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Riforma del lavoro in Messico e precarietà

Articolo di Andrea Spotti [Nelle ultime settimane il tema della Riforma del Lavoro in Messico ha occupato le prime pagine dei giornali, anche se le informazioni e le opinioni concrete sulla legge scarseggiano. E’ di gran aiuto un articolo di Andrea Spotti da Città del Messico che ha intervistato collaboratore ed esperto dei sindacati indipendenti messicani (Cilas: Centro di ricerca sul lavoro e consulenza sindacale). Però prima lascio una piccola nota introduttiva. Pare che ora il Messico stia sfidando la Cina ma non come potenza economica, geopolitica o tecnologica mondiale. Qualche tempo fa mi colpì molto il titolo “avveniristico” di un pezzo di Luca Pistone: “America Latina. Economia: il Messico supererà il Brasile nel 2022”. Quasi entusiasta della “buona notizia” mi sono fiondato a leggere. Si dice che “il Messico potrebbe superare il Brasile e diventare nei prossimi anni la prima economia dell’America Latina” e ancora che “il Boston Consulting Group [think tank economico] stima che sia più conveniente produrre in Messico che in Cina. Il salario medio, calcolato tenendo conto della produttività, era di 3.06 dollari l’ora in Messico nel 2010, contro i 2.72 dollari in Cina. Entro il 2015 i cinesi percepiranno 5.30 dollari, i messicani 3.55”. Insomma, un inquietante modello di (sotto)sviluppo umano, economico e lavorativo verso il quale, a quanto pare, anche l’Italia sia stia muovendo ormai da tempo. La forza lavoro attiva messicana è formata da circa 49 milioni di persone, ma lavorano in nero, nella “informalità”, addirittura un terzo di queste. Per loro non c’è nessuna riforma del lavoro. Un discorso a parte va fatto per i lavoratori sindacalizzati, che sono 4,4 milioni, meno del 10% del totale. La maggior parte sono in balia degli antichi sindacati corporativi, non liberi, ma creati nel ‘900 dal regime corporativista del partito egemonico, il PRI (Partido Revolucionario Institucional). Queste grosse organizzazioni da sempre barattano il vero interesse dei salariati, rimasti indietro rispetto ad altri paese anche se “protetti” rispetto ai colleghi non sindacalizzati del Messico, con vantaggi politici ed economici garantiti a pochi leader. Per esempio, i vertici dei sindacati dell’impresa petrolifera PEMEX e dell’istruzione, il SNTE, sono appena stati rinnovati per 6 anni e sono inamovibili, sono in pratica dei poteri autonomi sia dalle loro basi che dallo stato, muovono voti e risorse senza limiti né trasparenza. Le modifiche apportate dal senato questa settimana pongono loro alcuni limiti, ma il PRI, legato e dipendente da quei sindacati, resta dubbioso circa la loro approvazione e il cammino della riforma, ad oggi, appare quanto mai tortuoso. La possibilità che vengano inseriti in maniera surrettizia nuovi aggravi per i lavoratori è sempre dietro l’angolo. Nella foto: in primo piano il presidente Felipe Calderón (del PAN, destra) e Enrique Peña Nieto (PRI) che gli succederà il primo dicembre. Fabrizio Lorusso].

Flessibilizzare il mercato del lavoro in entrata e in uscita -ossia moltiplicare le tipologie contratttuali e facilitare i licenziamenti-; eliminare i privilegi e le rigidità dei lavoratori garantiti (leggasi pensioni e prestazioni sociali) per favorire l’occupazione giovanile e la competitività sul piano globale. Il tutto, in un quadro di moderazione salariale e stabilità macroeconomica e all’insegna del meno Stato, più Mercato. Non stiamo descrivendo la retorica egemonica in Italia negli ultimi vent’anni, ma quella attualmente usata in Messico per sostenere la Riforma del Lavoro del Presidente uscente Calderón. Quest’ultima, già approvata alla Camera con alcune modifiche e modificata martedì scorso dal Senato, oltre a dare il via all’attesa e temutissima stagione delle Riforme Strutturali, rappresenta il primo duro colpo alla già fragile architettura dello Stato Sociale messicano e viene duramente criticata da sindacati e movimenti sociali in quanto regressiva e lesiva dei diritti dei lavoratori.

Ora l’iniziativa deve tornare alla Camera per l’approvazione definitiva ma non può essere modificata altrimenti la legge resta congelata e se ne riparla tra un anno. Per avere un’idea più chiara del progetto legislativo, siamo andati a parlarne con Hugo Rosell, giornalista ed esperto di diritto del lavoro del Cilas (Centro de Investigación Laboral y Asesoría Sindical), un’associazione senza fini di lucro composta sia da sindacalisti e militanti che da specialisti in differenti discipline legate al mondo del lavoro, che dal 1990 si occupa di studiare la situazione lavorativa in Messico e di sostenere dal punto di vista giuridico, formativo e organizzativo i lavoratori in lotta e il sindacalismo indipendente.

Prima di entrare nel merito della Riforma e delle sue conseguenze, Hugo ci spiega che l’attuale condizione dei lavoratori messicani non è affatto invidiabile o rigida come la propaganda governativa e il Consejo Coordinador Empresarial (la Confindustria locale) vogliono farci credere. Di fatto, i diritti dei lavoratori “vengono spesso calpestati; e gli abusi e le violazioni della legge sono all’ordine del giorno. Praticamente, per la stragrande maggioranza di chi lavora non esistono nè la giornata di otto ore, nè le prestazioni sociali, educative o sanitarie”. L’outosourcing, attualmente proibito ma praticato nei fatti, e il lavoro nero, situazione in cui si trova il 57% dei lavoratori, “vengono usati per abbassare il costo della mano d’opera e per neutralizzare i diritti individuali e collettivi sanciti dalla Costituzione e dalla Ley Federal del Trabajo”.

In Messico, per esempio, si applicano i cosidetti Contratti di Protezione Padronale, contratti fittizi che “violano i diritti dei lavoratori e garantiscono il totale controllo della forza-lavoro da parte dell’impresa. Con questi, molte compagnie impongono al lavoratore un contratto collettivo aziendale e un sindacato ancora prima dell’assunzione, obbliganodolo cosí ad affiliarsi ad una rappresentanza sindacale fasulla, che, essendo scelta dall’impresa, favorisce gli interessi di quest’ultima.” Questi contratti, sebbene violino la libertà sindacale, vengono usati ampiamente nel paese per “inibire la nascita di sindacati indipendenti”. Inoltre, permettono alle imprese “di poter sfruttare ancora di più la classe lavoratrice. Importanti aziende transnazionali europee, statunitensi e giapponesi hanno ammesso implicitamente di usare questo tipo di contratti. Per fare solo un esempio, Honda-Mèxico, che non ha ancora iniziato a costruire il suo nuovo stabilimento a Guanjuato, ha già pronti contratto collettivo e sindacato.”

Per chiudere il quadro, bisogna considerare che i salari messicani sono in picchiata da almeno 30 anni ed hanno già perso l’80% del loro potere d’acquisto. Di fatto, “l’attuale salario minimo di circa 60 pesos (meno di 4 euro) a giornata più prestazioni, non è sufficiente per poter soddisfare i bisogni fondamentali di una famiglia, che sono calcolati nell’ordine dei 180 pesos, cioè almeno tre volte tanto”. Secondo i dati dell’Istituto Messicano per la Competitività, 35 milioni di lavoratori vivono con un salario medio di meno di 200 euro mensili e la maggioranza dei cosidetti garantiti arriva a mala pena a 400. Il costo del lavoro in Messico è tra i più bassi e i meno tassati dell’Ocse: un lavoratore messicano guadagna mediamente cinque volte meno di un suo collega olandese il che, unito alle esenzioni fiscali per gli impresari -che pagano solo il 10% di tasse sui loro utili, a fronte del 30% prelevato sui salari- spiega perché “le imprese che qualche anno fa avevano abbandonato il Paese per approfittare dei vantaggi comparativi della Cina o del Sud-Est Asiatico, stanno iniziando a ritornare”.

Insomma, per quanto suoi promotori sostengano che la Riforma, oltre ad incentivare lo sviluppo e creare nuovi posti di lavoro, non metterà in discussione i diritti acquisiti ma, al contrario, darà la possibilità a chi lavora in nero di guadagnare maggiori tutele; secondo il rappresentante del Cilas, con la nuova legge “si legalizza ciò che attualmente viene considerato come un abuso, togliendo così ogni possibilità di difesa legale ai lavoratori”. Se passasse la Riforma, infatti, questi ultimi, che adesso possono per lo meno ricorrere alla giustizia e, per esempio, sperare nel reintegro dopo un licenziamento ingiustificato, si vedrebbero privati anche di questa risorsa. Manifiestoreformalaboral.jpg
Il che significherebbe “dare carta bianca agli imprenditori affinché possano letteralmente fare ciò che vogliono con la forza-lavoro.” Sarebbe la legalizzazione “della svendita della dignità dei lavoratori, la fine della responsabilità sociale dell’impresa. Con la nuova legge potrebbero licenziarti perfino per posta, cioè che non avrebbero nemmeno più l’obbligo concreto di una comunicazione ufficiale.”

I punti più delicati e controversi della proposta sono l’introduzione di nuove figure contrattuali, la legalizzazione dell’outsourcing, l’attacco alla libertà sindacale e la semplificazione delle procedure di fine rapporto che renderanno più comodo e meno costoso il licenziamento per le imprese. Con l’introduzione “dei contratti di formazione, a prova e addirittura per ora, si elimina definitivamente la stabilità del posto di lavoro e si apre alla libertà di licenziamento. La Riforma, inoltre, “limita ad un anno il risarcimento degli stipendi persi dal salariato durante una causa di lavoro -quando queste ne durano almeno cinque-, disincentivando in questo modo le denunce da parte dei lavoratori”. I più colpiti dalla Riforma saranno i giovani, “condannati a passare da un lavoretto all’altro con stipendi da fame e senza poter maturare diritti di anzianità”.

La Riforma “calderoniana” non aumenterà i posti di lavoro ma “legalizzerà la precarietà e favorirà lo sfruttamento della mano d’opera”, generalizzando il fenomeno dei working poors già molto comune nel paese. Fra l’altro, sarà anche più facile gonfiare le statistiche sull’occupazione, dato che “un giovane che lavora tre ore settimanali sarà considerato un occupato a tutti gli effetti, malgrado non percepisca contributi.”

Un altro elemento preoccupante è rappresentato dal tentativo di limitare la libertà sindacale. Il testo legislativo prevede infatti che sia “il padrone a scegliere la controparte, decidendo se riconoscere o meno un sindacato e riducendo la possibilità per i lavoratori di organizzare strutture rappresentative autonome e indipendenti”. Per ora, l’unica nota positiva è stata la decisione della Camera di eliminare dalla legge gli ostacoli al diritto di sciopero contenuti nella versione originale. La Riforma, infine, rappresenterebbe “il colpo finale al mercato interno, già compromesso dall’attuale ondata inflazionaria che ha colpito soprattutto i generi di prima necessità”, con aumenti che vanno dal 70% delle tortillas al 120 delle uova, per limitarci solo a due esempi. Un’ulteriore riduzione dei salari reali implicherebbe “per coloro che vivono solo del proprio lavoro, l’essere ridotti a meri consumatori di sussistenza.” Insomma, “da qualunque lato la si guardi, questa Riforma colpisce duramente i lavoratori, lasciandoli nell’impossibilità di difendersi e totalmente in balía dei rapporti di forza determinati dal mercato.”

A poche settimane dalla fine del suo mandato, l’autonominatosi Presidente del Lavoro, conferma invece di avere nella categoria dei lavoratori garantiti uno dei suoi bersagli principali. La sua amministrazione si è caratterizzata infatti per aver colpito, gradualmente però in maniera sistematica, “i settori più organizzati e combattivi del mondo del lavoro, come i minatori o gli elettricisti dello Sme [sindacato di Luz y Fuerza del Centro, impresa elettrica pubblica chiusa per decreto da Calderón durante un fine settimana ndr], non solo per aprire la strada all’attuale Riforma eliminando possibili resistenze, ma anche per favorire il processo di privatizzazione delle risorse, che rappresenta l’altro lato della questione”. Secondo il rappresentante del Cilas, inoltre, “il regalo ai Capitali messicani e transnazionali” serve, da un lato, “a fare il lavoro sporco a Peña Nieto (presidente eletto del Messico che sarà in carica dal primo dicembre)” e, dall’altro, può essere interpretato anche come il tentativo da parte del Presidente uscente “di garantirsi l’impunità, di fronte al rischio di finire porcessato per aver provocato un conflitto che ha già causato almeno il doppio dei morti prodotti dall’ultima sanguinaria dittatura argentina.”

La nuova legge, per concludere, risponde ai diktat degli organismi finanziari internazionali che “assegnano al Messico, in complicità con la classe politico-impresariale del Paese, il ruolo di fornitore di mano d’opera e materie prime a basso costo per il mercato mondiale”. Secondo questa logica, essere competitivi non significa “puntare su formazione della forza-lavoro e qualità di ciò che si produce, ma equivale a svendere le risorse minerarie e la vita di milioni di persone, senza nessun interesse per il miglioramento della loro condizioni di esistenza o per qualche forma di redistribuzione della ricchezza.” Dopo tre decadi di neoliberismo, in cui si è spinto sulla riduzione dei salari come unica leva dello sviluppo, i sostenitori della Riforma del mercato del lavoro in Messico paiono dunque voler continuare “sul cammino della concorrenza al ribasso e del plusvalore assoluto, il che significa condannare tutti, e i giovani in particolare, ad un futuro di insicurezza e precarietà assolute che non faranno che aggravare i già serissimi problemi di povertà ed esclusione che soffre il Paese.” Da: http://www.carmillaonline.com/archives/2012/10/004504.html

Articolo 18: le verità nascoste

Questo è un appello promosso da giuristi e cittadini e diffuso da Studio Legale Associato (link). Ma è anche un articolo di controinformazione molto utile per capire  e centrare meglio il dibattito confuso e tendenzioso sull’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e la riforma del lavoro al centro dell’agenda politica attuale. Meditiamo.

Desta grande sconcerto, tra gli operatori giuridici (avvocati, magistrati) che quotidianamente hanno a che fare, per il loro lavoro, con la tematica dei licenziamenti, il livello di approssimazione e di assoluta lontananza dalla realtà con cui tanti autorevoli personaggi della politica, del giornalismo  e persino dell’economia affrontano l’argomento, contribuendo ad alimentare una campagna di disinformazione senza precedenti.

Sta infatti entrando nella convinzione del cittadino (che non abbia, in prima persona o attraverso persone vicine, vissuto il dramma della perdita del posto di lavoro) la falsa impressione che in Italia sia pressoché impossibile licenziare, persino nei casi in cui un’impresa, in comprovate difficoltà economiche e finanziarie,  con forte calo di ordini e  bilanci in rosso, avrebbe necessità di ridurre il proprio personale (caso spesso citato nei dibattiti televisivi per mostrare l’assurdità di una legislazione che ingessi fino a questo punto l’attività imprenditoriale).

Queste leggi assurde, poi, si salderebbero con una asserita “eccessiva discrezionalità interpretativa” dei magistrati (categoria della quale, nell’ultimo ventennio, ci hanno insegnato a diffidare) e sarebbero la causa, o quantomeno la concausa, del precariato giovanile.

Senza considerare che è l’Europa a chiederci di rivedere la normativa in tema di licenziamenti, perché eccessivamente rigida. Inoltre il diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro sarebbe un’ “anomalia nazionale”.

Come si sa, il principio di propaganda che sostiene che “una bugia ripetuta mille volte diventa verità” paga, ed è estremamente rara, nei talk show televisivi, la presenza di giuslavoristi che raccontino cosa effettivamente accade nei luoghi di lavoro, nelle trattative sindacali, negli studi degli avvocati e nelle aule di giustizia: che cioè la legge già consente di licenziare per motivi “inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa” e che conseguentemente   i licenziamenti per riduzione di personale avvengono quotidianamente, sia da parte di aziende con meno di 16 dipendenti (che non hanno altro onere che quello di pagare un’indennità di preavviso molto più bassa di quella prevista in altri paesi europei: solo ove un giudice accerti che le motivazioni addotte non sono vere, dovrà pagare un’ulteriore indennità, comunque non superiore a sei mensilità) sia da parte delle grandi aziende (che in caso di esubero di personale di più di cinque unità devono solo seguire una procedura che coinvolge il sindacato, ma che le vincola –  anche in caso di mancato accordo sindacale al suo esito –  esclusivamente a seguire dei criteri oggettivi nella selezione del personale da licenziare).

Al di fuori dei licenziamenti per motivi economici –  rispetto ai quali il giudice ha (solo) il potere di effettuare un controllo: a)  di verità sui motivi addotti nei licenziamenti individuali e b) di regolarità della procedura nei licenziamenti collettivi –  l’art. 18  si applica, ai datori di lavoro con più di 15 dipendenti, in caso di licenziamenti individuali, quasi sempre per motivi disciplinari.

E qui, di volta in volta, il magistrato valuta il caso concreto, che non è mai come quelli da barzelletta che vengono talvolta riportati per dimostrare l’arbitrarietà del giudice e la presunta assurdità del sistema. Da oltre trent’anni si sente parlare del caso del garzone del macellaio amante della moglie del datore di lavoro, che sarebbe stato reintegrato perchè i fatti avvenivano al di fuori dell’orario di lavoro.

Basta che una falsa notizia come questa venga detta in televisione, ed ecco che il quadro è completo e il prodotto confezionato: l’opinione pubblica, dopo un mese di questa martellante propaganda, è pronta ad accettare le giuste soluzioni che – condivise o non condivise da tutti i sindacati – ci facciano fare quel passo decisivo per adeguare l’Italia alle nuove esigenze della globalizzazione e renderla finalmente competitiva anche rispetto ad altri paesi europei che hanno una maggiore flessibilità in uscita.

Ma è proprio vera quest’ultima cosa? Come mai non riusciamo a leggere in nessun giornale che gli indici OCSE che segnalano la cd. rigidità in uscita collocano attualmente l’Italia (indice dell’1.77) al di sotto della media europea (basti dire che la Germania ha l’indice 3.00)?  Ed è proprio vero che  il diritto alla reintegrazione (in caso di licenziamento dichiarato illegittimo) è previsto solo nel nostro Paese? Premesso che il discorso dovrebbe essere approfondito, va detto che in certi Paesi è addirittura costituzionalizzato (Portogallo) ed in altri è un rimedio possibile (ad esempio Svezia, Germania, Norvegia, Austria, Grecia, Irlanda, in taluni casi  Francia) spesso accompagnato da ulteriori tutele.

La verità è che  non esiste un vero collegamento tra la ripresa produttiva e la libertà di licenziare, e forte è quindi  il timore che il ”governo tecnico”, approfittando della crisi economica, possa dare attuazione ad un antico progetto di riassestamento del potere nei luoghi di lavoro, che per essere esercitato in modo sovrano  mal tollera l’esistenza di norme di tutela dei lavoratori  dagli abusi.

Perchè è questo, e solo questo, il senso profondo dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: una norma che sanziona il comportamento illegittimo del datore di lavoro ripristinando lo status quo ante che precedeva il licenziamento – lo si ribadisce – illegittimo. E la cui esistenza, per l’appunto, impedisce che il potere nei luoghi di lavoro (con più di 15 addetti, purtroppo, perchè altrove, appunto, tale tutela non c’è)  possa essere esercitato in modo arbitrario  e lesivo della dignità dei dipendenti.

Ma nello stesso tempo occorre valutare con estrema attenzione anche tutte quelle prospettate soluzioni che, prevedendo la  “sospensione temporanea” dell’articolo 18 per i primi tre o quattro anni per i giovani in cerca di un’occupazione stabile, teoricamente  non sottrarrebbero la tutela dell’art. 18 “a chi già ce l’ha”.

Occorre, infatti, quanto meno scongiurare l’ipotesi che in tale formula rientrino tutti i nuovi rapporti di lavoro poiché, altrimenti, inevitabilmente vi ricadrebbero anche coloro che, pur avendo goduto in passato della tutela dell’articolo 18, si ritrovino in stato di disoccupazione (dato che, come abbiamo visto, la norma non vieta affatto di licenziare, sanzionando solo i licenziamenti privi di giusta causa o giustificato motivo, e quindi solo quelli illegittimi).

E dal momento che, checché se ne dica, il posto di lavoro fisso a vita è veramente un sogno e il mercato del lavoro è in continuo movimento (specie per quanto riguarda l’invocata flessibilità in uscita), nel caso in cui le disposizioni in cantiere non siano circoscritte con precisione, avremmo un esercito di disoccupati attuali o potenziali anche ultracinquantenni che, lungi dal portarsi dietro, infilato nel taschino della giacca, l’articolo 18 goduto nel precedente posto di lavoro, ingrosserebbero le fila dei nuovi precari.

Perchè diversamente non possono essere considerati dei dipendenti che per tre o quattro anni siano sottoposti al ricatto della mancata stabilizzazione ove non “righino dritto” senza ammalarsi, fare figli,  scioperare o avanzare rivendicazioni di sorta (e se, alla fine del triennio, non vi sarà – com’è probabile – alcuna garanzia di “stabilizzazione” del rapporto, in questo gioco dell’oca si potrà tornare alla casella di partenza, con un diverso datore di lavoro…).

Ecco quindi che, per altra strada, si arriverebbe a ridimensionare anche i diritti di coloro ai quali l’articolo 18 attualmente si applica, risultato che la propaganda vorrebbe finalizzato a favorire quelli che ne sono esclusi: come ha scritto Umberto Romagnoli, è come avere la pretesa di far crescere i capelli ai calvi rapando chi ne ha di più.

Un’ultima annotazione su un’altra soluzione di cui si sente parlare: la sostituzione della sanzione prevista dall’articolo 18 (reintegrazione) con un’indennità in tutti i casi di licenziamenti semplicemente motivati da ragioni economiche.

Si è già detto che tali licenziamenti sono già consentiti, e secondo l’art. 30 della legge 183 del 2010  “il controllo giudiziale è limitato esclusivamente (…) all’accertamento del presupposto di legittimità e non può essere esteso al sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro”.

Cosa si vuole di più? Perché si vorrebbe impedire al giudice anche un accertamento di legittimità (e non di merito) sulle motivazioni addotte? Forte è il sospetto che in questo modo si voglia consentire al datore di lavoro di liberarsi di dipendenti scomodi semplicemente adducendo una motivazione economica, anche se non vera. Sancendo così, automaticamente, il pieno ritorno agli anni cinquanta, quando i licenziamenti erano assolutamente liberi e la Costituzione nei luoghi di lavoro, faticosamente introdotta nel 1970 dallo Statuto dei lavoratori, semplicemente un sogno.

Auspichiamo proprio che, con la scusa di dover riformare il mercato del lavoro, non si arrivi a tanto.

Elenco firmatari e adesioni sito studiolegaleassociato.it