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Cuba: i cambiamenti dell’era di Raúl Castro

Il quotidiano Granma, organo ufficiale del Partito Comunista Cubano (Pcc), ha annunciato che dal 10 novembre entrerà in vigore nell’isola la riforma, approvata dal governo giovedì scorso, che garantisce il diritto di acquistare e vendere case a tutti i cittadini cubani e agli stranieri residenti. La nuova normativa modifica la legge generale sulle abitazioni del 1988 e facilita il trasferimento della proprietà degli immobili, semplificando notevolmente il relativo iter burocratico e permettendo l’acquisto di un massimo di due case per persona, una come residenza fissa e un’altra in una località differente. Le operazioni di compravendita saranno soggette a un’imposta del 4% e dovranno essere certificate da un notaio perciò non si dovrà più ricorrere al mercato nero o al complicato e informale sistema della permuta per cambiare domicilio.

Sebbene l’80% degli 11,2 milioni di cubani sia proprietario della casa in cui vive, il deficit abitativo sull’isola è un problema grave che interessa circa un milione di persone. Quindi la mossa del Governo di Raúl Castro affronta la questione puntando su “iniezioni di mercato” per riattivare un settore bloccato da cinquant’anni. L’iniziativa viene a sommarsi ad altre misure che reintroducono le logiche di mercato nell’economia nazionale e che stanno lentamente cambiando il modello dirigista e statalista, che aveva come riferimento il sistema dell’ex Unione Sovietica. Il 28 settembre scorso è stato autorizzato, previo nulla osta ministeriale, l’acquisto di veicoli nuovi ai cubani e ai residenti stranieri che potranno pagarli in dollari o in pesos convertibili. Le auto sovietiche della mitica marca Lada e i vecchi “almendrones”, le macchinone americane degli anni Cinquanta, non saranno più padrone delle strade dell’isola. Il 1 agosto il Presidente ha annunciato che verranno ammorbidite le restrizioni per i cubani che desiderano viaggiare all’estero e questa riforma è attesa prima della fine dell’anno. La Chiesa ha invitato le autorità a contemplare nella nuova legge anche un alleggerimento dei vincoli d’ingresso per gli espatriati cubani.

A gennaio 2011 è partita la prima tranche di licenziamenti nel pubblico impiego con un taglio di 500.000 posti di lavoro, cui seguiranno altre durissime sforbiciate, che puntano ad alleggerire di oltre un milione di dipendenti il deficitario settore statale. Nell’ottobre del 2010 sono stati ampliati i permessi per esercitare in modo autonomo o individuale una delle 178 professioni indicate dalla normativa e ad oggi circa 330.000 persone svolgono un lavoro “per conto proprio” legalmente, mentre prima erano praticamente costretti a lavorare in nero. Le nuove micro-imprese, operanti per lo più con bancarelle agli angoli delle strade e sui marciapiedi sotto casa, devono far fronte a un’alta imposizione fiscale, alla mancanza di materie prime e infrastrutture, a una base di consumatori incerta, alla burocrazia e allo scarso accesso al credito, ma la loro sopravvivenza è cruciale per lo stesso Stato cubano che, ad oggi, impiega l’84% della forza lavoro e controlla il 90% dell’economia.

L’emersione di una classe di piccoli commercianti e consumatori, slegata dal mercato nero che a Cuba fornisce ogni tipo di beni e servizi, potrebbe compensare l’ondata di licenziamenti, ma se l’esperimento fallisce i disagi sociali risultanti diventerebbero incontenibili. La creazione di cooperative è legale solo per i saloni di bellezza e i parrucchieri, ma è allo studio un’apertura ad altri settori. La lista delle professioni aperte all’iniziativa privata esclude le più ambite e redditizie come quelle degli avvocati, dei banchieri, degli ingegneri, degli operatori alberghieri o del settore minerario, che agli occhi del governo sarebbero una minaccia al monopolio statale su certe attività strategiche. D’altro canto ora i cubani possono assumere impiegati e affittare le loro case e automobili con maggiore libertà. La speranza del governo è quella di sottrarre quote crescenti al sommerso e allo stesso tempo ottenere benefici fiscali dalle riforme per restare a galla.

La popolazione attende misure che aumentino le facoltà delle banche nella concessione di crediti ai privati, ma data la scarsa liquidità di queste istituzioni, anch’esse gestite dallo Stato, non si intravedono soluzioni e ci si affida ancora alle rimesse degli Stati Uniti che il Presidente Obama ha fissato in un massimo di 2.000 dollari all’anno per persona. Nel 2007 solo il 50% dei terreni agricoli, cioè 3,3 milioni di ettari, erano coltivati. Dal 2008 sono stati concessi in usufrutto oltre 1.300.000 ettari di terra incolta di proprietà statale per cercare di colmare il grosso deficit alimentare del paese, che deve importare l’80% del proprio fabbisogno. Inoltre da quando, tre anni fa, Raúl Castro ha sostituito ufficialmente il fratello Fidel alla guida del paese, ai cubani sono stati rimossi i divieti di alloggiare in hotel, noleggiare automobili e acquisire linee di telefonia mobile, computer ed elettrodomestici. La maggior parte di queste riforme orientate al mercato hanno anticipato e, in seguito, riconfermato la linea sancita dal VI Congresso del Pcc del 16-19 aprile 2011, in cui sono stati approvati i Lineamenti della Politica Economica e Sociale «per adattare il socialismo ai nuovi tempi» e «garantire la continuità e irreversibilità del socialismo, dello sviluppo economico e l’innalzamento del livello di vita della popolazione».

Le rettifiche alla rotta della Revolución cercano di stimolare l’economia con l’apertura all’iniziativa privata e la concessione di autonomia gestionale alle aziende statali in cerca di efficienza. In quest’ottica due megaprogetti risultano vitali per verificare la tenuta dello Stato imprenditore, che copre gli aspetti operativi della loro realizzazione. Il Brasile sta finanziando l’ampliamento del porto di Mariel, 45 km a est de L’Avana, la riqualificazione dell’infrastruttura stradale e ferroviaria di questo futuro “polo di sviluppo” e la nascita di un politecnico specializzato. La Cina, invece, concentra la sua attenzione e i suoi investimenti sul complesso petrolchimico di Cienfuegos. Sembra questa la strada cubana per liberalizzare l’economia, passo dopo passo: una somministrazione controllata di mercato, un po’ medicina e un po’ veleno, unita a politiche di alleggerimento della burocrazia che, oltre alla ristrutturazione delle imprese pubbliche, implicano licenziamenti di massa degli statali a fronte di un loro eventuale e incerto reintegro nei nuovi settori.

L’attuazione dei cambiamenti sotto il controllo ferreo dello Stato dovrebbe scongiurare il pericolo di involuzioni selvagge e ultracapitaliste, come quelle sperimentate dalla Russia post-comunista all’inizio degli anni Novanta. Ciononostante le riforme sembrano dettate più dalla necessità e dalla contingenza che da un vero e proprio giro di vite ideologico riguardante l’economia, lo svecchiamento delle gerarchie e la democratizzazione del sistema. Infatti, a Cuba non è ancora stato favorito un ricambio reale della leadership storica prodotta dalla rivoluzione del 1959 e, sul fronte dei diritti umani, non sono cessate le vigorose proteste contro la repressione del dissenso interno e le limitazioni alla libertà d’espressione. La crescita del Pil cubano è stata compromessa dagli effetti devastanti dei tre forti uragani che si sono succeduti dal 2008 e dalla crisi globale, per cui c’è stato un modesto aumento dell’1,4% e del 2,1% nel 2009 e nel 2010, mentre per il 2011 le stime indicano un incremento del 2,7%. Nello stesso periodo sono cadute anche le rimesse dall’estero e il valore delle esportazioni di zucchero, rum e tabacco.

Escluso dai fondi delle istituzioni monetarie internazionali e strozzato dall’anacronistico embargo statunitense, imposto quasi cinquant’anni fa e condannato dall’Assemblea Generale dell’Onu per vent’anni consecutivi, il regime cubano è dovuto correre ai ripari per difendere le sue conquiste nella salute e nell’istruzione, ma anche le esigenze alimentari minime della popolazione. Forse stiamo assistendo alla tropicalizzazione, in scala ridotta, dell’esperienza cinese che, dalla seconda metà degli anni Settanta, si è tradotta in un mix di autoritarismo politico e apertura controllata ma decisa all’economia di mercato e al capitalismo privato, in stretta associazione con gli imprenditori e i governi di mezzo mondo. Sarebbe azzardato andare oltre con il paragone tra due casi così diversi, anche perché la Cina è un paese-continente difficilmente classificabile e non un’isola delle Antille, ma il passaggio da un’economia pianificata centralmente a una realtà variegata, contraddistinta dalla crescita del settore privato nazionale ed estero e dall’inserimento nei mercati internazionali, implica una serie di scelte tattiche e strategiche imprescindibili. Sebbene sia ormai chiara la tattica del Pcc, riassumibile nella creazione di un sistema misto e delineata nell’ultimo congresso da oltre 300 proposte di riforma per i prossimi cinque anni, ci sono ancora molti dubbi sulla strategia di lungo periodo che fa da sfondo al processo di apertura economica e al lento ma inesorabile ricambio generazionale, che stanno già gettando le basi della nuova Cuba. Da Linkiesta.It

Che cosa può fare realmente Obama per Cuba e l’embargo: futuro e realtà dopo le prime aperture a Castro

map.florida.cuba.miami por denny2046.

LEGGILO ANCHE SU RIVISTA CARTA:

http://www.carta.org/campagne/dal+mondo/17567

Il 13 aprile scorso  il Presidente USA, Barack Obama, annunciò una nuova iniziativa per le relazioni bilaterali tra Cuba e gli Stati Uniti d’America come promesso in campagna elettorale. In quest’ottica di revisione dell’embargo e della politica verso Cuba si sono iniziati ad allentare i cappi intorno all’isola che George W. Bush aveva invece stretto e consolidato, anche in risposta all’integralismo della corrente “dura” della potente lobby cubana nel congresso.

Le restrizioni dell’era Bush hanno cominciato ad essere soffocanti anche per la stessa comunità cubana anti-castrista di Miami sulla quale il presidente Obama ha fatto leva e, per la prima volta nella storia, ha guadagnato consensi per le elezioni del 2008 sulla base di una piattaforma di distensione verso il regime cubano.

Quindi dall’aprile scorso i cubani-americani possono viaggiare a Cuba, possono spendere di più sull’isola e inviare rimesse e regali ai familiari senza restrizioni. L’implicazione pratica della misura sarà l’incremento delle visite all’isola ben oltre il suo livello pre-2004, che era di circa 10mila al mese, e servirà da compensazione per il calo previsto nel turismo internazionale in quest’anno di recessione mondiale. In aggiunta a Cuba è anche caduta la proibizione d’ingresso negli hotel internazionali per i cubani.

L’altra misura adottata unilateramente da Obama riguarda la rimozione delle restrizioni per le compagnie americane affinché possano stipulare accordi con società cubane per fornire servizi di cablatura in fibra-ottica, trasmissione via satellite e via radio. Fino ad ora le restrizioni avevano impedito la diffusione su ampia scala della banda larga a Cuba e, per evitare l’isolamento, il governo aveva stipulato un accordo con il Venezuela e la Giamaica per far arrivare la fibra ottica entro il 2010. Anche se l’impatto di questa apertura da parte degli USA sarà meno evidente dato l’arrivo di quest’altra infrastruttura in contemporanea, ci saranno nuove possibilità per la compagnia telefonica cubana Etecsa. Inoltre gli Stati Uniti hanno offerto a Cuba la ripresa del dialogo sul tema migratorio come ha segnalato la portavoce del dipartimento di Stato, Darla Jordan.

Politicamente parlando, le misure di “distensione” riaprono negli USA il dibattito sull’embargo e su altre possibili aperture, mentre a Cuba c’è un misto di volontà di dialogo e apprezzamento ma anche di freddezza e chiusura per quanto riguarda le concessioni politiche che potrebbe fare la stessa Cuba che, comunque, giudica illegale e immorale l’embargo e tutti e suoi corollari e derivati. Inoltre le “proposte USA” circa l’apertura economica e politica dell’isola sono percepite come un’ingerenza grave alla sovranità nazionale.

Ma forse è utile chiedersi cosa possa fare realmente Obama, con i poteri che ha in mano, per Cuba e l’embargo e cosa, invece, deve passare da un iter congressuale più lungo e intricato per capire la portata degli eventuali provvedimenti futuri su questo difficile tema di politica estera statunitense. La rimozione dell’embargo contro Cuba sul commercio, gli investimenti e i viaggi da parte dei cittadini statunitensi ha bisogno di un iter legislativo regolare e le maggioranze necessarie sarebbero trasversali. Di fatto c’è già in discussione un progetto di legge che renderebbe completamente liberi i viaggi degli statunitensi sull’isola e l’aspettativa è che un progetto sull’embrago venga presentato entro la fine di quest’anno.

Ciononostante le aree e le decisioni che Obama può gestire via esecutivo senza passare dal congresso non sono poche. Riassumendo, le possibilità sono queste:

  • ridurre i fondi all’OFAC (Office for Foreign Assets Control) che si occupa dell’imposizione di sanzioni e ai gruppi dei dissidenti cubani;
  • concedere permessi generalizzati per i viaggi accademici, umanitari e d’affari a Cuba e aumentare i visti per gli accademici cubani in visita negli USA;
  • abolire la posizione del Coordinatore per la Transizione a Cuba, creato nel 2005;
  • rimuovere Cuba dalla lista degli stati che promuovono il terrorismo;
  • permettere a Cuba la ricezione di crediti per l’acquisto di prodotti agricoli anche tramite banche USA;
  • limare le restrizioni alle vendite di macchinari e attrezzature per il settore dell’allevamento e quelle per l’esportazione di materiali per la ricstruzione post-uragani;
  • permettere alle navi che son passate da Cuba di stazionare nei porti USA anche prima del limite di sei mesi oggi in vigore;
  • permettere l’importazione in USA di medicine, vaccini e artigianato cubani.

A questo punto resta da vedere quanta volontà politica possiede Obama per muoversi in questa direzione, quali maggioranze e quali lobby e organizzazioni con influenza nel congresso favoriranno distensioni di portata più storica e come reagiranno le autorità cubane di fronte alle eventuali crescenti richieste degli Stati Uniti: l’apertura dell’economia dell’isola, il rispetto dei diritti umani e di libertà d’informazione (con la liberazione dei detenuti politici o “traditori del regime” che dir si voglia) e la progressiva democratizzazione del sistema politico.

Mentre sui primi due punti sembrano esserci dei segnali positivi anche da parte di Raul Castro (soprattutto sugli aspetti economici, date le difficoltà fronteggiate dall’isola negli ultimi anni), sul fronte dei diritti umani e, soprattutto, su quello politico la strada è ancora lunga e Cuba rivendica la sua sovranità assoluta. L’idea che le piccole aperture e gli scambi reciproci di concessioni e favori possano essere dei cavalli di troia della penetrazione USA nell’isola si rafforza insieme alla denuncia dell’ingiustizia storica compiuta con l’embargo, mentre la necessità economica e sociale di tali compromessi diventa sempre più urgente e può crescere durante i prossimi mesi di crisi.

FidelyRaulCastro por Evalucy.

Foto 1 di http://www.flickr.com/photos/denny2046/1545216279/ e Foto 3 di http://www.flickr.com/photos/37460156@N06/3541527243/