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IIRSA, L’infrastruttura della devastazione (SUB ITALIANO)

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(di Coordinadora Antiirsa, traduzione di Perez Gallo)

Vi proponiamo qui il documentario realizzato da Coordinadora Antiirsa e da noi tradotto.

IIRSA (Iniciativa para la Infraestructura Regional de Sur América) é un gigantesco piano di interconnessione logistica del continente, che conta con circa 600 mega-progetti, che colpisce o espropria più di 1300 tra comunità indigene, comunità contadine, comunità afrodiscendenti, comunità di pescatori e raccoglitori, organizzazioni sociali e organizzazioni ambientaliste, e che punta a connettere le enclaves estrattive, minerarie e di soia della regione con i mercati globali [Perez Gallo].

Per accedere ai sottotitoli cliccare su “sottotitoli” in basso a destra nel video di youtube.

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Kid #Cannabis: #Film #Marijuana #USA #Mota #StatiUniti #Canada #Narcotraffico

Per la Serie Film LatinoAmericanisti(qui link agli altri film)

Kid Cannabis is a 2014 American biographical comedy-drama film. It is based on the true story of an Idahoteen dropout who builds a multimillion-dollar marijuana ring by trafficking drugs through the woods across theCanadian border. The film received positive reviews from critics. Da wiki

Kid Cannabis, online – Si basa su un articolo pubblicato su Rolling Stone. Reale cronaca due giovani vittime della tratta di marijuana nel confine tra Idaho e British Columbia.

Il film è basato su un articolo apparso nel 2005 sulla rivista Rolling Stone, che racconta la vera storia di alcuni adolescenti di periferia dell’Idaho che hanno costruito un impero multimilionario grazie alla marijuana.
Il film verrà girato in Canada

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Narco-Business e NarcoGuerra: mercati e dinamiche globali della droga

 Hoja de coca

E’ appena uscito un prezioso libro di giornalismo narrativo, NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga di Fabrizio Lorusso (Ed. Odoya, 2015): reportage, interviste, cronache e analisi con una visione critica di quanto vissuto negli ultimi anni in Messico e in altri paesi latinoamericani. Per gentile concessione dell’editore, ne presentiamo un estratto. Qui si può leggere l’introduzione, qui il risvolto di copertina con una sintesi e la nota biografica dell’autore, qui l’indice e il Prologo di Pino Cacucci, qui il calendario delle presentazioni in Italia. Leggi di seguito l’estratto dal libro: Narco-Business e NarcoGuerra: mercati e dinamiche globali della droga – Dal blog La Poesía e lo Spirito

Al contadino colombiano medio un ettaro piantato a coca rende fino a 15 volte di più rispetto a uno a caffè, mentre, risalendo la filiera, i rendimenti schizzano verso l’alto, arricchendo gli operatori delle fasi terminali. Le politiche aperturiste applicate dagli anni Ottanta e Novanta in poi in America Latina, in particolare i trattati di libero commercio siglati con gli Stati Uniti, l’Unione Europea e la Cina in condizioni di asimmetria, hanno favorito solo alcuni settori dell’economia, mentre hanno penalizzato le masse di piccoli agricoltori che, quindi, hanno trovato nella coca, nell’oppio e nella marijuana delle alternative di sopravvivenza. Sbarcano il lunario, ma di certo non nuotano nell’oro. L’accademico francese Ibán de Rementería, esperto in droghe, sviluppo alternativo e sicurezza, fornisce delle cifre al riguardo riferite ai cocaleros che piantavano e vendevano foglie di coca alla fine degli anni Novanta.

A livello aggregato migliaia di contadini e i compratori locali dei derivati della foglia ottenevano l’1% di quanto pagato dai consumatori finali. Pochi cartelli del contrabbando internazionale di stupefacenti si tenevano il 13%. I traders e i dealers, importatori e distributori all’ingrosso nei ricchi mercati di consumo, che non sono moltissimi ma sono più numerosi dei cartelli, si prendevano il 27%. Infine migliaia di pusher partecipavano ai guadagni tenendosi il 57% del valore finale della cocaina e i sequestri delle autorità spiegavano il resto. Questa struttura non è cambiata, si è anzi polarizzata. Studi più recenti dell’Organizzazione degli Stati Americani stimano in due terzi del totale il valore che resta alla fine della filiera.

Dunque è a livello di microtraffico nel paese consumatore che si redistribuiscono i redditi del mercato della coca, mentre i contadini dei paesi produttori restano esclusi dai grandi affari, secondo i meccanismi tradizionali della divisione internazionale del lavoro tra produttori di materie prime, intermediari e venditori.

Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)Nel nuovo millennio i cartelli messicani hanno sottratto fette saporite della narco-torta globale ai colombiani, hanno creato un contro-stato, o meglio uno stato-cooptato o catturato, nei loro bastioni territoriali e nei corridoi “biologici” che permettono loro di commerciare e prosperare. Sono diventati impresari, intermediari, esperti di logistica e distributori efficienti. Hanno espanso la produzione di quello che si poteva: il Messico occupa il terzo posto al mondo nella coltivazione di papaveri (amapola o adormidera in spagnolo) dietro ad altri esportatori di oppiacei come l’Afghanistan e il Myanmar (Birmania), e il primo posto dell’emisfero occidentale nell’elaborazione di metanfetamine e droghe sintetiche. Difatti la meth proveniente dai laboratori messicani, ben diffusi nello stato del Michoacán, monopolizza il mercato statunitense e permette ai cartelli di sostituire la cocaina, che si trova in una fase di stanca.

La celebre mota, ossia la marijuana messicana, egemonizza il mercato usa dagli anni Sessanta e l’estensione dei terreni seminati con la verde s’è man- tenuta sopra i 10.000 ettari. Il cartello di Sinaloa controlla almeno 650.000 chilometri quadrati di territorio nel Triangulo Dorado, tra gli stati del Sinaloa, del Durango e del Chihuahua.

Il Messico e il Venezuela, due paesi di transito degli stupefacenti in viaggio verso gli Stati Uniti e l’Europa, hanno vissuto un’escalation di violenza, così come il Brasile, Paese di destinazione e di transito allo stesso tempo. I loro tassi di omicidio nel 2012, misurati per 100.000 abitanti, sono di 23, 56 e 22 rispettivamente e costituiscono i valori più alti in Latino America a eccezione della regione centroamericana, che arriva a 41, e della Colombia, con 30. Il consumo di cocaina ha livelli di prevalenza maggiori in Argentina o in Cile che negli Stati Uniti e ci sono più di sette milioni e mezzo di persone in Sud America che consumano, in totale, il 19% della coca del mondo. A livello mondiale, la Gran Bretagna è la più addicted alla coca, mentre l’Australia predilige l’ecstasy. Nei paesi del Cono Sud si trovano gli sbocchi in uscita dal continente per attraversare l’Atlantico e arrivare al Vecchio Continente. La foglia di coca, già trasformata in cocaina, passa in Africa via terra oppure la circumnaviga e giunge nel Mediterraneo passando per il Canale di Suez. Secondo dati ONU, nel 2009 oltre 101 tonnellate di droga sono state consumate in America Latina e Caraibi contro le 21 dell’Africa e le 14 dell’Asia.

2. ULTIME Locandina del film sui narcos El Infierno di  Luis Estrada

L’ormai storica crociata antidroga degli Usa è da sempre orientata a esportare la guerra all’estero, per esempio in Messico e in Colombia, e a bloccare la produzione, agendo dal lato dell’offerta. Invece non si occupa di combattere la domanda in casa propria. Questa politica, e la retorica paternalista a essa collegata, ebbe il suo primo grande exploit con il presidente Ronald Reagan. Poi ha ripreso vigore durante l’amministrazione di Bill Clinton, dal 1992 al 2000, grazie all’inaugurazione del Plan Colombia, un piano antinarcotici e di sradicamento delle coltivazioni tramite aiuti militari ed economici che fu firmato da Clinton e dall’allora presidente colombiano Andrés Pastrana.

Il piano d’ingerenza usa in Colombia restò operativo anche durante la gestione di Bush Jr. Uno dei risultati più noti è che la coca viene ora coltivata in Perù e in Bolivia, ma continua a entrare negli Stati Uniti. Inoltre, le vittime della guerra alla droga rimangono a sud del Rio Bravo, sotto il confine tra l’America ricca e quella latina. Le prigioni statunitensi si sono riempite di detenuti per crimini contro la salute e ospitano circa il 25% della popolazione carceraria mondiale. Imparata la lezione? Non tanto. Dal 2008 è attiva l’Iniziativa o Piano Merida, un accordo tra Messico, Stati Uniti e paesi centroamericani, che coinvolge anche i caraibici Haiti e Repubblica Dominicana, simile al Plan Colombia: consegna di fondi liberati dal Congresso usa, formazione di personale e fornitura di attrezzature in cambio di una politica di mano dura che eviti grane in territorio statunitense. Un affare pieno per i fabbricanti di armi made in usa. Calderón e George Bush sottoscrissero l’accordo nel marzo 2007 con l’intenzione di sostenere l’offensiva militare messicana contro i cartelli. Fino al 2012 il Congresso americano aveva approvato fondi per un miliardo e novecento milioni di dollari. Un miliardo e cento milioni di questi è stato effettivamente erogato, e s’aggiunge ad altri 229 milioni autorizzati nel 2013.

La cattura del capo dei capi dei narcos messicani Joaquín Guzmán Loera, alias “El Chapo”, rappresenta un caso emblematico: il governo annuncia la vittoria della narcoguerra ma in realtà nulla cambia. Il boss è stato arrestato da un gruppo scelto di militari della marina all’alba di sabato 22 febbraio 2014 mentre dormiva in un hotel di Mazatlán, località marittima della costa pacifica. Gli opinionisti sono d’accordo sul valore simbolico dell’arresto, così come sul fatto che poco cambierà nello scenario e negli equilibri del narcotraffico. L’operazione, realizzata in collaborazione con l’americana dea, è stata pulita, nessun colpo è stato sparato per catturare il re della droga messicano che dirigeva l’organizzazione più potente delle Americhe e probabilmente del mondo, il cartello di Sinaloa.

Edgardo Buscaglia, autore del saggio Vuoti di potere in Messico, parla di quattro tipi di controlli assenti in Messico, senza i quali non è possibile combattere la criminalità organizzata: i controlli giudiziari, patrimoniali, della corruzione e sociali, pensati sia a livello nazionale che internazionale. Buscaglia denuncia fortemente il preoccupante livello d’insicurezza e l’insufficiente rispetto dei diritti umani nel Paese. Questa situazione lo porta a parlare di uno “stato fallito” che rischia di trasformarsi addirittura in uno “stato mafioso”, cioè uno stato incapace di adempiere le proprie funzioni ma anche infiltrato e colluso con le mafie. Uno stato che fallisce e diventa “narco-stato”, in quanto si trova alla ricerca di una “pax mafiosa” e di compromessi deteriori più che di un recupero del controllo e degli spazi di potere perduti. La costruzione iconica del Chapo Guzmán come “capo dei capi”, sul podio della storia criminale insieme ad Al Capone e Pablo Escobar, si chiude, per ora, con la fine del suo regno, ma non dei suoi affari o delle sue protezioni, e con la richiesta di estradizione che presto arriverà dagli usa. Ma il Messico vuole prima processare il suo capo che, secondo alcuni, potrebbe anche diventare un collaboratore di giustizia e scoperchiare il vaso di Pandora dei patti stato-mafia e dei favori di cui ha beneficiato nella sua lunga narco-carriera.

Le regole del narco-business non coincidono con quelle che vigono nell’economia formale, ma esistono somiglianze. Prezzi e quantità, retribuzioni e vendite, negoziazioni e logistica rispettano parzialmente i meccanismi di mercato e c’è bisogno di una gestione manageriale degli stakeholder, quelli che la teoria aziendale chiama “portatori d’interesse”. Oltre le teorie del mercato e dell’impresa, però, restano la violenza endemica, l’interazione corrotta con il sistema di protezione e gli apparati burocratici, politici e di polizia. E restano pure le sinergie con altri affari illeciti che hanno caratterizzato il modello criminale di gruppi come gli Zetas e la Familia Michoacana, oggi sostituita dai Caballeros Templarios, in Messico negli ultimi dieci anni, e che hanno permesso loro di rimpinguare notevolmente le entrate del narcotraffico. Hanno saputo creare un cocktail criminale esplosivo.

Ormai il modello criminale diversificato coinvolge tutti i cartelli messicani, visto che la coca o la mota da sole non bastano più per tutti e gli accessi ai mercati esteri, specialmente lungo la frontiera di 3000 chilometri con gli usa, sono sempre più risicati. La produzione complessiva di cocaina è diminuita del 26% tra il 2007 e il 2012, compensata però dagli stimolanti anfetaminici. Il numero di sostanze psicoattive non regolate sul mercato mondiale ha raggiunto la cifra di 348 ed è raddoppiato tra il 2009 e il 2013. Quelle controllate sono invece solo 234.

Il mercato europeo della cocaina, in gran parte importata dal Perù e dalla Bolivia, è piuttosto stabile, con Spagna, Italia e Regno Unito che accorpano il 60% del consumo. Il totale vale più di 33 milioni di dollari, secondo le cifre del World Drug Report (ONU), e ormai contende il primo posto agli usa, il cui consumo è sceso del 40% tra il 2006 e il 2012. Questo Paese rappresenta il 36% del mercato complessivo ed è rifornito al 95% dall’esportazione colombiana che passa dagli intermediari messicani.

Percorsi dei traffici mondiali (droghe, oro, armi,  persone, preziosi, e altri contrabbandi)

La relativa stasi di alcuni mercati è compensata da una crescita della cocaina in altre zone come l’Oceania, il Sud America, l’Africa, l’Europa orientale e l’Asia. Considerando i paesi singolarmente, spicca il Brasile che è ormai al secondo posto nel consumo di cocaina e derivati. Il destino dei paesi di transito è quello di sperimentare un caduta nei prezzi della merce e una segmentazione maggiore del mercato: alta qualità per chi ha più potere d’acquisto e pessimi sottoprodotti, cioè crack e basuco, ai poveri e miserabili.

I consumatori di eroina, per cui i mercati più lucrativi sono l’Europa centrale e occidentale, sono diminuiti da 1,4 a 1,1 milioni dal 2007 al 2011, ma nel 2013 la sua produzione mondiale è aumentata rispetto al biennio precedente. Anche le droghe sintetiche hanno aumentato la loro diffusione. In fondo i consumi non diminuiscono, si spostano: gli utilizzatori di una o più “droghe illecite” tra i 15 e i 64 anni costituiscono stabilmente il 5% della popolazione mondiale e sono 27 milioni le persone che registrano “problemi” di abuso di droga, secondo la UNODC. Le coltivazioni di oppio, scese del 20% tra il 2009 e il 2012, sono tornate ai livelli originari.

“México’s Moment” (“Il momento del Messico”) aveva titolato trionfalmente The Economist nel novembre del 2012, a pochi giorni dall’insediamento del neoeletto presidente Enrique Peña Nieto. Non so se la rivista americana intendesse alludere al momento degli psicotropici messicani o all’ascesa dei narcos di Sinaloa e degli Zetas nell’olimpo delle big corporations globali. Le storie e le avventure dei boss, di quelli in vita e di quelli deceduti, rivivono in Messico nei narcocorridos, un sottogenere musicale dei vecchi corridos, ossia canzoni che al ritmo della fisarmonica, già dall’epoca della Revolución del 1910, cantavano le gesta dei capi rivoluzionari come Francisco Villa ed Emiliano Zapata e dei primi contrabbandieri di fine XIX secolo. La differenza fondamentale è che oggi le gesta sono quelle dei capi-mafia come “Don Neto”, Caro Quintero, “El Chapo” Guzmán, Félix Gallardo, Pedro Díaz Parada, Manuel Salcido “El Cochiloco”, Amado Carrillo “El señor de los cielos”, “El Mayo” Zambada, Heriberto Lazcano, alias “El Lazca”…

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NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga, Prologo di Pino Cacucci, Odoya Edizioni (Bologna, 2015), pp. 412.

NarcoGuerra è un testo giornalistico e narrativo sul Messico e sulla guerra ai cartelli della droga, dichiarata nel 2006 dall’allora presidente Felipe Calderón.

Il bilancio: 100.000 morti, 26.000 desaparecidos, 281.000 rifugiati. A tre anni dall’insediamento di Enrique Peña Nieto la situazione non è sostanzialmente cambiata, ma il discorso ufficiale ha provato a nascondere la violenza, i vuoti di potere e la strategia di militarizzazione del territorio. Ma l’uso della forza occulta debolezza, non dà i risultati sperati.

La notte del 26 settembre 2014, a Iguala, nello stato del Guerrero, quarantatré studenti della scuola normale di Ayotzinapa vengono sequestrati dalla polizia, controllata dal sindaco e dai narco-boss locali, e poi consegnati a dei narcotrafficanti. Desaparecidos. Polizia e narcos collusi: la norma in tante città messicane. La notizia rimbalza, l’indignazione è globale. La piazza grida. Giustizia! Che lo stato ammetta le sue responsabilità. Si riaccendono i riflettori sulla NarcoGuerra, sulle violazioni ai diritti umani, sulla guerra alle droghe come strumento di controllo sociale e delle risorse. La malavita rimane capace di gestire patti e infiltrazioni con la politica e la sua forza sono i mercati internazionali di marijuana, oppiacei, cocaina, droghe sintetiche, armi e persone.

Per capire questa situazione, manifestazione locale di fenomeni globali, il libro esplora la storia e l’attualità dei cartelli, dei boss e del narcotraffico, la war on drugs statunitense, gli elementi della narco-cultura come il culto alla Santa Muerte, i narco-blog e la musica dei narcocorridos, i meccanismi della “fabbrica dei colpevoli”, coi casi della francese Florence Cassez e il prof. indigeno Alberto Patishtán, e l’evoluzione dei movimenti sociali: quello per la Pace del poeta Javier Sicilia, la “primavera messicana” YoSoy132, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, Ayotzinapa, Atenco, Oaxaca, e le autodefensas armate.

I pezzi di questo puzzle messicano sono reportage, interviste, cronache e analisi con una visione critica di quanto vissuto negli ultimi anni in Messico e in altri paesi latinoamericani.

Un narco-glossario finale e una serie di mappe esplicative accompagnano il lettore nel viaggio.

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L’autore

Fabrizio Lorusso è giornalista freelance, traduttore e professore di storia e politica dell’America Latina alle università UNAM e Iberoamericana di Città del Messico, dove vive da tredici anni. Ha pubblicato i saggi-reportage: La fame di Haiti (con Romina Vinci, 2015) e Santa Muerte. Patrona dell’Umanità (2013), i racconti per le collettanee: Nessuna più. 40 scrittori contro il femminicidio (Elliot, 2013), Re/search Milano. Mappa di una città a pezzi (2015), Pan del Alma (2014) e Sorci Verdi. Storie di ordinario leghismo (2011).

Collabora con vari media tra cui l’inserto Semanal del quotidiano La Jornada, la rivista messicana Variopinto, Il Reportage e Radio Popolare. E’ blogger di Huffington Post e redattore della web-zine Carmilla.

Blog dell’autore: LamericaLatina.Net

Los Vazquez Sounds impazzano su YouTube: fortuna?

Una voce candida ma matura e decisa, oltre sei milioni di visualizzazioni (aggiornamento link qui) in meno di 10 giorni e sei una star. C’è chi ci crede e se ti intervistano anche la CNN, Univision e Milenio TV e la tua cover suona in tutto il mondo, c’è chi ci crede sempre di più. Come Los Vázquez Sounds, una neonata “baby band” (“baby”, perché i componenti sono ancora più giovani di quelli di una tipica “boy band” adolescenziale, un po’ come gli Hanson quando fecero il primo disco o il mini-cantante Justin Bieber) di Mexicali, nel nord del Messico vicino alle twin cities di frontiera Tijuana e San Diego. Hanno suonato una cover di Rolling in the deep della cantante inglese Adele, vincitrice di 3 MTV Video Music Awards 2011, e hanno registrato un video da mettere su YouTube, tipico ormai. Ma quello che non è tanto tipico è avere 70mila fan su Facebook, più di 10mila follower su Twitter in pochi giorni e un lancio mediatico degno della Sony Music Entertainment ai tempi di Jacko. Il gruppo sta impazzano su Internet e in Tv, dal Messico per il mondo grazie alla bella voce della bambina prodigio, Angie, e l’accompagnamento dei suoi fratelli, il batterista Gustavo di 13 anni e il chitarrista-pianista Abelardo di 15 anni. Loro son già quasi grandicelli ma lei, nonostante la postura da professionista, l’ottima impostazione della voce e i sorrisi ammiccanti alla fine del clip, resta una giovanissima “enfant prodige” in erba. I media li stanno presentando come il prodotto della fortuna, di una casualità miracolosa che a tutti può capitare prima o poi…Ma è davvero così’? In realtà il video è realizzato da mani esperte (basta guardarlo 0,5 secondi per accorgersene) e la masterizzazione audio è perfetta, quindi c’è poco da dubitare sulle origini commerciali o comunque semi-professionali dell’operazione. Sebbene la famiglia e i tre fratellini neghino rotondamente che il loro successo sia stato in qualche modo premeditato, va segnalato che loro padre Abelardo Vázquez è un noto produttore musicale, fautore del successo di pop band internazionali come Reik e Nikki Clan. Anche le interviste a ripetizione e gli articoli apparsi sui mezzi d’informazione tradizionali, senza tregua, danno adito a qualche sospetto su chi sta dietro i tre pargoli. Diciamo che non tocca proprio lo stesso destino a milioni di ragazzi e ragazze speranzosi e talentuosi, magari illusi, che caricano quotidianamente belle canzoni su YouTube, ma tant’è. Tra i garage e gli scantinati dove nascevano le band storiche al new marketing dei fenomeni familiari versione 2.0 ce ne passa. Godiamoci comunque la canzone. Ce ne saranno altre, promette la band, che è già tornata a registrare nel mega recording studio di papà.

Il cinese non è in vendita a Città del Messico

Nada chino a la venta

Leggilo anche su: http://www.reportonline.it/2009082828764/cronaca/il-cinese-non-e-in-vendita-a-citta-del-messico.html

Nessun prodotto cinese in vendita nei negozi del centro di Città del Messico? Lo dubito, ma è comunque curioso il cartello affisso da questo negoziante di sedie per l’ufficio sui suoi preziosi prodotti per sottolinearne probabilmente l’innato valore qualitativo rispetto alla tipica “merce cinese” di cianfrusaglie e plasticaccia. Che poi è anche questo un luogo comune, come dire che dal Brasile arrivano solo caffè e banane come cent’anni fa, dato che tra automobili, motociclette, beni durevoli, elettrodomestici, nucleare, acciaio e computer la Cina ormai produce di tutto e a tutti i livelli.

Basta farsi un giro nelle viette a nord del Zocalo della capitale messicana per capire come questo timido cartellino giallo sia ridicolo e si perda insignificante nel marasma di negozi, grandi magazzini, avventurieri del commercio e ambulanti (sempre più nascosti dopo che ampie zone del centro sono state “ripulite” un paio d’anni fa) che popolano le strade e confondono i cinque sensi e l’equilibrio psicofisico del potenziale acquirente. Quindi il cartellino sembra restare lì appiccicato per errore o per una burla con il suo disegnino stilizzato di una faccetta del messenger al posto della lettera O.

Ad ogni modo, il Messico ha avuto un suo passato razzista e tende a mantenere la tradizione anti cinese anche oggi. Lo Stato settentrionale di Sonora, patria di grandi rivoluzionari della epoca del ‘17 come Venustiano Carranza, Plutarco Elias Calles, Adolfo de la Huerta e il Generale Alvaro Obregon, espulse tutti i cinesi nel 1916 e ne vietò l’immigrazione, anche se già da prima gli occhi a mandorla non erano di certo un tratto gradito nella zona… Non trattiamo qui chiaramente il caso di tutte le discriminazioni contro i guatemalatechi, gli honduregni e in generale i centroamericani, spesso presenti in Messico temporaneamente nel tentativo di raggiungere gli States, oltre a quelle contro i propri cittadini di etnie indigene e quindi diversi dalla razza cosmica e meticcia che caraterizza “il Messicano” secondo l’ideologia nazionale post-revoluzionaria.

Tornando al sodo, già da anni l’invasione delle manifatture provenienti dalla Cina, secondo partner commerciale dell’America Latina e primo esportatore verso gli Stati Uniti (una volta era proprio il Messico al primo posto) sembra inarrestabile e, anche se il flusso di persone, come spesso accade, è più limitato rispetto alle merci, la presenza cinese dal Pacifico all’Atlantico, dalle Ande alla Sierra Madre Occidentale, è un elemento culturale e commerciale dirompente.

Navigando su e giù per la costa pacifica americana, da San Francisco a Mazatlan e Guaymas fino a Buenaventura in Colombia o a Lima, ci si accorge dell’incredibile somiglianza di tutti i prodotti e anche di tutti i loro rispettivi prezzi che si possono trovare nelle bancarelle degli ambulanti e dei mercati di quartiere. Chiaramente il processo non riguarda solo quest’area della terra, anzi, ma è comunque curioso osservare la millimetrica continuità e la linearità costiera di cineserie, sempre più precise e raffinate nel loro affanno imitatore, a dir la verità.

In economia ci spiegano come comprendere il concetto dell’inflazione e del livello dei prezzi con l’esempio infelice ma efficace del McDonald e dell’hamburger standard che costa, diciamo, un euro in Italia, uno e venti a Parigi, due a Tokio e così via. Qui invece ci sono le forbicine pieghevoli da 5 cm che trovi ovunque e comunque, impacchettati in una tenera scatolina di plastica, ora a mezzo dollaro, ora a 5 pesos messicani o a 350 colombiani che è quasi lo stesso. Globalizzazione o cinesizzazione? Viene da chiedersi. Un po’ di tutte e due, viene da rispondersi.

Anche nella periferia nord-ovest di Milano, in via Jacopino e in Piazza Prealpi, dove hanno appena chiuso “per spaccio” il celebre Fabri Bar (traduco: borsette di cocaina nascoste nei servizi igienici e flussi di giovani incontinenti che, senza nemmeno prndersi un caffé o un’acqua, si fiondavano alla toilette continuamente) gestito da italiani e cinesi, i segnali della presenza cinese sono inequivocabili.

Camioncino cinese Jacopino

Ed ecco apparire il camioncino incomprensibile ma bello che apprezzerete nella fotografia a pié di post. Inoltre il negozio di cineserie che segnalo su Viale Monteceneri angolo Via Bartolini è una perla del kitsch low cost in cui un biglietto da 5 euro recupera tutto il valore che aveva prima del 2002, quando appena lo vedevamo in televisione e ne aspettavamo l’avvento presso le nostre tasche nella speranza di annate prospere e di fratellanza tra i popoli. Ottimi i prodotti con tecnologia led per l’illuminazione come la penna multifunzione con 3 luci diverse, le lampadine ad azionamento manuale da attaccare alle pareti per quando va via la luce ed esotici mouse pad con protezione al silicone per salvaguardare il polso dalla durezza di tavoli e spigoli. Il dettaglio è che il mouse pad ha stampata su la foto di un’avvenente orientale che ammicca e i cuscinetti di silicone corrispondono a parti soffici e impronunciabili.

Devo dire, infine, che la convivenza è spesso pacifica e per esempio la mia famiglia, che vive sotto a un piccolo esercito di 7-8 cinesi stipati nell’appartamento di sopra (di proprietà di una coppia asiatica), riceve periodicamente dei regalini esotici e gode di un relativo stato di calma per il silenzio imposto dal padrone alla sua disciplinata e disagiata troupe di inquilini e compatrioti. Altro caso è invece quello degli abitanti al secondo piano della scala di fronte, una rumorosa famiglia di 3 o 4 componenti (e chi lo sa?) con un marito tanto violento e intrattabile che ha fatto scendere il prezzo di mercato degli appartamenti adiacenti e spero si sia beccato almeno qualche denuncia. Un’ultima foto in chiusura della Piazza Prealpi e della Bovisa che furono: un camioncino hip hop old school parcheggiato su di un marciapiede non asfaltato, quale camioncino vi piace di più?

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