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Docenti di lingua-cultura italiana, precari e bistrattati all’estero

Precari docenti[Visto l’interesse comune per le tematiche trattate, questo articolo viene pubblicato oggi anche su Minima et Moralia, CarmillaOnLine e La poesia e lo spirito/Viva la scuola. Di Fabrizio Lorusso].

Nel dibattito sul precariato e il riconoscimento della professionalità dei docenti d’italiano come lingua seconda o straniera – L2 o LS – sono pochi i contributi sulle istituzioni italiane all’estero, in particolare sugli Istituti Italiani di Cultura (IIC). Il caso specifico che intendo descrivere riguarda la precarietà imperante a livello lavorativo nell’Istituto di Città del Messico, un esempio rappresentativo di un deterioramento comune a molte altre sedi estere. Sebbene esistano in Italia e all’estero condizioni di sfruttamento ben peggiori di quelle che riguardano i precari della cultura e dell’insegnamento, la situazione di queste categorie, scarsamente riconosciute in termini professionali, resta preoccupante. E riflette quella generale del mondo del lavoro in un paese con la disoccupazione al 13% in cui la caduta quasi trentennale del potere d’acquisto dei salari e la presenza di un esercito crescente di “riservisti” hanno compresso stipendi e diritti.

Riconoscere la professionalità dei docenti L2/LS

Nell’articolo “Certificare il precariato, didattizzare lo sfruttamento”, uscito in gennaio su Carmilla on line, Claudia Boscolo criticava giustamente la decisione del Comune di Brescia di creare un albo di ex insegnanti in pensione, disponibili a insegnare italiano agli studenti migranti, per sopperire alla carenza strutturale di personale nelle scuole. Si cerca di risparmiare recuperando docenti pensionati, in vena di fare del volontariato, ed escludendo le nuove figure professionali dei facilitatori linguistici, dei mediatori culturali e dei docenti specializzati nell’insegnamento della lingua come L2/LS. Tutta gente che ha dovuto ottenere dei titoli di studio ad hoc per specializzarsi o che comunque deve accumulare un’esperienza specifica ampia per insegnare lingua-cultura* italiana agli stranieri.

Il 27 dicembre 2013 su Il Manifesto Roberto Ciccarelli parlava di una “nuova frontiera dell’insegnamento”, basata sul lavoro gratuito e “la rimozione dell’esistenza di migliaia di persone con master ed esperienza”. E’ poi circolato un appello diffuso dal blog Riconoscimento della professionalità degli insegnanti d’italiano L2/LS e ripreso da Il Lavoro Culturale, intitolato “Italiano ai migranti: l’importanza delle condizioni d’insegnamento”, nel quale si ribadisce che “insegnare l’italiano a migranti non significa ‘aiutare nei compiti’: significa sapere come insegnare una lingua, quali approcci e metodi utilizzare e in quale situazione, significa saper creare attività e materiali ad hoc, significa progettare percorsi che tengano conto di determinati fattori (stadio dell’interlingua, sequenze di apprendimento, interferenze con la L1, e altri elementi teorici che si devono conoscere e saper applicare). Significa saper coinvolgere gli insegnanti di classe in questo percorso”.

 Istituti Italiani di Cultura all’estero

L’idea di trattare un caso estero nasce dalle forti somiglianze con la situazione dei professori L2/LS in Italia, dalla scarsa informazione disponibile sugli IIC e dalla mia esperienza personale. L’Istituto Italiano di Mexico City è l’Ufficio Culturale dell’Ambasciata d’Italia, dipende dal MAE (Ministero Affari Esteri) e gode dell’extraterritorialità, ovvero il suo territorio appartiene al paese ospitante, ma è politicamente amministrato dal paese ospitato. Al suo interno prestano servizio gli impiegati locali, assunti in base al codice del lavoro messicano, e quelli del MAE, che possono essere sia messicani sia italiani, hanno in genere contratti a tempo indeterminato e ricevono stipendi e benefici come i dipendenti pubblici in Italia. Tra questi ci sono i “contrattisti”, assunti sul posto con dei concorsi pubblici, e quelli provenienti dalla carriera diplomatica, per esempio l’addetto culturale e il direttore che possono raggiungere stipendi di 7 e 12mila euro al mese rispettivamente (vedi i reportage completi di Thomas Mackinson – Uno 2014 – Due 2011 – Tre 2011 in cui si parla di cifre anche maggiori, dai 12 ai 17mila euro, e di molte altre problematiche).

Dulcis in fundo ci sono i docenti, quasi tutti italiani ma a volte anche messicani, “assunti” con qualcosa di simile a un atto di cottimo o contratto di prestazione d’opera. Insomma, i professori, spesso elogiati da direttori e diplomatici di turno perché sarebbero “il volto dell’Italia nel mondo”, “i nostri rappresentanti diretti con gli studenti e con il Messico”, “l’interfaccia linguistica e culturale del paese”, pur operando praticamente in un territorio italiano all’estero, sono l’ultima ruota del carro, precaria. Il riconoscimento della professionalità dell’insegnante L2/LS, in Italia e all’estero, passa necessariamente dal riconoscimento e dalla tutela dei suoi diritti lavorativi per “ridare dignità alla nostra categoria di insegnanti di italiano a stranieri, sempre più bistrattata dalle istituzioni”, come ben rimarca il blog Insegnanti L2/LS. Quindi partiamo dal lavoro. A fine marzo 2014 Il Fatto Quotidiano ha pubblicato un reportage sui docenti in nero all’IIC di Bruxelles e un video con interviste ai professori che sono praticamente dei “fantasmi per la Farnesina e l’Ambasciata” e hanno sicuramente tante storie da condividere coi loro colleghi degli altri Istituti nel mondo.

L’Istituto Italiano di Città del Messico e il precariato

In Messico la sede dell’IIC, che include due piccoli edifici  per le aule, due giardini e altre strutture per le attività culturali e amministrative, è a Coyoacán, placido quartiere coloniale del sud cittadino, mentre l’Ambasciata si trova a oltre 20 km di distanza nella zona residenziale conosciuta come Palmas. Per i 17-18 membri del corpo docente dell’IIC-Messico c’è un contratto “di prestazione di servizi”, stipulato tra il “Committente” (IIC) e il “Prestatore” (docente), valido solamente per uno o più corsi specifici e rescindibile in qualunque momento da entrambe la parti, anche senza motivi.

Al punto/clausola 5 si cita un diritto di rescissione, esercitabile senza alcun preavviso, del Committente in caso di “gravi motivi d’insoddisfazione per il comportamento e l’espletamento del servizio da parte del Prestatore”. E al punto 6 si ribadisce: “Il presente contratto può essere rescisso da entrambe le parti in ogni momento per altre ragioni”. Cioè? Arbitrio, qualsiasi altra ragione. Infine, per chi si fosse fatto illusioni: “E’ escluso il rinnovo tacito del presente contratto”, frase che suggella la precarietà di un rapporto che non va mai oltre i cinque mesi consecutivi. Non vengono versati contributi previdenziali di alcun tipo. In pratica esiste un rapporto contrattuale di lavoro tra un individuo e un soggetto non privato, l’IIC, che, secondo le modalità in cui si svolge, potrebbe configurarsi come subordinato e prevedere diversi trattamenti economici, retributivi e contributivi, ma così non è.

precari Esempio Contratto IIC Un professore che si assenta perde lo stipendio per le ore dei corsi non lavorate e rischia il posto di lavoro. Non c’è “l’indennità per malattia”. Secondo quanto riferiscono alcuni insegnanti, verrebbe accettata un’assenza solo per “gravi motivi di salute”, ma non esiste una regola scritta o una circolare che lo confermi, non sono chiari questi “gravi motivi”. Il che implica un ampio margine di discrezionalità da parte della direzione che negli ultimi anni è arrivata a togliere corsi a un docente o a escluderlo completamente dall’Istituto se questo chiede con ragionevole anticipo un permesso per motivi personali giustificati. In alcuni casi, però, il “permesso” viene concesso senza conseguenze. Per di più, a volte, la segreteria avrebbe richiesto un certificato medico ad alcuni docenti. In Messico non c’è un sistema sanitario universale e gratuito, e comunque la maggior parte dei prof non è iscritta al sistema sanitario locale, cosa prevista, invece, per i lavoratori di altre istituzioni educative. Dunque richiedere un certificato obbliga il docente a cercare un medico privato che lo redige per 40 o 50 euro. Inoltre in Messico la sanità è al collasso, non esiste la figura del medico di famiglia e l’IIC non ha un dottore interno o “aziendale”, perciò tocca andare dal privato. Sebbene se la minaccia verbale di far presentare ai docenti il certificato non si sia ancora materializzata, il fatto che sia stata enunciata è di per sé grave.

Contratti e permessi di soggiorno

Una nota “curiosa”. Il contratto è in italiano, ma dice al punto 9 che “in caso di controversie derivanti dall’applicazione del presente contratto è competente il Foro locale”, cioè quello messicano. Una stranezza che nessuno è riuscito a spiegare. Alcuni avvocati, consultati da vari professori negli ultimi anni, e alcuni funzionari del MAE, invece, sostengono che non può essere competente il tribunale locale ma quello italiano, a Roma. Tutto questo succede nonostante il punto 2 stabilisca che “Il Prestatore garantisce che la prestazione verrà effettuata in forma autonoma anche se con modalità concordate tra il Prestatore e il Committente”. Negli ultimi anni non ho visto molte “forme autonome” nello svolgimento della “prestazione” né “modalità concordate”: se non è previsto un meccanismo valido, individuale o collettivo, per fare accordi, allora esistono solo decisioni unilaterali. E se una decisione non si basa su criteri scritti e pubblici, per esempio sul web o con una circolare, diventa arbitraria. Trattandosi di un’istituzione pubblica, ci si aspetterebbe di più…

Le “modalità concordate” c’erano prima, dato che esisteva una rappresentanza legittima del corpo docente, soppressa a fine 2011, che accordava con la direzione tali condizioni e modalità: come gestire assenze e malattie, orari, semestri e gruppi/classi, fasce salariali e aumenti; come lavorare in classe e che tipo di didattica, libri, testi extra, materiali e strutture vanno utilizzate o migliorate; i criteri per l’ingresso e il tirocinio dei nuovi docenti (soppresso nel 2011, dopo oltre 10 anni d’efficace funzionamento, e sostituito da una decisione soggettiva della direzione); che tipo di graduatorie interne s’usano per distribuire il lavoro e quali eventuali sanzioni si prevedono in tutta una serie di casi ordinari e situazioni limite. Tutti elementi sui cui la direzione ha una responsabilità di fronte al Ministero e su cui mantiene, quindi, un potere di decisione finale. Ma se il contratto e il buon senso prevedono un momento di confronto sulle modalità e questo non viene realizzato, allora si tratta di “unilateralità” o imposizioni.

Il punto 8 s’occupa di quei docenti che, magari dopo aver lavorato per 10 o 20 anni continuativamente in un’istituzione pubblica del loro paese, pensavano ingenuamente di poter acquisire qualche diritto, per esempio l’accumulo di punti in una graduatoria o un tipo di considerazione nei concorsi pubblici. Invece gli anni all’IIC, in Messico e in molti altri paesi, non contano nulla: “In nessun caso il rapporto di prestazione di servizi può comportare l’assunzione nei ruoli dell’Amministrazione del Ministero degli Affari Esteri o presso l’Istituto Italiano di Cultura”. Assunzione al MAE o in IIC? Impossibile. Però almeno qualche riconoscimento per la carriera si potrebbe prevedere, no? Invece non ci sono neanche i riconoscimenti simbolici, men che meno quelli materiali.

L’istituzione mantiene una “spada di Damocle” migratoria sui docenti che per l’ottenimento o il rinnovo del permesso di soggiorno dipendono da una lettera della direzione IIC: a lavoro precario, permesso di soggiorno precario e prof ricattabili. Riassumendo: tra dipendenti MAE-Carriera diplomatica (direttori e addetti), contrattisti MAE assunti in loco, impiegati con contratto locale e docenti di lingua L2/LS sono quest’ultimi i più precari. Sono inesistenti per il sistema pensionistico e della previdenza sociale italiano o messicano, rischiano in qualsiasi momento di finire clandestini ed è una situazione che all’IIC-Messico dura da più di trent’anni. Sono invisibili anche per i sindacati che non possono intervenire.

Interrogazioni parlamentari

Il 19 dicembre 2012 ci fu un’interrogazione parlamentare del deputato Gino Bucchino, eletto nella circoscrizione Nord e Centro America, proprio sul caso dell’IIC-Messico in cui si segnalavano problemi relativi alla diffusione culturale: “L’attività culturale del nostro istituto ha conosciuto negli ultimi tempi una flessione di ordine quantitativo e qualitativo, dovuta sia alla riduzione delle risorse destinate in generale alla rete dei nostri istituti che a motivi specifici attinenti alla programmazione e alla realizzazione in loco dell’intervento; in particolare, è diminuito il numero degli eventi culturali, alcuni dei quali realizzabili a costo minimo o nullo, e dell’insegnamento linguistico”. Dal punto di vista culturale ci sono stati degli sforzi volti al miglioramento, ma secondo l’interrogazione l’offerta non è paragonabile a quella degli anni immediatamente precedenti all’insediamento della direzione 2012-2014, (Melita Palestini, direttrice, e Gianni Vinciguerra, addetto culturale).

Per esempio l’unica libreria italiana in Messico (Libreria Morgana) gestiva uno degli spazi più apprezzati e attivi all’interno dell’Istituto, un vero punto d’incontro della comunità, ottimo per la realizzazione di eventi e la lettura. Dal luglio 2012 la libreria in IIC non c’è più. Al suo posto c’è un loculo vuoto e macabro accanto all’ingresso principale che dà il benvenuto ai visitatori. Infatti, non s’è trovato un accordo con l’IIC, in quanto questo “proponeva” una riduzione degli spazi alla metà e un aumento drastico e repentino dell’affitto, oltre a riservarsi la prerogativa di maggiori poteri di controllo sulla durata del rapporto e sugli eventi letterari. Una situazione paradossale in un centro culturale. Lo spazio non è stato più valorizzato né altre librerie hanno preso il posto della Morgana, malgrado le ripetute promesse in tal senso da parte della direttrice e le rimostranze della comunità locale.

Il 12 marzo 2014 c’è stata un’altra interrogazione, presentata dal deputato Emanuele Scagliusi, che si basa su informazioni riportate dal Fatto Quotidiano, da ansa.it, dalla Federazione indipendente lavori pubblici della Farnesina e anche su una lettera di protesta della comunità italiana in Messico del 2013. Il testo denuncia una serie d’irregolarità e preoccupazioni, relative agli IIC di New York, Città del Messico, Bruxelles, Barcellona e Madrid, e chiede al Ministro degli Affari Esteri Mogherini se stia esercitando la sua funzione di controllo sull’operato dell’Ispettorato del suo ministero e dei direttori degli Istituti Italiani. L’interrogazione è stata seguita da un’interpellanza urgente sul caso dei docenti dell’IIC di Bruxelles.

Contratto etico e lavoro bistrattato

precari docenti messicoIn ambito lavorativo il testo dell’interrogazione di Bucchino cita il “Contratto etico”, un documento per la protezione di alcuni diritti di base dei docenti L2/LS e mediatori culturali unico nel suo genere in America Latina. Fu redatto e siglato nel 2008 da rappresentanti di professori, responsabili didattici, dal Comites locale (Comitato Italiani all’Estero), da gruppi, associazioni e collettivi di italianisti, e dai direttori di numerose istituzioni messicane e italiane operanti in Messico, tra cui alcune scuole Dante Alighieri e lo stesso Istituto Italiano (Link Al Documento): “Il rapporto autoritario e privo di regole con il personale adibito all’espletamento dei corsi contribuisce ad accentuare la precarietà della situazione e a insidiare la stabilità e la continuità del servizio; importanti prerogative previste nei contratti a favore del personale e le indicazioni contenute nel Contratto etico del personale insegnante, sottoscritto fin dal 2008, ricevono scarsa considerazione.”

Negli ultimi anni il “Contratto Etico” è diventato carta straccia proprio nell’istituzione che più di tutte l’aveva promosso. Da più di 4 anni non c’è un aumento salariale (orario) in IIC, mentre prima c’era un piccolo adeguamento, comunque insufficiente, ogni uno o due anni. La gestione dell’Istituto di Mexico City ha ricevuto una serie di critiche esterne molto forti. Alla fine del gennaio 2013, la comunità italiana in Messico, per la precisione un’ottantina di firmatari italiani e messicani interessati alla questione, diffuse una lettera diretta all’allora Ambasciatore, Roberto Spinelli, e a vari quotidiani, siti e riviste italiani e messicani in cui si deplorava “l’inesorabile declino di questo importante punto di riferimento per la diffusione della lingua e della cultura italiane” e il fatto che “la direzione riserva al pubblico in generale un trattamento spesso scortese e freddo: è difficilissimo essere ricevuti e, quelle rare volte in cui viene concesso un colloquio, la chiusura di fronte a qualunque proposta di collaborazione (anche gratuita) è assoluta”.

Diffusione culturale

Lo scrittore italiano Fabio Morábito, in Messico dal 1970, ne parlava su Nazione Indiana in questi termini: “Cercherò di tracciare un breve quadro del posto che occupa la letteratura italiana in Messico. Intanto non credo che l’Italia promuova una qualche politica culturale in questo paese, anzi mi domando se lo faccia in altri. L’Istituto Italiano di Cultura, che ha sede in uno dei posti più belli di Città del Messico, non si contraddistingue certamente per la sua vivacità. Per me é stato sempre un istituto grigio, incapace di attrarre un pubblico locale. Ci vanno più che altro i vecchietti italiani e forse qualche studente dei corsi di lingua”.

Resta un’opinione, ma di uno che qualcosa ne sa. Già nel 2010 la scrittrice e accademica Francesca Gargallo aveva subito un tentativo di restringere la libertà di espressione durante la presentazione del suo libro e della conferenza “Liberazione delle donne, liberazione di un popolo: gli saharawi”  in un evento culturale organizzato presso la biblioteca dell’IIC.

E poi nel settembre 2013 la denuncia dello scrittore messicano Naief Yehya è cominciata a circolare su Facebook, insieme a decine di commenti di solidarietà e oltre cento condivisioni. In pratica l’autore ha scritto che la presentazione del suo libro “Pornocultura: lo spettro della violenza sessualizzata nei media” sarebbe stata cancellata il giorno prima dall’IIC, “che ha avuto in mano per settimane un libro che non nasconde di cosa tratta”. E continua: “Sapevano anche che avremmo proiettato alcune immagini legate al testo. Un giorno prima dell’evento apparentemente si sono accorti di cosa significava la parola Porno, si sono scandalizzati e hanno cancellato l’evento. Per fortuna Tusquets ha potuto programmare l’evento nella sala Octavio Paz della libreria del Fondo de Cultura Económica”, che, per chi non la conosce, è una delle principali case editrici messicane. Ecco il commento di Alberto Navarro, un alunno IIC contrariato su FB: “Sono studente dell’Istituto, che vergogna, non tutti la pensano così in quel posto, c’è gente molto valida e critica lì dentro, pensante. L’autorità ha paura in questo paese ed è chiaro il perché”.

La petizione al governo contro le chiusure

Sta circolando in rete (link) una petizione al governo, con quasi tremila adesioni, contro la chiusura, prevista entro l’estate, di otto istituti italiani di cultura nel mondo. Tra i primi firmatari ci sono scrittori, giornalisti, intellettuali, cineasti, accademici e artisti molto noti. La petizione è giusta ma incompleta. I problemi degli Istituti sono strutturali, non tanto o non solo legati a dirigenti e funzionari, quanto alle regole, alle dinamiche e alle consuetudini che li governano. In una petizione bisognerebbe chiedere una riforma degli IIC, delle loro logiche di funzionamento e dei meccanismi per le nomine di addetti, direttori, funzionari, contrattisti e professori che, in certi casi, riproducono la classica parentopoli all’italiana, anti-meritocratica e parassitaria. Si dovrebbe rivedere il sistema degli eventi e delle proposte culturali del “giro” ministeriale che vengono inoltrate dal MAE agli Istituti. Bisognerebbe valorizzare le persone in loco, chi insegna, chi fa cultura e semplicemente chi lavora, e rendere visibili i “precari italiani all’estero”, protagonisti di un lavoro docente e culturale bistrattato in quei luoghi, anche se poi viene dipinto da diplomatici e politici come necessario e determinante per l’immagine del paese. Non basta salvare gli IIC, vanno cambiati da cima a fondo. ___________________

* La fusione in una sola parola del binomio lingua-cultura evidenzia l’inscindibilità di due elementi che s’influenzano reciprocamente. Insegnare una lingua non significa solo trasmettere uno strumento di comunicazione o delle regole, ma è anche un’attività di trasmissione dei fenomeni culturali che sono inscindibili dagli aspetti linguistici. Non c’è isolamento tra lingua e cultura ma comunicazione e interazione in un contesto o ambiente sociale storicamente determinato.

Messico: i Normalisti di Michoacán Sconfiggono il Governo

Di Andrea Spotti, inviato di Fornace e MilanoX (link articolo) in Messico. Situato al centro del Messico e affacciato sul Pacifico, lo stato di Michoacán é da mesi lo scenario di un importante conflitto per la difesa della scuola pubblica che vede contrapporsi governo statale e ministero dell’istruzione, da un lato, e studenti delle Scuole Normali Rurali dell’entitá, dall’altro. Il culmine dello scontro si é raggiunto nella notte del 15 ottobre scorso, quando, con un operativo degno di ben altre cause, centinaia di agenti delle forze di polizia statali e federali, nonché integranti del Gruppo Operazioni Speciali dello stato, hanno fatto irruzione nelle tre Normali occupate a Tiripetío, Cherán e Artiaga arrestando, in perfetto stile Scuola Diaz, 176 persone. A due settimane di distanza, nonostante la martellante campagna di criminalizzazione portata avanti dai mass media, il movimento dei normalisti é riuscito ad ottenere la scarcerazione di tutti i detenuti e la proroga dell’applicazione della riforma curricolare che, se messa in pratica, sancirebbe nei fatti l’eliminazione di queste storiche istituzioni educative.

Nate negli anni Venti con l’obiettivo di formare docenti per combattere l’analfabetismo e spinte con forza durante la presidenza Cardenas (1934-40), le Scuole Normali hanno ormai una lunga tradizione in Messico. Tuttavia, a causa dell’originaria scelta di un’educazione socialista e della loro importante tradizione di lotta, vengono viste con una certa diffidenza da governi locali e nazionali, in quanto rappresentative di una pericolosa anomalia che preferirebbero normalizzare. Le Normali Rurali si occupano di formare i maestri e le maestre che insegnano nelle comunitá piú recondite e piú povere del paese. In contesti di questo tipo, il professore diventa spesso un punto di riferimento per la comunitá, una sorta di intellettuale organico del villaggio che svolge anche un ruolo di mediazione tra le istituzioni e la popolazione e che, in occasioni di conflitto, puó anche trasformarsi in leader o portavoce di movimenti di resistenza o di rivolta, come successe, per esempio, al leggendario Lucio Cabañas, normalista e fondatore del Partito dei Poveri che animó la guerriglia in Guerrero alla fine degli anni ’60. In tutti i casi, il ruolo dei maestri rurali é sempre andato ben oltre il recinto didattico e ha avuto spesso a che fare con la diffusione della capacitá critica e della coscienza civile nelle zone piú sperdute e indifese del paese.

A partire dalla grande partecipazione dei normalisti al movimento del ’68, diversi governi hanno cercato di ridimensionare le loro scuole. Da Diaz Ordaz (il presidente della mattanza di Tlatelolco, che ne fece chiudere la metá in un colpo solo) in avanti, studenti e studentesse delle Normali -provenienti da famiglie povere indigene e contadine nella maggioranza dei casi- hanno dovuto battersi per garantire l’esistenza di queste istituzioni accademiche, le quali sopravvivono sotto costante minaccia. Nel corso del tempo, infatti, il taglio dei finanziamenti pubblici, la diminuzione del numero di matricola o la chiusura degli istituti hanno ridotto a sedici il numero di Normali rurali presenti sul territorio nazionale.

Il conflitto attuale inizia il 21 agosto scorso, con l’entrata in vigore della riforma curricolare che impone un cambiamento radicale ai piani di studio delle Normali di tutto il paese. La riforma, immediatamente contestata dagli studenti, viene vista come l’ennesimo attacco alla scuola pubblica e come il tentativo di omologare l’insegnamento in funzione degli interessi impresariali nazionali e globali. Con l’eliminazione delle materie umanistiche, infatti, si metterebbe fine alla peculiare esperienza delle Normali rurali che verrebbero cosí trasformate in istituti tecnologici. Altri aspetti critici della legge riguardano l’imposizione dell’inglese come seconda lingua e lo studio dell’informatica. Nonostante i media abbiano speculato molto su questo punto, cercando di far passare gli studenti come dei retrogradi premoderni, i normalisti non rifiutano l’idea di aggiungere queste due materie al loro piano di studi. Fanno semplicemente notare che in un contesto come quello michoacano, dove la lingua madre é spesso il purépecha, il náuahtl o l’otomí e dove in molti casi manca perfino l’elettricitá, questi temi andrebbero quanto meno discussi, essendo quí prioritari il recupero della linuga indigena e l’alfabetizzazione in spagnolo. Per tutto questo, richiedono la proroga di un anno dell’applicazione della riforma e l’apertura di un tavolo di trattative con il governo locale e la SEP (Secretaría Educación Pública) per discutere proposte alternative che possano rispondere in modo piú adeguato alle necessitá della regione.

Di fronte all’indifferenza dell’autoritá, gli studenti, raggruppati nell’ONOEM (Organización de Normales Oficiales del Estado de Michoacán), iniziano ad alzare il livello della mobilitazione e, a partire dal 10 settembre, occupano le istallazioni scolastiche e portano avanti scioperi parziali e totali delle attivitá didattiche nelle otto normali dello stato. La risposta del governo statale e della SEP nei termini dell’impossibilitá di rivedere la riforma arriva il 25 settembre e provoca un’ulteriore radicalizzazione del movimento che risponde con azioni che vanno dal blocco stradale e la liberazione dei caselli per fare passare gratis gli automobilisti, fino all’appropriazione di camion e autobus di grandi imprese nazionali e straniere. A partire da questo momento, gli studenti conquistano l’attenzione del governatore, il priista Fausto Vallejo, il quale, peró, mette la questione sul piano dell’ordine pubblico e rifiuta categoricamente di aprire il dialogo con chi non rispetta la proprietá e viola lo stato di diritto. Il braccio di ferro va avanti per giorni e, a partire dal 4 ottobre, la situazione diviene sempre piú tesa. Sono giá quasi un centinaio i mezzi di trasporto di cui si sono appropriati gli studenti per fare pressione sul governo e, d’altra parte, aumentano anche le pressioni impresariali e massmediatiche per ristabilire l’autoritá dello Stato sui giovani ribelli.

La situazione si definisce nel peggiore dei modi durante la nottata del 15 ottobre con lo sgombero violento da parte delle forze dell’ordine delle tre Normali occupate ad Arteaga, Tiripetío e Cherán. Il bilancio dell’operazione parla di piú di 200 persone fermate, tra le quali una decina di minori e due sindacalisti del Snte (Sindacato Nazionale Lavoratori dell’Educazione). L’irruzione, il cui obiettivo ufficiale era il recupero dei 96 veicoli in possesso degli studenti, avviene nel cuore della notte e produce la resistenza dei normalisti che rispondono alla massiccia agressione poliziesca con il lancio di pietre e bottiglie molotov; iniziano cosí gli scontri -una vera e propria battaglia-, che finscono solo all’alba.

La ricostruzione dei fatti del governo e quella studentesca sono assolutamente agli antipodi. La prima, fatta propria acriticamente dai media, colpevolizza i normalisti da ogni punto di vista: l’intervento si é reso necessario per ristabilire lo stato di diritto, violato dall’irragionevole occupazione degli edifici e dall’appropriazione dei camion; la violenza é stata causata dai giovani che, oltre a ferire una decina di poliziotti, hanno anche incendiato 17 mezzi di trasporto. Di conseguenza, i 176 studenti che vengono effettivamente arrestati non sono affatto indifesi ed innocui come la loro giovane etá potrebbe far pensare, ma rappresentano una vera e propria minaccia all’ordine pubblico. D’altra parte, le immagini che mostrano lanci di sassi e vetture in fiamme sarebbero sufficientemente eloquenti per dimostrarlo.

Il punto di vista studentesco, inizialmente soffocato dalla versione mainstream, racconta una storia radicalmente diversa, che parla di pestaggi brutali e violazioni dei diritti umani, di colpi d’arma da fuoco e di violenza gratuita sugli studenti (denudati, ammanettati e obbligati a restare seduti per ore in posizioni scomode, senza poter bere né mangiare o andare in bagno); di atti di vandalismo da parte delle forze dell’ordine, accusate di aver distrutto dormitori e mense, nonché di essere i veri responsabili dell’incendio dei veicoli. La versione dei normalisti viene confermata anche dai sindacalisti della Snte, i quali dichiarano che la polizia era armata con fucili d’assalto AR-15; e dalle autoritá del Municipio Autonomo di Cherán, che in un comunicato denunciano l’atteggiamento vessatorio delle forze dell’ordine, non solo verso gli studenti ma anche contro abitanti della loro comunitá e giornalisti. Infine, dopo un’iniziale appiattimento sulle posizioni del governo, anche la CDHE (Commissione per la difesa dei Diritti Umani dello stato) ha denunciato “l’uso eccessivo della forza” da parte della polizia.

La solidarietá, tuttavia, non si fa attendere. Da subito, a livello statale, si mobilitano le Normali rurali, i sindacati della scuola, i parenti dei detenuti e le comunitá indigene, con una manifestazione e un accampamento davanti al palazzo del governo statale. Successivamente si solidarizzano il resto delle rurali e degli studenti del paese, il movimento #YoSoy132, oltre che centinaia di intellettuali e di organizzazioni sociali che firmano un documento nel quale si condanna la criminalizzazione dei normalisti e la violenza repressiva dello stato. Grazie all’importante ruolo svolto dai media alternativi e i social network, che fanno circolare le foto degli abusi, l’indignazione inizia a crescere. Dalle moltitudinarie manifestazioni a Morelia (capitale michoacana) ai blocchi stradali a Oaxaca, Veracruz e Cittá del Messico; dalla liberazione dei caselli autostradali in vari punti del paese all’occupazione della sede del governo michoacano nella capitale, sono una miriade le iniziative piú o meno radicali che chiedono a gran voce la scarcerazione dei normalisti (accusati di sedizione, furto e danneggiamento). Insomma, la protesta monta in tutto il paese e l’indignazione mista alla fragilitá dei capi d’accusa favorisce la loro graduale scarcerazione, gli ultimi otto escono dal carcere su cauzione il 24 ottobre. Negli stessi giorni, inoltre, dopo mesi di chiusura al dialogo, viene finalmente concessa ai normalisti la proroga dell’applicazione della riforma. Insomma, nonostante i tanti lividi e l’asimmetria delle forze in campo, gli studenti delle Normali Rurali portano a casa due importantissimi risultati.

Sebbene possa essere reversibile, la vittoria dei normalisti contro il pugno di ferro di Vallejo e la riforma neoliberista della Sep dimostra che la lotta e la solidarietá (a volte) pagano, il che, vista la fase che stiamo attraversando, fa ben sperare e rappresenta senz’altro una buona notizia.

Politica a scuola: in Messico siamo un passo avanti…

Ho letto la nota “Il Pdl contro i prof: via dalla scuola chi fa politica” e mi sono sorte alcune semplici domande, forse banali. Ho anche pensato subito a un piccolo paragone con la nostra realtà di docenti di linguacultura italiana all’Istituto Italiano di Cultura di Mexico City.

Lo diciamo sempre tra amici e colleghi: qua siamo sempre un passo avanti e in Italia ci copiano! Nel contratto semestrale che firmiamo per “prestare i nostri servizi professionali di docenti” si legge, infatti, che “si sottolinea la necessità di favorire la partecipazione attiva di tutti gli alunni alle lezioni […ok…] e la dovuta cautela nel trattare argomenti intimi, politici o religiosi che possano urtare la sensibilità degli alunni e distogliere dal compimento del programma didattico stabilito”. E’ una clausula un po’ più soft ma forse il Pdl l’ha presa come spunto.

Come fanno i presidi delle scuole a venire a conoscenza dell’operato sedizioso e politicamente radioattivo dello sfortunato prof che incapperà nella sospensione?
Lo denunceranno prima gli alunni o i colleghi antipatici? Oppure il preside seguirà su una web Tv le lezioni in diretta di tutti i suoi subordinati? Metterà delle cimici, pagherà una spia o chiederà le intercettazioni a qualche magistrato? (Ah no, quelle forse le tolgono tra un po’…).

Riporto dalla nota:
«L’importante – sottolinea il parlamentare – era inserire nel Testo unico sulla scuola il divieto di fare ‘propaganda politica o ideologicà per i professori». «Per quanto riguarda le sanzioni – aggiunge il parlamentare – queste dovranno essere contenute poi in dettaglio in un provvedimento attuativo della legge».  «La propaganda politica, infatti, – prosegue Garagnani – non può trovare tutela nel principio della libertà dell’insegnamento enunciato dall’Articolo 33 della Costituzione. Un conto infatti è tutelare la libertà di espressione del docente, un’altra è quella di consentire che nella scuola si continui a fare impunemente propaganda politica».

Sarei proprio curioso di sapere come si fa a distinguere la storia, la cultura, la filosofia, l’educazione civica e l’economia dalla politica e dalla “propaganda”. E chi giudicherà, soprattutto nei casi “dubbi”?
E’ chiaro che, soprattutto nelle discipline umanistiche, sta storia puzza di discrezionalità e cultura del sospetto per cui è una proposta puramente intimidatoria che potrebbe, però, dare anche adito a interpretazioni soggettive dettate, a loro volta (!), da considerazioni politiche dei presidi o chi per essi.

In Messico, dato l’autoritarismo insito in alcuni articoli della Costituzione (e della cultura) nazionale, è possibile addirittura venire espulsi per una semplice denuncia ricevuta presso il dipartimento immigrazione e, magari, sostenuta dal notabile di turno. Non sempre è immediato e automatico, siamo d’accordo, però il pericolo e la minaccia alle libertà individuali resta.
Di storie di prof, giornalisti e stranieri in generale che son stati cacciati da un giorno all’altro senza validi motivi ce ne sono a bizzeffe. Colui che parla e, secondo il suo pubblico, “sconfina” è passibile di denuncia. Vogliamo copiare anche questo?

Una parte della comunità italiana in Messico ha espresso la sua indignazione per molte vicende che riguardano tutti noi, in Italia e all’estero: ecco la loro (e nostra) lettera.

L’antifascismo non è un valore…

Riporto una lettera di protesta inviata da una lettrice al blog Salva la Scuola Pubblica che si lamenta giustamente di quanto sta accadendo a Vicenza con la diffusione della rivista dei giovani Pdl (gruppo Giovane Italia) Stile italiano nelle scuole e con le iniziative inquietanti di alcuni politici locali.

Un esempio è rappresentato proprio dall’autrice dell’articolo “L’antifascismo non è un valore”(se vuoi leggerlo  scaricalo qui, dal numero di dicembre 2010) di cui si parla nella lettera, cioè l’assessore all’istruzione, formazione e lavoro della regione Veneto, Elena Donazzan (Leggi il dossier su di lei), già nota per la proposta di distribuire Bibbie gratis (o meglio a spese dei contribuenti) in tutte le scuole primarie e anche per i tentativi di censura di queste ultime settimane contro alcuni autori italiani e stranieri.

Mi riferisco alla minaccia d’inviare una lettera ai presidi sconsigliando alcuni libri che riprende la scandalosa proposta, trasformata in una vera e propria mozione di Raffaele Speranzon, consigliere comunale a Venezia che l’ha presentata il 25 gennaio scorso. Leggi la rassegna stampa e di interviste sul caso “rogo di libri” in Veneto.

Ecco il post:

Postiamo una lettera che ci è arrivata ieri.
Mette un altro tassello nel quadro di un’Italia, e di molti personaggi, che vanno proprio in direzione opposta a quella che sembra giusta a noi e per la quale noi, caparbiamente, vogliamo continuare a lavorare.

Vi scrivo perché l’indignazione che provo ormai risulta insopportabile: questa mattina la mia scuola (di Vicenza) era intasata da centinaia di fascicoli della rivista “Stile Italiano” della Giovane Italia; l’editoriale è firmato dall’assessore regionale veneto Elena Donazzan e il titolo è “L’antifascismo non è un valore”.

Questa volta non ho letto l’articolo, ho fatto per una volta come milioni di italiani che si fermano al titolo e ho pensato che il messaggio in fondo è semplicemente questo, al di là delle argomentazioni proposte.

Non ho parole che esprimano il senso di rabbia e di impotenza che provo e che proviamo noi che cerchiamo di trasmettere i valori costitutivi della nostra nazione. Ormai la misura è colma, dopo che sono stati messi all’indice gli autori che io amo oppure ammiro o semplicemente sono contenta che esistano! Non sarà l’ora di chiedere le dimissioni di questa signora?

Beatrice Peruffo

Video e progetto della Scuola di Pace ad Haiti

ScuolaPace —  La Scuola di Pace ha realizzato nel mese di Aprile 2010 una missione umanitaria a favore dei bambini di Haiti.

La missione si è potuta effettuare grazie alle donazioni ricevute dagli alunni di alcune scuole italiane.
La fotografia della situazione ad Haiti, a più di tre mesi dal terremoto del 12 Gennaio scorso, è desolante. Haiti, e in modo particolare la sua capitale Port au Prince, si può definire un vero inferno in terra. Questo è una conseguenza del terremoto, ma non solo. La situazione sociale era già fortemente degradata prima ancora dellevento sismico che ha reso ancora più apocalittica una realtà già dura.

I bambini che erano già scolarizzati sono tornati sui banchi di scuola, che sono per la maggior parte in sistemazioni demergenza, sotto tendoni, capannoni di lamiera, e in qualche caso anche allaria aperta.
Altri frequentano scuole demergenza nelle tendopoli allestite, dove vive la maggior parte della popolazione.

Altri invece non sono rientrati in nessuna di queste situazioni, mentre i bambini di strada continuano ad essere tali, pulendo i vetri delle macchine, chiedendo lelemosina o lustrando le scarpe degli haitiani, o vendendo quello che capita.

Nel corso della nostra missione abbiamo potuto realizzare attività ludiche presso la tendopoli dellex Petion Ville Golf Club, la più grande della città, con circa 50.000 persone accolte, dove cè anche una scuola dellemergenza.
Abbiamo preso contatto, recandoci in loco su strade altamente degradate e difficili da percorrere, con due scuole della città di Carrefour e una di Leogane. Questultimo centro è stato allepicentro del terremoto e tutto è andato distrutto.

Le tre scuole ci hanno presentato altrettanti progetti di ricostruzione, parziale o totale, degli edifici andati distrutti:
1) La scuola Jacot Bleu di Carrefour ci ha richiesto il finanziamento di un modulo provvisorio per 8 classi, con un impegno finanziario previsto di circa 5.000 dollari americani.
2) LInstitution Mixte Beau Jardin de Jean di Leogane ci ha richiesto il finanziamento per la ricostruzione di un edificio definitivo per 11 classi, con un impegno finanziario previsto di circa 15.000 dollari americani.
3) LInstitution Mixte Splendeur di Carrefour ci ha richiesto il finanziamento per un progetto più complesso, con la costruzione di un edificio definitivo di 14 aule e per 929 mq. con un impegno finanziario previsto di circa 48.000 dollari americani.

La parola ora passa quindi alla generosità di tutti i possibili donatori che vorranno ridare una scuola ai bambini di Haiti.

Per laspetto invece della continuità delle attività umanitarie in Haiti, la nostra idea è che dobbiamo favorire il più possibile una gestione autonoma delle attività stesse da parte di volontari haitiani, perché:

1) E necessario che siano gli stessi haitiani a realizzare il loro futuro. Questo è senzaltro positivo e può garantire anche un minimo reddito di lavoro, attualmente difficilissimo da trovare in Haiti, per quanti ci lavoreranno.
2) Alla segreteria organizzativa si affiancherà il lavoro degli artisti haitiani, che realizzeranno attività ludico-didattiche per bambini, una scuola stabile di clown e teatro di strada, il lavoro per il prossimo carnevale haitiano, ecc.
3) Lassociazione haitiana si occuperà anche di favorire la scolarizzazione e un minimo sostegno economico per i bambini. Verranno quindi realizzate forme di sostegno a distanza (Adozioni a distanza) per cui prevediamo un impegno di donazione di 30 Euro al mese per almeno 10 mesi (il periodo di tempo di apertura delle scuole) per un totale minimo di 300 Euro. In alternativa potranno essere fatte donazioni libere, una-tantum, sempre per questo scopo.
4) Tutte le attività saranno mirate a costruire rapporti di cooperazione e di pace allinterno della società haitiana, e attraverso la Federazione con altri organismi allestero.
Tutte le donazioni potranno essere inviate a: La Scuola di Pace, con uno di questi mezzi:
1) con bonifico bancario intestato a: “La Scuola di Pace”
c/c 0744-000159612 Cassa di Risparmio della Provincia dell’Aquila, Agenzia Roma 3 – Ambra Jovinelli
IBAN: IT49M0604003204000000159612
2) con Paypal o carta di credito, tramite il nostro sito internet http://www.lascuoladipace.org
3) con vaglia postale intestato a: La Scuola di Pace C.P. 4096, 00182 Roma Appio.

Le donazioni potranno essere effettuate con le seguenti causali:

1) Progetto Ricostruiamo le Scuole ad Haiti (nessun minimo per la donazione)
2) Progetto per Una scuola della Gioia ad Haiti (nessun minimo per la donazione)
3) Progetto Adozione a distanza per un bambino/a di Haiti (per 10 mesi = 300 Euro, oppure una-tantum nessun minimo per la donazione)
La Scuola di Pace – Roma
http://www.lascuoladipace.org
http://www.capitangioia.org
lascuoladipace@gmail.com