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Venezuela: sullo sfondo del golpe, le contraddizioni di fondo del modello bolivariano

Da Radio Blackout

L’autoproclamazione di Guaido dà una brusca accelerazione alla crisi venezuelana e ne svela la verità conclamata: un’operazione eterodiretta dagli USA, interessati al controllo di uno dei più importanti pozzi petroliferi del mondo su cui si stava addensando gli interessi cinesi. Nella protesta si mischiano però anche istanze di resistenza di una parte della base storica dello chavismo nonché l’esaurimento di un modello di sviluppo basato sul petrolio che ha reso il Venezuela particolarmente esposto alle congiunture internazionali legate al prezzo del greggio e quindi alle ingerenze della varie potenze imperialiste.

Ne abbiamo chiacchierato con uno dei redattori di lamericalatina.net.

Qui il PODCAST!

 

Il tentativo di golpe in Venezuela e come si è arrivati fino a qui

Riprendiamo un articolo di Radio Città Fujiko con intervista radio al nostro redattore Pérez Gallo. Qui il PODCAST!

Le cause e le tappe della crisi prima economica e ora istituzionale in Venezuela.

di Alessandro Canella
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L’autoproclamazione a presidente di Juan Guaidò e l’appoggio instantaneo di Paesi come gli Usa di Trump e il Brasile di Bolsonaro rappresentano un tentativo di golpe in Venezuela. Più complessa e articolata l’analisi di come si sia prodotta questa situazione e il presidente Maduro non è esente da responsabilità. La corrispondenza di Perez Gallo.

La situazione istituzionale del Venezuela sembra precipitata nelle ultime 24 ore, da quando il presidente dell’Asamblea Nacional, Juan Guaidò, si è autoproclamato presidente ad interim fino a nuove elezioni, ottenendo l’appoggio di attori internazionali del calibro degli Usa di Trump, del Brasile di Bolsonaro, del Canada di Trudeau, insieme a storici “rivali” latinoamericani del Venezuela, come la Colombia.
L’Asamblea Nacional del Venezuela è controllata per i due terzi dalle opposizioni, ma il Tribunale Supremo venezuelano aveva dichiarata illegittima l’assise.

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“Quien controle el mercado chino de la coca gobernará al mundo” Entrevista con Roberto Saviano #Geopolítica #Narcotráfico @Ctxt_Es

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30 DE MARZO DE 2016 –  Fabrizio Lorusso para CTXT.ES

Esta entrevista se realizó durante los meses de febrero y de marzo a través de unas sesiones de preguntas enviadas por correo electrónico y contestadas oralmente por medio de unas audio-grabaciones. Desde 2006 Roberto Saviano vive bajo protección del gobierno italiano tras haber recibido amenazas de muerte por parte de grupos de la Camorra después de publicar Gomorra, una novela sobre esta organización criminal. Es autor también de CeroCeroCero, un relato sobre las mafias globales y los tráficos internacionales de cocaína.

Retomando una frase de su libro CeroCeroCero, ¿por qué México se volvió “el centro del mundo”?  Continua a leggere

Crisi, Analisi e Proposte. L’Uomo Nero e il fantasma

Denari! Non avete sentito il racconto? 

Di cos’altro andavano in cerca , quei ribaldi, se non di denari?
Cos’altro stava loro a cuore se non i denari?

(Robert Louis Stevenson, L’isola del tesoro)

di Sandro Moiso (CarmillaOnLineL’Uomo Nero si aggira per l’Europa. Ha più nomi, più maschere, ma è destinato a diffondere il panico anche solo a parlarne. SpreadDefaultUscita dall’euroAbbassamento del rating, comunque se ne parli è sempre quello: il mostro da evitare ad ogni costo. Non importa se si è ricchi o poveri. Non importa se si appartiene alla classe degli imprenditori o a quella dei lavoratori dipendenti. La paura deve accomunare tutti. O, almeno, così si vorrebbe.

treasure.jpgMa le cose non stanno esattamente in questo modo. Non che vadano bene, anzi. Ma non siamo tutti sulla stessa barca e a colpi di remo i differenti vogatori la vorrebbero portare in direzioni opposte.
La crisi c’è, esiste ed è pesante. Potremmo dire che l’economia, che già è un soggetto piuttosto astratto, sta presentando il conto ad una società basata sull’opulenza del capitale fittizio.
Fittizio, ovvero che non c’è, che non è mai stato prodotto, che è stato solo e sempre gonfiato, negli ultimi decenni, dalla speculazione su titoli tossici e sul rifornimento costante alle banche di carta straccia chiamata dollaro o euro a seconda che la cosa avvenisse da una parte o dall’altra dell’Atlantico.

Sì, carta straccia non solo per i titoli spazzatura , ma anche per le due monete che hanno cercato vanamente di spartirsi il mondo, non accorgendosi che la produzione di valore reale, così essenziale al permanere e alla sopravvivenza di una società basata sul capitale e sul suo ciclo, si era significativamente riposizionata in altre aree del globo.
Marx e i classici sono stati buttati via, al massimo sostituiti da qualche magia keynesiana o da qualche autoritario provvedimento dei Chicago Boys.

Già perché la crisi attuale ha una storia lunga e complessa e cercando di coglierla a volo d’aquila nel contesto della storia dell’ultimo secolo, anche tralasciando quel pazzo di Lenin e la sua scoperta, in tempi non sospetti, dell’enorme sviluppo del capitale finanziario (eravamo nella primavera del 1916), si scoprirebbe non solo che la dichiarazione, fatta da Nixon, della non convertibilità del dollaro in oro nel 1971 è alla base di tutti i processi inflazionistici successivi, ma anche che nel 1929 l’eccesso di credito pompato dalla Federal Riserve nelle banche e nell’economia americana fu già alla base delle speculazioni che finirono col travolgere Wall Street e il mondo intero.

eurocrack.jpgChe – dirà a questo punto qualcuno dei lettori – mi sei diventato monetarista?
No, tranquilli, ma questa ultima osservazione serviva proprio a sottolineare come, alla faccia di tutti coloro che sono costantemente a caccia di novità, nulla sia cambiato dalla Grande Crisi ad oggi. Gli errori sono sempre gli stessi, i protagonisti anche e i trombati pure.
Banche, imprese, lavoratori: la tripartizione indoeuropea funziona ancora.

E’ chiaro, l’aveva capita anche quel pollo di Keynes, la crisi affonda sempre le sue radici nella caduta di accumulazione dei profitti legati alla produzione materiale e al venir meno dei consumi. Marx l’avrebbe chiamata caduta tendenziale del saggio di profitto, ma oggi guai a nominarla!
Beh, insomma, anche se Keynes non l’aveva capita proprio bene, cercò comunque di metterci una pezza: “ a costo di scavare buche per poi tornare e riempirle” come disse lui stesso, proponendo la figura dello Stato come committente e cliente, allo stesso tempo, di opere pubbliche destinate a rilanciare lavoro, occupazione e consumi.

Mussolini, da buon italiano furbo, ci aveva già pensato con bonifiche e fondazione di città nuove, Roosvelt, da americano pragmatico ed ottimista, la pensò più in grande e fu il New Deal.
Sì, peccato che senza il secondo conflitto mondiale da quella crisi non se ne sarebbe usciti lo stesso, anche con gli sforzi hitleriani di andare nella stessa direzione (più stato, più lavoro coatto, più sviluppo). Solo attraverso la vittoria in quella guerra gli Stati Uniti ottennero il privilegio di emettere moneta di riserva e poi, più tardi, di renderla inconvertibile.

monthly.jpgNegli anni settanta Joan Robinson, economista non accecata da conti e statistiche, parlò a proposito degli USA di un keynesismo militare, mentre Paul Baran e Paul Sweezy, sulle pagine della loro bella rivista Monthly Review, si divertivano a prendere in giro quelli che chiamavano polli keynesiani. Ma chi se ne ricorda ormai più, se non i lettori superstiti e non italiani della stessa ?!
Militare, il keynesimo, negli Stati Uniti lo è stato fin dalla preparazione del conflitto mondiale e nei quasi settant’anni trascorsi dalla fine dello stesso; polli furono e sono tutti coloro che affidandosi ai maneggi di John Maynard Keynes pensano di essere a sinistra, anzi di sinistra.

Perché a sinistra o a destra di qualcuno o di qualcosa si può sempre stare, ma per rifiutare radicalmente le logiche che sottendono l’attuale modo di produzione non basta chiedere l’intervento dello stato ad ogni piè sospinto.
Marx prima e Lenin dopo, più tutti gli altri, ci hanno insegnato che la macchina statale va spezzata e non rafforzata o invocata come salvezza per chi lavora.
Lo Stato è il comitato d’affari della borghesia”, Engels dixit. Fatevelo bastare, punto e a capo.

blackman.jpgMa torniamo alla nostra crisi e alla paura dell’Uomo Nero attuale.
Per anni, grosso modo a partire dalla gestione di Greenspan della Federal Reserve, è diventato un dogma pensare che primo dovere dello Stato, in quanto detentore del diritto di stampare moneta, fosse quello di sostenere banche, speculazione e consumi attraverso una creazione controllata del contante necessario a sostenere tutto ciò.
Una sorta di keynesismo monetarista che ha gonfiato a dismisura titoli, debiti e valore degli immobili, oltre che dare l’illusione di una crescita dei patrimoni dei piccoli risparmiatori anche in assenza di una crescita reale del prodotto e del reddito.

Per intenderci e facendo riferimento all’italietta nostrana: ma nessuno si è mai chiesto come fosse possibile che in assenza di crescita del prodotto e del reddito da lavoro (fermo oramai da vent’anni) il livello di benessere (apparente) potesse aumentare globalmente?
Questa sembrava per i più sprovveduti la decisiva sconfessione di Marx e della sua legge dell’impoverimento progressivo dei lavoratori.

Non più crisi da sovrapproduzione, non più cicli economici, non più produzione materiale, soltanto produzione snella, on-time, possibilmente immateriale. Ci sono cascati in molti, troppi, anche tra i vecchi estremisti. Non più lotta di classe, ma potere delle moltitudini.
Gioiose, inutili, sgangherate macchine da guerra che camminando all’indietro, pronte per essere riassorbite dall’ideologia dominante, pensavano di procedere in avanti.

Fuori dal ristretto orizzonte nostrano, però, milioni di operai cinesi continuavano indefessi a produrre ciò che qui si acquistava senza fatica.
Mentre in occidente, con poca fatica, anche l’ultimo dei fessi giocava in borsa o si rivolgeva ad un promotore finanziario che, peggio di un inviato di Al Qaeda, prometteva meraviglie a chi avesse immolato i suoi risparmi e i suoi averi ai fondi gestiti e gonfi di titoli spazzatura.

Ma non si pensi che in tutto questo ci fosse almeno un ordine, una logica, un programma. No!
Tutto questo è andato perso lungo il percorso: Hedge FundsCdo (obbligazioni debitorie collateralizzate ovvero debiti di qualcuno trasformati in investimenti a rischio) e un sacco di altra spazzatura (come gli attuali titoli di Facebook) sembravano garantire guadagni illimitati, senza che nessuno ne capisse neppure il perché

Nelle parole di Ben Shalom Bernanke, succeduto a Greenspan nella direzione della Federal Reserve ed attuale suo presidente, sta la miglior riprova di ciò che si va qui affermando. Nel 2007, dopo che le Cdo erano cresciute da 225 miliardi di dollari nel 2005 a 450 miliardi nel 2006, all’Economic Club di New York, a chi gli domandava spiegazioni su tali titoli, il potente rappresentante della finanza statale statunitense rispose :”Mi piacerebbe capire che valore hanno questi dannati cosi”.
Ecco da quale mirabile scuola escono i nostri tecnici !

Poi il 2008, anno nefasto, rivelò l’inganno.
Gli infiniti mutui, aperti anche a chi non aveva un lavoro con cui ripagarlo, esplosero sul mercato americano, con ripercussioni a livello mondiale.
Come si reagì dopo il primo sbandamento, negli USA e in Europa? Ma è naturale, continuando le precedenti politiche di allargamento del credito alle banche, che proprio su quel tipo di distribuzione di denaro a baso tasso di interesse avevano giocato per soddisfare, con interessi maggiorati, la voglia di consumo dei cittadini occidentali e di speculazione della finanza internazionale.

paperone.jpgNell’immane disastro di metà 2008, la quantità maggiore di capitale degli Stati Uniti, ovvero il valore delle total home equity delle famiglie crollò da 13000 miliardi di dollari del 2006 a 8800 miliardi. La seconda, in ordine di grandezza, i total retirement asset calarono del 22% da 10300 miliardi a 8000 miliardi […]Ma, almeno, delle perdite in borsa tanto piante, o dei valori delle case, persino del crollo dei consumi in difetto di gioia speculativa, si può tentare il conto. Alla devastazione dei bilanci bancari invece a tutt’oggi non può darsi un’onesta misura. […] Nel panico Federal Reserve e BCE immisero allora 2500 miliardi di liquidità nel mercato del credito, effettuando la più grande spesa nella storia della moneta, da che esiste l’umanità. Da solo, il governo americano ne investirà poi altri 1500 miliardi per acquistare azioni non solo americane. E così evitare l’ebbrezza in ritardo di una crisi ultima del capitalismo”.

E la stessa politica è proseguita, sulle due coste dell’Atlantico, nei quattro anni seguenti.
Non era bastata la lezione degli anni Venti, quando a partire dal luglio del 1927 la solita FED alimentò con 200 milioni di dollari la bolla di Wall Street di cui tutti ormai conoscono le disastrose conseguenze. Mentre alla fine degli anni ’90 del XX secolo, con la Federal Reserve guidata da Alan Greenspan, gli americani avevano già sperimentato “la più grande bolla finanziaria che una nazione sulla terra avesse mai sperimentato”.

Il presidente della FED precedente, Volcker, si trovò, però, costretto a dichiarare, nel maggio del 1999, che:”Le sorti dell’economia mondiale dipendono dalla crescita degli Stati Uniti, che dipende dalla Borsa, la cui crescita dipende da cinquanta titoli, metà dei quali non ha riportato alcun guadagno”. Mentre uno studio della Northwestern University affermava che “ Non c’è stata alcuna accelerazione della crescita della produttività dell’economia al di fuori del settore che produce l’hardware dei computer […] E in effetti, invece di esibire un’accelerazione di produttività, la sua decelerazione nel manifatturiero è andata peggio. C’è stato un rallentamento della produttività nell’intero settore manifatturiero nel 1995 -1999, comparato agli anni 1972 -1995, e proprio nessuna accelerazione per i beni non durevoli”.

In Cina nel 1985, con il formarsi delle prime joint-venture, si producevano solo poche migliaia di auto, ma nel 1993 erano già diventate 200 mila. Nel 2004 se ne produrranno 2 milioni e 300 mila, mentre nel 2009 ci sarà il sorpasso degli Stati Uniti e la Cina si troverà ad essere il massimo mercato automobilistico e produttivo del pianeta. Certo questo è stato anche conseguenza dell’investimento massiccio operato dalle multinazionali nello stesso paese tra il 1994 e il 2009, ma il risultato non cambia: l’asse produttivo del pianeta non è più in America e nell’Occidente europeo, s’è spostato altrove.

E così la percentuale maggiore di plusvalore, mentre al capitale fittizio occidentale non restava che impiccarsi a se stesso.
Cosa che sta avvenendo ora, adesso, tra strepiti e sussulti, tra grida e minacce.
L’Uomo Nero appunto.
E se fin qui si sono usati esempi presi soprattutto dall’economia americana degli ultimi decenni, deve essere altresì chiaro che in Europa le cose non sono andate meglio, anzi. Anche in Germania.

nazieuro.jpgLa rigida Germania di Angela Merkel che, da perfetta cristianissima bigotta, predica bene e razzola male. Il volto produttivo della Germania, l’apparente efficienza della sua amministrazione che le permette di imporre il fiscal compact a tutti i paesi europei all’ombra della BCE, nascondono in realtà la coscienza sporca di chi ha le banche forse più esposte nei confronti dei titoli spazzatura statunitensi e dei titoli europei più a rischio.

Cosicché gli stessi stress test fatti sulle banche europee erano calibrati in modo da escludere che la Kfw (Kredinstalt für Wiederaufbau ovvero l’Istituto di Credito per la Ricostruzione istituito nel 1948 con il Piano Marshall ), una banca governativa destinata ad incrementare lo sviluppo interno, fosse dichiarata fallimentare poiché ricolma di titoli tossici di ogni provenienza. Anche greci, naturalmente. Caustico, il Financial Timesaveva commentato in quei giorni:”Se provassimo a verificare la sicurezza delle automobili o dei giocattoli con lo stesso metodo che l’Unione Europea ha impiegato per i suoi stress test sulle banche, finiremmo in prigione”.

Anche in Europa la crescita apparente del benessere non era confortata da dati reali.
In Italia “nel 2003 il totale dei redditi distribuiti alle famiglie consumatrici era, in termini reali, superiore a quello del 1990 di un miserrimo 5,35%. Si badi in 14 anni un incremento circa di un ventesimo. Invece la ricchezza reale netta delle famiglie, nello stesso periodo, crebbe del 21,6%, più di un quarto. L’euro servì non ad accrescere redditi e consumi, ma a lievitare e consolidare i patrimoni”. Aggiungerei: immobiliari soprattutto.

Per quello che ci interessa però occorre rimarcare che nello stesso 2003 “ ai lavoratori toccava il 48,9% del reddito nazionale netto; nel 1972 era il 62,9%. La quota dei redditi da lavoro dipendente è regredita, ora è circa la stessa del 1951, dell’Italia prima del boom”.
Oggi sicuramente la situazione è ulteriormente peggiorata, ma un dato resta da sottolineare: nel corso degli anni novanta in realtà la classe operaia ha ceduto al tasso di profitto quanto si era ripresa negli anni settanta. Un profitto, però, che non è stato reinvestito proficuamente nell’attività produttiva, ma, grazie alle facilitazioni del credito, nella speculazione più crassa e, sicuramente, più mafiosa.

Questo scollegarsi del capitale dalla produzione per ancorarsi sempre più alla speculazione; questo tentativo dannato e dannoso di abbreviare sempre più i cicli di realizzazione dei profitti attraverso scorciatoie criminali e trucchi da prestidigitatori da strapazzo ha fatto sì che sempre più il debito privato si trasformasse in debito pubblico, con le conseguenze che tutti abbiamo ora sotto gli occhi.

Ma questa scelta è stata dettata anche da una crisi immanente del modo di produzione capitalistico, sempre negata dagli economisti e dagli elogiatori di ogni colore delle meraviglie della civiltà occidentale.
La speculazione finanziaria non è altro che l’ultima risorsa del capitalismo morente per rinnovare i propri fasti e profitti.
Un falso elisir di lunga vita, dunque.

Tutto questo, però, non ha portato soltanto ad una drastica riduzione delle quote salariali, alla quasi scomparso di ogni tipo di welfare e ad un progressivo e drammatico aumento della disoccupazione, soprattutto giovanile.
Ha fatto anche in modo che i lavoratori si siano sentiti spesso mazziati e contenti, apparentemente partecipi di una ricchezza che non gli apparteneva e che, con le prima ondate di crisi, gli è stata rapidamente levata.

Questa è la base economica di una protesta sociale e proletaria che spesso si affida ancora al populismo e di cui abbiamo già parlato. Una protesta che non si affida solo, di volta in volta, alla Lega o a Beppe Grillo, ma anche a formulazioni dal contenuto vago: come i piagnistei sulla tassazione e il prelievo fiscale sugli stipendi o le occupazioni di sedi di istituti di credito per richiedere l’apertura di linee di credito al proprio, fantomatico datore di lavoro.
Nel primo caso il lavoratore rinuncia alla propria coscienza di classe antagonista per fondersi nel mare dei veri o presunti “tartassati”. Nel secondo, come è avvenuto di recente in Sicilia, il lavoratore fonde il suo interesse con quello del suo datore di lavoro, in questo caso la Dr Motor di Massimo Di Risio, rimontatore di auto e suv cinesi, di Macchia d’Isernia e pretendente al trono FIAT di Termini Imerese.

Tutti inseriti d’ufficio in una sterminata classe media priva di confini, tutti uguali negli interessi d’impresa, tutti uguali nel voler salvare i propri risparmi e patrimoni: è proprio questo che si vuole ottenere con l’Uomo Nero agitato dai media e dal mondo politico. La peggior retorica e la peggiore demagogia populista, nazionaliste, se non addirittura regionalista, al Nord come al Sud, messe al servizio dell’esorcismo destinato ad impedire le rivolte e le lotte che la crisi attuale è destinata a scatenare e che sta già scatenando.

ghost.jpgQuesto è, come sempre, come centosessant’anni fa, il Fantasma che fa davvero paura.
Il Fantasma del rifiuto delle logiche del capitalismo, dello sfruttamento, dell’appropriazione privata della ricchezza sociale e del suo dilapidarsi in speculazioni e truffe che giovano ad alcuni e danneggiano il restante 99%. Insomma, il Fantasma del comunismo cui la presente crisi sta spalancando le porte.

Ma per esorcizzare questo rosso fantasma i tecnici dei governi, la BCE e il FMI useranno anche altri strumenti, perché un conto è farsi le scarpe tra solidali (del capitale e della finanza) altro conto è permettere che siano altri, più anonimi, a farlo.
E allora vai con le accuse di terrorismo nei confronti di qualunque lotta, vai con le pattuglie di militari un Val di Susa e nelle strade delle città, vai con le indagini su chi afferma verità eretiche nei confronti del pensiero dominante.

Bersani, Camusso e Cancellieri hanno già aperto il fuoco di fila, presentandoci l’antipasto e in attesa delle portate successive.
Due forze speculari si fronteggiano così nell’agone dello spettacolo politico: da una parte chi crede che sia possibile colpire una parte per il tutto, sostituendosi alle reali forze sociali che prima o poi dovranno fare i conti con la macchina bellico-economica capitalistica.

Dall’altra chi spera di ridurre il diffondersi della protesta, anche nelle forme devianti cui più sopra si accennava, a “terrorismo”, nemico supremo e comune di tutti i rispettabili cittadini.
E giù accuse e minacce, aperte da frasi deliranti, troppo tardi smentite, sulla pericolosità della lotta No-Tav o di qualunque altra manifestazione che non si faccia ingabbiare dai sindacati confederali o dalle politiche istituzionali. E in questo senso complimenti alla chiara coscienza di un ex-ministro di sinistra che ha dichiarato che il terrorismo è il primo nemico della classe operaia…e noi che pensavamo che fosse il capitale!?

tognazzi br.jpgMa per esorcizzare le lotte c’è ancora un altro sistema, che potrebbe essere usato in Grecia come, magari in modo più strisciante, anche qui in Italia: una presenza sempre più massiccia dei militari sul territorio e nella gestione della pubblica amministrazione.
E’ inutile nasconderlo: da quando le elezioni greche non sono andate come i signori della finanza avrebbero desiderato, da un lato si è fatto buon viso a cattivo gioco auspicando uno sforzo comune affinché la Grecia sia “aiutata” a rimanere nell’area euro, mentre dall’altro si son fatti sempre più evidenti i richiami ad un possibile golpe “per impedire lo scatenarsi di una guerra civile”.
Nessuna novità neanche qui, è lo stesso linguaggio delle “missioni di pace” all’estero traslato in chiave di politica “interna” europea.

Ma anche in Germania, come in questi giorni a Francoforte, e in altri paesi europei la massiccia presenza sul territorio di forze dell’ordine e militari sembra destinata a crescere.
D’altra parte: che ce li abbiamo mandati a fare tanti soldati all’estero, se non ad addestrarsi alla contro-guerriglia e al controllo delle aree urbane?
Anche qui da noi non bastano i 1500 soldati richiesti dalla Cancellieri per la protezione di obiettivi sensibili; ce li siamo già dimenticati quelli che sono già stabilmente in servizio di ordine pubblico in tante città?

Così anche l’uso che si è iniziato a fare di alti ufficiali dei carabinieri per la gestione della cosa pubblica in Italia sembra voler andare nella direzione di abituare l’opinione pubblica alla ingombrante presenza dei militari non soltanto sul territorio, ma anche nelle ASL o nelle altre amministrazioni pubbliche.
In previsione, perciò, di una possibile parziale privatizzazione dei servizi sanitari e di un aumento dei costi degli stessi per tutti i cittadini, il fatto che un generale in pensione dell’Arma e un colonnello della stessa siano stati messi a dirigere rispettivamente l’ASL di Napoli e quella di Salerno, può apparire, infine, piuttosto significativo.

Ultima, infine, viene la guerra.
La guerra imperialista che già due volte ha sconvolto l’Europa e il mondo negli stessi ultimi cent’anni , mentre una terza sembra già essere iniziata , almeno in forme prima striscianti e oggi sempre più evidenti, fin dalla riunificazione tedesca e dalla prima guerra del Golfo.
Il nazionalismo che sottende ogni imperialismo è già in atto e i nemici non sono solo più gli islamici o gli stati canaglia.

Il nazionalismo, la chiamata alle armi contro i nemici esterni, è sempre l’ultima ratio dei regimi in difficoltà. E’ l’altro potente strumento di integrazione, così come capì bene la borghesia francese quando scelse come inno “La Marsigliese”.
Aux armes citoyens, formez vos bataillons“…etc etc.
Ed è la componente principale del razzismo di ogni tempo.
Mentre chi gli si oppone corre anche il rischio di essere inquisito per incitamento all’odio di classe!

Oggi anche i nostri rispettabili vicini di casa possono trasformarsi in “pericolosi nemici”. E persino le stimate agenzie di rating, che hanno in precedenza condotto i nostri governi sulla strada del taglio della spesa pubblica, possono trasformarsi, da un giorno all’altro, in pericolosi killer contro cui anche il timorato e timoroso Pier Ferdinando Casini è pronto a prendere le armi.

Guerra, ultima ratio di ogni grande crisi del modello sociale basato sull’accumulazione capitalistica. Guerra, sicuro rilancio della produzione industriale e del ritrovato vigore dei titoli degli stati coinvolti. Guerra, facile modo per riassorbire la disoccupazione attraverso la produzione bellica o sui campi di battaglia. Guerra, sinonimo di controllo sociale e sindacale
Sempre che la possibile apocalisse preparata da Israele nei confronti dell’Iran non venga a portarsi già via tutto nell’autunno di questo fatidico 2012.

1919.jpg
Si è aperta, lo si è detto pochi giorni fa su queste stesse pagine, un’aspra stagione.
Occorrerà essere determinati e lucidi nell’affrontarla, sapendo che, in un modo o nell’altro, questo mondo non potrà mai più essere come prima.
Anche chi lotta contro le sue ingiustizie, contro le prevaricazioni e le truffe che lo contraddistinguono dovrà saper rinunciare a qualcosa.

La sinistra greca uscita di fatto vincitrice dalle ultime elezioni, probabilmente scoprirà il bluff tedesco e della BCE, anzi lo ha già fatto.
Dopo le prime dichiarazioni sprezzanti, BCE, FMI e Merkel sembrano essere addivenuti a più miti consigli. Fino ad ipotizzare una mutualizzazione del debito greco (in attesa dell’esplosione di quello spagnolo, etc). Ma questa è solo una parziale e ancora non del tutto certa vittoria. I cui costi saranno prevalentemente scaricati, anche se in tempi diversi, sul mondo del lavoro. Sul 99%.

Occorrerà saper rompere gli schemi in cui il meccanismo del debito pubblico blocca giovani, disoccupati e lavoratori dipendenti. E non saranno certo un aumento della produttività o il sempiterno feticcio denaro a garantirne il futuro.
La macelleria sociale non potrà essere rintuzzata appellandosi alle elemosine dello Stato o della finanza. Saranno i movimenti a darsi i loro strumenti e i loro istituti, finalmente liberi ed autonomi dall’ingerenza dello Stato e del capitale.
Occorrerà andare oltre gli angusti limiti di un welfare state che appartiene ancora alle logiche stataliste degli anni ’30 e rivendicare il diritto collettivo all’uso e al godimento della ricchezza socialmente prodotta, infischiandosene dei patti già firmati da governi e tecnici in cui non ci si è mai potuti e non ci si può più riconoscere.

Occorrerà comprendere e trasformare il concetto di Economia.
Andare oltre il concetto egoistico di oikonomia, tratto da Aristotele e che sottende una saggia gestione della casa. Concetto egoistico e meschino, timorato della proprietà privata.
Basato sulla moneta, sul profitto e sulla partita doppia.
Occorrerà invece coglierlo in tutta la sua potenza intendendolo come gestione comunitaria, in costante divenire, della trasformazione dell’energia in lavoro; un lavoro, però, non più alienato, socializzante, creativo e non più coatto, capace di trasformare, senza inaridirlo, il pianeta di cui siamo soltanto ospiti temporanei.

Occorrerà saper tradire le alleanze annullandole e non rispettare i patti economici suicidi.
Occorrerà saper difendere, in ogni parte del mondo, il diritto di scegliere come organizzare la società su basi solidali più ampie.
Occorrerà lottare, anche duramente, per impedire che si ripetano le illusioni, le false promesse e il ritorno allo sfruttamento passato.

24mtsurf.jpgNei giorni scorsi un surfista ha cavalcato, in Portogallo, un’onda alta 24 metri.
Tutti i nuotatori più o meno esperti sanno che in caso di onde molto alte conviene andare loro incontro piuttosto che cercare di recuperare la spiaggia, pena l’essere risucchiati dal vortice da esse creato. Onde molto alte ci attendono e la spiaggia di partenza non ci offre più alcun rifugio.
Hic Rhodus, hic salta!

N.B.
Tutte le citazioni, prive di altre indicazioni, contenute nell’intervento sono tratte da:
Geminello Alvi, Il Capitalismo, Marsilio, Venezia 2012

Cuba: i cambiamenti dell’era di Raúl Castro

Il quotidiano Granma, organo ufficiale del Partito Comunista Cubano (Pcc), ha annunciato che dal 10 novembre entrerà in vigore nell’isola la riforma, approvata dal governo giovedì scorso, che garantisce il diritto di acquistare e vendere case a tutti i cittadini cubani e agli stranieri residenti. La nuova normativa modifica la legge generale sulle abitazioni del 1988 e facilita il trasferimento della proprietà degli immobili, semplificando notevolmente il relativo iter burocratico e permettendo l’acquisto di un massimo di due case per persona, una come residenza fissa e un’altra in una località differente. Le operazioni di compravendita saranno soggette a un’imposta del 4% e dovranno essere certificate da un notaio perciò non si dovrà più ricorrere al mercato nero o al complicato e informale sistema della permuta per cambiare domicilio.

Sebbene l’80% degli 11,2 milioni di cubani sia proprietario della casa in cui vive, il deficit abitativo sull’isola è un problema grave che interessa circa un milione di persone. Quindi la mossa del Governo di Raúl Castro affronta la questione puntando su “iniezioni di mercato” per riattivare un settore bloccato da cinquant’anni. L’iniziativa viene a sommarsi ad altre misure che reintroducono le logiche di mercato nell’economia nazionale e che stanno lentamente cambiando il modello dirigista e statalista, che aveva come riferimento il sistema dell’ex Unione Sovietica. Il 28 settembre scorso è stato autorizzato, previo nulla osta ministeriale, l’acquisto di veicoli nuovi ai cubani e ai residenti stranieri che potranno pagarli in dollari o in pesos convertibili. Le auto sovietiche della mitica marca Lada e i vecchi “almendrones”, le macchinone americane degli anni Cinquanta, non saranno più padrone delle strade dell’isola. Il 1 agosto il Presidente ha annunciato che verranno ammorbidite le restrizioni per i cubani che desiderano viaggiare all’estero e questa riforma è attesa prima della fine dell’anno. La Chiesa ha invitato le autorità a contemplare nella nuova legge anche un alleggerimento dei vincoli d’ingresso per gli espatriati cubani.

A gennaio 2011 è partita la prima tranche di licenziamenti nel pubblico impiego con un taglio di 500.000 posti di lavoro, cui seguiranno altre durissime sforbiciate, che puntano ad alleggerire di oltre un milione di dipendenti il deficitario settore statale. Nell’ottobre del 2010 sono stati ampliati i permessi per esercitare in modo autonomo o individuale una delle 178 professioni indicate dalla normativa e ad oggi circa 330.000 persone svolgono un lavoro “per conto proprio” legalmente, mentre prima erano praticamente costretti a lavorare in nero. Le nuove micro-imprese, operanti per lo più con bancarelle agli angoli delle strade e sui marciapiedi sotto casa, devono far fronte a un’alta imposizione fiscale, alla mancanza di materie prime e infrastrutture, a una base di consumatori incerta, alla burocrazia e allo scarso accesso al credito, ma la loro sopravvivenza è cruciale per lo stesso Stato cubano che, ad oggi, impiega l’84% della forza lavoro e controlla il 90% dell’economia.

L’emersione di una classe di piccoli commercianti e consumatori, slegata dal mercato nero che a Cuba fornisce ogni tipo di beni e servizi, potrebbe compensare l’ondata di licenziamenti, ma se l’esperimento fallisce i disagi sociali risultanti diventerebbero incontenibili. La creazione di cooperative è legale solo per i saloni di bellezza e i parrucchieri, ma è allo studio un’apertura ad altri settori. La lista delle professioni aperte all’iniziativa privata esclude le più ambite e redditizie come quelle degli avvocati, dei banchieri, degli ingegneri, degli operatori alberghieri o del settore minerario, che agli occhi del governo sarebbero una minaccia al monopolio statale su certe attività strategiche. D’altro canto ora i cubani possono assumere impiegati e affittare le loro case e automobili con maggiore libertà. La speranza del governo è quella di sottrarre quote crescenti al sommerso e allo stesso tempo ottenere benefici fiscali dalle riforme per restare a galla.

La popolazione attende misure che aumentino le facoltà delle banche nella concessione di crediti ai privati, ma data la scarsa liquidità di queste istituzioni, anch’esse gestite dallo Stato, non si intravedono soluzioni e ci si affida ancora alle rimesse degli Stati Uniti che il Presidente Obama ha fissato in un massimo di 2.000 dollari all’anno per persona. Nel 2007 solo il 50% dei terreni agricoli, cioè 3,3 milioni di ettari, erano coltivati. Dal 2008 sono stati concessi in usufrutto oltre 1.300.000 ettari di terra incolta di proprietà statale per cercare di colmare il grosso deficit alimentare del paese, che deve importare l’80% del proprio fabbisogno. Inoltre da quando, tre anni fa, Raúl Castro ha sostituito ufficialmente il fratello Fidel alla guida del paese, ai cubani sono stati rimossi i divieti di alloggiare in hotel, noleggiare automobili e acquisire linee di telefonia mobile, computer ed elettrodomestici. La maggior parte di queste riforme orientate al mercato hanno anticipato e, in seguito, riconfermato la linea sancita dal VI Congresso del Pcc del 16-19 aprile 2011, in cui sono stati approvati i Lineamenti della Politica Economica e Sociale «per adattare il socialismo ai nuovi tempi» e «garantire la continuità e irreversibilità del socialismo, dello sviluppo economico e l’innalzamento del livello di vita della popolazione».

Le rettifiche alla rotta della Revolución cercano di stimolare l’economia con l’apertura all’iniziativa privata e la concessione di autonomia gestionale alle aziende statali in cerca di efficienza. In quest’ottica due megaprogetti risultano vitali per verificare la tenuta dello Stato imprenditore, che copre gli aspetti operativi della loro realizzazione. Il Brasile sta finanziando l’ampliamento del porto di Mariel, 45 km a est de L’Avana, la riqualificazione dell’infrastruttura stradale e ferroviaria di questo futuro “polo di sviluppo” e la nascita di un politecnico specializzato. La Cina, invece, concentra la sua attenzione e i suoi investimenti sul complesso petrolchimico di Cienfuegos. Sembra questa la strada cubana per liberalizzare l’economia, passo dopo passo: una somministrazione controllata di mercato, un po’ medicina e un po’ veleno, unita a politiche di alleggerimento della burocrazia che, oltre alla ristrutturazione delle imprese pubbliche, implicano licenziamenti di massa degli statali a fronte di un loro eventuale e incerto reintegro nei nuovi settori.

L’attuazione dei cambiamenti sotto il controllo ferreo dello Stato dovrebbe scongiurare il pericolo di involuzioni selvagge e ultracapitaliste, come quelle sperimentate dalla Russia post-comunista all’inizio degli anni Novanta. Ciononostante le riforme sembrano dettate più dalla necessità e dalla contingenza che da un vero e proprio giro di vite ideologico riguardante l’economia, lo svecchiamento delle gerarchie e la democratizzazione del sistema. Infatti, a Cuba non è ancora stato favorito un ricambio reale della leadership storica prodotta dalla rivoluzione del 1959 e, sul fronte dei diritti umani, non sono cessate le vigorose proteste contro la repressione del dissenso interno e le limitazioni alla libertà d’espressione. La crescita del Pil cubano è stata compromessa dagli effetti devastanti dei tre forti uragani che si sono succeduti dal 2008 e dalla crisi globale, per cui c’è stato un modesto aumento dell’1,4% e del 2,1% nel 2009 e nel 2010, mentre per il 2011 le stime indicano un incremento del 2,7%. Nello stesso periodo sono cadute anche le rimesse dall’estero e il valore delle esportazioni di zucchero, rum e tabacco.

Escluso dai fondi delle istituzioni monetarie internazionali e strozzato dall’anacronistico embargo statunitense, imposto quasi cinquant’anni fa e condannato dall’Assemblea Generale dell’Onu per vent’anni consecutivi, il regime cubano è dovuto correre ai ripari per difendere le sue conquiste nella salute e nell’istruzione, ma anche le esigenze alimentari minime della popolazione. Forse stiamo assistendo alla tropicalizzazione, in scala ridotta, dell’esperienza cinese che, dalla seconda metà degli anni Settanta, si è tradotta in un mix di autoritarismo politico e apertura controllata ma decisa all’economia di mercato e al capitalismo privato, in stretta associazione con gli imprenditori e i governi di mezzo mondo. Sarebbe azzardato andare oltre con il paragone tra due casi così diversi, anche perché la Cina è un paese-continente difficilmente classificabile e non un’isola delle Antille, ma il passaggio da un’economia pianificata centralmente a una realtà variegata, contraddistinta dalla crescita del settore privato nazionale ed estero e dall’inserimento nei mercati internazionali, implica una serie di scelte tattiche e strategiche imprescindibili. Sebbene sia ormai chiara la tattica del Pcc, riassumibile nella creazione di un sistema misto e delineata nell’ultimo congresso da oltre 300 proposte di riforma per i prossimi cinque anni, ci sono ancora molti dubbi sulla strategia di lungo periodo che fa da sfondo al processo di apertura economica e al lento ma inesorabile ricambio generazionale, che stanno già gettando le basi della nuova Cuba. Da Linkiesta.It

Racchetta sterminatrice di insetti ad alto voltaggio

Il post inutile. Ore 23.51 mentre si scrive. In inglese, sulla confezione della racchetta sterminatrice c’è scritto semplicemente Fly-Killer ma in spagnolo c’è il titolo completo e prolisso di 7 parole che non ripeto perché lo avete in italiano in calce. Alcuni le hanno avvistate, a volte, nel sud d’Italia. Sono arrivate anche in Messico le portentose e sadiche racchette anti-zanzare che poi in realtà uccidono tutti e tutto al loro passaggio. E non cresce più l’erba. Le immortalo in quest’istantanea cellulare a 2 MegaPixels tanto per gradire. Data l’alta marea e la luna piena in questi giorni, dicono i locali, sulla costa pacifica messicana non v’è quasi traccia di mosquitos e moscas ma presto torneranno. Lo sappiamo. La pacchia non è eterna. Quella in mezzo, la verde, è made in China ma l’ho acquistata ad Haiti, dove è usatissima e apprezzatissima per la presenza di stormi di zanzare che escono da armadi, tende e case a milioni. Magari a milioni no, ma fino a un centinaio in una botta vi assicuro di sì.

Funziona a batteria ricaricabile mentre le due gemelle messicane a destra e sinistra vanno a pile AA “normali” anche se gliela diamo vinta sull’estetica. Nessun modello presentato va toccato mentre si preme il pulsantino nero e s’accende la luce rossa. In alcune cantine del centro di Città del Messico si offrono a pagamento delle scosse elettriche, tanto la gente è ubriaca e si diverte così, ma non provateci con queste, sono peggio (ammetto di averne sfiorato per errore le maglie metalliche un paio di volte lanciando poi la racchetta lontano lontano per lo spavento e l’intensità della scossa, senza aver bevuto=full pain). E l’alto voltaggio? Tutto fumo e niente arrosto? Nient’affatto. 3 V in entrata e va beh. Però >1000 V in uscita ! Ma come fanno?

PS. Non ho nessuna azienda che produce questi marchingegni e i prossimi post del blog potrebbero essere anche peggiori di questo. Meno male.

Ri-PS. o Nota: dopo il primo elettroshock radicale involontario ho ucciso una formica con lo sguardo per la tensione in circolazione dal piatto al cuore mio. Brutto segno.

Il cinese non è in vendita a Città del Messico

Nada chino a la venta

Leggilo anche su: http://www.reportonline.it/2009082828764/cronaca/il-cinese-non-e-in-vendita-a-citta-del-messico.html

Nessun prodotto cinese in vendita nei negozi del centro di Città del Messico? Lo dubito, ma è comunque curioso il cartello affisso da questo negoziante di sedie per l’ufficio sui suoi preziosi prodotti per sottolinearne probabilmente l’innato valore qualitativo rispetto alla tipica “merce cinese” di cianfrusaglie e plasticaccia. Che poi è anche questo un luogo comune, come dire che dal Brasile arrivano solo caffè e banane come cent’anni fa, dato che tra automobili, motociclette, beni durevoli, elettrodomestici, nucleare, acciaio e computer la Cina ormai produce di tutto e a tutti i livelli.

Basta farsi un giro nelle viette a nord del Zocalo della capitale messicana per capire come questo timido cartellino giallo sia ridicolo e si perda insignificante nel marasma di negozi, grandi magazzini, avventurieri del commercio e ambulanti (sempre più nascosti dopo che ampie zone del centro sono state “ripulite” un paio d’anni fa) che popolano le strade e confondono i cinque sensi e l’equilibrio psicofisico del potenziale acquirente. Quindi il cartellino sembra restare lì appiccicato per errore o per una burla con il suo disegnino stilizzato di una faccetta del messenger al posto della lettera O.

Ad ogni modo, il Messico ha avuto un suo passato razzista e tende a mantenere la tradizione anti cinese anche oggi. Lo Stato settentrionale di Sonora, patria di grandi rivoluzionari della epoca del ‘17 come Venustiano Carranza, Plutarco Elias Calles, Adolfo de la Huerta e il Generale Alvaro Obregon, espulse tutti i cinesi nel 1916 e ne vietò l’immigrazione, anche se già da prima gli occhi a mandorla non erano di certo un tratto gradito nella zona… Non trattiamo qui chiaramente il caso di tutte le discriminazioni contro i guatemalatechi, gli honduregni e in generale i centroamericani, spesso presenti in Messico temporaneamente nel tentativo di raggiungere gli States, oltre a quelle contro i propri cittadini di etnie indigene e quindi diversi dalla razza cosmica e meticcia che caraterizza “il Messicano” secondo l’ideologia nazionale post-revoluzionaria.

Tornando al sodo, già da anni l’invasione delle manifatture provenienti dalla Cina, secondo partner commerciale dell’America Latina e primo esportatore verso gli Stati Uniti (una volta era proprio il Messico al primo posto) sembra inarrestabile e, anche se il flusso di persone, come spesso accade, è più limitato rispetto alle merci, la presenza cinese dal Pacifico all’Atlantico, dalle Ande alla Sierra Madre Occidentale, è un elemento culturale e commerciale dirompente.

Navigando su e giù per la costa pacifica americana, da San Francisco a Mazatlan e Guaymas fino a Buenaventura in Colombia o a Lima, ci si accorge dell’incredibile somiglianza di tutti i prodotti e anche di tutti i loro rispettivi prezzi che si possono trovare nelle bancarelle degli ambulanti e dei mercati di quartiere. Chiaramente il processo non riguarda solo quest’area della terra, anzi, ma è comunque curioso osservare la millimetrica continuità e la linearità costiera di cineserie, sempre più precise e raffinate nel loro affanno imitatore, a dir la verità.

In economia ci spiegano come comprendere il concetto dell’inflazione e del livello dei prezzi con l’esempio infelice ma efficace del McDonald e dell’hamburger standard che costa, diciamo, un euro in Italia, uno e venti a Parigi, due a Tokio e così via. Qui invece ci sono le forbicine pieghevoli da 5 cm che trovi ovunque e comunque, impacchettati in una tenera scatolina di plastica, ora a mezzo dollaro, ora a 5 pesos messicani o a 350 colombiani che è quasi lo stesso. Globalizzazione o cinesizzazione? Viene da chiedersi. Un po’ di tutte e due, viene da rispondersi.

Anche nella periferia nord-ovest di Milano, in via Jacopino e in Piazza Prealpi, dove hanno appena chiuso “per spaccio” il celebre Fabri Bar (traduco: borsette di cocaina nascoste nei servizi igienici e flussi di giovani incontinenti che, senza nemmeno prndersi un caffé o un’acqua, si fiondavano alla toilette continuamente) gestito da italiani e cinesi, i segnali della presenza cinese sono inequivocabili.

Camioncino cinese Jacopino

Ed ecco apparire il camioncino incomprensibile ma bello che apprezzerete nella fotografia a pié di post. Inoltre il negozio di cineserie che segnalo su Viale Monteceneri angolo Via Bartolini è una perla del kitsch low cost in cui un biglietto da 5 euro recupera tutto il valore che aveva prima del 2002, quando appena lo vedevamo in televisione e ne aspettavamo l’avvento presso le nostre tasche nella speranza di annate prospere e di fratellanza tra i popoli. Ottimi i prodotti con tecnologia led per l’illuminazione come la penna multifunzione con 3 luci diverse, le lampadine ad azionamento manuale da attaccare alle pareti per quando va via la luce ed esotici mouse pad con protezione al silicone per salvaguardare il polso dalla durezza di tavoli e spigoli. Il dettaglio è che il mouse pad ha stampata su la foto di un’avvenente orientale che ammicca e i cuscinetti di silicone corrispondono a parti soffici e impronunciabili.

Devo dire, infine, che la convivenza è spesso pacifica e per esempio la mia famiglia, che vive sotto a un piccolo esercito di 7-8 cinesi stipati nell’appartamento di sopra (di proprietà di una coppia asiatica), riceve periodicamente dei regalini esotici e gode di un relativo stato di calma per il silenzio imposto dal padrone alla sua disciplinata e disagiata troupe di inquilini e compatrioti. Altro caso è invece quello degli abitanti al secondo piano della scala di fronte, una rumorosa famiglia di 3 o 4 componenti (e chi lo sa?) con un marito tanto violento e intrattabile che ha fatto scendere il prezzo di mercato degli appartamenti adiacenti e spero si sia beccato almeno qualche denuncia. Un’ultima foto in chiusura della Piazza Prealpi e della Bovisa che furono: un camioncino hip hop old school parcheggiato su di un marciapiede non asfaltato, quale camioncino vi piace di più?

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