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Narco-Business e NarcoGuerra: mercati e dinamiche globali della droga

 Hoja de coca

E’ appena uscito un prezioso libro di giornalismo narrativo, NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga di Fabrizio Lorusso (Ed. Odoya, 2015): reportage, interviste, cronache e analisi con una visione critica di quanto vissuto negli ultimi anni in Messico e in altri paesi latinoamericani. Per gentile concessione dell’editore, ne presentiamo un estratto. Qui si può leggere l’introduzione, qui il risvolto di copertina con una sintesi e la nota biografica dell’autore, qui l’indice e il Prologo di Pino Cacucci, qui il calendario delle presentazioni in Italia. Leggi di seguito l’estratto dal libro: Narco-Business e NarcoGuerra: mercati e dinamiche globali della droga – Dal blog La Poesía e lo Spirito

Al contadino colombiano medio un ettaro piantato a coca rende fino a 15 volte di più rispetto a uno a caffè, mentre, risalendo la filiera, i rendimenti schizzano verso l’alto, arricchendo gli operatori delle fasi terminali. Le politiche aperturiste applicate dagli anni Ottanta e Novanta in poi in America Latina, in particolare i trattati di libero commercio siglati con gli Stati Uniti, l’Unione Europea e la Cina in condizioni di asimmetria, hanno favorito solo alcuni settori dell’economia, mentre hanno penalizzato le masse di piccoli agricoltori che, quindi, hanno trovato nella coca, nell’oppio e nella marijuana delle alternative di sopravvivenza. Sbarcano il lunario, ma di certo non nuotano nell’oro. L’accademico francese Ibán de Rementería, esperto in droghe, sviluppo alternativo e sicurezza, fornisce delle cifre al riguardo riferite ai cocaleros che piantavano e vendevano foglie di coca alla fine degli anni Novanta.

A livello aggregato migliaia di contadini e i compratori locali dei derivati della foglia ottenevano l’1% di quanto pagato dai consumatori finali. Pochi cartelli del contrabbando internazionale di stupefacenti si tenevano il 13%. I traders e i dealers, importatori e distributori all’ingrosso nei ricchi mercati di consumo, che non sono moltissimi ma sono più numerosi dei cartelli, si prendevano il 27%. Infine migliaia di pusher partecipavano ai guadagni tenendosi il 57% del valore finale della cocaina e i sequestri delle autorità spiegavano il resto. Questa struttura non è cambiata, si è anzi polarizzata. Studi più recenti dell’Organizzazione degli Stati Americani stimano in due terzi del totale il valore che resta alla fine della filiera.

Dunque è a livello di microtraffico nel paese consumatore che si redistribuiscono i redditi del mercato della coca, mentre i contadini dei paesi produttori restano esclusi dai grandi affari, secondo i meccanismi tradizionali della divisione internazionale del lavoro tra produttori di materie prime, intermediari e venditori.

Copertina NarcoGuerra Fronte (Small)Nel nuovo millennio i cartelli messicani hanno sottratto fette saporite della narco-torta globale ai colombiani, hanno creato un contro-stato, o meglio uno stato-cooptato o catturato, nei loro bastioni territoriali e nei corridoi “biologici” che permettono loro di commerciare e prosperare. Sono diventati impresari, intermediari, esperti di logistica e distributori efficienti. Hanno espanso la produzione di quello che si poteva: il Messico occupa il terzo posto al mondo nella coltivazione di papaveri (amapola o adormidera in spagnolo) dietro ad altri esportatori di oppiacei come l’Afghanistan e il Myanmar (Birmania), e il primo posto dell’emisfero occidentale nell’elaborazione di metanfetamine e droghe sintetiche. Difatti la meth proveniente dai laboratori messicani, ben diffusi nello stato del Michoacán, monopolizza il mercato statunitense e permette ai cartelli di sostituire la cocaina, che si trova in una fase di stanca.

La celebre mota, ossia la marijuana messicana, egemonizza il mercato usa dagli anni Sessanta e l’estensione dei terreni seminati con la verde s’è man- tenuta sopra i 10.000 ettari. Il cartello di Sinaloa controlla almeno 650.000 chilometri quadrati di territorio nel Triangulo Dorado, tra gli stati del Sinaloa, del Durango e del Chihuahua.

Il Messico e il Venezuela, due paesi di transito degli stupefacenti in viaggio verso gli Stati Uniti e l’Europa, hanno vissuto un’escalation di violenza, così come il Brasile, Paese di destinazione e di transito allo stesso tempo. I loro tassi di omicidio nel 2012, misurati per 100.000 abitanti, sono di 23, 56 e 22 rispettivamente e costituiscono i valori più alti in Latino America a eccezione della regione centroamericana, che arriva a 41, e della Colombia, con 30. Il consumo di cocaina ha livelli di prevalenza maggiori in Argentina o in Cile che negli Stati Uniti e ci sono più di sette milioni e mezzo di persone in Sud America che consumano, in totale, il 19% della coca del mondo. A livello mondiale, la Gran Bretagna è la più addicted alla coca, mentre l’Australia predilige l’ecstasy. Nei paesi del Cono Sud si trovano gli sbocchi in uscita dal continente per attraversare l’Atlantico e arrivare al Vecchio Continente. La foglia di coca, già trasformata in cocaina, passa in Africa via terra oppure la circumnaviga e giunge nel Mediterraneo passando per il Canale di Suez. Secondo dati ONU, nel 2009 oltre 101 tonnellate di droga sono state consumate in America Latina e Caraibi contro le 21 dell’Africa e le 14 dell’Asia.

2. ULTIME Locandina del film sui narcos El Infierno di  Luis Estrada

L’ormai storica crociata antidroga degli Usa è da sempre orientata a esportare la guerra all’estero, per esempio in Messico e in Colombia, e a bloccare la produzione, agendo dal lato dell’offerta. Invece non si occupa di combattere la domanda in casa propria. Questa politica, e la retorica paternalista a essa collegata, ebbe il suo primo grande exploit con il presidente Ronald Reagan. Poi ha ripreso vigore durante l’amministrazione di Bill Clinton, dal 1992 al 2000, grazie all’inaugurazione del Plan Colombia, un piano antinarcotici e di sradicamento delle coltivazioni tramite aiuti militari ed economici che fu firmato da Clinton e dall’allora presidente colombiano Andrés Pastrana.

Il piano d’ingerenza usa in Colombia restò operativo anche durante la gestione di Bush Jr. Uno dei risultati più noti è che la coca viene ora coltivata in Perù e in Bolivia, ma continua a entrare negli Stati Uniti. Inoltre, le vittime della guerra alla droga rimangono a sud del Rio Bravo, sotto il confine tra l’America ricca e quella latina. Le prigioni statunitensi si sono riempite di detenuti per crimini contro la salute e ospitano circa il 25% della popolazione carceraria mondiale. Imparata la lezione? Non tanto. Dal 2008 è attiva l’Iniziativa o Piano Merida, un accordo tra Messico, Stati Uniti e paesi centroamericani, che coinvolge anche i caraibici Haiti e Repubblica Dominicana, simile al Plan Colombia: consegna di fondi liberati dal Congresso usa, formazione di personale e fornitura di attrezzature in cambio di una politica di mano dura che eviti grane in territorio statunitense. Un affare pieno per i fabbricanti di armi made in usa. Calderón e George Bush sottoscrissero l’accordo nel marzo 2007 con l’intenzione di sostenere l’offensiva militare messicana contro i cartelli. Fino al 2012 il Congresso americano aveva approvato fondi per un miliardo e novecento milioni di dollari. Un miliardo e cento milioni di questi è stato effettivamente erogato, e s’aggiunge ad altri 229 milioni autorizzati nel 2013.

La cattura del capo dei capi dei narcos messicani Joaquín Guzmán Loera, alias “El Chapo”, rappresenta un caso emblematico: il governo annuncia la vittoria della narcoguerra ma in realtà nulla cambia. Il boss è stato arrestato da un gruppo scelto di militari della marina all’alba di sabato 22 febbraio 2014 mentre dormiva in un hotel di Mazatlán, località marittima della costa pacifica. Gli opinionisti sono d’accordo sul valore simbolico dell’arresto, così come sul fatto che poco cambierà nello scenario e negli equilibri del narcotraffico. L’operazione, realizzata in collaborazione con l’americana dea, è stata pulita, nessun colpo è stato sparato per catturare il re della droga messicano che dirigeva l’organizzazione più potente delle Americhe e probabilmente del mondo, il cartello di Sinaloa.

Edgardo Buscaglia, autore del saggio Vuoti di potere in Messico, parla di quattro tipi di controlli assenti in Messico, senza i quali non è possibile combattere la criminalità organizzata: i controlli giudiziari, patrimoniali, della corruzione e sociali, pensati sia a livello nazionale che internazionale. Buscaglia denuncia fortemente il preoccupante livello d’insicurezza e l’insufficiente rispetto dei diritti umani nel Paese. Questa situazione lo porta a parlare di uno “stato fallito” che rischia di trasformarsi addirittura in uno “stato mafioso”, cioè uno stato incapace di adempiere le proprie funzioni ma anche infiltrato e colluso con le mafie. Uno stato che fallisce e diventa “narco-stato”, in quanto si trova alla ricerca di una “pax mafiosa” e di compromessi deteriori più che di un recupero del controllo e degli spazi di potere perduti. La costruzione iconica del Chapo Guzmán come “capo dei capi”, sul podio della storia criminale insieme ad Al Capone e Pablo Escobar, si chiude, per ora, con la fine del suo regno, ma non dei suoi affari o delle sue protezioni, e con la richiesta di estradizione che presto arriverà dagli usa. Ma il Messico vuole prima processare il suo capo che, secondo alcuni, potrebbe anche diventare un collaboratore di giustizia e scoperchiare il vaso di Pandora dei patti stato-mafia e dei favori di cui ha beneficiato nella sua lunga narco-carriera.

Le regole del narco-business non coincidono con quelle che vigono nell’economia formale, ma esistono somiglianze. Prezzi e quantità, retribuzioni e vendite, negoziazioni e logistica rispettano parzialmente i meccanismi di mercato e c’è bisogno di una gestione manageriale degli stakeholder, quelli che la teoria aziendale chiama “portatori d’interesse”. Oltre le teorie del mercato e dell’impresa, però, restano la violenza endemica, l’interazione corrotta con il sistema di protezione e gli apparati burocratici, politici e di polizia. E restano pure le sinergie con altri affari illeciti che hanno caratterizzato il modello criminale di gruppi come gli Zetas e la Familia Michoacana, oggi sostituita dai Caballeros Templarios, in Messico negli ultimi dieci anni, e che hanno permesso loro di rimpinguare notevolmente le entrate del narcotraffico. Hanno saputo creare un cocktail criminale esplosivo.

Ormai il modello criminale diversificato coinvolge tutti i cartelli messicani, visto che la coca o la mota da sole non bastano più per tutti e gli accessi ai mercati esteri, specialmente lungo la frontiera di 3000 chilometri con gli usa, sono sempre più risicati. La produzione complessiva di cocaina è diminuita del 26% tra il 2007 e il 2012, compensata però dagli stimolanti anfetaminici. Il numero di sostanze psicoattive non regolate sul mercato mondiale ha raggiunto la cifra di 348 ed è raddoppiato tra il 2009 e il 2013. Quelle controllate sono invece solo 234.

Il mercato europeo della cocaina, in gran parte importata dal Perù e dalla Bolivia, è piuttosto stabile, con Spagna, Italia e Regno Unito che accorpano il 60% del consumo. Il totale vale più di 33 milioni di dollari, secondo le cifre del World Drug Report (ONU), e ormai contende il primo posto agli usa, il cui consumo è sceso del 40% tra il 2006 e il 2012. Questo Paese rappresenta il 36% del mercato complessivo ed è rifornito al 95% dall’esportazione colombiana che passa dagli intermediari messicani.

Percorsi dei traffici mondiali (droghe, oro, armi,  persone, preziosi, e altri contrabbandi)

La relativa stasi di alcuni mercati è compensata da una crescita della cocaina in altre zone come l’Oceania, il Sud America, l’Africa, l’Europa orientale e l’Asia. Considerando i paesi singolarmente, spicca il Brasile che è ormai al secondo posto nel consumo di cocaina e derivati. Il destino dei paesi di transito è quello di sperimentare un caduta nei prezzi della merce e una segmentazione maggiore del mercato: alta qualità per chi ha più potere d’acquisto e pessimi sottoprodotti, cioè crack e basuco, ai poveri e miserabili.

I consumatori di eroina, per cui i mercati più lucrativi sono l’Europa centrale e occidentale, sono diminuiti da 1,4 a 1,1 milioni dal 2007 al 2011, ma nel 2013 la sua produzione mondiale è aumentata rispetto al biennio precedente. Anche le droghe sintetiche hanno aumentato la loro diffusione. In fondo i consumi non diminuiscono, si spostano: gli utilizzatori di una o più “droghe illecite” tra i 15 e i 64 anni costituiscono stabilmente il 5% della popolazione mondiale e sono 27 milioni le persone che registrano “problemi” di abuso di droga, secondo la UNODC. Le coltivazioni di oppio, scese del 20% tra il 2009 e il 2012, sono tornate ai livelli originari.

“México’s Moment” (“Il momento del Messico”) aveva titolato trionfalmente The Economist nel novembre del 2012, a pochi giorni dall’insediamento del neoeletto presidente Enrique Peña Nieto. Non so se la rivista americana intendesse alludere al momento degli psicotropici messicani o all’ascesa dei narcos di Sinaloa e degli Zetas nell’olimpo delle big corporations globali. Le storie e le avventure dei boss, di quelli in vita e di quelli deceduti, rivivono in Messico nei narcocorridos, un sottogenere musicale dei vecchi corridos, ossia canzoni che al ritmo della fisarmonica, già dall’epoca della Revolución del 1910, cantavano le gesta dei capi rivoluzionari come Francisco Villa ed Emiliano Zapata e dei primi contrabbandieri di fine XIX secolo. La differenza fondamentale è che oggi le gesta sono quelle dei capi-mafia come “Don Neto”, Caro Quintero, “El Chapo” Guzmán, Félix Gallardo, Pedro Díaz Parada, Manuel Salcido “El Cochiloco”, Amado Carrillo “El señor de los cielos”, “El Mayo” Zambada, Heriberto Lazcano, alias “El Lazca”…

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NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga, Prologo di Pino Cacucci, Odoya Edizioni (Bologna, 2015), pp. 412.

NarcoGuerra è un testo giornalistico e narrativo sul Messico e sulla guerra ai cartelli della droga, dichiarata nel 2006 dall’allora presidente Felipe Calderón.

Il bilancio: 100.000 morti, 26.000 desaparecidos, 281.000 rifugiati. A tre anni dall’insediamento di Enrique Peña Nieto la situazione non è sostanzialmente cambiata, ma il discorso ufficiale ha provato a nascondere la violenza, i vuoti di potere e la strategia di militarizzazione del territorio. Ma l’uso della forza occulta debolezza, non dà i risultati sperati.

La notte del 26 settembre 2014, a Iguala, nello stato del Guerrero, quarantatré studenti della scuola normale di Ayotzinapa vengono sequestrati dalla polizia, controllata dal sindaco e dai narco-boss locali, e poi consegnati a dei narcotrafficanti. Desaparecidos. Polizia e narcos collusi: la norma in tante città messicane. La notizia rimbalza, l’indignazione è globale. La piazza grida. Giustizia! Che lo stato ammetta le sue responsabilità. Si riaccendono i riflettori sulla NarcoGuerra, sulle violazioni ai diritti umani, sulla guerra alle droghe come strumento di controllo sociale e delle risorse. La malavita rimane capace di gestire patti e infiltrazioni con la politica e la sua forza sono i mercati internazionali di marijuana, oppiacei, cocaina, droghe sintetiche, armi e persone.

Per capire questa situazione, manifestazione locale di fenomeni globali, il libro esplora la storia e l’attualità dei cartelli, dei boss e del narcotraffico, la war on drugs statunitense, gli elementi della narco-cultura come il culto alla Santa Muerte, i narco-blog e la musica dei narcocorridos, i meccanismi della “fabbrica dei colpevoli”, coi casi della francese Florence Cassez e il prof. indigeno Alberto Patishtán, e l’evoluzione dei movimenti sociali: quello per la Pace del poeta Javier Sicilia, la “primavera messicana” YoSoy132, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, Ayotzinapa, Atenco, Oaxaca, e le autodefensas armate.

I pezzi di questo puzzle messicano sono reportage, interviste, cronache e analisi con una visione critica di quanto vissuto negli ultimi anni in Messico e in altri paesi latinoamericani.

Un narco-glossario finale e una serie di mappe esplicative accompagnano il lettore nel viaggio.

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L’autore

Fabrizio Lorusso è giornalista freelance, traduttore e professore di storia e politica dell’America Latina alle università UNAM e Iberoamericana di Città del Messico, dove vive da tredici anni. Ha pubblicato i saggi-reportage: La fame di Haiti (con Romina Vinci, 2015) e Santa Muerte. Patrona dell’Umanità (2013), i racconti per le collettanee: Nessuna più. 40 scrittori contro il femminicidio (Elliot, 2013), Re/search Milano. Mappa di una città a pezzi (2015), Pan del Alma (2014) e Sorci Verdi. Storie di ordinario leghismo (2011).

Collabora con vari media tra cui l’inserto Semanal del quotidiano La Jornada, la rivista messicana Variopinto, Il Reportage e Radio Popolare. E’ blogger di Huffington Post e redattore della web-zine Carmilla.

Blog dell’autore: LamericaLatina.Net

¿Cuestión de palabras? (de América Economía)

Los límites de nuestro lenguaje son los límites de nuestro mundo, decía el lingüista austriaco Ludwig Wittgenstein. Las diferencias en las teorías sobre qué es o no es la administración de las organizaciones y, dentro de éstas, de las empresas, también se observan en la diatriba de los términos que se manejan en la literatura, en las carreras, en la prensa y en el lenguaje común sobre negocios. La tentadora confusión de palabras como administración, gestión, dirección y manejo o management con sus derivaciones nace, más bien, de inconsistencias en las traducciones, usos locales y distintas fortunas de lo términos. Asimismo, hay poca atención hacia su fondo cultural, histórico y semántico.

Muchas palabras parecen ser sinónimos, aunque hay distinciones sutiles como con el lema gerencia, menos general que administración y referido a la dirección especialmente de las empresas. En este sentido, es importante precisar para no arrancar una discusión a partir de una idea simple o vaga en las aulas y en los medios. A veces, las palabras hacen el mundo, así que mejor saber cómo nombrarlo.

El término inglés management sería equivalente a la administración. Si se habla de gerencia (y no de áreas específicas como las ventas o la contabilidad), ésta coincidiría con “administración de empresas” (business management). A veces, también se maneja como “administración de negocios” (en inglés se usa business administration).

Asimismo, el manager se entiende como “administrador” y se usa la palabra “gerente” referida al director-administrador o manager de una organización/institución económica, empresa o una de sus áreas.

Para sub-áreas o secciones/funciones de la empresa, hay expresiones como “administrador de ventas” o “administrador de recursos humanos” y también “gerente de ventas” (sale manager) y “gerente de recursos humanos” (staff/human resources manager), en sustitución del viejo “jefe del personal”.
Según la Real Academia, gerente es “él que dirige un negocio y lleva la firma de una sociedad o empresa mercantil, con arreglo a su constitución”, por lo cual pareciera algo forzado su uso para sub-áreas administrativas y mejor su empleo para la gerencia general de un negocio, aunque ya es bastante común en ambos casos.

Por su lado, el verbo gestionar y el sustantivo gestión son, más bien, sinónimos de administrar/dirigir y administración/dirección, al referirse a “las diligencias conducentes al logro de un negocio o deseo cualquiera”, pues se refieren a varios tipos de objetivos económicos y extraeconómicos, no necesariamente a un negocio como la gerencia (dice la RAE).

Finalmente, el concepto de administración: primero, representa los procesos concretos o actividades de coordinación en las organizaciones; segundo, es la disciplina o el campo de conocimiento, formado por la teoría organizacional, la dirección estratégica y el comportamiento organizacional. En el primer uso, también se conoce como gerencia, si se refiere a los negocios, dirección, management y gestión, mientras que como disciplina se maneja más el término administración para el estudio más amplio de las organizaciones, incluidas las empresas, y gerencia, o teoría de la gerencia, aplicable a los negocios.

En 1923, en su obra The Philosophy of Management, el “filósofo de la administración” Oliver Sheldon escribía: “La organización es la formación de una máquina efectiva; la gerencia, de un ejecutivo efectivo; la administración determina la organización; la gerencia la utiliza. La administración define el objetivo; la gerencia trabaja para conseguirlo. La organización es la máquina de la gerencia en su logro de los fines fijados por la administración”.

Hoy se da cierta identificación de conceptos, una hibridación de términos, entre el gerente y el ejecutivo. Éste último empezó, más bien, con indicar a los gerentes intermedios, de área, los que “ejecutan” una tarea específica, con cierto nivel de autonomía y control de recursos, dentro del plan estratégico del administrador de empresa o del gerente general. Entre ejecutivos, hay de altos y de bajos, pero para la RAE es “la persona que forma parte de una comisión ejecutiva o que desempeña un cargo de alta dirección en una empresa”, lo que deja cierto espacio para interpretaciones que lo ven como a un administrador de una empresa o gerente de diferentes niveles jerárquicos. En fin, éste fue una pequeña excursión semántica, bastante especulativa, pero quizás no sea sólo cuestión de palabras. De Twitter @FabrizioLorusso web Am. Economía

Tabla final y definitiva. Síntesis de raíces etimológicas.

MBA latinoamericano: un poco de historia

MBA is not NBA. (Columna de América Economía). A mediados del siglo pasado, cuando la administración de negocios se estaba fortaleciendo como disciplina académica, Europa Occidental y Estados Unidos gozaron de una relativa estabilidad económica y política que justificó la rentabilidad de los proyectos de investigación a largo plazo. En América Latina, con las mayores turbulencias económicas, las dictaduras y los periodos de hiperinflación, las universidades no se dieron el lujo de invertir demasiado para las necesidades educativas y docentes de sus sociedades: los programas de ingeniería y economía fueron quizás las excepciones.

Los primeros MBA en América Latina habían sido creados en departamentos universitarios específicos con cierto nivel de autonomía o, más comúnmente, en forma de escuelas de negocios, apoyadas en acuerdos entre los gobiernos de los Estados Unidos y los países del subcontinente.

En 1958, la Fundación Getulio Vargas lanzó su “Curso de Pós-graduação em Administração de Empresas” en San Paulo, Brasil, que puede ser considerado como el primer MBA abierto en la región. Para ese entonces, del otro lado del Océano Atlántico, estaba empezando el primer programa MBA de la Europa continental (INSEAD, 1959) (1).

En 1963, se creó la ESAN, (Escuela de Administración de Negocios para Graduados) en Lima, Peru y su desarrollo inicial se relacionón con la Business School of Stanford University, California. En 1964, nace la EGADE (Escuela de Graduados en Administración y Dirección de Empresas) del Tec de Monterrey. Ese mismo año se fundó INCAE (Instituto Centroamericano de Administración de Empresas), por iniciativa de seis naciones centroamericanas (Guatemala, El Salvador, Honduras, Nicaragua, Costa Rica y Panamá) y del sector privado local, con una supervisión técnica y apoyo en la enseñanza de la Harvard Business School.

El desarrollo de la iniciativa INCAE recibió su empuje inicial tras el viaje de J. F. Kennedy, Presidente de Estados Unidos, en 1963 a Centroamérica para promover la política y los financiamientos de la Alianza para el Progreso como freno a la avanzada del “comunismo” y la revolución cubana en la región. Su primer MBA (“Maestría en Administración de Empresas”) fue lanzado en 1967 (2). El IPADE (Instituto Panamericano de Administración de Empresas) nace en 1967 y está ligada a la red del Opus Dei.

También sigue el método de casos de Harvard y precede la fundación de la Universidad Panamericana en la que ahora está incorporada. La escuela de negocios del Instituto Tecnológico Autónomo de México en el campus de Santa Teresa inicia actividades en 1973, basándose en una larga tradición institucional de enseñanza de la economía, la matemática y la econometría, es decir, un enfoque cercano a la escuela de Chicago, a Stanford y menos al método de casos.

La evolución de la ciencia económica bajo el liderazgo de Estados Unidos ha cambiado el perfil del economista profesional en el lapso de tres o cuatro décadas con la fijación y homologación internacional de una ciencia más matemática, empírica, técnica y menos “social” o política, por lo cual se marcó una división neta entre disciplinas y se subordinó la política a la economía (3).

El conocimiento administrativo y empresarial, dentro de la influencia científica y académica estadounidense hacia el exterior, actúa en un nivel “micro”, que gotea en los ganglios de la sociedad (empresas, pública administración, familias, individuos). Sin embargo, se acompaña de un modelo cultural y formativo que tiene sus referentes “macro” en la política “grande” de apertura y liberalización, en la tecnocracia y en las disciplinas económicas más “duras”.

El nivel “micro” (administrativo – empresarial), con sus peculiaridades regionales, sus valores, aportaciones y límites, resulta ser el menos estudiado en la perspectiva latinoamericanista, aunque quizás sea el más determinante en la difusión y en la readaptación local en la sociedad de la llamada “revolución silenciosa”(4), es decir, la progresiva penetración de la economía, las lógicas y las mentalidades de mercado en la región que ha recibido un gran empuje, indudablemente, tras la crisis de la deuda en muchos países después de 1982.

Con la creciente internacionalización de sociedades, negocios y economías, de la mano con la mayor atención hacia el comercio y las empresas, las escuelas latinoamericanas han aumentado sus inversiones y, consecuentemente, han estado entrando al campo de la producción de teorías propias que, sin embargo, se han centrado en enfoques más comparativos o “prestados” que realmente innovadores, con respecto al conocimiento generado en los países más industrializados y los centros académicos de referencia para las B-Schools y sus facultades.

Las escuelas más avanzadas en la investigación están entre la elaboración de casos basados en las realidades latinoamericanas (y no simplemente en la reproducción de casos del extranjero) y una verdadera sistematización del conocimiento para construir un record empírico de evidencias locales y subregionales útiles a la comprensión de las diferencias con otros mercados, con su funcionamiento y sus variables culturales.

La esperanza de un desarrollo acelerado de la economía regional, acompañado por el de la academia especializada, dejaría un espacio para el florecimiento de teorías y contribuciones que, en futuro, pueden anticipar tendencias y estudios para otras naciones en vías de desarrollo, ya que se ha reconocido que la investigación en América Latina proporciona miradas vitales no sólo para esta región sino para otras como Europa del Este, Asia y Africa (5).

Notas.
(1) Hedmo, Tina, Sahlin-Andersson, Kerstin y Wedlin Linda, The Emergence of a European Regulatory Field of Management Education – Standardizing Through Accreditation, Ranking and Guidelines, SCORE (Stockholm Center for Organizational Research), Stockholm University, 2001; Philipp, Alan. Bringing Business Education to Europe, Ambassador, Julio/Agosto 2000.
(2) Artavia, Roberto, Cabot Lodge George et al. INCAE – Latin America’s Premier Graduate School of Management, INCAE, Alajuela, Costa Rica, 2001.
(3) Meldolesi, Luca. En búsqueda de lo posible. El sorprendente mundo de Albert O. Hirshman, Fondo de Cultura Económica, México, 1997, p. 59.
(4) Green, Duncan. “Silent Revolution. The Rise and Crises of Market Economics in Latin America” (II ed.), Monthly Review Press, Nueva York, 2003.
(5) Ramos, Carlos. “The Development of MBAs and Business Schools in Latin America”, Business Leadership Review, Vol. 1, núm. 2, Association of MBAs, Julio de 2004, p. 3.

La fuerza de las ideas. América Economía

Desde América Economía. F.L. En su teoría general del interés, el empleo y el dinero, el economista J.M. Keynes destacaba que “las ideas de los economistas y los filósofos políticos, tanto correctas como equivocadas, son más poderosas de lo que se piensa comúnmente. Por cierto el mundo es regulado por pocas cosas más. Los hombres prácticos, quienes creen ser casi exentos de cualquier influencia intelectual, normalmente son los esclavos de algún economista finado. Los hombres locos en el poder, quienes oyen voces en el aire, van purificando sus ansias con algún escribano académico de unos años atrás. Estoy seguro de que el poder de intereses personales es enormemente exagerado si se compara con la gradual invasión de las ideas”. Ya en 1971, el académico estadounidense Joseph Nye jr. publicó un artículo titulado, en inglés, “Transnational Relations and World Politics” (“Relaciones transnacionales y política mundial”), en el cual abogaba en favor de un papel mayor de las organizaciones internacionales en las relaciones mundiales.

En 1977, Nye, junto a Robert Keohane, escribió un libro, “Power and Interdependence” (“Poder e interdependencia”), el cual completaría la elaboración de un enfoque que hace hincapié en las escasas posibilidades de una guerra constante entre los Estados en un mundo cada vez más entrelazado. Por ello, se preveía una progresiva convergencia y condivisión de valores, instituciones, organizaciones e intereses en la arena internacional lo cual habría de caracterizar también las décadas posteriores.

Finalmente, la idea de “poder blando” se popularizó, sobre todo en Estados Unidos y Europa, a partir de los años noventa en las disciplinas de las relaciones internacionales, la geopolítica e incluso en el lenguaje periodístico y político, en particular el estadounidense, y tiene como referencia los trabajos del mismo Joseph Nye, director de la Kennedy School of Government de Harvard y ex director del National Intelligence Council de Estados Unidos, quien publicó su primera síntesis sobre el “poder blando” y sus interacciones con el ya noto “poder duro” en 1990 con “Bound to Lead: The Changing Nature of American Power”.

El autor señala los origines de esta idea en lo que Bachrach y Baratz en 1963 habían llamado “la otra cara del poder”, refiriéndose al que Nye bautizaría como “soft power o poder blando”, es decir, uno de los elementos que permiten el ejercicio pleno de alguna forma de poder, es decir, hace que otro agente actúe según patrones deseados y favorables al actor que lo instrumenta. La publicación del libro se consideró como una respuesta a las más pesimistas profecías de algunos autores como Paul Kennedy quien, en su notorio libro “The Rise and Fall of Great Powers” (El surgimiento y el declino de las grandes potencias de 1987) había previsto el repentino fin de la hegemonía estadounidense una vez ganada la Guerra fría.

Kennedy sostenía que, sin un grande enemigo, los intereses y tareas globales de Estados Unidos serían más difíciles de legitimar y justificar política y económicamente. Nye opina que “Si un Estado puede hacer que su poder se legitime ante los ojos de los demás, encontrará una menor resistencia hacia sus objetivos. Si su cultura e ideología resultan atractivas, los otros serán más propensos a seguirlo. En fin, la universalidad de la cultura de un país y su habilidad para establecer un conjunto de reglas e instituciones favorables que gobiernen las áreas de la actividad internacional, son fuentes fundamentales de poder”.

Hay dos aspectos profundamente relacionados entre sí que son componentes fundamentales de los flujos de soft power atribuibles a los Estados Unidos: (a) la configuración de las sabidurías convencionales sobre el desarrollo y las políticas más adecuadas, las que vienen adquiriendo una aceptación general en el mundo político y en la opinión pública sin tener una eficacia empírica universal comprobada; (b) la influencia académica y educativa, sobre todo al nivel de los estudios universitarios y de posgrado tanto en las escuelas latinoamericanas de negocios como en los mismos EE.UU., que han ido formando a una clase de tecnócratas latinoamericanos y una generación de empresarios y administradores (públicos y privados) con cierta forma mentis común, derivada, en alguna medida, del modo norteamericano de entender los negocios, el mercado y la sociedad.

El conjunto de estos enfoques o visiones del mundo en las disciplinas económicas y empresariales se ha tornado determinante, también en un nivel “macro”, para el manejo de las políticas de reajuste estructural y negociación internacional de la deuda después de la crisis de 1982 y, asimismo, para el cambio social relacionado con el crecimiento de la economía de mercado y la interdependencia internacional. De ahí, arranca la idea del MBA como artefacto o producto cultural de cuño norteamericano que va difundiendo en el mundo las prácticas y teorías de los negocios, lo que constituye un marco interesante para entender de donde venimos y hacia donde vamos como docentes y aprehendientes en estos temas.