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Johan Messican a la descoverta de la Padania @SorciVerdi

Schiaccia il sorcio e scappa
prima che diventi verde
di canina rabbia

Versi Randagi**

M’ero nutrito di ombre e ricordi di libertà inzuppati nella grappa mentre andavo in cerca di una storia da raccontare. Avevo risvegliato l’indignazione contro la mediatica invenzione del terrore, il populismo e la vena repressiva imperante nel mio paese. L’imbarbarimento e la volgarità venivano ormai scambiati per genuinità e folclore. Il saggio Benjamin Franklin soleva dire che «chi rinuncia alla libertà per raggiungere la sicurezza non merita né la libertà né la sicurezza». Incompreso ieri e oggi. Sicuro e libero avevo cominciato a vagare per la selva oscura dell’abisso padano alla ricerca di un personaggio che facesse al caso mio. Un collaboratore esterno d’eccezione che con lo sguardo da eterno panchinaro della vita m’illustrasse le logiche surreali di un nord Italia in preda alla paura e alla xenofobia. C’era bisogno di un outsider innocente, un curioso scopritore della Padania leghista.

Grazie a un’inspiegabile serie di congiunzioni astro postali m’ero imbattuto in Johan Messican, JM per gli amici, il soggetto. Ero riuscito a conoscerlo e intervistarlo. Era un giovane senza patria che qualche anno prima era fuggito dal Messico per inseguire il nuovo sogno cispadano: la palpazione del benessere patinato, il godimento della sicurezza in pacchetti e il brivido della tranquillità per le strade o almeno in televisione. In effetti la italian TV s’è specializzata nello sparare raggi subliminali che inibiscono l’uso pubblico e privato delle sinapsi cerebrali. Propaga magre certezze imponendo un senso unico al colore e al pensiero. Straziante.

Io e il Messican avevamo avuto solo un breve incontro di persona dopo un lungo scambio epistolare ma avevo capito subito che non era uno sprovveduto. Per cominciare non aveva uno sguardo acefalo e nessuno l’aveva mai accostato a un pesce d’acqua dolce soprannominandolo “il trota” o “la carpa”. Altroché, consentitemi.

Johan aveva sempre sognato un futuro di “ordine e progresso” ispirato all’ottimistico lemma della bandiera brasiliana. L’aveva ammirata per la prima volta ai mondiali di México 86. Era un drappo esotico per lui e l’aveva amato sin da piccolo per tutto quel verde amazzonico che vi campeggia. Non avrebbe mai immaginato che, nel suo stesso mondo, a poche migliaia di chilometri dal suo tugurio natio, il colore della speranza, dell’ecologia e della prosperità sarebbe diventato l’elemento chiave dell’identità di un partito politico i cui membri durissimi inneggiavano alla discriminazione e al tradizionalismo. Tragiche coincidenze.

JM è apolide da trentatré anni. Capita. Dato alla luce in una zona franca non rilevata da Google Earth, era cresciuto nell’angolo più dimenticato della faccia triste dell’America. Johan aveva urlato per la prima volta lo stupore per la sua dolorosa espulsione dal ventre materno sul cucuzzolo di una verdeggiante collina di liquami e rifiuti organici. Se avesse mai avuto un documento d’identità, ci avremmo letto: nato presso Discarica Nova, località Collina Verde Marcio in Cima a Città del Messico, megalopoli altresì nota come Il Mostro.

La sua cara mamma padana, biondissima e gelosa piemontese d’onore, e suo padre, inviso rigattiere messicano dalla pettinatura incauta, l’avevano abbandonato allo scoccare del suo primo mese di vita che, si sa, è sempre il più difficile. I due scapestrati genitori gli avevano lasciato, inserita nel doppio fondo del suo primo pannolino, un’infame lettera d’addio che era risultata quasi illeggibile per ovvi motivi. I poveri cittadini della discarica l’avevano tirato su degnamente, educandolo all’arte di arrangiarsi e preparandolo a esercitare la tolleranza verso quel mondo esterno che l’avrebbe sempre considerato alla stregua di un subumano senza diritti. Ragionevolmente la sua speranza di vita non avrebbe potuto superare la soglia dei quindici mesi, giorno più, giorno meno, per colpa dei fumi sprigionati vilmente da quelle terre che il destino gli aveva affibbiato quale dimora. Sono ingiustizie che violano ogni par condicio.

Ciononostante si può dire senza ritegno che JM è uno che ce l’ha fatta. Cresciuto tra aquile sanguinarie, cocci di bottiglie di tequila e fichi d’India dal fogliame acuminato, s’era saputo ritagliare la fama di pioniere della raccolta differenziata e maestro supremo nel maneggio del machete schiaccianoci, l’arma bianca più incazzata del mondo. Aveva imparato più lingue del Papa e di altri dotti poliglotti a furia di frugare nei sacchi neri dell’immondizia umana in cerca di Cd e Dvd di tutti i paesi della Terra. Li aveva letteralmente divorati nei primi anni dell’adolescenza. Stando immerso in mezzo alla merda empirica, aveva carpito anche i segreti della mutazione genetica e delle coltivazioni di cellule staminali. Il tutto senza aprire manuali né calpestare alcun suolo universitario. La cultura, d’altronde, non sta mica solo nei libri. Fortuna.

All’età di trent’anni la voglia di fugare per sempre i dubbi circa le sue presunte credenziali di “mexipadano” D.O.C. lo aveva spinto ad avventurarsi oltreoceano nella vecchia Europa e nella ancor più vecchia e timorata Italia settentrionale. Grazie all’applicazione controllata di un potente acido smacchiante, recuperato in un tombino del suo immondezzaio, Johan era infatti riuscito a decifrare in controluce alcune parole della lettera ficcatagli nel pannolino dai suoi creatori. Gran sorpresa.

Prima che la carta venisse lacerata dalle gocce colanti del pericoloso liquido, il nostro aveva letto che la madrepatria della sua padana progenitrice era Novara. Sin da quando soleva spulciare tra i quotidiani della discarica nei primi anni del nuovo millennio, quel comune italiano era a lui già noto come “la città delle ordinanze”. Di fatto il sindaco leghista Massimo Giordano aveva sfoderato un’irrefrenabile sequela di gride manzoniane in ben nove anni di catarsi amministrativa e sociale. Johan voleva assolutamente farci una capatina prima che venisse imposta un’autarchia di mussoliniana memoria. O prima che venisse decretato l’innalzamento di una cerchia di mura difensive con tanto di fossato gremito di vetusti caimani assetati di sesso. Randagi pensieri.

Johan aveva deciso d’imbucarsi a una festa nell’immancabile transatlantico che da vari giorni era attraccato nel porto di Veracruz, nel Golfo del Messico, per rifornire la ciurma di peperoncino e vermicelli del mezcal. Quindi era partito speranzoso alla volta della serenissima Venezia come clandestino. Da alcune dichiarazioni che aveva letto su certi giornaletti Johan presentiva che laggiù i simpatizzanti dell’inveterato partito politico Lega Nord per l’Indipendenza della Padania lo avrebbero potuto accogliere a spranghe sguainate vista la sua qualità infame di “Clandestino-&-Perfino-Apolide”, alias “Ne-Abbiamo-Pieni-I-Maroni-Di-Voi”. Due stimmate al prezzo di una.

Per non dare nell’occhio al momento dell’arrivo aveva dovuto rubare una camicia color cachi a un mozzo ubriaco dato che sulla barca non era riuscito a trovare nessuno a cui fregarne una color “verde fosforescente pugno in un occhio”. Quella tinta era tanto cara ai seguaci di un losco individuo detto Il Senatùr e – così pensava – gli avrebbe forse permesso un livello decente d’accettazione sociale nei baronati leghisti. Aveva appreso anche il vero e intraducibile significato del “dito medio puntato verso il cielo” nel linguaggio dei sordi, sempre grazie a questo famoso e gesticolante Senatùr. Per la prima volta in vita sua aveva provato a cantare col diaframma duro in tensione ma era stato un flop. S’era cimentato con una versione tropicale del Va’ pensiero. Brutta mossa. Dico, bella la canzone, un po’ retrò, ma lui era indubbiamente stonato. Col dialetto proprio non ce l’aveva fatta ma il suo spagnolo da madrelingua dei ghetti messicani poteva essere preso tranquillamente per una versione rimasticata del milanese parlato alla Bovisa. Con quello bene o male s’è sempre potuto andare dappertutto. A volte basta poco per integrarsi, o no?

Lo si sarebbe dovuto spiegare pure a quei commercianti disperati che volevano aprire a Novara un negozio di alimentari «prevalentemente etnici». Nell’ottobre 2010 l’assessore alla Sicurezza Mauro Franzinelli sosteneva che la concentrazione eccessiva di quelle attività aveva creato in diverse zone «problemi di convivenza con la cittadinanza italiana». Troppe salsine piccanti in giro, come dargli torto? Avrebbe dovuto precisare a questi esercenti che loro, intesi proprio come persone, erano troppo “etnici”. Inoltre la vendita di «prodotti non facenti parte della tradizione culinaria ed alimentare italiana» era diventata un atto sovversivo, quasi antigienico per alcuni. La ridicola definizione dei cibi etnici, senza dubbio, non chiariva che cosa sarebbe successo ai croissant, agli hamburger, allo strudel, al gulash e al cous cous. Tantomeno a quel meraviglioso salvavita intergalattico chiamato kebab. Li avremmo tradotti nella nostra lingua patria o li avremmo proibiti?

Gli “etnici” ospiti del territorio comunale avrebbero anche dovuto fare un bel test di lingua e cultura italiana e vietare ai clienti di soffermarsi in gruppo fuori dal loro locale. Per essere efficaci sin da subito gli stranieri più etnici degli altri avevano cominciato a ricorrere all’uso criminale della loro top ten di parolacce italiane, probabilmente imparate da qualche grezzo politico alla tivù. Questa forma di “turpiloquio convincente” avrebbe dovuto far parte del test linguistico di cui sopra. Da più voci s’era suggerito pure che gli esercenti ritenuti più indifesi venissero muniti di machete schiaccianoci e scaccia-clienti come quello di Johan Messican. Power to the people.

Dopo tre settimane di delirante navigazione atlantica e mediterranea il Nostro era giunto in laguna, estenuato ma felice di poter baciare terra. Animato dal desiderio carnale di fendere la nebbia nordica col suo ferro messicano, Johan aveva poi solcato per settimane le acque incontaminate del Divino Po. Non sapeva che tempo addietro quel rio era stato benedetto dalle genti secessioniste dell’italico settentrione e vi pisciò dentro senza remore, ripetutamente. Era salpato controcorrente a bordo di un gommone a motore di proprietà di un’azienda privata specializzata in trasporti transpadani, la Migra-Zione! & Ska-Fisti S.p.a.i. (Società per Azioni Illecite).

Per quel viaggio gli avevano chiesto una cifra iniqua di duemila euro ma Johan aveva ottenuto di sganciare agli aguzzini, cioè agli “executive manager” della criminosa ditta, solamente duemila pesos messicani degli anni ottanta: pezzi da collezione, niente da dire. Per fare l’onesto ci aveva messo su anche un quadretto a colori della Madonna di Guadalupe con l’autografo falsificato di Karol Wojtyla. In pratica aveva ceduto il più bel ricordo della sua discarica ai giovani imprenditori di quella bagnarola d’acqua dolce ma s’era probabilmente risparmiato una sessione di frustrate per inadempimento contrattuale. Bella così. Peccato che poi nei pressi di Mantova una ronda di leghisti mannari aveva sbranato gli scafisti scambiandoli per immigrati dell’est veneto e allora Johan era dovuto scappare per proseguire via terra, sempre dritto verso occidente, come Colombo.

Senza manco una scivolosa idea di dove stesse andando a franare aveva attraversato risaie e praterie sterminate falcidiando tutti gli ostacoli sul suo cammino. Aveva schiacciato tafani col nudo piede e tagliato il filo spinato di recinzione di una fattoria del vigevanese col suo coltellaccio azteco. Aveva varcato a sua insaputa il confine lombardo-piemontese per poi incappare addirittura in una banda di cavalieri tradizionalisti. Questi curiosi personaggi, mascherati ridicolamente da invasori barbarici antiromani con tanto di spadoni, stendardi e armature, stavano girando uno spot per una bizzarra iniziativa elettorale. Johan aveva da subito pensato che fosse il set della pubblicità per un nuovo liquore regionale dal nome accattivante diRaBarbarossa, e aveva concepito immacolatamente lo slogan «Vota ubriaco, Bevi felice». Per porre fine a tutto questo vagabondare in mezzo a gente strana, aveva scelto di mettere la testa, i piedi e la sua arma bianca a posto.

Finalmente, emozionato e grato di poter calpestare col nudo piede gli agri concimati della civilissima regione sabauda, era stato sospinto in quel di Novara dal richiamo innato della sua piemontesità perduta. Lassù aveva improvvisato una dimora abusiva e provvisoria in uno dei più eleganti hub del sistema nazionale dei trasporti pubblici. S’era stabilito in fondo al binario 1 della stazione dei treni e ormai ci stava da quasi tre anni, temporaneamente. L’avrei incontrato proprio lì nel giorno pattuito.

Solstizio. E’ arrivato il momento di conoscere JM di persona. Quando mi metto in viaggio con la mia barba lunga e l’abbronzatura perenne, un bisunto cappellino in testa, una logora T-shirt con la scritta «Viva México Cabrones», la birra pronta da stappare dentro lo zainetto e i jeans logori del liceo vengo scambiato ovunque per un asociale che ha bisogno del deodorante, come direbbe il sobrio Mr. B. L’interregionale per Novara non fa eccezione.

Passa un carabiniere col suo cagnetto fiuta-clandestini e si rivolge (solo) a me con burocratica freddezza. “Documenti prego”. “Come mai?”, chiedo accigliato. “Comunque ho solo il passaporto, vivo all’estero e la mia carta d’identità è talmente vecchia da avere già un valore come pezzo d’antiquariato”. “Su, su, non la faccia troppo lunga, va bene il passaporto”, rassicura il tutore della legge. Glielo porgo, mi guardo intorno e lancio nell’etere una sottile provocazione. “Mi scusi, ma come mai non controlla pure quella sospetta e minuta signora vestita di nero, quella là col capo coperto e il volto nascosto che sta bofonchiando formule magiche sottovoce e non lascia riposare gli altri passeggeri?”. Il giovane militare, dapprima allarmato, volge lo sguardo sull’oscura donna e, riavutosi, esclama: “Ma è pazzo? Non vede che è una suora?”. “Ah beh, mi scusi”, preciso con candore, “pensavo fosse una di quelle minacciose mediorientali di religione musulmana che indossano il burqa, mi sono confuso, avrò visto male”.

Durante una manciata di secondi lo sketch ha il merito di riaccendere l’umore uggioso dei passeggeri nel vagone e anche il mio. Avevo letto che nel 2010 era stata appioppata una salata multa a una ragazza musulmana che, indossando il burqa in un ufficio postale di Novara, aveva violato l’ennesima ordinanza ispirata al pacchetto sicurezza versione Security Deep Trip Remix 2008 dell’illustre Ministro degli Interni Maroni. Zampa dura.

L’appuntamento con JM è al primo binario. E’ sera nuvolosa e la stazione FS della seconda città del Piemonte comincia a svuotarsi. Non c’è lezzo di pericolo, piuttosto solitudine e diffidenza. So che qui le regole le fanno rispettare. Il mio timore vero è che per provare a evitare sanzioni, avrei bisogno di almeno tre ore di mistica lettura di tutte le delibere comunali riguardanti l’umana specie e i suoi presunti comportamenti deviati. O almeno di quelle pubblicate nell’ultimo lustro. Il tempo scarseggia. L’IR per Novara entra in stazione. Ho ancora mezza Corona nella bottiglia, esco dalla carrozza e un tetro pendolare prova a redarguirmi sottovoce. “Via, via, per Dio, la butti via, ma che fa?”, dice quasi trasalendo. “Ma chi? Come? Dio? Con la birra? Dove?”, lo incalzo confusamente. E il figuro incupito, allontanandosi e sparendo come un ninja, chiarisce: “Se la beccano qua con quella bevanda alcolica son mazzate! Altro che birra ci vorrà per scordarsi della multa”. Me la scoppio alla goccia tra gli sguardi increduli degli avventori e continuo per la mia strada. Era caldina ma tanto vale. Niente multe e niente rutti per educazione.

Per fortuna scorgo subito Johan che sonnecchia sulla sua panchina di gelido metallo infestata da una patina di verderame. Da lontano sembra un sacco di patate abbandonato su un tronco d’albero appena caduto, umido di rugiada e putrido di muschio. Per uscire dal mio improbabile sottobosco ferroviario, m’avvicino a lui con passo colpevole, lo saluto gentilmente e spezzo il suo quieto vivere con la prima domanda della serata. Lui s’alza con fare sornione e mi stringe la mano abbozzando un sorriso faceto.

“Buonasera Johan, come va?”

“Peggio”.

“Come?”

“Traduco. Peor. Peggio di prima e di ieri”.

“Sei pessimista?”

“No, apolide e da ricovero. E tu? La verve messicana mi s’è spenta nelle nebbie padane. Scusa, stai già registrando? Non ho molto tempo purtroppo…”

“Sì, sì, il registratore è acceso. M’hai detto tutto del tuo passato, del tuo viaggio, ma adesso sei qui e…”

“Qui? In stazione? Nel fantomatico regno della Padania? O dici proprio a Novara City? Fa lo stesso comunque, si naviga nella stessa melma ormai. Comincio a rimpiangere la mia discarica tropicale. Che ti posso dire, c’è disagio in giro o son disagiato io, fa lo stesso”.

“Perché disagio? Sembra tutto così ordinato, pulito, cioè, so che non è molto ma alla gente piacciono queste cose…”

“Pulito fuori e sporco dentro. Il verde che più verde non si può”.

“Le macchie d’erba non vanno via nemmeno col candeggio da queste parti…”

“Eh già. Bien. Camminiamo un po’ fuori ma poi devo andarmene. Qui in stazione ci immortalano con le telecamere e ci prendono per sorci sospetti in meno di un minuto. Por suerte siamo solo in due e possiamo uscire senza rischiare multe. Se eravamo in tre o quattro, adios. E’ quasi l’ora del coprifuoco. Recuerda… Nei pochi parchi che restano aperti di notte bisogna camminare per forza, mai fermarsi. Questo sì che è pensare alla salute delle persone! E’ vietato lo ‘stazionamento’ a gruppetti, se no è come un’adunanza”.

“Sediziosa. Come quando c’era lui”.

“Bella menata la sicurezza. Una menata di mani. Guarda quel volantino appiccicato storto sul muro. Lì lì, affianco alla svastica verde fatta con lo spray. Lo vedi? Il comune organizza proprio delle belle iniziative tipo questa qua. ‘Sconfiggi il Bruto: Corso di Autodifesa Gratuito’. Secondo loro serve a ‘dare la possibilità sia agli uomini che alle donne di dotarsi di tecniche utili ad affrontare eventuali difficili circostanze’ dato che ‘è molto diffusa la sensazione di pericolo e paura tra la gente’, così dicono, non son mai venuti a Città del Messico allora, poverini. Si perdono il meglio tra l’altro”.

“Sono info-balle propagandistiche per distrarre l’attenzione dai problemi veri”.

“Vedo, vedo. A volte le leggo frasi come la tua sui giornali liberali, sensibili e tolleranti. Ma poi cosa cambia? Comunque di monnezza sono esperto, lo sai”.

“Beh, ma scherzi? Leggi il programma! Non vuoi ‘dotarti’ pure tu, scusa, di ‘tecniche di difesa con oggetti di uso quotidiano’? Insegnano anche ‘l’uso dell’istinto’. Magari così scopri che lo spazzolino da denti un bel giorno potrebbe servirti a sventare le rapine in banca o a catturare i ladri di biciclette”.

“Mi vien solo un senso di rigetto. Una cosa l’ho capita. Vi serviamo. Siamo servi vostri e vi serviamo, siamo necessari al vostro modo di vita, ai vostri soldi, anche se pure quelli son sempre meno perché vi state bruciando tutto da soli. Ma io non ci sto più. Nessuno lo dice, fate finta di niente e chi sputa più merda prende più voti. Prima gli zingari, poi i neri, i meno bianchi, quelli dell’est, dell’ovest, del sud, quelli del sud del sud, e altri ancora. Perfino tra voi lo fate da sempre, nordici e terroni. Finché non resta più nessuno. Ti racconto l’ultima.

“Certo, dimmi”.

“Ieri sera due agenti travestiti da turisti giapponesi mi hanno scattato foto per mezz’ora mentre addentavo il mio solito ‘pane arabo con pezzi di carne dentro, salsine piccanti, verdurine e patate fritte’, come dice l’insegna del negozio. Bastava scrivere kebab, no? Va beh. Quei due erano spie della questura in cerca di clandestini da schedare per fare numero. Servono alle statistiche del comune o di chissà chi. Meno male che io sono apolide e non conterò mai nulla, nemmeno se muoio. Comunque il kebab è l’unica robaccia che non mi fa rimpiangere i tacos al pastormessicani. Peccato che qui te lo devi trangugiare in un boccone e poi smammare via. Niente ‘capannelli di persone’ all’esterno dei locali, por Dios! Sono ordini dello sceriffo”.

“Beh, le adunanze culinarie fuori dalla kebabberia sono altamente sediziose. Anche l’alito difalafel è socialmente nocivo. Quindi niente alcolici né grandi abbuffate sui marciapiedi. Ti dirò di più. La parola kebab sulle insegne dei negozi non la capiva nessuno, ci voleva un’ordinanza per farla tradurre in italiano. Anche in Spagna quando c’era il generale Franco si doveva tradurre tutto nella lingua patria. D’altronde, scusa, ma oggigiorno chi non dice ‘cane caldo’ al posto di hot dog? Ormai pure l’inglese è superato, dai”.

“Hai ancora voglia di scherzare, ma forse fai bene. E’ un’arma. Ti confesso che voglio tornare a casa, se posso chiamarla così. Almeno là c’è dignità. Tra caporali e furbetti qua il lavoro e la casa sono una presa per il culo. Scappo da sto posto matto a piedi dato che i documenti in regola neanche qui li ho potuti avere. Soldi per l’aereo, meno. La mamma padana non è servita a niente. Andrò a ovest e m’imbarcherò a Lisbona.  Dai, hermano, ho deciso”.

Adiós. E grazie. Il popolo è indignado Johan, qualcosa faremo, presto”.

Lettura della parte finale del Johan Messican alla Libreria Morgana Sud di Città del Messico con l’autore e Maria Teresa Trentin – Presentazione del 15 dicembre 2011.

** [Il racconto è dedicato alla memoria dell’amico e compagno Matteo Dean, un eterno migrante – Testo di Fabrizio Lorusso tratto dalla raccolta degli “scrittori contro il rogo di libri” dal titolo Sorci Verdi. Storie di ordinario leghismo, Ed. Alegre, Roma, 2011 – Vedi Scheda del libro QUI – Foto di Thomas Pololi –  – Link originale pubblicazione on line, VicoloCannery.It]

Sorci Verdi in Messico: tutti i video della presentazione

Ecco i video (sono 7!) della presentazione (15 dicembre 2011, ore 19) del libro Sorci Verdi. Cronache di ordinario leghismo alla Libreria Morgana Sud, Coyoacàn/Città del Messico, con Fabrizio Lorusso (co-autore), Maria Teresa Trentin (attrice, lettrice), Clara Ferri (moderatrice e anfitriona), Diego Lucifreddi (relatore). Aiuto prezioso anche di BravO Cubiertas Inteligentes, le fodere per libri personalizzate in verde per Sorci Verdi ! Qui il post con la galleria fotografica e altri link informativi sul caso Rogo di libri / Quema de libros en Italia. Il primo video presenta la lettura di stralci dal racconto “Comizio” di Angelo Ferracuti, una sapiente collezione di mostruosità ordinate e (in)coerenti pronunciate da esponenti della Lega Nord nel corso degli anni (e diventano qui un comizio).

Prima domanda a Fabrizio Lorusso (io) e introduzione di contesto di Diego Lucifreddi. Clara Ferri introduce il co-autore Fabrizio, l’attrice Maria Teresa e i racconti di Sorci Verdi.

Terzo video: stupenda e divertente lettura del racconto di Lello Voce “Summer day’s Radio”, frenetico e delirante come uno sceriffo.

Domanda al co-autore sulle tematiche del libro e introduzione al racconto Johan Messican a la descoverta de la Padania.

Lettura del racconto Johan Messican, parte finale a due voci.

Esiste la Padania? Padania Is A State Of Mind? Domande e interventi del pubblico.

Ultime domande e interventi del pubblico e lettura di un estratto da “I miei vicini è gente che lavora” di Davide Malesi.

Sorci verdi. Storie di ordinario leghismo

Nel 1936, la 205esima squadriglia della Regia aeronautica adottò come stemma tre sorci verdi. Da lì “Ti faccio vedere i sorci verdi” significa dare filo da torcere, sconfiggere, umiliare. Negli ultimi venti anni la Lega Nord ha certamente fatto vedere “i sorci verdi” all’Italia. Le sue campagne, i suoi motti, la sua propaganda hanno permeato il sentire popolare affermando una vera e propria egemonia culturale.
Quando le amministrazioni leghiste del Nordest hanno cercato di mettere al bando libri di autori italiani che in parte sono presenti in questo volume, è scattata una reazione collettiva che ha prodotto iniziative e dibattiti: “Scrittori contro il rogo”, attorno all’idea che i “roghi” costituiscano un colpo pesante alla democrazia. Sempre, a prescindere dal motivo che li ispira.
Ne è nata un’impresa collettiva e “militante”, questa, che ci restituisce con mirabile precisione quella cultura quotidiana, spesso metodica e paziente, che ha imbarbarito le relazioni sociali e umane e modificato il tessuto civile di questo paese.
“Sorci verdi” è un libro di racconti, non un saggio politico.
Uno spaccato di (dis)umanità, a volte descritto con ironia e leggerezza, come se una cinepresa fosse piantata negli occhi dei protagonisti, per raccontare un mondo di ordinario razzismo. Un libro che colpisce allo stomaco e spesso lo oltrepassa. E che, nonostante la fantasia e l’invenzione dei suoi personaggi, racconta un’Italia vera.

Autori:
Giulia Blasi, Annalisa Bruni, Giuseppe Ciarallo, Giovanna Cracco, Alessandra Daniele, Girolamo De Michele, Valerio Evangelisti, Angelo Ferracuti, Fabrizio Lorusso, Davide Malesi, Stefania Nardini, Valeria Parrella, Walter G. Pozzi, Alberto Prunetti, Stefano Tassinari, Massimo Vaggi, Lello Voce.

Gli autori e le autrici di questo libro non hanno voluto alcun compenso. Gli eventuali utili di questo lavoro saranno destinati a sostenere la biblioteca del carcere di Padova. Ordinalo a questo  Link

Sorci Verdi. Presentazione in anteprima a Roma

Dal 19 ottobre sarà in libreria Sorci verdi. Storie di ordinario leghismo (Ed. Alegre), raccolta di racconti di 17 brillanti scrittori. Domenica 9 ottobre presentazione in anteprima a Roma. Si tratta di diciassette racconti per sprofondare negli abissi padani  di: Giulia Blasi, Annalisa Bruni, Giuseppe Ciarallo, Giovanna Cracco, Alessandra Daniele, Girolamo De Michele, Valerio Evangelisti, Angelo Ferracuti, Fabrizio Lorusso, Davide Malesi, Stefania Nardini, Valeria Parrella, Walter G. Pozzi, Alberto Prunetti, Stefano Tassinari, Massimo Vaggi, Lello Voce.

Nel 1936, la 205° squadriglia della Regia aeronautica adottò come stemma tre sorci verdi. “Ti faccio vedere i sorci verdi” da allora significa dare filo da torcere, sconfiggere, umiliare. Negli ultimi venti anni la Lega Nord ha certamente fatto vedere “i sorci verdi” all’Italia. Le sue campagne, i suoi motti, la sua propaganda hanno permeato il sentire popolare affermando una vera e propria egemonia culturale.

Questo libro, attraverso diciassette racconti, rappresenta una narrazione collettiva di umori, pensieri profondi, desideri e speranze di una parte del nostro paese che ha coltivato ansie xenofobe, sogni di secessione ma che si è anche radicata nel potere politico locale e nazionale.

Gli autori e le autrici, firme importanti della narrativa contemporanea, si sono ritrovati insieme quando le amministrazioni leghiste del Nordest hanno cercato di mettere al bando i libri di diversi autori italiani. Nacque allora “Scrittori contro il rogo”, all’interno del quale è scaturita l’idea di questo libro.
Un’impresa collettiva e “militante” che, nonostante i personaggi di fantasia, racconta un’Italia vera.

Gli autori e le autrici non hanno voluto alcun compenso. Gli eventuali utili di questo lavoro saranno destinati a sostenere la biblioteca del carcere di Padova.

Il libro sarà presentato in anteprima a Roma domenica 9 ottobre alle ore 19.00 al Festival “Mal di Libri”, presso il Circolo Arci Forte Fanfulla, a via Fanfulla 5 (Pigneto).

Interverranno: Giulia Blasi, Davide Malesi, Stefania Nardini e Massimo Vaggi.   

Guarda la scheda del libro

Nicolas Eymerich contro il rogo di libri

Evento: Sabato 30 aprile, ore 21.00

 VALERIO EVANGELISTI e CARMILLA

NICOLAS EYMERICH CONTRO IL ROGO DEI LIBRI
Lib­ertà d’espressione e nuove inquisizioni

Inter­verrà lo scrit­tore Alessan­dro Bresolin

VICOLO GAMBA, CAFFÈ DEI LIBRI

Vicolo Gamba, 5
36061 — Bas­sano del grappa VI
tel. 0424.227769

info@vicologamba.it

Google Maps Vicolo Gamba, Caffè dei Libri

“Pren­dendo a pretesto la sot­to­scrizione di un appello nel quale si chiedeva al gov­erno francese di non revo­care il diritto d’asilo a Cesare Bat­tisti, la classe diri­gente veneta, legit­ti­mata dal “lib­erale” Luca Zaia, ha chiesto prima la rimozione dalle bib­lioteche pub­bliche, e poi dalle scuole pub­bliche, di TUTTI i libri degli autori fir­matari dell’appello, da Mas­simo Car­lotto a Tiziano Scarpa, pas­sando per Nanni Balestrini, Daniel Pennac, Giuseppe Genna, Gior­gio Agam­ben, Giro­lamo De Michele, Vauro, Lello Voce, Pino Cacucci, Chris­t­ian Raimo, San­drone Dazieri, Loredana Lip­perini, Marco Philopat, Gian­franco Man­fredi, Laura Grimaldi, Anto­nio Moresco, Carla Benedetti, Ste­fano Tassi­nari, Wu Ming, e molti altri. […] è da tempo in atto una cen­sura di fatto nelle bib­lioteche venete, che riguarda autori come Marco Paolini o Roberto Saviano, colpevoli di aver rac­con­tato ver­ità sco­mode sul Veneto, sulla forza polit­ica che lo gov­erna, e sulle relazioni peri­colose tra espo­nenti leghisti e ‘ndrangheta cal­abrese. […] La colpa che acco­muna gli scrit­tori messi all’indice, al di là dei pretesti ide­o­logici, è quella di rac­con­tare la realtà in un momento in cui chi avrebbe il dovere di farlo trova eco­nomi­ca­mente e politi­ca­mente più comodo sparg­ere la melassa del gos­sip, della dis­in­for­mazione, della pro­duzione tele­vi­siva di risse a mezzo risse.
Opponi­amo la nar­razione della realtà ai real­ity show: ecco il nos­tro crimine.”

– Brani tratti dal man­i­festo: “Scrit­tori con­tro il rogo dei libri”, in:www.carmillaonline.com —

Vale­rio Evan­ge­listi:
Vinci­tore del Pre­mio Ura­nia nel 1993 con il romanzo Nico­las Eymerich, inquisi­tore con il quale ha dato il via alla pluripremi­ata saga mon­dado­ri­ana che ha per pro­tag­o­nista l’inquisitore cata­lano. Tradotto in 32 lingue, dalla metà degli anni novanta Evan­ge­listi è stato scrit­tore di punta della nuova nar­ra­tiva ital­iana di genere, con una tem­atiche che spaziano dalla fan­ta­scienza al romanzo storico. Inoltre, tra i fonda­tori della riv­ista Carmilla, è autore di numerosi arti­coli e saggi di carat­tere artis­tico, cul­tur­ale e politico, molti dei quali rac­colti nella trilo­gia Alla Per­ife­ria di Alphav­ille (2000), Sotto gli occhi di tutti (2004), Dis­trug­gere Alphav­ille (2006). Il suo ultimo romanzo, Rex Tremen­dae Maies­ta­tis (2010), narra dell’ultima avven­tura dell’inquisitore Eymerich, che torna a inda­gare mis­te­riosi fenomeni dell’Europa medievale.

 

Vale­rio Evangelisti

Documentario sul Rogo di Libri in Veneto

Mentre si tirano le somme sulla vicenda dei tentativi di censura in Veneto ed esce il primo documentario sul caso, alcuni dei protagonisti, Elena Donazzan e il sindaco di Preganziol, Sergio Marton, tornano alla ribalta delle cronache locali. La prima ha infatti contestato la decisione di alcuni insegnanti padovani che hanno dedicato un minuto di lezione per sottolineare il valore della scuola, in risposta alle parole pronunciate da Silvio Berlusconi sabato scorso, come riporta il Mattino di Padova. L’assessore veneto all’Istruzione, Donazzan, ha risposto in questo modo, in pratica cambiando tema : “Avrebbero fatto meglio a commemorare Massimo Ranzani, l’alpino morto in Afghanistan”. Sì, certo, ma anche no. Dipende. E chi lo decide? La sfuriata s’è conclusa con un invito a farla finita con la politica in classe e nelle scuole. Cambiamo tema. La Giunta comunale di Preganziol ha, dal canto suo, diffuso un avviso firmato da Marton in cui si stabiliscono regole molto strette per il festeggiamento del Carnevale, già penalizzato dalla forte carenza di fondi. In pratica verranno vietate le maschere che “offendono il buon costume, la religione e le istituzioni dello Stato.  Costumi e simulacri dovranno rispettare il prestigio della pubblica autorità e degli agenti della forza pubblica”, cioè niente satira e maschere di politici (vedi Tribuna di Treviso).


Reportage Video di http://acmos.net/

Licenza Video: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/legalcode

Fantasmas del pasado: la quema de libros en Italia


Santo Domingo y los albigenses (detalle), de Pedro Berruguete, en el que se muestra la quema de libros de los albigenses

Fabrizio Lorusso de La Jornada Semanal

La censura y las listas negras volvieron a sacudir a Italia y resucitaron el espectro de un fascismo latente en ciertos sectores de su sociedad. El pasado 16 de enero, Raffaele Speranzon, consejero de cultura de la provincia de Venecia, quien tiene una trayectoria neofascista y es militante del Partido de la Libertad (PDL) fundado por el primer ministro Silvio Berlusconi, relanzó públicamente una propuesta de otro berlusconiano de un pueblo cercano, Martellago: pedirán a las bibliotecas de la ciudad que retiren de los estantes los libros de unos sesenta escritores italianos y extranjeros. Tiziano Scarpa, Valerio Evangelisti, Wu Ming, Pino Cacucci, Massimo Carlotto, Antonio Moresco, Girolamo de Michele, Daniel Pennac, Lello Voce, Loredana Lipperini, Giuseppe Genna y muchos más serán censurados. El novelista veneciano Scarpa definió la iniciativa como “una praxis de las dictaduras y de los monarcas absolutos”.


Roberto Saviano autor de Gomorra en una campaña contra la censura

Pero ¿por qué esos escritores? Según los promotores de la censura, su culpa está en haber suscrito una apelación. Su adhesión se remonta a 2004, cuando firmaron un pliego que promovía la revista literaria Carmilla en contra de la extradición de Cesare Battisti, quien perteneció a la formación terrorista Proletarios Armados para el Comunismo (PAC) en la década de 1970 y fue condenado a cadena perpetua en Italia. Entre los proscritos se encuentran escritores con posturas políticas y carreras muy distintas, por lo cual, en realidad, la firma es un mero pretexto para castigar la libertad de pensamiento y la cultura.

El caso es muy complejo y controvertido, ya que Battisti fue condenado en ausencia y bajo una legislación especial en Italia durante los años ochenta. Después de refugiarse en México y en Francia se fue a Brasil, donde está preso desde 2007. El pasado 31 de diciembre el ex presidente Lula da Silva decidió no extraditarlo a Italia, aunque la Suprema Corte se reservó el derecho de reconsiderar el caso. En un intento de condicionar la opinión de Lula, el secretario italiano de Asuntos Exteriores, Franco Frattini, y el de la Defensa, Ignazio La Russa, amenazaron con imponer sanciones comerciales contra el gigante sudamericano.

No obstante, Italia y, en primer lugar, la región de Véneto, se benefician tanto de la relación con la economía brasileña que no pueden permitirse ningún berrinche serio con ese país. El problema aquí no es Battisti; él es un chivo expiatorio y una excusa para no afrontar las cuestiones históricas irresueltas del país y desviar la atención de los problemas reales cuando es necesario. La apelación de 2004 planteaba también la necesidad de cerrar un capítulo turbio y doloroso de la historia italiana, los “años de plomo”, en los cuales el terrorismo rojo y negro, la intervención de aparatos desviados del Estado y las matanzas condujeron a la utilización de unas normas y prácticas “excepcionales”. La censura veneciana pretende golpear a un grupo de ciudadanos e intelectuales que luchan por la libertad de pensamiento sin coquetear con el poder político y a pesar de él.


Berlusconi mostrando una camiseta hecha por el partido Lega Nord Gracias a Dios que en la familia no hay comunistas

Efectivamente, también los libros de otros escritores como Roberto Saviano, autor deGomorra y de un programa televisivo en que acusaba al partido Lega Nord (Liga Norte) de connivencias con la mafia más poderosa de Italia (la ‘Ndrangheta de Calabria), están siendo eliminados poco a poco de los estantes de toda la región de Véneto. El gobernador de esta entidad, Luca Zaia, pertenece al partido populista y racista de la Lega Nord que está aliado con el PDL de Berlusconi, tanto en esta entidad como a nivel nacional. El secretario regional de la Lega, Gianantonio Da Re, manifestó su regocijo al enterarse de que el alcalde del municipio de Preganziol logró sacar Gomorra de las bibliotecas. En cambio, la ciudadanía y algunos escritores ya planearon manifestarse en la plaza del pueblo en contra del alcalde para apoyar a la bibliotecaria que denunció la censura. El responsable general del sindicato de la policía, Franco Maccari, planteó la extensión de la medida fascista a todo el país e invitó a boicotear los libros de autores “incriminados”. Sus declaraciones representan un caso único en Europa y un peligro para la democracia italiana.

En un arranque de año marcado por los nuevos escándalos sexuales de Berlusconi y por el incierto futuro de su gobierno, muy debilitado a causa de la ruptura con el derechista Gianfranco Fini, también se vislumbraron los estragos de un régimen decadente que acalla las voces discordantes. Mientras el Cavaliere se las ingeniaba para eludir los citatorios de los jueces de Milán, quienes lo acusan de explotación y prostitución de menores y concusión, sus lacayos se encargaban de lanzar propuestas liberticidas y anticonstitucionales.

Para rematar, el consejero Speranzon también va a “recomendar” a las instituciones culturales que ya no organicen iniciativas con los literatos definidos “personas no gratas”. Los funcionarios que no acepten la orden “van a asumir toda su responsabilidad”. La amenaza es clara para los bibliotecarios y la sociedad entera, ya que la quema de libros y la proscripción de los escritores incómodos para el poder se han transformado en armas de combate contra la libertad de opinión. El hecho más paradójico es que, en lugar de tomar la debida distancia y mostrar su presunta alma “liberal”, cada vez más políticos del PDL refrendan sus adhesiones a las iniciativas de censura que se expanden como reguero de pólvora.

Así lo hizo la consejera del municipio de Venecia para la cultura y la educación, Elena Donazzan, quien tiene un historial de militante en el Movimiento Social Italiano, nacido de las cenizas del partido fascista. Hace dos años propuso la enseñanza obligatoria del catolicismo en las escuelas, también para los no creyentes, e impulsó la distribución de la Biblia en las escuelas de la región por cuenta de los contribuyentes. Asimismo, ordenó la impresión de panfletos sobre la caída del Muro de Berlín elaborados por “los jóvenes del partido” siguiendo el método del copia y pega de internet. Quizás la misma Donazzan quiso destacar esta sofisticada técnica de investigación como modelo, o ni se preocupó de revisar la edición de su propaganda, misma que fue pagada por los ciudadanos. Este es el estilo de los responsables de la educación en Venecia y, desgraciadamente, no sólo de ellos.

Conscientes del peligro para la libertad de expresión en Italia, los escritores y la sociedad están reaccionando con métodos de lucha creativa. Se rebasa el tradicional “activismo de clic” o “de pantuflas”, en que sólo se firma una apelación en internet, en Facebook, o se reenvía pasivamente un e-mail de protesta. Más bien, se abren observatorios para seguir la evolución del caso (página de Wu Ming y la de Lipperatura), se crean redes de solidaridad hacia los funcionarios públicos contrarios a las “recomendaciones” neofascistas y algunos de ellos mostrarán la “lista negra” a los usuarios de las bibliotecas. Además, se difunden artículos de opinión en miles de blogs y en muchos idiomas, así que el caso está apareciendo igualmente en los periódicos y noticieros de medio mundo. Los escritores solidarios van a difundir la información en cada evento público en que participen para que la palabra sea siempre libre y soberana. No nos quedemos callados.

Diferentes manifestaciones en medios italianos contra la censura de Raffaele Speranzon

 

L’antifascismo non è un valore…

Riporto una lettera di protesta inviata da una lettrice al blog Salva la Scuola Pubblica che si lamenta giustamente di quanto sta accadendo a Vicenza con la diffusione della rivista dei giovani Pdl (gruppo Giovane Italia) Stile italiano nelle scuole e con le iniziative inquietanti di alcuni politici locali.

Un esempio è rappresentato proprio dall’autrice dell’articolo “L’antifascismo non è un valore”(se vuoi leggerlo  scaricalo qui, dal numero di dicembre 2010) di cui si parla nella lettera, cioè l’assessore all’istruzione, formazione e lavoro della regione Veneto, Elena Donazzan (Leggi il dossier su di lei), già nota per la proposta di distribuire Bibbie gratis (o meglio a spese dei contribuenti) in tutte le scuole primarie e anche per i tentativi di censura di queste ultime settimane contro alcuni autori italiani e stranieri.

Mi riferisco alla minaccia d’inviare una lettera ai presidi sconsigliando alcuni libri che riprende la scandalosa proposta, trasformata in una vera e propria mozione di Raffaele Speranzon, consigliere comunale a Venezia che l’ha presentata il 25 gennaio scorso. Leggi la rassegna stampa e di interviste sul caso “rogo di libri” in Veneto.

Ecco il post:

Postiamo una lettera che ci è arrivata ieri.
Mette un altro tassello nel quadro di un’Italia, e di molti personaggi, che vanno proprio in direzione opposta a quella che sembra giusta a noi e per la quale noi, caparbiamente, vogliamo continuare a lavorare.

Vi scrivo perché l’indignazione che provo ormai risulta insopportabile: questa mattina la mia scuola (di Vicenza) era intasata da centinaia di fascicoli della rivista “Stile Italiano” della Giovane Italia; l’editoriale è firmato dall’assessore regionale veneto Elena Donazzan e il titolo è “L’antifascismo non è un valore”.

Questa volta non ho letto l’articolo, ho fatto per una volta come milioni di italiani che si fermano al titolo e ho pensato che il messaggio in fondo è semplicemente questo, al di là delle argomentazioni proposte.

Non ho parole che esprimano il senso di rabbia e di impotenza che provo e che proviamo noi che cerchiamo di trasmettere i valori costitutivi della nostra nazione. Ormai la misura è colma, dopo che sono stati messi all’indice gli autori che io amo oppure ammiro o semplicemente sono contenta che esistano! Non sarà l’ora di chiedere le dimissioni di questa signora?

Beatrice Peruffo