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Todo listo para elección presidencial en Costa Rica

costa rica elecciones

[De Fabrizio Lorusso Revista Variopinto al Día] El 2 de febrero Costa Rica realizará los comicios para renovar la Asamblea Legislativa y el cargo de presidente y vicepresidente, pues unos 3 millones y 70 mil ciudadanos serán llamados a las urnas y, por primera vez, también unos dos cientos mil ticos residentes en el exterior podrán participar en la jornada electoral. Asimismo, podrán votar unos 50 mil extranjeros naturalizados, 10mil más que hace 4 años.

Los temas candentes de la campaña electoral fueron, sin duda, el combate a la corrupción del mundo político, dominado tradicionalmente por el conservador Partido Liberación Nacional (PLN) de la actual presidenta Laura Chinchilla y por el socialdemócrata Partido Acción Ciudadana (PAC); el fuerte aumento del déficit público hasta el 5% del Producto Interno Bruto, debido a la crisis de 2008 y 2009 y al mal manejo de los fundamentales macroecónomicos; y finalmente el empeoramiento en la distribución del ingreso nacional, con una brecha cada vez mayor entre ricos y pobres, algo preocupante en un país que tradicionalmente había primado en estos indicadores tanto a nivel centroamericano como latinoamericano.

La llamada “Suiza de Centroamérica” está experimentando un deslizamiento del baricentro político hacia la izquierda gracias a la irrupción del candidato del Frente Amplio, el abogado y diputado de 36 años de edad José María Villarta. Las encuestas prevén que podría haber un balotaje entre el candidato del Frente, segundo con cerca del 20-22% de las intenciones de voto,  y el líder en los sondeos de opinión, el alcalde de la capital San José del PLN, Johnny Araya, quien cuenta con cerca del 35% de las preferencias preelectorales.

Les siguen los otros candidatos, que son trece en total como suele ocurrir en Costa Rica, principalmente el derechista ultraliberal Otto Guevara del ML (Movimiento Libertario) y Luis Guillermo Solís del socialdemocratico Acción Ciudadana quienes cuentan con alrededor del 15% de las preferencias.

La novedad generacional y partidista constituida por el progresista Villalta y la expectativa de un crecimiento del Frente Amplio está en su crítica acérrima contra la política tradicional (AC y PLN, in primis) y la corrupción, unos temas muy sensibles en un país embestido duramente por la crisis económica que está viendo cómo se esfuma progresivamente su ideal histórica de nación clasemediera, próspera, pacífica y trabajadora con garantías sociales y estado de bienestar.

Al parecer, entonces, ningún pretendiente podrá alcanzar el 40% de los votos necesarios para ganar en la primera ronda, así que serán estratégicos los caudales electorales que se puedan canalizar a favor de uno u otro candidato cuando en el juego se queden sólo los primeros dos. En este sentido, en caso de que sea él quien compita en la segunda vuelta, para Villalta es necesario enfocarse en conquistar el electorado del PAC y hacer hincapié aún más en convencer a los ciudadanos abstencionistas (cerca del 30% del padrón), en capturar el descontento contra los “mismos de siempre” de la élite tradicional. En un país católico y conservador, Villalta, por lo menos, ha manifestado apertura sobre el aborto terapéutico y la restitución al Estado de sus prerrogativas en materia económica como actor del desarrollo y redistribuidor de la riqueza.

Con el plan “Un país de oportunidades para todos y todas”, el Frente Amplio propone el control de precios para alimentos de la canasta básica y las medicinas, el aumento de los impuestos para los ricos y el fomento al mercado interno, la garantía de la vivienda, la ampliación de derechos para la comunidad LGBT, la suspensión de las negociaciones del Tratado Transpacífico y la renegociación de otros tratados suscritos por Costa Rica como el de Libre Comercio con Estados Unidos, caracterizados por fuertes asimetrías.

También crece la decepción popular de vastos sectores hacia la política neoliberal y de austeridad de los ex presidentes del PLN, Laura Chinchilla (2010-2014) y Óscar Arias (2006-2010), lo cual ensancha un espacio, inédito hasta la fecha, para propuestas de centroizquierda. El partido dominante ha perdido capacidad para responder a las crecientes demandas sociales y ha experimentado una disolución progresiva de sus redes de influencia y de sus “lealtades”, lo cual abrió espacios a la izquierda y también, en menor medida, a la derecha, con la presencia importante de Otto Guevara del ML.

La menor credibilidad del PLN podrá ser aprovechada, por tanto, por diferentes realidades políticas, pero la renovación y el cambio ya están tocando la puerta del panorama político interno y regional, ya que también el Partido Libre de Honduras y el Frente Farabundo Martí de Liberación Nacional de El Salvador se están afianzando como alternativas para administrar, conseguir cargos en los congresos nacionales y en un nivel local y finalmente renovar dirigencias y programas.

 Twitter @FabrizioLorusso

Crisi, Analisi e Proposte. L’Uomo Nero e il fantasma

Denari! Non avete sentito il racconto? 

Di cos’altro andavano in cerca , quei ribaldi, se non di denari?
Cos’altro stava loro a cuore se non i denari?

(Robert Louis Stevenson, L’isola del tesoro)

di Sandro Moiso (CarmillaOnLineL’Uomo Nero si aggira per l’Europa. Ha più nomi, più maschere, ma è destinato a diffondere il panico anche solo a parlarne. SpreadDefaultUscita dall’euroAbbassamento del rating, comunque se ne parli è sempre quello: il mostro da evitare ad ogni costo. Non importa se si è ricchi o poveri. Non importa se si appartiene alla classe degli imprenditori o a quella dei lavoratori dipendenti. La paura deve accomunare tutti. O, almeno, così si vorrebbe.

treasure.jpgMa le cose non stanno esattamente in questo modo. Non che vadano bene, anzi. Ma non siamo tutti sulla stessa barca e a colpi di remo i differenti vogatori la vorrebbero portare in direzioni opposte.
La crisi c’è, esiste ed è pesante. Potremmo dire che l’economia, che già è un soggetto piuttosto astratto, sta presentando il conto ad una società basata sull’opulenza del capitale fittizio.
Fittizio, ovvero che non c’è, che non è mai stato prodotto, che è stato solo e sempre gonfiato, negli ultimi decenni, dalla speculazione su titoli tossici e sul rifornimento costante alle banche di carta straccia chiamata dollaro o euro a seconda che la cosa avvenisse da una parte o dall’altra dell’Atlantico.

Sì, carta straccia non solo per i titoli spazzatura , ma anche per le due monete che hanno cercato vanamente di spartirsi il mondo, non accorgendosi che la produzione di valore reale, così essenziale al permanere e alla sopravvivenza di una società basata sul capitale e sul suo ciclo, si era significativamente riposizionata in altre aree del globo.
Marx e i classici sono stati buttati via, al massimo sostituiti da qualche magia keynesiana o da qualche autoritario provvedimento dei Chicago Boys.

Già perché la crisi attuale ha una storia lunga e complessa e cercando di coglierla a volo d’aquila nel contesto della storia dell’ultimo secolo, anche tralasciando quel pazzo di Lenin e la sua scoperta, in tempi non sospetti, dell’enorme sviluppo del capitale finanziario (eravamo nella primavera del 1916), si scoprirebbe non solo che la dichiarazione, fatta da Nixon, della non convertibilità del dollaro in oro nel 1971 è alla base di tutti i processi inflazionistici successivi, ma anche che nel 1929 l’eccesso di credito pompato dalla Federal Riserve nelle banche e nell’economia americana fu già alla base delle speculazioni che finirono col travolgere Wall Street e il mondo intero.

eurocrack.jpgChe – dirà a questo punto qualcuno dei lettori – mi sei diventato monetarista?
No, tranquilli, ma questa ultima osservazione serviva proprio a sottolineare come, alla faccia di tutti coloro che sono costantemente a caccia di novità, nulla sia cambiato dalla Grande Crisi ad oggi. Gli errori sono sempre gli stessi, i protagonisti anche e i trombati pure.
Banche, imprese, lavoratori: la tripartizione indoeuropea funziona ancora.

E’ chiaro, l’aveva capita anche quel pollo di Keynes, la crisi affonda sempre le sue radici nella caduta di accumulazione dei profitti legati alla produzione materiale e al venir meno dei consumi. Marx l’avrebbe chiamata caduta tendenziale del saggio di profitto, ma oggi guai a nominarla!
Beh, insomma, anche se Keynes non l’aveva capita proprio bene, cercò comunque di metterci una pezza: “ a costo di scavare buche per poi tornare e riempirle” come disse lui stesso, proponendo la figura dello Stato come committente e cliente, allo stesso tempo, di opere pubbliche destinate a rilanciare lavoro, occupazione e consumi.

Mussolini, da buon italiano furbo, ci aveva già pensato con bonifiche e fondazione di città nuove, Roosvelt, da americano pragmatico ed ottimista, la pensò più in grande e fu il New Deal.
Sì, peccato che senza il secondo conflitto mondiale da quella crisi non se ne sarebbe usciti lo stesso, anche con gli sforzi hitleriani di andare nella stessa direzione (più stato, più lavoro coatto, più sviluppo). Solo attraverso la vittoria in quella guerra gli Stati Uniti ottennero il privilegio di emettere moneta di riserva e poi, più tardi, di renderla inconvertibile.

monthly.jpgNegli anni settanta Joan Robinson, economista non accecata da conti e statistiche, parlò a proposito degli USA di un keynesismo militare, mentre Paul Baran e Paul Sweezy, sulle pagine della loro bella rivista Monthly Review, si divertivano a prendere in giro quelli che chiamavano polli keynesiani. Ma chi se ne ricorda ormai più, se non i lettori superstiti e non italiani della stessa ?!
Militare, il keynesimo, negli Stati Uniti lo è stato fin dalla preparazione del conflitto mondiale e nei quasi settant’anni trascorsi dalla fine dello stesso; polli furono e sono tutti coloro che affidandosi ai maneggi di John Maynard Keynes pensano di essere a sinistra, anzi di sinistra.

Perché a sinistra o a destra di qualcuno o di qualcosa si può sempre stare, ma per rifiutare radicalmente le logiche che sottendono l’attuale modo di produzione non basta chiedere l’intervento dello stato ad ogni piè sospinto.
Marx prima e Lenin dopo, più tutti gli altri, ci hanno insegnato che la macchina statale va spezzata e non rafforzata o invocata come salvezza per chi lavora.
Lo Stato è il comitato d’affari della borghesia”, Engels dixit. Fatevelo bastare, punto e a capo.

blackman.jpgMa torniamo alla nostra crisi e alla paura dell’Uomo Nero attuale.
Per anni, grosso modo a partire dalla gestione di Greenspan della Federal Reserve, è diventato un dogma pensare che primo dovere dello Stato, in quanto detentore del diritto di stampare moneta, fosse quello di sostenere banche, speculazione e consumi attraverso una creazione controllata del contante necessario a sostenere tutto ciò.
Una sorta di keynesismo monetarista che ha gonfiato a dismisura titoli, debiti e valore degli immobili, oltre che dare l’illusione di una crescita dei patrimoni dei piccoli risparmiatori anche in assenza di una crescita reale del prodotto e del reddito.

Per intenderci e facendo riferimento all’italietta nostrana: ma nessuno si è mai chiesto come fosse possibile che in assenza di crescita del prodotto e del reddito da lavoro (fermo oramai da vent’anni) il livello di benessere (apparente) potesse aumentare globalmente?
Questa sembrava per i più sprovveduti la decisiva sconfessione di Marx e della sua legge dell’impoverimento progressivo dei lavoratori.

Non più crisi da sovrapproduzione, non più cicli economici, non più produzione materiale, soltanto produzione snella, on-time, possibilmente immateriale. Ci sono cascati in molti, troppi, anche tra i vecchi estremisti. Non più lotta di classe, ma potere delle moltitudini.
Gioiose, inutili, sgangherate macchine da guerra che camminando all’indietro, pronte per essere riassorbite dall’ideologia dominante, pensavano di procedere in avanti.

Fuori dal ristretto orizzonte nostrano, però, milioni di operai cinesi continuavano indefessi a produrre ciò che qui si acquistava senza fatica.
Mentre in occidente, con poca fatica, anche l’ultimo dei fessi giocava in borsa o si rivolgeva ad un promotore finanziario che, peggio di un inviato di Al Qaeda, prometteva meraviglie a chi avesse immolato i suoi risparmi e i suoi averi ai fondi gestiti e gonfi di titoli spazzatura.

Ma non si pensi che in tutto questo ci fosse almeno un ordine, una logica, un programma. No!
Tutto questo è andato perso lungo il percorso: Hedge FundsCdo (obbligazioni debitorie collateralizzate ovvero debiti di qualcuno trasformati in investimenti a rischio) e un sacco di altra spazzatura (come gli attuali titoli di Facebook) sembravano garantire guadagni illimitati, senza che nessuno ne capisse neppure il perché

Nelle parole di Ben Shalom Bernanke, succeduto a Greenspan nella direzione della Federal Reserve ed attuale suo presidente, sta la miglior riprova di ciò che si va qui affermando. Nel 2007, dopo che le Cdo erano cresciute da 225 miliardi di dollari nel 2005 a 450 miliardi nel 2006, all’Economic Club di New York, a chi gli domandava spiegazioni su tali titoli, il potente rappresentante della finanza statale statunitense rispose :”Mi piacerebbe capire che valore hanno questi dannati cosi”.
Ecco da quale mirabile scuola escono i nostri tecnici !

Poi il 2008, anno nefasto, rivelò l’inganno.
Gli infiniti mutui, aperti anche a chi non aveva un lavoro con cui ripagarlo, esplosero sul mercato americano, con ripercussioni a livello mondiale.
Come si reagì dopo il primo sbandamento, negli USA e in Europa? Ma è naturale, continuando le precedenti politiche di allargamento del credito alle banche, che proprio su quel tipo di distribuzione di denaro a baso tasso di interesse avevano giocato per soddisfare, con interessi maggiorati, la voglia di consumo dei cittadini occidentali e di speculazione della finanza internazionale.

paperone.jpgNell’immane disastro di metà 2008, la quantità maggiore di capitale degli Stati Uniti, ovvero il valore delle total home equity delle famiglie crollò da 13000 miliardi di dollari del 2006 a 8800 miliardi. La seconda, in ordine di grandezza, i total retirement asset calarono del 22% da 10300 miliardi a 8000 miliardi […]Ma, almeno, delle perdite in borsa tanto piante, o dei valori delle case, persino del crollo dei consumi in difetto di gioia speculativa, si può tentare il conto. Alla devastazione dei bilanci bancari invece a tutt’oggi non può darsi un’onesta misura. […] Nel panico Federal Reserve e BCE immisero allora 2500 miliardi di liquidità nel mercato del credito, effettuando la più grande spesa nella storia della moneta, da che esiste l’umanità. Da solo, il governo americano ne investirà poi altri 1500 miliardi per acquistare azioni non solo americane. E così evitare l’ebbrezza in ritardo di una crisi ultima del capitalismo”.

E la stessa politica è proseguita, sulle due coste dell’Atlantico, nei quattro anni seguenti.
Non era bastata la lezione degli anni Venti, quando a partire dal luglio del 1927 la solita FED alimentò con 200 milioni di dollari la bolla di Wall Street di cui tutti ormai conoscono le disastrose conseguenze. Mentre alla fine degli anni ’90 del XX secolo, con la Federal Reserve guidata da Alan Greenspan, gli americani avevano già sperimentato “la più grande bolla finanziaria che una nazione sulla terra avesse mai sperimentato”.

Il presidente della FED precedente, Volcker, si trovò, però, costretto a dichiarare, nel maggio del 1999, che:”Le sorti dell’economia mondiale dipendono dalla crescita degli Stati Uniti, che dipende dalla Borsa, la cui crescita dipende da cinquanta titoli, metà dei quali non ha riportato alcun guadagno”. Mentre uno studio della Northwestern University affermava che “ Non c’è stata alcuna accelerazione della crescita della produttività dell’economia al di fuori del settore che produce l’hardware dei computer […] E in effetti, invece di esibire un’accelerazione di produttività, la sua decelerazione nel manifatturiero è andata peggio. C’è stato un rallentamento della produttività nell’intero settore manifatturiero nel 1995 -1999, comparato agli anni 1972 -1995, e proprio nessuna accelerazione per i beni non durevoli”.

In Cina nel 1985, con il formarsi delle prime joint-venture, si producevano solo poche migliaia di auto, ma nel 1993 erano già diventate 200 mila. Nel 2004 se ne produrranno 2 milioni e 300 mila, mentre nel 2009 ci sarà il sorpasso degli Stati Uniti e la Cina si troverà ad essere il massimo mercato automobilistico e produttivo del pianeta. Certo questo è stato anche conseguenza dell’investimento massiccio operato dalle multinazionali nello stesso paese tra il 1994 e il 2009, ma il risultato non cambia: l’asse produttivo del pianeta non è più in America e nell’Occidente europeo, s’è spostato altrove.

E così la percentuale maggiore di plusvalore, mentre al capitale fittizio occidentale non restava che impiccarsi a se stesso.
Cosa che sta avvenendo ora, adesso, tra strepiti e sussulti, tra grida e minacce.
L’Uomo Nero appunto.
E se fin qui si sono usati esempi presi soprattutto dall’economia americana degli ultimi decenni, deve essere altresì chiaro che in Europa le cose non sono andate meglio, anzi. Anche in Germania.

nazieuro.jpgLa rigida Germania di Angela Merkel che, da perfetta cristianissima bigotta, predica bene e razzola male. Il volto produttivo della Germania, l’apparente efficienza della sua amministrazione che le permette di imporre il fiscal compact a tutti i paesi europei all’ombra della BCE, nascondono in realtà la coscienza sporca di chi ha le banche forse più esposte nei confronti dei titoli spazzatura statunitensi e dei titoli europei più a rischio.

Cosicché gli stessi stress test fatti sulle banche europee erano calibrati in modo da escludere che la Kfw (Kredinstalt für Wiederaufbau ovvero l’Istituto di Credito per la Ricostruzione istituito nel 1948 con il Piano Marshall ), una banca governativa destinata ad incrementare lo sviluppo interno, fosse dichiarata fallimentare poiché ricolma di titoli tossici di ogni provenienza. Anche greci, naturalmente. Caustico, il Financial Timesaveva commentato in quei giorni:”Se provassimo a verificare la sicurezza delle automobili o dei giocattoli con lo stesso metodo che l’Unione Europea ha impiegato per i suoi stress test sulle banche, finiremmo in prigione”.

Anche in Europa la crescita apparente del benessere non era confortata da dati reali.
In Italia “nel 2003 il totale dei redditi distribuiti alle famiglie consumatrici era, in termini reali, superiore a quello del 1990 di un miserrimo 5,35%. Si badi in 14 anni un incremento circa di un ventesimo. Invece la ricchezza reale netta delle famiglie, nello stesso periodo, crebbe del 21,6%, più di un quarto. L’euro servì non ad accrescere redditi e consumi, ma a lievitare e consolidare i patrimoni”. Aggiungerei: immobiliari soprattutto.

Per quello che ci interessa però occorre rimarcare che nello stesso 2003 “ ai lavoratori toccava il 48,9% del reddito nazionale netto; nel 1972 era il 62,9%. La quota dei redditi da lavoro dipendente è regredita, ora è circa la stessa del 1951, dell’Italia prima del boom”.
Oggi sicuramente la situazione è ulteriormente peggiorata, ma un dato resta da sottolineare: nel corso degli anni novanta in realtà la classe operaia ha ceduto al tasso di profitto quanto si era ripresa negli anni settanta. Un profitto, però, che non è stato reinvestito proficuamente nell’attività produttiva, ma, grazie alle facilitazioni del credito, nella speculazione più crassa e, sicuramente, più mafiosa.

Questo scollegarsi del capitale dalla produzione per ancorarsi sempre più alla speculazione; questo tentativo dannato e dannoso di abbreviare sempre più i cicli di realizzazione dei profitti attraverso scorciatoie criminali e trucchi da prestidigitatori da strapazzo ha fatto sì che sempre più il debito privato si trasformasse in debito pubblico, con le conseguenze che tutti abbiamo ora sotto gli occhi.

Ma questa scelta è stata dettata anche da una crisi immanente del modo di produzione capitalistico, sempre negata dagli economisti e dagli elogiatori di ogni colore delle meraviglie della civiltà occidentale.
La speculazione finanziaria non è altro che l’ultima risorsa del capitalismo morente per rinnovare i propri fasti e profitti.
Un falso elisir di lunga vita, dunque.

Tutto questo, però, non ha portato soltanto ad una drastica riduzione delle quote salariali, alla quasi scomparso di ogni tipo di welfare e ad un progressivo e drammatico aumento della disoccupazione, soprattutto giovanile.
Ha fatto anche in modo che i lavoratori si siano sentiti spesso mazziati e contenti, apparentemente partecipi di una ricchezza che non gli apparteneva e che, con le prima ondate di crisi, gli è stata rapidamente levata.

Questa è la base economica di una protesta sociale e proletaria che spesso si affida ancora al populismo e di cui abbiamo già parlato. Una protesta che non si affida solo, di volta in volta, alla Lega o a Beppe Grillo, ma anche a formulazioni dal contenuto vago: come i piagnistei sulla tassazione e il prelievo fiscale sugli stipendi o le occupazioni di sedi di istituti di credito per richiedere l’apertura di linee di credito al proprio, fantomatico datore di lavoro.
Nel primo caso il lavoratore rinuncia alla propria coscienza di classe antagonista per fondersi nel mare dei veri o presunti “tartassati”. Nel secondo, come è avvenuto di recente in Sicilia, il lavoratore fonde il suo interesse con quello del suo datore di lavoro, in questo caso la Dr Motor di Massimo Di Risio, rimontatore di auto e suv cinesi, di Macchia d’Isernia e pretendente al trono FIAT di Termini Imerese.

Tutti inseriti d’ufficio in una sterminata classe media priva di confini, tutti uguali negli interessi d’impresa, tutti uguali nel voler salvare i propri risparmi e patrimoni: è proprio questo che si vuole ottenere con l’Uomo Nero agitato dai media e dal mondo politico. La peggior retorica e la peggiore demagogia populista, nazionaliste, se non addirittura regionalista, al Nord come al Sud, messe al servizio dell’esorcismo destinato ad impedire le rivolte e le lotte che la crisi attuale è destinata a scatenare e che sta già scatenando.

ghost.jpgQuesto è, come sempre, come centosessant’anni fa, il Fantasma che fa davvero paura.
Il Fantasma del rifiuto delle logiche del capitalismo, dello sfruttamento, dell’appropriazione privata della ricchezza sociale e del suo dilapidarsi in speculazioni e truffe che giovano ad alcuni e danneggiano il restante 99%. Insomma, il Fantasma del comunismo cui la presente crisi sta spalancando le porte.

Ma per esorcizzare questo rosso fantasma i tecnici dei governi, la BCE e il FMI useranno anche altri strumenti, perché un conto è farsi le scarpe tra solidali (del capitale e della finanza) altro conto è permettere che siano altri, più anonimi, a farlo.
E allora vai con le accuse di terrorismo nei confronti di qualunque lotta, vai con le pattuglie di militari un Val di Susa e nelle strade delle città, vai con le indagini su chi afferma verità eretiche nei confronti del pensiero dominante.

Bersani, Camusso e Cancellieri hanno già aperto il fuoco di fila, presentandoci l’antipasto e in attesa delle portate successive.
Due forze speculari si fronteggiano così nell’agone dello spettacolo politico: da una parte chi crede che sia possibile colpire una parte per il tutto, sostituendosi alle reali forze sociali che prima o poi dovranno fare i conti con la macchina bellico-economica capitalistica.

Dall’altra chi spera di ridurre il diffondersi della protesta, anche nelle forme devianti cui più sopra si accennava, a “terrorismo”, nemico supremo e comune di tutti i rispettabili cittadini.
E giù accuse e minacce, aperte da frasi deliranti, troppo tardi smentite, sulla pericolosità della lotta No-Tav o di qualunque altra manifestazione che non si faccia ingabbiare dai sindacati confederali o dalle politiche istituzionali. E in questo senso complimenti alla chiara coscienza di un ex-ministro di sinistra che ha dichiarato che il terrorismo è il primo nemico della classe operaia…e noi che pensavamo che fosse il capitale!?

tognazzi br.jpgMa per esorcizzare le lotte c’è ancora un altro sistema, che potrebbe essere usato in Grecia come, magari in modo più strisciante, anche qui in Italia: una presenza sempre più massiccia dei militari sul territorio e nella gestione della pubblica amministrazione.
E’ inutile nasconderlo: da quando le elezioni greche non sono andate come i signori della finanza avrebbero desiderato, da un lato si è fatto buon viso a cattivo gioco auspicando uno sforzo comune affinché la Grecia sia “aiutata” a rimanere nell’area euro, mentre dall’altro si son fatti sempre più evidenti i richiami ad un possibile golpe “per impedire lo scatenarsi di una guerra civile”.
Nessuna novità neanche qui, è lo stesso linguaggio delle “missioni di pace” all’estero traslato in chiave di politica “interna” europea.

Ma anche in Germania, come in questi giorni a Francoforte, e in altri paesi europei la massiccia presenza sul territorio di forze dell’ordine e militari sembra destinata a crescere.
D’altra parte: che ce li abbiamo mandati a fare tanti soldati all’estero, se non ad addestrarsi alla contro-guerriglia e al controllo delle aree urbane?
Anche qui da noi non bastano i 1500 soldati richiesti dalla Cancellieri per la protezione di obiettivi sensibili; ce li siamo già dimenticati quelli che sono già stabilmente in servizio di ordine pubblico in tante città?

Così anche l’uso che si è iniziato a fare di alti ufficiali dei carabinieri per la gestione della cosa pubblica in Italia sembra voler andare nella direzione di abituare l’opinione pubblica alla ingombrante presenza dei militari non soltanto sul territorio, ma anche nelle ASL o nelle altre amministrazioni pubbliche.
In previsione, perciò, di una possibile parziale privatizzazione dei servizi sanitari e di un aumento dei costi degli stessi per tutti i cittadini, il fatto che un generale in pensione dell’Arma e un colonnello della stessa siano stati messi a dirigere rispettivamente l’ASL di Napoli e quella di Salerno, può apparire, infine, piuttosto significativo.

Ultima, infine, viene la guerra.
La guerra imperialista che già due volte ha sconvolto l’Europa e il mondo negli stessi ultimi cent’anni , mentre una terza sembra già essere iniziata , almeno in forme prima striscianti e oggi sempre più evidenti, fin dalla riunificazione tedesca e dalla prima guerra del Golfo.
Il nazionalismo che sottende ogni imperialismo è già in atto e i nemici non sono solo più gli islamici o gli stati canaglia.

Il nazionalismo, la chiamata alle armi contro i nemici esterni, è sempre l’ultima ratio dei regimi in difficoltà. E’ l’altro potente strumento di integrazione, così come capì bene la borghesia francese quando scelse come inno “La Marsigliese”.
Aux armes citoyens, formez vos bataillons“…etc etc.
Ed è la componente principale del razzismo di ogni tempo.
Mentre chi gli si oppone corre anche il rischio di essere inquisito per incitamento all’odio di classe!

Oggi anche i nostri rispettabili vicini di casa possono trasformarsi in “pericolosi nemici”. E persino le stimate agenzie di rating, che hanno in precedenza condotto i nostri governi sulla strada del taglio della spesa pubblica, possono trasformarsi, da un giorno all’altro, in pericolosi killer contro cui anche il timorato e timoroso Pier Ferdinando Casini è pronto a prendere le armi.

Guerra, ultima ratio di ogni grande crisi del modello sociale basato sull’accumulazione capitalistica. Guerra, sicuro rilancio della produzione industriale e del ritrovato vigore dei titoli degli stati coinvolti. Guerra, facile modo per riassorbire la disoccupazione attraverso la produzione bellica o sui campi di battaglia. Guerra, sinonimo di controllo sociale e sindacale
Sempre che la possibile apocalisse preparata da Israele nei confronti dell’Iran non venga a portarsi già via tutto nell’autunno di questo fatidico 2012.

1919.jpg
Si è aperta, lo si è detto pochi giorni fa su queste stesse pagine, un’aspra stagione.
Occorrerà essere determinati e lucidi nell’affrontarla, sapendo che, in un modo o nell’altro, questo mondo non potrà mai più essere come prima.
Anche chi lotta contro le sue ingiustizie, contro le prevaricazioni e le truffe che lo contraddistinguono dovrà saper rinunciare a qualcosa.

La sinistra greca uscita di fatto vincitrice dalle ultime elezioni, probabilmente scoprirà il bluff tedesco e della BCE, anzi lo ha già fatto.
Dopo le prime dichiarazioni sprezzanti, BCE, FMI e Merkel sembrano essere addivenuti a più miti consigli. Fino ad ipotizzare una mutualizzazione del debito greco (in attesa dell’esplosione di quello spagnolo, etc). Ma questa è solo una parziale e ancora non del tutto certa vittoria. I cui costi saranno prevalentemente scaricati, anche se in tempi diversi, sul mondo del lavoro. Sul 99%.

Occorrerà saper rompere gli schemi in cui il meccanismo del debito pubblico blocca giovani, disoccupati e lavoratori dipendenti. E non saranno certo un aumento della produttività o il sempiterno feticcio denaro a garantirne il futuro.
La macelleria sociale non potrà essere rintuzzata appellandosi alle elemosine dello Stato o della finanza. Saranno i movimenti a darsi i loro strumenti e i loro istituti, finalmente liberi ed autonomi dall’ingerenza dello Stato e del capitale.
Occorrerà andare oltre gli angusti limiti di un welfare state che appartiene ancora alle logiche stataliste degli anni ’30 e rivendicare il diritto collettivo all’uso e al godimento della ricchezza socialmente prodotta, infischiandosene dei patti già firmati da governi e tecnici in cui non ci si è mai potuti e non ci si può più riconoscere.

Occorrerà comprendere e trasformare il concetto di Economia.
Andare oltre il concetto egoistico di oikonomia, tratto da Aristotele e che sottende una saggia gestione della casa. Concetto egoistico e meschino, timorato della proprietà privata.
Basato sulla moneta, sul profitto e sulla partita doppia.
Occorrerà invece coglierlo in tutta la sua potenza intendendolo come gestione comunitaria, in costante divenire, della trasformazione dell’energia in lavoro; un lavoro, però, non più alienato, socializzante, creativo e non più coatto, capace di trasformare, senza inaridirlo, il pianeta di cui siamo soltanto ospiti temporanei.

Occorrerà saper tradire le alleanze annullandole e non rispettare i patti economici suicidi.
Occorrerà saper difendere, in ogni parte del mondo, il diritto di scegliere come organizzare la società su basi solidali più ampie.
Occorrerà lottare, anche duramente, per impedire che si ripetano le illusioni, le false promesse e il ritorno allo sfruttamento passato.

24mtsurf.jpgNei giorni scorsi un surfista ha cavalcato, in Portogallo, un’onda alta 24 metri.
Tutti i nuotatori più o meno esperti sanno che in caso di onde molto alte conviene andare loro incontro piuttosto che cercare di recuperare la spiaggia, pena l’essere risucchiati dal vortice da esse creato. Onde molto alte ci attendono e la spiaggia di partenza non ci offre più alcun rifugio.
Hic Rhodus, hic salta!

N.B.
Tutte le citazioni, prive di altre indicazioni, contenute nell’intervento sono tratte da:
Geminello Alvi, Il Capitalismo, Marsilio, Venezia 2012

Inside Job: il documentario sulla crisi narrato da Matt Damon

INSIDE JOB. Film documentario cui Matt Damon ha prestato la voce sui motivi, le conseguenze e i retroscena della crisi finanziaria del 2008 che stiamo vivendo ancora oggi in pieno 2012. In inglese senza sottotitoli ma comunque chiarissimo (parla da solo!).

‘Inside Job’ provides a comprehensive analysis of the global financial crisis of 2008, which at a cost over $20 trillion, caused millions of people to lose their jobs and homes in the worst recession since the Great Depression, and nearly resulted in a global financial collapse. Through exhaustive research and extensive interviews with key financial insiders, politicians, journalists, and academics, the film traces the rise of a rogue industry which has corrupted politics, regulation, and academia. It was made on location in the United States, Iceland, England, France, Singapore, and China.

Articolo 18: le verità nascoste

Questo è un appello promosso da giuristi e cittadini e diffuso da Studio Legale Associato (link). Ma è anche un articolo di controinformazione molto utile per capire  e centrare meglio il dibattito confuso e tendenzioso sull’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori e la riforma del lavoro al centro dell’agenda politica attuale. Meditiamo.

Desta grande sconcerto, tra gli operatori giuridici (avvocati, magistrati) che quotidianamente hanno a che fare, per il loro lavoro, con la tematica dei licenziamenti, il livello di approssimazione e di assoluta lontananza dalla realtà con cui tanti autorevoli personaggi della politica, del giornalismo  e persino dell’economia affrontano l’argomento, contribuendo ad alimentare una campagna di disinformazione senza precedenti.

Sta infatti entrando nella convinzione del cittadino (che non abbia, in prima persona o attraverso persone vicine, vissuto il dramma della perdita del posto di lavoro) la falsa impressione che in Italia sia pressoché impossibile licenziare, persino nei casi in cui un’impresa, in comprovate difficoltà economiche e finanziarie,  con forte calo di ordini e  bilanci in rosso, avrebbe necessità di ridurre il proprio personale (caso spesso citato nei dibattiti televisivi per mostrare l’assurdità di una legislazione che ingessi fino a questo punto l’attività imprenditoriale).

Queste leggi assurde, poi, si salderebbero con una asserita “eccessiva discrezionalità interpretativa” dei magistrati (categoria della quale, nell’ultimo ventennio, ci hanno insegnato a diffidare) e sarebbero la causa, o quantomeno la concausa, del precariato giovanile.

Senza considerare che è l’Europa a chiederci di rivedere la normativa in tema di licenziamenti, perché eccessivamente rigida. Inoltre il diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro sarebbe un’ “anomalia nazionale”.

Come si sa, il principio di propaganda che sostiene che “una bugia ripetuta mille volte diventa verità” paga, ed è estremamente rara, nei talk show televisivi, la presenza di giuslavoristi che raccontino cosa effettivamente accade nei luoghi di lavoro, nelle trattative sindacali, negli studi degli avvocati e nelle aule di giustizia: che cioè la legge già consente di licenziare per motivi “inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa” e che conseguentemente   i licenziamenti per riduzione di personale avvengono quotidianamente, sia da parte di aziende con meno di 16 dipendenti (che non hanno altro onere che quello di pagare un’indennità di preavviso molto più bassa di quella prevista in altri paesi europei: solo ove un giudice accerti che le motivazioni addotte non sono vere, dovrà pagare un’ulteriore indennità, comunque non superiore a sei mensilità) sia da parte delle grandi aziende (che in caso di esubero di personale di più di cinque unità devono solo seguire una procedura che coinvolge il sindacato, ma che le vincola –  anche in caso di mancato accordo sindacale al suo esito –  esclusivamente a seguire dei criteri oggettivi nella selezione del personale da licenziare).

Al di fuori dei licenziamenti per motivi economici –  rispetto ai quali il giudice ha (solo) il potere di effettuare un controllo: a)  di verità sui motivi addotti nei licenziamenti individuali e b) di regolarità della procedura nei licenziamenti collettivi –  l’art. 18  si applica, ai datori di lavoro con più di 15 dipendenti, in caso di licenziamenti individuali, quasi sempre per motivi disciplinari.

E qui, di volta in volta, il magistrato valuta il caso concreto, che non è mai come quelli da barzelletta che vengono talvolta riportati per dimostrare l’arbitrarietà del giudice e la presunta assurdità del sistema. Da oltre trent’anni si sente parlare del caso del garzone del macellaio amante della moglie del datore di lavoro, che sarebbe stato reintegrato perchè i fatti avvenivano al di fuori dell’orario di lavoro.

Basta che una falsa notizia come questa venga detta in televisione, ed ecco che il quadro è completo e il prodotto confezionato: l’opinione pubblica, dopo un mese di questa martellante propaganda, è pronta ad accettare le giuste soluzioni che – condivise o non condivise da tutti i sindacati – ci facciano fare quel passo decisivo per adeguare l’Italia alle nuove esigenze della globalizzazione e renderla finalmente competitiva anche rispetto ad altri paesi europei che hanno una maggiore flessibilità in uscita.

Ma è proprio vera quest’ultima cosa? Come mai non riusciamo a leggere in nessun giornale che gli indici OCSE che segnalano la cd. rigidità in uscita collocano attualmente l’Italia (indice dell’1.77) al di sotto della media europea (basti dire che la Germania ha l’indice 3.00)?  Ed è proprio vero che  il diritto alla reintegrazione (in caso di licenziamento dichiarato illegittimo) è previsto solo nel nostro Paese? Premesso che il discorso dovrebbe essere approfondito, va detto che in certi Paesi è addirittura costituzionalizzato (Portogallo) ed in altri è un rimedio possibile (ad esempio Svezia, Germania, Norvegia, Austria, Grecia, Irlanda, in taluni casi  Francia) spesso accompagnato da ulteriori tutele.

La verità è che  non esiste un vero collegamento tra la ripresa produttiva e la libertà di licenziare, e forte è quindi  il timore che il ”governo tecnico”, approfittando della crisi economica, possa dare attuazione ad un antico progetto di riassestamento del potere nei luoghi di lavoro, che per essere esercitato in modo sovrano  mal tollera l’esistenza di norme di tutela dei lavoratori  dagli abusi.

Perchè è questo, e solo questo, il senso profondo dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: una norma che sanziona il comportamento illegittimo del datore di lavoro ripristinando lo status quo ante che precedeva il licenziamento – lo si ribadisce – illegittimo. E la cui esistenza, per l’appunto, impedisce che il potere nei luoghi di lavoro (con più di 15 addetti, purtroppo, perchè altrove, appunto, tale tutela non c’è)  possa essere esercitato in modo arbitrario  e lesivo della dignità dei dipendenti.

Ma nello stesso tempo occorre valutare con estrema attenzione anche tutte quelle prospettate soluzioni che, prevedendo la  “sospensione temporanea” dell’articolo 18 per i primi tre o quattro anni per i giovani in cerca di un’occupazione stabile, teoricamente  non sottrarrebbero la tutela dell’art. 18 “a chi già ce l’ha”.

Occorre, infatti, quanto meno scongiurare l’ipotesi che in tale formula rientrino tutti i nuovi rapporti di lavoro poiché, altrimenti, inevitabilmente vi ricadrebbero anche coloro che, pur avendo goduto in passato della tutela dell’articolo 18, si ritrovino in stato di disoccupazione (dato che, come abbiamo visto, la norma non vieta affatto di licenziare, sanzionando solo i licenziamenti privi di giusta causa o giustificato motivo, e quindi solo quelli illegittimi).

E dal momento che, checché se ne dica, il posto di lavoro fisso a vita è veramente un sogno e il mercato del lavoro è in continuo movimento (specie per quanto riguarda l’invocata flessibilità in uscita), nel caso in cui le disposizioni in cantiere non siano circoscritte con precisione, avremmo un esercito di disoccupati attuali o potenziali anche ultracinquantenni che, lungi dal portarsi dietro, infilato nel taschino della giacca, l’articolo 18 goduto nel precedente posto di lavoro, ingrosserebbero le fila dei nuovi precari.

Perchè diversamente non possono essere considerati dei dipendenti che per tre o quattro anni siano sottoposti al ricatto della mancata stabilizzazione ove non “righino dritto” senza ammalarsi, fare figli,  scioperare o avanzare rivendicazioni di sorta (e se, alla fine del triennio, non vi sarà – com’è probabile – alcuna garanzia di “stabilizzazione” del rapporto, in questo gioco dell’oca si potrà tornare alla casella di partenza, con un diverso datore di lavoro…).

Ecco quindi che, per altra strada, si arriverebbe a ridimensionare anche i diritti di coloro ai quali l’articolo 18 attualmente si applica, risultato che la propaganda vorrebbe finalizzato a favorire quelli che ne sono esclusi: come ha scritto Umberto Romagnoli, è come avere la pretesa di far crescere i capelli ai calvi rapando chi ne ha di più.

Un’ultima annotazione su un’altra soluzione di cui si sente parlare: la sostituzione della sanzione prevista dall’articolo 18 (reintegrazione) con un’indennità in tutti i casi di licenziamenti semplicemente motivati da ragioni economiche.

Si è già detto che tali licenziamenti sono già consentiti, e secondo l’art. 30 della legge 183 del 2010  “il controllo giudiziale è limitato esclusivamente (…) all’accertamento del presupposto di legittimità e non può essere esteso al sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro”.

Cosa si vuole di più? Perché si vorrebbe impedire al giudice anche un accertamento di legittimità (e non di merito) sulle motivazioni addotte? Forte è il sospetto che in questo modo si voglia consentire al datore di lavoro di liberarsi di dipendenti scomodi semplicemente adducendo una motivazione economica, anche se non vera. Sancendo così, automaticamente, il pieno ritorno agli anni cinquanta, quando i licenziamenti erano assolutamente liberi e la Costituzione nei luoghi di lavoro, faticosamente introdotta nel 1970 dallo Statuto dei lavoratori, semplicemente un sogno.

Auspichiamo proprio che, con la scusa di dover riformare il mercato del lavoro, non si arrivi a tanto.

Elenco firmatari e adesioni sito studiolegaleassociato.it

Haiti un mese dopo: pioggia, inquietudini e speranze a Port au Prince

Articolo di F. L. riportato dal settimanale Carta del 19 gennaio 2010.

Il presidente di Haiti, René Preval, ha decretato lo stop di tutte le attività economiche ed educative nel paese per venerdì 12 febbraio, giornata di lutto nazionale per le 220mila vittime del terremoto che ha colpito la capitale Port au Prince il 12 gennaio scorso cambiando il destino di un popolo che da sempre è abituato agli sconvolgimenti drastici causati dalle vicissitudini della storia e della natura, dalle forti ingerenze postcoloniali di francesi, americani e brasiliani, così come da uragani e terremoti. Mentre le cifre sulle vittime e gli sfollati cominciano a stabilizzarsi a livelli impressionanti (un milione duecentomila persone vivono in rifugi provvisori o per strada e solo il 25% dispone di “materiali d’emergenza” come tende e materassi) e i media internazionali propiziano il lento spegnimento dei riflettori puntati sull’isola de La Hispaniola, sulle cui coste sbarcò Colombo il 14 ottobre 1492 e che è oggi divisa tra la Repubblica Dominicana e Haiti, il popolo haitiano vive ancora in uno stato di grave emergenza. Ogni sera Preval parla in diretta TV alla nazione da una tenda in cui si tiene una conferenza stampa per informare sulla situazione e cercare di confortare in qualche modo gli ascoltatori. E’ una delle poche azioni possibili in questi momenti dato che lo Stato è praticamente bloccato e atterrato in seguito alla morte di molti funzionari pubblici e alla distruzione fisica di quasi tutti i ministeri e del Palazzo nazionale.

A un mese dal catastrofico sisma di 7,3 gradi della scala Richter che ha praticamente raso al suolo la città di Leogane, che si trova vicinissima all’epicentro del sisma proprio a pochi chilometri dal centro della capitale, e che ha distrutto o danneggiato gravemente circa l’80% degli edifici della stessa Port au Prince, il paragone con un panorama postbellico e l’idea di un formicaio sempre brulicante e in costruzione sono forse le immagini più adatte per descrivere la vita e la gente qui ad Haiti. Basta camminare per la strade di Delmas, il quartiere periferico in cui mi ospitano gli avvocati dell’Aumohd (Associazione di Universitari Motivati da un’Haiti dei Diritti), un’associazione di difensori dei diritti umani che lavora nei quartieri disagiati e nelle carceri, per rendersi conto che la gente vive alla giornata cercando continuamente cibo, acqua, denaro, spazi, tende, lavoro, contatti e aiuti della solidarietà internazionale spesso difficili da ottenere nelle sovrappopolate periferie cittadine.

Molti supermercati e mercati coperti sono stati distrutti dalle scosse del terremoto e i pochi rimasti aperti non costituiscono un gran conforto per la gente comune dato che i prezzi del cibo e degli altri prodotti in genere sono proibitivi, quasi a livelli europei. In questi empori non è difficile incontrare soldati e giornalisti canadesi o americani in cerca di scatolame, pesce, verdure o lattine di birra, tutti beni introvabili nei mercati di quartiere e nelle bancarelle per la strada che si caratterizzano per la scarsa varietà e qualità degli alimenti in vendita: cipolle, aglio, pasta, riso, fagioli, dadi per il brodo, peperoncini, pane, a volte i pomodori e con un po’ di fortuna del pollo e della carne di dubbia provenienza e poco più. Negli accampamenti c’è anche l’abitudine di mangiare la carne di gatto.

Sembra che le emergenze segnalate dalle autorità e dalla stampa nei primi giorni dopo il terremoto come la fame, la sete, il pericolo delle epidemie e l’insicurezza siano ora parzialmente rientrate, anche se il problema del cibo e dell’acqua potabile non possono considerarsi mai completamente risolti. Ci sono però nuove inquietudini e possibili pericoli che si fanno avanti e interessano la maggior parte della popolazione. Infatti alla mancanza di tende e alla precarietà dei rifugi temporanei e degli accampamenti allestiti in tutti gli spazi aperti della metropoli come i parchi, le piazze, i viali e i parcheggi, s’aggiunge l’avvicinarsi minaccioso della stagione degli uragani, prevista a partire da aprile, con il drammatico incremento della quantità e della forza delle precipitazioni, il caldo asfissiante e il proliferare di zanzare che da sempre le caratterizzano. Inoltre le condizioni igieniche nei campi stanno lentamente degenerando. Alcuni di questi ospitano oltre tremila persone che scaricano spazzatura e residui in spazi aperti o in fiumiciattoli maleodoranti in cui sguazzano alcuni maiali.

Qualche giorno fa abbiamo avuto un assaggio di quello che potrebbe succedere tutti i giorni tra qualche mese se non si riescono a creare dei servizi di drenaggio dell’acqua piovana sia negli accampamenti ufficiali controllati dal governo e dai militari statunitensi sia in quelli spontanei organizzati dagli abitanti dei quartieri. Verso le 4 del mattino un forte temporale di qualche ora ha trasformato le vie di Port au Prince in fiumi di fanghiglia e detriti costringendo tutti gli abitanti a correre ai ripari e a proteggere i pochi beni che restano loro, soprattutto le tende, i materassi, i vestiti e i teloni di plastica che di solito costituiscono l’unica protezione per gli spazi in cui si dorme o dove s’istallano le tende. Anche qui nel parcheggio dell’Aumohd, in cui abbiamo piantato un paio di canadesi, ci siamo dovuti svegliare all’improvviso per cercare riparo dallo scrosciare della pioggia che non dava segni di cedimento e soprattutto per evitare che i computer e le stampanti venissero danneggiati.

Anche se a Port au Prince mancano ancora i servizi pubblici di base come l’acqua corrente e l’energia elettrica, la gente s’arrangia sfruttando i pozzi profondi presenti in alcune case oppure andando a fare la doccia negli accampamenti ufficiali riforniti da grossi camion del governo e, per l’energia, i più fortunati dispongono di costosi generatori a benzina per alcune ore al giorno. In questo senso l’azione delle associazioni locali, spesso non legate al circuito delle grandi ONG e delle “multinazionali della solidarietà”, è molto importante nei quartieri marginali visto che, per esempio, la stessa Aumohd offre servizi gratuiti come la connessione a internet, la ricarica del cellulare, la disponibilità di spazi per le riunioni e per depositare prodotti di prima necessità e a volte anche pasti caldi alla gente del quartiere. Il presidente, Maitre Evel Fanfan, ha lanciato insieme all’organizzazione italiana Selvas.org una raccolta fondi per una piccola cucina comunitaria e per aprire un piccolo centro medico di quartiere al quale stiamo contribuendo direttamente anche noi italiani (siamo qui in due, io e l’amico Diego Lucifreddi).

Le informazioni su come supportare queste iniziative e sulla situazione ad Haiti si trovano in questi blog: http://prohaiti2010.blogspot.com e http://lamericalatina.net.

In una conferenza stampa l’ambasciatore americano a Porto Principe, Kenneth H. Merten, ha dichiarato che le tende non rappresentano l’unica priorità e che è meglio pensare già da ora a soluzioni più stabili come per esempio i prefabbricati di legno e plastica che sono più resistenti. Inoltre – sintetizzo le sue parole – l’idea è quella di evitare che la gente si abitui alle tendopoli che potrebbero trasformarsi in città permanenti che ostacolerebbero l’opera di ricostruzione generale e i piani di ricollocamento della popolazione in zone più sicure. L’idea un po’ cinica espressa dall’ambasciatore USA ha una sua logica però nel frattempo la gente se la deve cavare con quello che c’è o con i teloni di plastica che in città sono diventati carissimi e ricercatissimi, tanto che alcune persone che ci hanno visto per la strada ci hanno chiesto di procuraglieli pensando che fossimo due americani. Il grave problema della ricostruzione fisica delle abitazioni e delle infrastrutture è legato a quello del lavoro e delle attività economiche, un miraggio lontano già prima del terremoto visto che un milione di haitiani residenti all’estero fa girare l’economia più di quanto lo facciano le imprese locali, il turismo o gli investimenti stranieri. Qui all’Aumohd vengono ogni giorno ragazze e ragazzi a stampare il loro curriculum sperando prima di tutto di poterlo consegnare un giorno a qualcuno e poi di poter trovare un impiego. Gli unici che per ora stanno assumendo delle persone sembrano essere le missioni militari internazionali che negli accampamenti più grandi hanno bisogno di manodopera, traduttori e aiutanti generali per la distribuzione degli aiuti e le relazioni con la gente che si stabilisce lì.

Il lutto nazional del 12 febbraio s’è di fatto prolungato per tutto il fine settimana con manifestazioni ufficiali e religiose – spesso non si distinguono le une dalle altre – nella centrale spianata di Champs de Mars. Ogni mattina dalle sei in avanti migliaia di haitiani, le donne vestite di bianco e gli uomini coi pantaloni neri e la camicia bianca, si sono riuniti nei luoghi di culto e per le strade per partecipare alle messe e ricordare le vittime. Le cerimonie durano alcune ore in un alternanza di lunghe prediche in memoriam e di preghiere spesso accompagnate da chitarre, organi e cori. Il rito cattolico non è l’unico, anzi, sembra molto più diffuso quello battista con alcune reminiscenze del voodoo che è più coinvolgente e prevede ore ed ore di canti e balli frenetici ed estenuanti al ritmo dei tamburi coi credenti che entrano in uno stato di estasi o trance collettivo. Il pianto dei tamburi viene interrotto solamente dal frastuono degli elicotteri americani che sorvolano continuamente i cieli della capitale e riportano i suoi abitanti alla realtà quotidiana fatta di espedienti, inquietudini e speranze cantate a squarciagola verso il sole caraibico.

Foto di Fabrizio Lorusso, album: http://picasaweb.google.com/FabrizioLorussoMex/Haiti

Economia latino-americana 2009-2010

di Fabrizio Lorusso

Dopo sei anni di crescita significativa si calcola una caduta del PIL dei paesi latino americani considerati nel loro insieme dell’1,7% e del PIL pro capite del 2,8% per l’impatto della crisi internazionale. Ciononostante si considera che dalla metà dell’anno è iniziato un recupero lieve che dovrebbe continuare nel 2010. La caduta del tasso d’occupazione e anche della qualità delle fonti d’impiego è il corollario della crisi in tutti i paesi anche se il Messico, i paesi Caraibici e l’America Centrale stanno risentendo maggiormente della diminuzione del turismo (anche per l’effetto “influenza suina o A H1N1”), delleminori rimesse inviate dai loro migranti negli Stati Uniti e dalla caduta degli investimenti stranieri stimata in un 37%.

Storicamente i paesi dell’America Latina si sono potuti suddividere per blocchi in base alla dipendenza commerciale relativa dagli Stati Uniti che è sicuramente un fattore importante da considerara ancora oggi dato che la crisi ha avuto origine proprio in quel paese e continua a influire sul continente americano e sul mondo intero.

Il Messico e il Centroamerica hanno una dipendenza commerciale intorno o superiori al 70% con gli Stati Uniti (calcolando la percentuale delle importazioni e delle esportazioni con gli USA rispetto al totale nazionale), i paesi andini come il Venezuela, la Colombia, l’Equador e il Perù si definiscono a dipendenza media con tassi di circa il 50% mentre il Brasile e i vicini argentini e cileni del Cono Sud hanno percentuali tradizionalmente inferiori al 50%.

Il fattore Cina negli ultimi dieci anni è venuto a cambiare queste percentuali e s’è trasformato nel secondo partner commerciale della regione e, in alcuni casi, nel leader commerciale assoluto per alcuni paesi. Anche l’Unione Europea, soprattutto la Spagna, hanno ampliato la loro presenza in Latino-America in termini commerciali e di investimenti diretti. Basti pensare alle banche come Santander o BBVA, alla compagnia Telefonica oppure alle imprese del settore energetico come Repsol e Gas Natural.

Questa relativa diversificazione non ha però condotto a benefici sufficienti per evitare la discesa della produzione interna, delle esportazioni e del consumo nel 2009, anzi, la relativa dipendenza da pochi prodotti e dalle materie prime, dilemma storico delle economie del sottocontinente, unita ai flussi speculativi e la scarsa forza dello Stato nella politica fiscale e finanziaria. In pratica per il sesto decennio consecutivo e ancora in questi giorni la CEPAL (Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi dell’ONU) segnala che, malgrado la crescita attesa del 4,3% del PIL nel 2010 per la regione e tassi ancora più alti per il Sudamerica in cui il Brasile fa da traino, i problemi strutturali non sono stati risolti e che oltre ad economie sane a livello macro c’è un gran bisogno di recuperare l’investimento statale (il più efficacemente possibile) in politiche sociali, redistributive e nel welfare abbandonato da due-tre decenni a questa aprte all’iniziativa privata, delle ONG o della società civile e del volontarismo che a dir la verità ha dei limiti strutturali piuttosto evidenti da questa parte dell’oceano (e non solo?).

Tra i grandi paesi il Messico esce indebolito dato che l’attività economica interna è crollata più che in altri paesi per la sua dipendenza dagli USA e l’effetto influenza e avanzerà probabilmente poco più del 3% l’anno prossimo, quindi meno degli altri grandi come il Brasile (+5,5%) e l’Argentina (+4%) e della regione nel suo insieme. Anche in Messico lo Stato sembra avere perso gli strumenti per stabilire delle politiche controcoincliche significative, per favorire la diversificazione di prodotti e mercati, per incorporare e generare conoscenze e tecnologie e, infine, per prevenire e affrontare le crisi in un intorno di sviluppo economico e sociale sostenibile, tutte misure e prospettive auspicate e raccomandate fortemente dalla stessa CEPAL.

La risoluzione della crisi in Honduras: accordo tra Micheletti e Zelaya

3678566024_5d2ce12aecFoto: http://www.flickr.com/photos/giggey/

LA RESOLUCION DE LA CRISIS EN HONDURAS: HAY ACUERDO ENTRE MICHELETTI Y ZELAYA     di Fabrizio Lorusso –  29 de octubre de 2009

29 ottobre 2009

Dopo oltre 4 mesi di colpo di Stato in Honduras e un mese di negoziazioni dirette tra il capo di Stato deposto, Manuel Zelaya, e il presidente ad interim golpista Roberto Micheletti, s’è trovato un accordo per la risoluzione della crisi politica.

Zelaya, ospite forzato dell’ambasciata brasiliana sotto assedio dal 21 settembre scorso, s’è dichiarato soddisfatto di questo accordo che prevede che sarà il parlamento honduregno a decidere se lui potrà tornare al potere e non la Corte Suprema di Giustizia che è un organo più ostile al ritorno di Zelaya.

La possibilità che il parlamento voti in favore del presidente deposto sono molto più alte e aprono la strada al ritorno alla normalità dopo vari mesi di scacco diplomatico e violenze politiche e sociali in tutto il paese. Sono state infatti segnalate e comprovate almeno 79 violazioni gravi dei diritti umani tra cui omicidi, sparizioni, arresti e abusi di potere da parte dell’esercito honduregno e delle autorità impegnate nel mantenimento dell’ordine post golpe.

Si stabilisce anche la nascita di un governo basato su larghe intese ma con tutti poteri che gli erano attribuiti prima del colpo di Stato del 28 giugno e che traghetterà il popolo dell’Honduras alle elezioni presidenziali e legislative del 29 novembre prossimo. La proposta finale di Micheletti e la chiusura del dialogo sono state “favorite”, anzi spinte fortemente (!), dalla presenza di una delegazione di Washington a Tegucigalpa guidata da Thomas Shannon, segretario di stato americano per l’emisfero occidentale, e dai rinnovati sforzi di conciliazione della OAS (Organization of American States).

Il Fronte Nazionale contro il Colpo di Stato in Honduras vede così allontanarsi la possibilità di convocazione di un’assemblea costituente che modifichi la Carta Magna che era uno dei due punti principale dell’agenda dei sostenitori di Zelaya. In questo modo l’oligarchia ottiene il mantenimento dello status quo per un mese in più fino alle elezioni di fine mese.

Tamiflu fashion e gli spettri dell’influenza in viaggio

Tamiflu 1 scatola chiaro

Finalmente o per disgrazia, por fin o por suerte, ho ceduto all’insostenibile leggerezza del consumismo farmaceutico e ho preso del Tamiflu Roche per prevenire mentalmente il pericolo influenza che nemmeno so se esiste veramente. Era quello che volevano i produttori e i chimici e i farmacisti.
Comunque sia, l’investimento di 37 euro per una scatola da dieci pastiglie, da prendere due volte al giorno ai primi sintomi di influenza (non importa che sia suina, porcina, A, H1N1, umana, disumana, messicana, argentina o aviaria…), serve più che altro, nelle speranze del sottoscritto, come eventuale ancora finale di slavezza per evitare i famigerati ospedali pubblici messicani della capitale, Mexico DF, dove vivo. Dice il foglietto illustrativo che non ci sono problemi se si usa come cura integrativa per l’influenza A e per le altre, sempre che si sia ancora in tempo, claramente. Il periodo d’incubazione dell’influenza è di almeno 48 ore ma d’altronde, chi non hai mai mai avuto un’influenza? In generale queste cose dovremmo saperle. Qua è uguale ma, come recitano i volantini informativi diffusori di precauzioni e timori, c’è da considerare in aggiunta la febbre più alta dei soliti (?) 38-39 gradi e anche problemi all’intestino e di diarrea che forse non erano così comuni.

Siccome le strutture pubbliche (ed anche molte private a dire il vero) non brillano per rapidità ed efficacia (sì, le ho già provate e non sono il solo…) e inoltre in Messico Tamiflu e Relenza, i due antivirali / antinfluenzali più conosciuti dopo la crisi immaginaria di aprile della cosidetta “influenza porcina”, non sono più in commercio ma vengono somministrati solo in ospedale, allora ne ho prese due scatole. Non amo le case farmaceutiche, devo dire, ma l’ho fatto comunque perché non adoro nemmeno gli ospedali di Ciudad Neza.

Confesso. Siccome ogni anno, quando torno in Italia per le vacanze estive, mi porto via un piccolo rifornimento di medicine utili, cibarie varie e libri, quest’anno ho scelto il Tamiflu, i funghi secchi e i romanzi di Evangelisti, muy bien. I morti per l’influenza normale e quella nuova, la A, non sono mica numerosi (ormai in Messico non se ne parla quasi più e quindi i morti sono sempre meno anche nei mass media) e l’allarmismo non mi tocca molto, però se posso evitare dure giornate all’ospedale messicano, tanto meglio.

L’ultima visita oculistica al ISSSTE è durata otto ore passate in attesa e quindici minuti a parlare con un’infermiera che mi ha prescritto una visita da effettuarsi qualche settimana dopo. Tempi lunghi insomma.
Poi, anche in caso di ricovero, c’è l’asso nella manica in caso di scarsità delle medicine sul posto…e infine c’è la morte (Santissima Morte), lascio tutto a chi mi ha amato o anche solo desiderato. Piuttosto ecco, per non fare il contagioso, cercherei seriamente di non vedere nessuno e dare la seconda scatola della medicina antivirale all’ultima persona vista prima di autoimpormi una quarantena o chiamare un dottore allo 060.

Non rinvierei mai, come molti minacciano con commenti sul blog o mail, il mio viaggio di nozze anzi, lo confermerei e con un po’ di fortuna mi ritrovo su qualche spiaggia vergine del Pacifico messicano e dei Caraibi costaricani senza orde di turisti, surfisti e backpackers muniti di mascherine blu (peraltro piuttosto inutili nella maggior parte dei casi, servono in parte a non contagiare gli altri e non a evitare il contagio, ma il loro effetto è quantomeno discutibile e soprattutto psicologico).

Per le vacanze ai Caraibi, a Santo Domingo, a Cancun, in Colombia, Brasile, Argentina, tutto il Sud America e anche Stati Uniti, per esempio New York e San Francisco, raccomando le solite precauzioni sanitarie, fisiche e mentali, ma nulla più. Ad agosto ripartirò anch’io per i lidi messicani prudente e felice…andrei anche in Inghilterra e a Buenos Aires, dove sembra che ci siano molti casi di influenza A ultimamente, ma i tempi e costi dell’estate europea sono serratissimi per me.