Archivi tag: andrea spotti

#Video #Ayotzinapa1año #Mexico #DF #26SMX #Marcha #Ayotzinapa

Ayotzinapa 25 S 2015 Mexico City (10) (Small)

Articoli: Ayotzinapa, un anno dopo (Carmilla) e Ayotzinapa un anno dopo “la lucha sigue” (Contropiano)

WP_20150926_009 (Small)

Ayotzinapa 25 S 2015 Mexico City (237) (Small)

Ayotzinapa un anno dopo

Ayotzinapa un anno dopo,

(Articolo di Andrea Spotti sulla manifestazione del 26 settembre a Città del Messico tratto da Contropiano)

Plaza de la Constitución piena di ombrelli sotto i quali si accalcano manifestanti più o meno fradici, e un lungo serpentone umano che nella gigantesca piazza di Città del Messico neppure riesce a mettere piede.
Quest’immagine descrive meglio di tante parole l’ottimo risultato raggiunto dalle mobilitazioni lanciate dai familiari delle vittime a un anno dalla strage di Iguala e dalla sparizione forzata dei 43 normalisti di Ayotzinapa. Un risultato non scontato, considerato il costante sforzo messo in atto in questi mesi da governo e disinformazione main-stream per spegnere il fuoco dell’indignazione popolare attraverso depistaggi, insabbiamenti e criminalizzazioni.
Sotto un cielo plumbeo ed una pioggia insistente, un corteo moltitudinario ha sfilato sabato per oltre sei ore lungo le strade della capitale a sostegno delle esigenze del comitato di genitori e compagni degli studenti della Normale Isidro Burgos, il quale, oltre a verità, giustizia e restituzione in vita dei desaparecidos, esige anche il giusto castigo per le autorità, le quali hanno cercato di ingannare il Paese con la costruzione di una verità ufficiale risultata poi essere nient’altro che una macchinazione che aveva l’unico scopo di chiudere il caso e frenare la protesta.
Aperta dai familiari delle vittime e caratterizzata da un’importante presenza giovanile, la manifestazione è partita dopo mezzogiorno dalla residenza presidenziale de Los Pinos ed ha visto la partecipazione di oltre centomila persone giunte nel Districto Federal da tutta la Repubblica. Centinaia di organizzazioni hanno contribuito al successo della mobilitazione: dai sindacati di docenti, elettricisti e minatori, agli studenti universitari e medi, passando per storiche realtà di lotta come il Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra di San Salvador Atenco o le diverse comunità aderenti al Congreso Nacional Indígena. Dall’imponente spezzone delle scuole normali rurali, a quello rumoroso e battagliero dei collettivi femministi, dagli aderenti alla Sexta zapatista alle realtà LGBT fino ad arrivare alle comunità religiose popolari. Importante, infine, la partecipazione di singoli non organizzati e famiglie, nonché l’attivismo di artisti e musicisti, i quali hanno accompagnato la protesta con canzoni, balli, poesie e performance di vario tipo.
Durante gli interventi finali, i portavoce del comitato hanno ringraziato le persone solidali in Messico e nel mondo, sottolineando che la battaglia iniziata ad Ayotzinapa deve trasformarsi in una lotta per la trasformazione del Paese. Come sostiene Vidulfo Rosales, avvocato dei familiari, le mobilitazioni nell’ambito della Giornata dell’Indignazione non sono servite solo per commemorare i 6 morti della strage e per denunciare le responsabilità delle autorità, “ma anche per chiedere giustizia per gli oltre 25 mila desaparecidos del Paese” e sostenere le comunità che si battono per difendere terra e territorio contro mega-progetti e grandi opere.
1ayo copia copiaSi tratta insomma fare in modo che “nessuna lotta resti isolata” e di unire le resistenze che si agitano sui territori per costruire un movimento di massa che possa andare al di là della protesta per la violazione sistematica dei diritti umani ed iniziare a lavorare alla trasformazione sociale; a cominciare dalla caduta del governo Peña Nieto. Per questo, di fronte alle migliaia di persone che hanno affollato il centro della capitale, Felipe de la Cruz, portavoce dei genitori degli scomparsi, ha invitato tutti e tutte a partecipare alla Convención Nacional Popular che si terrà dal 16 al 18 ottobre ad Ayotzinapa per iniziare a ragionare in questa direzione.
Cortei, sit-in e iniziative di diverso genere si sono tenute su tutto il territorio nazionale, dal Sinaloa allo Yucatán. Nel Guerrero, lo stato in cui si è verificata la strage, ci sono state manifestazioni in diverse località. La più partecipata, con oltre 10 mila persone, ha attraversato la capitale Chilpancingo, dove centinaia di manifestanti hanno lanciato pietre contro il congresso locale scontrandosi con la polizia in tenuta antisommossa. Blocchi stradali ad intermittenza sono stati segnalati sull’Autopista del Sol e sulla statale Tixtla-Chilpancingo.
In Chiapas sono state diverse le mobilitazioni solidali. Nel caracol di Oventik e in altre comunità autonome zapatiste, migliaia di basi d’appoggio hanno ricordato le vittime ed espresso il loro sostegno ai familiari a partire dalle 7 di mattina. Fuori dai loro territori, con striscioni, cartelli, altari e ceri si sono manifestati per oltre cinque ore, ribadendo che le comunità indigene ribelli sentono come propri il dolore e la rabbia dei genitori e dei compagni dei normalisti. Intorno alle 12, come raccontato da Regeneración Radio, gli zapatisti sono rientrati nei caracoles per portare avanti un evento in cui continuare “a ricordare Ayotzinapa, e anche le altre Ayotzinapa che hanno ferito il Messico de abajo” nel corso degli ultimi anni. A Tuxla Gutierrez, capitale dello stato, 10 mila tra maestri e studenti hanno affollato le strade della città; mentre si sono tenute iniziative anche a San Cristobal, Ocosingo e Tapachula.
Anche nello stato del Michoacán e in quello di Oaxaca sono state segnalate proteste assai partecipate. A Ciudad Juarez, nello stato di Chihuahua, è stato invece inaugurato un presidio permanente di fronte alla Procura Generale della Repubblica (PGR), capofila con Jesus Murillo Karam del tantativo di imporre una versione ufficiale di comodo su quanto avvenuto esattamente un anno prima a Iguala.
L’anniversario della strage è stato ricordato anche in decine di Paesi del mondo con eventi e attività di fronte a consolati ed ambasciate messicane, confermando così la natura ormai globale del movimento. Il successo della Giornata dell’Indignazione è stato sancito anche in rete, dove l’hashtag #DiaDeLaIndignacion è diventato trending topic a livello mondiale.
1ayo1 copia copiaLa mobilitazione è giunta alla fine di una settimana assai intensa per i genitori dei normalisti. Questa, infatti, era iniziata con la militarizzazione di Tixla, il municipio in cui si trova la Normale di Ayotzinapa, dove 3 mila agenti della polizia statale hanno ridotto il diritto alla libera circolazione degli abitanti con l’obiettivo di impedire al comitato di alunni e familiari di uscire dal municipio per raggiungere la capitale dello stato. I fatti più gravi si sono verificati il 22 settembre quando centinaia di celerini hanno interrotto con violenza la carovana di pullman diretta a Città del Messico ferendo sei persone.
Malgrado il cordone poliziesco, i familiari sono riusciti ad arrivare comunque nella capitale, dove, una volta piazzatisi nello Zocalo, hanno iniziato uno sciopero della fame della durata simbolica di 43 ore, accompagnato da diverse organizzazioni e persone solidali e seguito in diretta dallo streaming online di decine di radio libere e indipendenti in tutto il continente latinoamericano.
In pieno digiuno, al collettivo di Ayotzinapa è toccato l’incontro con il presidente e diversi funzionari del governo e dello stato. L’incontro era stato imposto dai familiari al governo in seguito alla pubblicazione del rapporto degli esperti indipendenti della Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH), il quale aveva smentito punto per punto gli elementi a sostegno della ricostruzione dei fatti presentata dalla PGR dando un serio colpo alla credibilità di governo e autorità inquirenti.
Il rapporto del Gruppo Interdisciplinare di Esperti Indipendenti (GIEI) della CIDH mette in luce innanzitutto le molte irregolarità che hanno caratterizzato le indagini, come – per fare solo qualche esempio – la cancellazione di alcuni video che avevano ripreso l’aggressione ai normalisti da parte di poliziotti e pistoleros, la perdita e la distruzione di prove importanti, l’uso sistematico della tortura durante gli interrogatori dei narcos arrestati, nonché il veto posto dalle autorità perché i periti potessero interrogare i membri del XXIV battaglione fanteria di Iguala, reparto dell’esercito di stanza nella località di cui si sospetta il coinvolgimento.
Il documento, inoltre, concede sostegno scientifico alle critiche che sin dall’inizio il movimento in solidarietà con Ayotzinapa e diversi accademici avevano mosso contro quella che l’ex-procuratore della repubblica Murillo aveva definito la verità storica sul caso. Secondo questa versione, i 43 normalisti, dopo essere stati sequestrati da agenti municipali, sarebbero stati consegnati ad alcuni sicari del clan dei Guerreros Unidos, i quali avrebbero proceduto all’uccisione dei ragazzi ed alla loro successiva cremazione all’interno della discarica di Cocula, per poi gettare i resti nel vicino fiume San Juan.
1ayo2 copiaIl GIEI fa praticamente a pezzi questa ricostruzione dimostrando la presenza sul campo dell’esercito e di diverse forze di polizia (statale, federale, ministeriale) oltre a quella municipale alla quale è stata accollata la responsabilità dei fatti, e negando scientifivamente la possibilità che i giovani siano stati inceneriti nella discarica in questione. Insomma, la “verità storica” che per otto mesi le autorità hanno brandito come una clava contro chiunque la mettesse in discussione, è senza fondamenti scientifici, per cui viene immediatamente ribattezzata “menzogna storica”.
Un ultimo elemento da segnalare rispetto al rapporto ha a che fare con un quinto autobus che, per quanto fosse parte delle testimonianze dei sopravvissuti, è stranamente rimasto fuori dai documenti e dalle ricostruzioni ufficiali, e che potrebbe aprire una nuova pista sul movente dell’assalto armato. Il pullman in questione, secondo l’ipotesi dei periti, era pieno di droga e doveva essere utilizzato dai narcos per il trasporto della sostanza. I normalisti, a loro insaputa, avrebbero occupato il mezzo sbagliato nel momento sbagliato e per questo sarebbero stati attaccati da criminali e forze dell’ordine.
Alla luce di tutto questo l’incontro con il Presidente ovviamente non poteva che svolgersi in un’atmosfera tesa. A tutto ciò va aggiunto l’atteggiamento freddo e unilaterale del governo, il quale non ha preso posizione rispetto ai risultati offerti dallo studio del GIEI ed ha semplicemnte proposto di fare una terza perizia per vedere quale tra le ipotesi formulate finora sia la più corretta. La rabbia dei familiari si deve anche al fatto che il governo non ha preso sul serio le otto richieste presentategli dal comitato, le quali vanno dal riconoscimento pubblico da parte delle autorità della legittimità della loro ricerca di giustizia, alla permanenza a tempo indeterminato del GIEI nel Paese con accettazione piena del suo rapporto e delle sue raccomandazioni, fino alla richiesta della creazione di un’unità specializzata che si occupi di riformulare le indagini con l’obiettivo di trovare gli studenti scomparsi e di fare luce sulla costruzione della “verità storica” e dei responsabili del massacro.

Dopo un anno di mobilitazione costante ed instancabile, genitori e compagni dei 46 normalisti vittime dell’operazione narco-poliziesca del 26 settembre 2014 hanno scoperchiato la situazione di violenza e impunità che regna in Messico nell’era delle riforme strutturali ad uso e consumo del grande capitale interno e internazionale, diventando un esempio di dignità e di lotta e trasformandosi in una sorta di catalizzatore del diffuso scontento che circola da anni nella società messicana.

La bella giornata di sabato ha rilanciato le ragioni del movimento, il quale ha dato così un’importante dimostrazione di forza a chi sperava che il tempo e la propaganda potessero diluire la rabbia e l’indignazione generate dalla strage. La lotta nata a partire da Ayotzinapa ha iniziato l’autunno con il piede giusto e sembra avere tutte le carte in regola per continuare a rappresentare una fastidiosa spina nel fianco per il governo, il quale, al contrario, anche a causa del rapporto del GIEI, appare sempre più in crisi di legittimità.

* Corrispondenza da Città del Messico

Messico: i Normalisti di Michoacán Sconfiggono il Governo

Di Andrea Spotti, inviato di Fornace e MilanoX (link articolo) in Messico. Situato al centro del Messico e affacciato sul Pacifico, lo stato di Michoacán é da mesi lo scenario di un importante conflitto per la difesa della scuola pubblica che vede contrapporsi governo statale e ministero dell’istruzione, da un lato, e studenti delle Scuole Normali Rurali dell’entitá, dall’altro. Il culmine dello scontro si é raggiunto nella notte del 15 ottobre scorso, quando, con un operativo degno di ben altre cause, centinaia di agenti delle forze di polizia statali e federali, nonché integranti del Gruppo Operazioni Speciali dello stato, hanno fatto irruzione nelle tre Normali occupate a Tiripetío, Cherán e Artiaga arrestando, in perfetto stile Scuola Diaz, 176 persone. A due settimane di distanza, nonostante la martellante campagna di criminalizzazione portata avanti dai mass media, il movimento dei normalisti é riuscito ad ottenere la scarcerazione di tutti i detenuti e la proroga dell’applicazione della riforma curricolare che, se messa in pratica, sancirebbe nei fatti l’eliminazione di queste storiche istituzioni educative.

Nate negli anni Venti con l’obiettivo di formare docenti per combattere l’analfabetismo e spinte con forza durante la presidenza Cardenas (1934-40), le Scuole Normali hanno ormai una lunga tradizione in Messico. Tuttavia, a causa dell’originaria scelta di un’educazione socialista e della loro importante tradizione di lotta, vengono viste con una certa diffidenza da governi locali e nazionali, in quanto rappresentative di una pericolosa anomalia che preferirebbero normalizzare. Le Normali Rurali si occupano di formare i maestri e le maestre che insegnano nelle comunitá piú recondite e piú povere del paese. In contesti di questo tipo, il professore diventa spesso un punto di riferimento per la comunitá, una sorta di intellettuale organico del villaggio che svolge anche un ruolo di mediazione tra le istituzioni e la popolazione e che, in occasioni di conflitto, puó anche trasformarsi in leader o portavoce di movimenti di resistenza o di rivolta, come successe, per esempio, al leggendario Lucio Cabañas, normalista e fondatore del Partito dei Poveri che animó la guerriglia in Guerrero alla fine degli anni ’60. In tutti i casi, il ruolo dei maestri rurali é sempre andato ben oltre il recinto didattico e ha avuto spesso a che fare con la diffusione della capacitá critica e della coscienza civile nelle zone piú sperdute e indifese del paese.

A partire dalla grande partecipazione dei normalisti al movimento del ’68, diversi governi hanno cercato di ridimensionare le loro scuole. Da Diaz Ordaz (il presidente della mattanza di Tlatelolco, che ne fece chiudere la metá in un colpo solo) in avanti, studenti e studentesse delle Normali -provenienti da famiglie povere indigene e contadine nella maggioranza dei casi- hanno dovuto battersi per garantire l’esistenza di queste istituzioni accademiche, le quali sopravvivono sotto costante minaccia. Nel corso del tempo, infatti, il taglio dei finanziamenti pubblici, la diminuzione del numero di matricola o la chiusura degli istituti hanno ridotto a sedici il numero di Normali rurali presenti sul territorio nazionale.

Il conflitto attuale inizia il 21 agosto scorso, con l’entrata in vigore della riforma curricolare che impone un cambiamento radicale ai piani di studio delle Normali di tutto il paese. La riforma, immediatamente contestata dagli studenti, viene vista come l’ennesimo attacco alla scuola pubblica e come il tentativo di omologare l’insegnamento in funzione degli interessi impresariali nazionali e globali. Con l’eliminazione delle materie umanistiche, infatti, si metterebbe fine alla peculiare esperienza delle Normali rurali che verrebbero cosí trasformate in istituti tecnologici. Altri aspetti critici della legge riguardano l’imposizione dell’inglese come seconda lingua e lo studio dell’informatica. Nonostante i media abbiano speculato molto su questo punto, cercando di far passare gli studenti come dei retrogradi premoderni, i normalisti non rifiutano l’idea di aggiungere queste due materie al loro piano di studi. Fanno semplicemente notare che in un contesto come quello michoacano, dove la lingua madre é spesso il purépecha, il náuahtl o l’otomí e dove in molti casi manca perfino l’elettricitá, questi temi andrebbero quanto meno discussi, essendo quí prioritari il recupero della linuga indigena e l’alfabetizzazione in spagnolo. Per tutto questo, richiedono la proroga di un anno dell’applicazione della riforma e l’apertura di un tavolo di trattative con il governo locale e la SEP (Secretaría Educación Pública) per discutere proposte alternative che possano rispondere in modo piú adeguato alle necessitá della regione.

Di fronte all’indifferenza dell’autoritá, gli studenti, raggruppati nell’ONOEM (Organización de Normales Oficiales del Estado de Michoacán), iniziano ad alzare il livello della mobilitazione e, a partire dal 10 settembre, occupano le istallazioni scolastiche e portano avanti scioperi parziali e totali delle attivitá didattiche nelle otto normali dello stato. La risposta del governo statale e della SEP nei termini dell’impossibilitá di rivedere la riforma arriva il 25 settembre e provoca un’ulteriore radicalizzazione del movimento che risponde con azioni che vanno dal blocco stradale e la liberazione dei caselli per fare passare gratis gli automobilisti, fino all’appropriazione di camion e autobus di grandi imprese nazionali e straniere. A partire da questo momento, gli studenti conquistano l’attenzione del governatore, il priista Fausto Vallejo, il quale, peró, mette la questione sul piano dell’ordine pubblico e rifiuta categoricamente di aprire il dialogo con chi non rispetta la proprietá e viola lo stato di diritto. Il braccio di ferro va avanti per giorni e, a partire dal 4 ottobre, la situazione diviene sempre piú tesa. Sono giá quasi un centinaio i mezzi di trasporto di cui si sono appropriati gli studenti per fare pressione sul governo e, d’altra parte, aumentano anche le pressioni impresariali e massmediatiche per ristabilire l’autoritá dello Stato sui giovani ribelli.

La situazione si definisce nel peggiore dei modi durante la nottata del 15 ottobre con lo sgombero violento da parte delle forze dell’ordine delle tre Normali occupate ad Arteaga, Tiripetío e Cherán. Il bilancio dell’operazione parla di piú di 200 persone fermate, tra le quali una decina di minori e due sindacalisti del Snte (Sindacato Nazionale Lavoratori dell’Educazione). L’irruzione, il cui obiettivo ufficiale era il recupero dei 96 veicoli in possesso degli studenti, avviene nel cuore della notte e produce la resistenza dei normalisti che rispondono alla massiccia agressione poliziesca con il lancio di pietre e bottiglie molotov; iniziano cosí gli scontri -una vera e propria battaglia-, che finscono solo all’alba.

La ricostruzione dei fatti del governo e quella studentesca sono assolutamente agli antipodi. La prima, fatta propria acriticamente dai media, colpevolizza i normalisti da ogni punto di vista: l’intervento si é reso necessario per ristabilire lo stato di diritto, violato dall’irragionevole occupazione degli edifici e dall’appropriazione dei camion; la violenza é stata causata dai giovani che, oltre a ferire una decina di poliziotti, hanno anche incendiato 17 mezzi di trasporto. Di conseguenza, i 176 studenti che vengono effettivamente arrestati non sono affatto indifesi ed innocui come la loro giovane etá potrebbe far pensare, ma rappresentano una vera e propria minaccia all’ordine pubblico. D’altra parte, le immagini che mostrano lanci di sassi e vetture in fiamme sarebbero sufficientemente eloquenti per dimostrarlo.

Il punto di vista studentesco, inizialmente soffocato dalla versione mainstream, racconta una storia radicalmente diversa, che parla di pestaggi brutali e violazioni dei diritti umani, di colpi d’arma da fuoco e di violenza gratuita sugli studenti (denudati, ammanettati e obbligati a restare seduti per ore in posizioni scomode, senza poter bere né mangiare o andare in bagno); di atti di vandalismo da parte delle forze dell’ordine, accusate di aver distrutto dormitori e mense, nonché di essere i veri responsabili dell’incendio dei veicoli. La versione dei normalisti viene confermata anche dai sindacalisti della Snte, i quali dichiarano che la polizia era armata con fucili d’assalto AR-15; e dalle autoritá del Municipio Autonomo di Cherán, che in un comunicato denunciano l’atteggiamento vessatorio delle forze dell’ordine, non solo verso gli studenti ma anche contro abitanti della loro comunitá e giornalisti. Infine, dopo un’iniziale appiattimento sulle posizioni del governo, anche la CDHE (Commissione per la difesa dei Diritti Umani dello stato) ha denunciato “l’uso eccessivo della forza” da parte della polizia.

La solidarietá, tuttavia, non si fa attendere. Da subito, a livello statale, si mobilitano le Normali rurali, i sindacati della scuola, i parenti dei detenuti e le comunitá indigene, con una manifestazione e un accampamento davanti al palazzo del governo statale. Successivamente si solidarizzano il resto delle rurali e degli studenti del paese, il movimento #YoSoy132, oltre che centinaia di intellettuali e di organizzazioni sociali che firmano un documento nel quale si condanna la criminalizzazione dei normalisti e la violenza repressiva dello stato. Grazie all’importante ruolo svolto dai media alternativi e i social network, che fanno circolare le foto degli abusi, l’indignazione inizia a crescere. Dalle moltitudinarie manifestazioni a Morelia (capitale michoacana) ai blocchi stradali a Oaxaca, Veracruz e Cittá del Messico; dalla liberazione dei caselli autostradali in vari punti del paese all’occupazione della sede del governo michoacano nella capitale, sono una miriade le iniziative piú o meno radicali che chiedono a gran voce la scarcerazione dei normalisti (accusati di sedizione, furto e danneggiamento). Insomma, la protesta monta in tutto il paese e l’indignazione mista alla fragilitá dei capi d’accusa favorisce la loro graduale scarcerazione, gli ultimi otto escono dal carcere su cauzione il 24 ottobre. Negli stessi giorni, inoltre, dopo mesi di chiusura al dialogo, viene finalmente concessa ai normalisti la proroga dell’applicazione della riforma. Insomma, nonostante i tanti lividi e l’asimmetria delle forze in campo, gli studenti delle Normali Rurali portano a casa due importantissimi risultati.

Sebbene possa essere reversibile, la vittoria dei normalisti contro il pugno di ferro di Vallejo e la riforma neoliberista della Sep dimostra che la lotta e la solidarietá (a volte) pagano, il che, vista la fase che stiamo attraversando, fa ben sperare e rappresenta senz’altro una buona notizia.

Riforma del lavoro in Messico e precarietà

Articolo di Andrea Spotti [Nelle ultime settimane il tema della Riforma del Lavoro in Messico ha occupato le prime pagine dei giornali, anche se le informazioni e le opinioni concrete sulla legge scarseggiano. E’ di gran aiuto un articolo di Andrea Spotti da Città del Messico che ha intervistato collaboratore ed esperto dei sindacati indipendenti messicani (Cilas: Centro di ricerca sul lavoro e consulenza sindacale). Però prima lascio una piccola nota introduttiva. Pare che ora il Messico stia sfidando la Cina ma non come potenza economica, geopolitica o tecnologica mondiale. Qualche tempo fa mi colpì molto il titolo “avveniristico” di un pezzo di Luca Pistone: “America Latina. Economia: il Messico supererà il Brasile nel 2022”. Quasi entusiasta della “buona notizia” mi sono fiondato a leggere. Si dice che “il Messico potrebbe superare il Brasile e diventare nei prossimi anni la prima economia dell’America Latina” e ancora che “il Boston Consulting Group [think tank economico] stima che sia più conveniente produrre in Messico che in Cina. Il salario medio, calcolato tenendo conto della produttività, era di 3.06 dollari l’ora in Messico nel 2010, contro i 2.72 dollari in Cina. Entro il 2015 i cinesi percepiranno 5.30 dollari, i messicani 3.55”. Insomma, un inquietante modello di (sotto)sviluppo umano, economico e lavorativo verso il quale, a quanto pare, anche l’Italia sia stia muovendo ormai da tempo. La forza lavoro attiva messicana è formata da circa 49 milioni di persone, ma lavorano in nero, nella “informalità”, addirittura un terzo di queste. Per loro non c’è nessuna riforma del lavoro. Un discorso a parte va fatto per i lavoratori sindacalizzati, che sono 4,4 milioni, meno del 10% del totale. La maggior parte sono in balia degli antichi sindacati corporativi, non liberi, ma creati nel ‘900 dal regime corporativista del partito egemonico, il PRI (Partido Revolucionario Institucional). Queste grosse organizzazioni da sempre barattano il vero interesse dei salariati, rimasti indietro rispetto ad altri paese anche se “protetti” rispetto ai colleghi non sindacalizzati del Messico, con vantaggi politici ed economici garantiti a pochi leader. Per esempio, i vertici dei sindacati dell’impresa petrolifera PEMEX e dell’istruzione, il SNTE, sono appena stati rinnovati per 6 anni e sono inamovibili, sono in pratica dei poteri autonomi sia dalle loro basi che dallo stato, muovono voti e risorse senza limiti né trasparenza. Le modifiche apportate dal senato questa settimana pongono loro alcuni limiti, ma il PRI, legato e dipendente da quei sindacati, resta dubbioso circa la loro approvazione e il cammino della riforma, ad oggi, appare quanto mai tortuoso. La possibilità che vengano inseriti in maniera surrettizia nuovi aggravi per i lavoratori è sempre dietro l’angolo. Nella foto: in primo piano il presidente Felipe Calderón (del PAN, destra) e Enrique Peña Nieto (PRI) che gli succederà il primo dicembre. Fabrizio Lorusso].

Flessibilizzare il mercato del lavoro in entrata e in uscita -ossia moltiplicare le tipologie contratttuali e facilitare i licenziamenti-; eliminare i privilegi e le rigidità dei lavoratori garantiti (leggasi pensioni e prestazioni sociali) per favorire l’occupazione giovanile e la competitività sul piano globale. Il tutto, in un quadro di moderazione salariale e stabilità macroeconomica e all’insegna del meno Stato, più Mercato. Non stiamo descrivendo la retorica egemonica in Italia negli ultimi vent’anni, ma quella attualmente usata in Messico per sostenere la Riforma del Lavoro del Presidente uscente Calderón. Quest’ultima, già approvata alla Camera con alcune modifiche e modificata martedì scorso dal Senato, oltre a dare il via all’attesa e temutissima stagione delle Riforme Strutturali, rappresenta il primo duro colpo alla già fragile architettura dello Stato Sociale messicano e viene duramente criticata da sindacati e movimenti sociali in quanto regressiva e lesiva dei diritti dei lavoratori.

Ora l’iniziativa deve tornare alla Camera per l’approvazione definitiva ma non può essere modificata altrimenti la legge resta congelata e se ne riparla tra un anno. Per avere un’idea più chiara del progetto legislativo, siamo andati a parlarne con Hugo Rosell, giornalista ed esperto di diritto del lavoro del Cilas (Centro de Investigación Laboral y Asesoría Sindical), un’associazione senza fini di lucro composta sia da sindacalisti e militanti che da specialisti in differenti discipline legate al mondo del lavoro, che dal 1990 si occupa di studiare la situazione lavorativa in Messico e di sostenere dal punto di vista giuridico, formativo e organizzativo i lavoratori in lotta e il sindacalismo indipendente.

Prima di entrare nel merito della Riforma e delle sue conseguenze, Hugo ci spiega che l’attuale condizione dei lavoratori messicani non è affatto invidiabile o rigida come la propaganda governativa e il Consejo Coordinador Empresarial (la Confindustria locale) vogliono farci credere. Di fatto, i diritti dei lavoratori “vengono spesso calpestati; e gli abusi e le violazioni della legge sono all’ordine del giorno. Praticamente, per la stragrande maggioranza di chi lavora non esistono nè la giornata di otto ore, nè le prestazioni sociali, educative o sanitarie”. L’outosourcing, attualmente proibito ma praticato nei fatti, e il lavoro nero, situazione in cui si trova il 57% dei lavoratori, “vengono usati per abbassare il costo della mano d’opera e per neutralizzare i diritti individuali e collettivi sanciti dalla Costituzione e dalla Ley Federal del Trabajo”.

In Messico, per esempio, si applicano i cosidetti Contratti di Protezione Padronale, contratti fittizi che “violano i diritti dei lavoratori e garantiscono il totale controllo della forza-lavoro da parte dell’impresa. Con questi, molte compagnie impongono al lavoratore un contratto collettivo aziendale e un sindacato ancora prima dell’assunzione, obbliganodolo cosí ad affiliarsi ad una rappresentanza sindacale fasulla, che, essendo scelta dall’impresa, favorisce gli interessi di quest’ultima.” Questi contratti, sebbene violino la libertà sindacale, vengono usati ampiamente nel paese per “inibire la nascita di sindacati indipendenti”. Inoltre, permettono alle imprese “di poter sfruttare ancora di più la classe lavoratrice. Importanti aziende transnazionali europee, statunitensi e giapponesi hanno ammesso implicitamente di usare questo tipo di contratti. Per fare solo un esempio, Honda-Mèxico, che non ha ancora iniziato a costruire il suo nuovo stabilimento a Guanjuato, ha già pronti contratto collettivo e sindacato.”

Per chiudere il quadro, bisogna considerare che i salari messicani sono in picchiata da almeno 30 anni ed hanno già perso l’80% del loro potere d’acquisto. Di fatto, “l’attuale salario minimo di circa 60 pesos (meno di 4 euro) a giornata più prestazioni, non è sufficiente per poter soddisfare i bisogni fondamentali di una famiglia, che sono calcolati nell’ordine dei 180 pesos, cioè almeno tre volte tanto”. Secondo i dati dell’Istituto Messicano per la Competitività, 35 milioni di lavoratori vivono con un salario medio di meno di 200 euro mensili e la maggioranza dei cosidetti garantiti arriva a mala pena a 400. Il costo del lavoro in Messico è tra i più bassi e i meno tassati dell’Ocse: un lavoratore messicano guadagna mediamente cinque volte meno di un suo collega olandese il che, unito alle esenzioni fiscali per gli impresari -che pagano solo il 10% di tasse sui loro utili, a fronte del 30% prelevato sui salari- spiega perché “le imprese che qualche anno fa avevano abbandonato il Paese per approfittare dei vantaggi comparativi della Cina o del Sud-Est Asiatico, stanno iniziando a ritornare”.

Insomma, per quanto suoi promotori sostengano che la Riforma, oltre ad incentivare lo sviluppo e creare nuovi posti di lavoro, non metterà in discussione i diritti acquisiti ma, al contrario, darà la possibilità a chi lavora in nero di guadagnare maggiori tutele; secondo il rappresentante del Cilas, con la nuova legge “si legalizza ciò che attualmente viene considerato come un abuso, togliendo così ogni possibilità di difesa legale ai lavoratori”. Se passasse la Riforma, infatti, questi ultimi, che adesso possono per lo meno ricorrere alla giustizia e, per esempio, sperare nel reintegro dopo un licenziamento ingiustificato, si vedrebbero privati anche di questa risorsa. Manifiestoreformalaboral.jpg
Il che significherebbe “dare carta bianca agli imprenditori affinché possano letteralmente fare ciò che vogliono con la forza-lavoro.” Sarebbe la legalizzazione “della svendita della dignità dei lavoratori, la fine della responsabilità sociale dell’impresa. Con la nuova legge potrebbero licenziarti perfino per posta, cioè che non avrebbero nemmeno più l’obbligo concreto di una comunicazione ufficiale.”

I punti più delicati e controversi della proposta sono l’introduzione di nuove figure contrattuali, la legalizzazione dell’outsourcing, l’attacco alla libertà sindacale e la semplificazione delle procedure di fine rapporto che renderanno più comodo e meno costoso il licenziamento per le imprese. Con l’introduzione “dei contratti di formazione, a prova e addirittura per ora, si elimina definitivamente la stabilità del posto di lavoro e si apre alla libertà di licenziamento. La Riforma, inoltre, “limita ad un anno il risarcimento degli stipendi persi dal salariato durante una causa di lavoro -quando queste ne durano almeno cinque-, disincentivando in questo modo le denunce da parte dei lavoratori”. I più colpiti dalla Riforma saranno i giovani, “condannati a passare da un lavoretto all’altro con stipendi da fame e senza poter maturare diritti di anzianità”.

La Riforma “calderoniana” non aumenterà i posti di lavoro ma “legalizzerà la precarietà e favorirà lo sfruttamento della mano d’opera”, generalizzando il fenomeno dei working poors già molto comune nel paese. Fra l’altro, sarà anche più facile gonfiare le statistiche sull’occupazione, dato che “un giovane che lavora tre ore settimanali sarà considerato un occupato a tutti gli effetti, malgrado non percepisca contributi.”

Un altro elemento preoccupante è rappresentato dal tentativo di limitare la libertà sindacale. Il testo legislativo prevede infatti che sia “il padrone a scegliere la controparte, decidendo se riconoscere o meno un sindacato e riducendo la possibilità per i lavoratori di organizzare strutture rappresentative autonome e indipendenti”. Per ora, l’unica nota positiva è stata la decisione della Camera di eliminare dalla legge gli ostacoli al diritto di sciopero contenuti nella versione originale. La Riforma, infine, rappresenterebbe “il colpo finale al mercato interno, già compromesso dall’attuale ondata inflazionaria che ha colpito soprattutto i generi di prima necessità”, con aumenti che vanno dal 70% delle tortillas al 120 delle uova, per limitarci solo a due esempi. Un’ulteriore riduzione dei salari reali implicherebbe “per coloro che vivono solo del proprio lavoro, l’essere ridotti a meri consumatori di sussistenza.” Insomma, “da qualunque lato la si guardi, questa Riforma colpisce duramente i lavoratori, lasciandoli nell’impossibilità di difendersi e totalmente in balía dei rapporti di forza determinati dal mercato.”

A poche settimane dalla fine del suo mandato, l’autonominatosi Presidente del Lavoro, conferma invece di avere nella categoria dei lavoratori garantiti uno dei suoi bersagli principali. La sua amministrazione si è caratterizzata infatti per aver colpito, gradualmente però in maniera sistematica, “i settori più organizzati e combattivi del mondo del lavoro, come i minatori o gli elettricisti dello Sme [sindacato di Luz y Fuerza del Centro, impresa elettrica pubblica chiusa per decreto da Calderón durante un fine settimana ndr], non solo per aprire la strada all’attuale Riforma eliminando possibili resistenze, ma anche per favorire il processo di privatizzazione delle risorse, che rappresenta l’altro lato della questione”. Secondo il rappresentante del Cilas, inoltre, “il regalo ai Capitali messicani e transnazionali” serve, da un lato, “a fare il lavoro sporco a Peña Nieto (presidente eletto del Messico che sarà in carica dal primo dicembre)” e, dall’altro, può essere interpretato anche come il tentativo da parte del Presidente uscente “di garantirsi l’impunità, di fronte al rischio di finire porcessato per aver provocato un conflitto che ha già causato almeno il doppio dei morti prodotti dall’ultima sanguinaria dittatura argentina.”

La nuova legge, per concludere, risponde ai diktat degli organismi finanziari internazionali che “assegnano al Messico, in complicità con la classe politico-impresariale del Paese, il ruolo di fornitore di mano d’opera e materie prime a basso costo per il mercato mondiale”. Secondo questa logica, essere competitivi non significa “puntare su formazione della forza-lavoro e qualità di ciò che si produce, ma equivale a svendere le risorse minerarie e la vita di milioni di persone, senza nessun interesse per il miglioramento della loro condizioni di esistenza o per qualche forma di redistribuzione della ricchezza.” Dopo tre decadi di neoliberismo, in cui si è spinto sulla riduzione dei salari come unica leva dello sviluppo, i sostenitori della Riforma del mercato del lavoro in Messico paiono dunque voler continuare “sul cammino della concorrenza al ribasso e del plusvalore assoluto, il che significa condannare tutti, e i giovani in particolare, ad un futuro di insicurezza e precarietà assolute che non faranno che aggravare i già serissimi problemi di povertà ed esclusione che soffre il Paese.” Da: http://www.carmillaonline.com/archives/2012/10/004504.html