dell’ovest, del sud, quelli del sud del sud, e altri ancora. Perfino tra voi lo fate da sempre, nordici e terroni. Finché non resta più nessuno. Ti racconto l’ultima.

“Certo, dimmi”.

“Ieri sera due agenti travestiti da turisti giapponesi mi hanno scattato foto per mezz’ora mentre addentavo il mio solito ‘pane arabo con pezzi di carne dentro, salsine piccanti, verdurine e patate fritte’, come dice l’insegna del negozio. Bastava scrivere kebab, no? Va beh. Quei due erano spie della questura in cerca di clandestini da schedare per fare numero. Servono alle statistiche del comune o di chissà chi. Meno male che io sono apolide e non conterò mai nulla, nemmeno se muoio. Comunque il kebab è l’unica robaccia che non mi fa rimpiangere i tacos al pastormessicani. Peccato che qui te lo devi trangugiare in un boccone e poi smammare via. Niente ‘capannelli di persone’ all’esterno dei locali, por Dios! Sono ordini dello sceriffo”.

“Beh, le adunanze culinarie fuori dalla kebabberia sono altamente sediziose. Anche l’alito difalafel è socialmente nocivo. Quindi niente alcolici né grandi abbuffate sui marciapiedi. Ti dirò di più. La parola kebab sulle insegne dei negozi non la capiva nessuno, ci voleva un’ordinanza per farla tradurre in italiano. Anche in Spagna quando c’era il generale Franco si doveva tradurre tutto nella lingua patria. D’altronde, scusa, ma oggigiorno chi non dice ‘cane caldo’ al posto di hot dog? Ormai pure l’inglese è superato, dai”.

“Hai ancora voglia di scherzare, ma forse fai bene. E’ un’arma. Ti confesso che voglio tornare a casa, se posso chiamarla così. Almeno là c’è dignità. Tra caporali e furbetti qua il lavoro e la casa sono una presa per il culo. Scappo da sto posto matto a piedi dato che i documenti in regola neanche qui li ho potuti avere. Soldi per l’aereo, meno. La mamma padana non è servita a niente. Andrò a ovest e m’imbarcherò a Lisbona.  Dai, hermano, ho deciso”.

Adiós. E grazie. Il popolo è indignado Johan, qualcosa faremo, presto”.

Lettura della parte finale del Johan Messican alla Libreria Morgana Sud di Città del Messico con l’autore e Maria Teresa Trentin – Presentazione del 15 dicembre 2011.

** [Il racconto è dedicato alla memoria dell’amico e compagno Matteo Dean, un eterno migrante – Testo di Fabrizio Lorusso tratto dalla raccolta degli “scrittori contro il rogo di libri” dal titolo Sorci Verdi. Storie di ordinario leghismo, Ed. Alegre, Roma, 2011 – Vedi Scheda del libro QUI – Foto di Thomas Pololi –  – Link originale pubblicazione on line, VicoloCannery.It]