Archivi tag: riforme

Video e aggiornamenti: i maestri contro la reforma educativa in Messico


cnte dfVenerdí 21 settembre quasi tutti i giornali e le TV in Messico hanno cominciato a celebrare con dei bei titoloni la fine del conflitto tra gli insegnanti e il governo di Peña Nieto. Si tratta di una battaglia combattuta a suon di occupazioni, manifestazioni e repressioni violente della polizia, una resistenza che da oltre un mese tiene in scacco le autorità nazionali e quelle della capitale messicana. I mezzi di comunicazione, che dall’inizio della protesta hanno mantenuto un quasi totale allineamento con la propaganda ufficiale, sostenevano che era stato raggiunto un accordo tra gli insegnanti della Coordinadora Nacional Trabajadores de la Educacion, la CNTE, e il ministero degli interni, dopo la due giorni di sciopero nazionale e proteste realizzate dai professori il 18-19 settembre. Anche gli studenti hanno espresso solidarietà ai docenti in lotta e hanno occupato facoltà e scuole nelle giornate di mercoledì e giovedì scorso, nonostante alcune spaccature interne nel corpo studentesco e la pressione dei rettorati e delle direzioni di facoltà, particolarmente forti nel principale ateneo nazionale, la Universidad Nacional Autonoma de Mexico (link notizia in italiano).

In realtà tra governo e manifestanti c’era solo un accordo preliminare su 5 punti che, una volta approvato dalla dirigenza e dai funzionari del governo, doveva ancora essere sottoposto alle basi. Queste lo hanno bocciato tra venerdì sera e sabato mattina, per cui il conflitto non è finito, ma i media hanno sancito il suo accantonamento, la sua scomparsa dalle cronache e dagli interessi collettivi.

La tragedia umanitaria e le decine di vittime causate in tutto il paese dagli uragani e le tempeste tropicali degli ultimi giorni, come sempre aggravate dall’incuria dell’uomo, dalle miserabili infrastrutture abitative e dai ritardi della protezione civile, è passata in primo piano e il conflitto a Città del Messico e in oltre 20 stati del paese è stato annullato da qualche prima pagina tendenziosa che ne decretava la fine prematura. La lotta dei docenti per far sentire la propria voce e le proprie ragioni va anche contro questo sforzo unitario di stampa e governo nel soffocarle, nel non spiegarle, e nel ridurle a una protesta di alcuni facinorosi e pigri. Il quotidiano La Jornada è una delle eccezioni a questa “regola” non scritta dei media nazionali e il video sopra ne è una testimonianza.

Quindi oltre 10mila maestri dissidenti della CNTE, accampati nel centro della città da 5 mesi, hanno deciso di continuare con le proteste contro la riforma educativa del governo sia nel week end del 21-22 settembre che nei primi giorni della prossima settimana, almeno fino a mercoledì 25. Domenica gli insegnanti della sezione XXII, la più combattiva e numerosa che proviene da Oaxaca,  si uniranno all’ex candidato presidenziale delle sinistre, Andrés Manuel Lopez Obrador, e al suo Movimento di rigenerazione Nazionale in una manifestazione contro la riforma energetica e la privatizzazione del petrolio.

La CNTE ci tiene a ribadire la sua neutralità rispetto ai partiti, per cui alcune sezioni non prenderanno parte alla manifestazione e lasceranno libertà di scelta ai propri aderenti. Continueranno anche le “giornate nazionali dei docenti”, giunte alla terza “edizione”, in cui si discutono controproposte viabili alla riforma “educativa” imposta dal governo e già approvata da entrambe le camere una decina di giorni fa (leggi storia del movimento).

Lunedì l’assemblea deciderà se mercoledì verrà realizzata una manifestazione e se, in seguito, i docenti in lotta faranno ritorno ai loro stati d’origine per cominciare il ciclo scolastico. Per ora non verrà attuato nessun tentativo di rioccupare il zocalo, la piazza centrale della capitale, e la CNTE resterà nella tendopoli del Monumento a la Revolucion. Tra l’altro nello zocalo il governo ha deciso di allestire le tende per la raccolta dei viveri in favore degli alluvionati, quindi ha reso molto più difficile, anche “eticamente”, qualunque azione di forza dei docenti ancora intenzionati a spostare la protesta in quella piazza.

Nel video (in spagnolo) sopra (link) alcuni maestri spiegano le loro ragioni per protestare contro una riforma educativa che, in realtà, è più amministrativa e lavorativa, visto che riduce i diritti dei dipendenti pubblici del settore, che “educativa”. Nel video (in spagnolo) sotto (link) c’è un interessante punto di vista accademico in proposito: parla il professore del Colegio de México José Gil Antón.

Cuba: i cambiamenti dell’era di Raúl Castro

Il quotidiano Granma, organo ufficiale del Partito Comunista Cubano (Pcc), ha annunciato che dal 10 novembre entrerà in vigore nell’isola la riforma, approvata dal governo giovedì scorso, che garantisce il diritto di acquistare e vendere case a tutti i cittadini cubani e agli stranieri residenti. La nuova normativa modifica la legge generale sulle abitazioni del 1988 e facilita il trasferimento della proprietà degli immobili, semplificando notevolmente il relativo iter burocratico e permettendo l’acquisto di un massimo di due case per persona, una come residenza fissa e un’altra in una località differente. Le operazioni di compravendita saranno soggette a un’imposta del 4% e dovranno essere certificate da un notaio perciò non si dovrà più ricorrere al mercato nero o al complicato e informale sistema della permuta per cambiare domicilio.

Sebbene l’80% degli 11,2 milioni di cubani sia proprietario della casa in cui vive, il deficit abitativo sull’isola è un problema grave che interessa circa un milione di persone. Quindi la mossa del Governo di Raúl Castro affronta la questione puntando su “iniezioni di mercato” per riattivare un settore bloccato da cinquant’anni. L’iniziativa viene a sommarsi ad altre misure che reintroducono le logiche di mercato nell’economia nazionale e che stanno lentamente cambiando il modello dirigista e statalista, che aveva come riferimento il sistema dell’ex Unione Sovietica. Il 28 settembre scorso è stato autorizzato, previo nulla osta ministeriale, l’acquisto di veicoli nuovi ai cubani e ai residenti stranieri che potranno pagarli in dollari o in pesos convertibili. Le auto sovietiche della mitica marca Lada e i vecchi “almendrones”, le macchinone americane degli anni Cinquanta, non saranno più padrone delle strade dell’isola. Il 1 agosto il Presidente ha annunciato che verranno ammorbidite le restrizioni per i cubani che desiderano viaggiare all’estero e questa riforma è attesa prima della fine dell’anno. La Chiesa ha invitato le autorità a contemplare nella nuova legge anche un alleggerimento dei vincoli d’ingresso per gli espatriati cubani.

A gennaio 2011 è partita la prima tranche di licenziamenti nel pubblico impiego con un taglio di 500.000 posti di lavoro, cui seguiranno altre durissime sforbiciate, che puntano ad alleggerire di oltre un milione di dipendenti il deficitario settore statale. Nell’ottobre del 2010 sono stati ampliati i permessi per esercitare in modo autonomo o individuale una delle 178 professioni indicate dalla normativa e ad oggi circa 330.000 persone svolgono un lavoro “per conto proprio” legalmente, mentre prima erano praticamente costretti a lavorare in nero. Le nuove micro-imprese, operanti per lo più con bancarelle agli angoli delle strade e sui marciapiedi sotto casa, devono far fronte a un’alta imposizione fiscale, alla mancanza di materie prime e infrastrutture, a una base di consumatori incerta, alla burocrazia e allo scarso accesso al credito, ma la loro sopravvivenza è cruciale per lo stesso Stato cubano che, ad oggi, impiega l’84% della forza lavoro e controlla il 90% dell’economia.

L’emersione di una classe di piccoli commercianti e consumatori, slegata dal mercato nero che a Cuba fornisce ogni tipo di beni e servizi, potrebbe compensare l’ondata di licenziamenti, ma se l’esperimento fallisce i disagi sociali risultanti diventerebbero incontenibili. La creazione di cooperative è legale solo per i saloni di bellezza e i parrucchieri, ma è allo studio un’apertura ad altri settori. La lista delle professioni aperte all’iniziativa privata esclude le più ambite e redditizie come quelle degli avvocati, dei banchieri, degli ingegneri, degli operatori alberghieri o del settore minerario, che agli occhi del governo sarebbero una minaccia al monopolio statale su certe attività strategiche. D’altro canto ora i cubani possono assumere impiegati e affittare le loro case e automobili con maggiore libertà. La speranza del governo è quella di sottrarre quote crescenti al sommerso e allo stesso tempo ottenere benefici fiscali dalle riforme per restare a galla.

La popolazione attende misure che aumentino le facoltà delle banche nella concessione di crediti ai privati, ma data la scarsa liquidità di queste istituzioni, anch’esse gestite dallo Stato, non si intravedono soluzioni e ci si affida ancora alle rimesse degli Stati Uniti che il Presidente Obama ha fissato in un massimo di 2.000 dollari all’anno per persona. Nel 2007 solo il 50% dei terreni agricoli, cioè 3,3 milioni di ettari, erano coltivati. Dal 2008 sono stati concessi in usufrutto oltre 1.300.000 ettari di terra incolta di proprietà statale per cercare di colmare il grosso deficit alimentare del paese, che deve importare l’80% del proprio fabbisogno. Inoltre da quando, tre anni fa, Raúl Castro ha sostituito ufficialmente il fratello Fidel alla guida del paese, ai cubani sono stati rimossi i divieti di alloggiare in hotel, noleggiare automobili e acquisire linee di telefonia mobile, computer ed elettrodomestici. La maggior parte di queste riforme orientate al mercato hanno anticipato e, in seguito, riconfermato la linea sancita dal VI Congresso del Pcc del 16-19 aprile 2011, in cui sono stati approvati i Lineamenti della Politica Economica e Sociale «per adattare il socialismo ai nuovi tempi» e «garantire la continuità e irreversibilità del socialismo, dello sviluppo economico e l’innalzamento del livello di vita della popolazione».

Le rettifiche alla rotta della Revolución cercano di stimolare l’economia con l’apertura all’iniziativa privata e la concessione di autonomia gestionale alle aziende statali in cerca di efficienza. In quest’ottica due megaprogetti risultano vitali per verificare la tenuta dello Stato imprenditore, che copre gli aspetti operativi della loro realizzazione. Il Brasile sta finanziando l’ampliamento del porto di Mariel, 45 km a est de L’Avana, la riqualificazione dell’infrastruttura stradale e ferroviaria di questo futuro “polo di sviluppo” e la nascita di un politecnico specializzato. La Cina, invece, concentra la sua attenzione e i suoi investimenti sul complesso petrolchimico di Cienfuegos. Sembra questa la strada cubana per liberalizzare l’economia, passo dopo passo: una somministrazione controllata di mercato, un po’ medicina e un po’ veleno, unita a politiche di alleggerimento della burocrazia che, oltre alla ristrutturazione delle imprese pubbliche, implicano licenziamenti di massa degli statali a fronte di un loro eventuale e incerto reintegro nei nuovi settori.

L’attuazione dei cambiamenti sotto il controllo ferreo dello Stato dovrebbe scongiurare il pericolo di involuzioni selvagge e ultracapitaliste, come quelle sperimentate dalla Russia post-comunista all’inizio degli anni Novanta. Ciononostante le riforme sembrano dettate più dalla necessità e dalla contingenza che da un vero e proprio giro di vite ideologico riguardante l’economia, lo svecchiamento delle gerarchie e la democratizzazione del sistema. Infatti, a Cuba non è ancora stato favorito un ricambio reale della leadership storica prodotta dalla rivoluzione del 1959 e, sul fronte dei diritti umani, non sono cessate le vigorose proteste contro la repressione del dissenso interno e le limitazioni alla libertà d’espressione. La crescita del Pil cubano è stata compromessa dagli effetti devastanti dei tre forti uragani che si sono succeduti dal 2008 e dalla crisi globale, per cui c’è stato un modesto aumento dell’1,4% e del 2,1% nel 2009 e nel 2010, mentre per il 2011 le stime indicano un incremento del 2,7%. Nello stesso periodo sono cadute anche le rimesse dall’estero e il valore delle esportazioni di zucchero, rum e tabacco.

Escluso dai fondi delle istituzioni monetarie internazionali e strozzato dall’anacronistico embargo statunitense, imposto quasi cinquant’anni fa e condannato dall’Assemblea Generale dell’Onu per vent’anni consecutivi, il regime cubano è dovuto correre ai ripari per difendere le sue conquiste nella salute e nell’istruzione, ma anche le esigenze alimentari minime della popolazione. Forse stiamo assistendo alla tropicalizzazione, in scala ridotta, dell’esperienza cinese che, dalla seconda metà degli anni Settanta, si è tradotta in un mix di autoritarismo politico e apertura controllata ma decisa all’economia di mercato e al capitalismo privato, in stretta associazione con gli imprenditori e i governi di mezzo mondo. Sarebbe azzardato andare oltre con il paragone tra due casi così diversi, anche perché la Cina è un paese-continente difficilmente classificabile e non un’isola delle Antille, ma il passaggio da un’economia pianificata centralmente a una realtà variegata, contraddistinta dalla crescita del settore privato nazionale ed estero e dall’inserimento nei mercati internazionali, implica una serie di scelte tattiche e strategiche imprescindibili. Sebbene sia ormai chiara la tattica del Pcc, riassumibile nella creazione di un sistema misto e delineata nell’ultimo congresso da oltre 300 proposte di riforma per i prossimi cinque anni, ci sono ancora molti dubbi sulla strategia di lungo periodo che fa da sfondo al processo di apertura economica e al lento ma inesorabile ricambio generazionale, che stanno già gettando le basi della nuova Cuba. Da Linkiesta.It