Messico: i Normalisti di Michoacán Sconfiggono il Governo

Di Andrea Spotti, inviato di Fornace e MilanoX (link articolo) in Messico. Situato al centro del Messico e affacciato sul Pacifico, lo stato di Michoacán é da mesi lo scenario di un importante conflitto per la difesa della scuola pubblica che vede contrapporsi governo statale e ministero dell’istruzione, da un lato, e studenti delle Scuole Normali Rurali dell’entitá, dall’altro. Il culmine dello scontro si é raggiunto nella notte del 15 ottobre scorso, quando, con un operativo degno di ben altre cause, centinaia di agenti delle forze di polizia statali e federali, nonché integranti del Gruppo Operazioni Speciali dello stato, hanno fatto irruzione nelle tre Normali occupate a Tiripetío, Cherán e Artiaga arrestando, in perfetto stile Scuola Diaz, 176 persone. A due settimane di distanza, nonostante la martellante campagna di criminalizzazione portata avanti dai mass media, il movimento dei normalisti é riuscito ad ottenere la scarcerazione di tutti i detenuti e la proroga dell’applicazione della riforma curricolare che, se messa in pratica, sancirebbe nei fatti l’eliminazione di queste storiche istituzioni educative.

Nate negli anni Venti con l’obiettivo di formare docenti per combattere l’analfabetismo e spinte con forza durante la presidenza Cardenas (1934-40), le Scuole Normali hanno ormai una lunga tradizione in Messico. Tuttavia, a causa dell’originaria scelta di un’educazione socialista e della loro importante tradizione di lotta, vengono viste con una certa diffidenza da governi locali e nazionali, in quanto rappresentative di una pericolosa anomalia che preferirebbero normalizzare. Le Normali Rurali si occupano di formare i maestri e le maestre che insegnano nelle comunitá piú recondite e piú povere del paese. In contesti di questo tipo, il professore diventa spesso un punto di riferimento per la comunitá, una sorta di intellettuale organico del villaggio che svolge anche un ruolo di mediazione tra le istituzioni e la popolazione e che, in occasioni di conflitto, puó anche trasformarsi in leader o portavoce di movimenti di resistenza o di rivolta, come successe, per esempio, al leggendario Lucio Cabañas, normalista e fondatore del Partito dei Poveri che animó la guerriglia in Guerrero alla fine degli anni ’60. In tutti i casi, il ruolo dei maestri rurali é sempre andato ben oltre il recinto didattico e ha avuto spesso a che fare con la diffusione della capacitá critica e della coscienza civile nelle zone piú sperdute e indifese del paese.

A partire dalla grande partecipazione dei normalisti al movimento del ’68, diversi governi hanno cercato di ridimensionare le loro scuole. Da Diaz Ordaz (il presidente della mattanza di Tlatelolco, che ne fece chiudere la metá in un colpo solo) in avanti, studenti e studentesse delle Normali -provenienti da famiglie povere indigene e contadine nella maggioranza dei casi- hanno dovuto battersi per garantire l’esistenza di queste istituzioni accademiche, le quali sopravvivono sotto costante minaccia. Nel corso del tempo, infatti, il taglio dei finanziamenti pubblici, la diminuzione del numero di matricola o la chiusura degli istituti hanno ridotto a sedici il numero di Normali rurali presenti sul territorio nazionale.

Il conflitto attuale inizia il 21 agosto scorso, con l’entrata in vigore della riforma curricolare che impone un cambiamento radicale ai piani di studio delle Normali di tutto il paese. La riforma, immediatamente contestata dagli studenti, viene vista come l’ennesimo attacco alla scuola pubblica e come il tentativo di omologare l’insegnamento in funzione degli interessi impresariali nazionali e globali. Con l’eliminazione delle materie umanistiche, infatti, si metterebbe fine alla peculiare esperienza delle Normali rurali che verrebbero cosí trasformate in istituti tecnologici. Altri aspetti critici della legge riguardano l’imposizione dell’inglese come seconda lingua e lo studio dell’informatica. Nonostante i media abbiano speculato molto su questo punto, cercando di far passare gli studenti come dei retrogradi premoderni, i normalisti non rifiutano l’idea di aggiungere queste due materie al loro piano di studi. Fanno semplicemente notare che in un contesto come quello michoacano, dove la lingua madre é spesso il purépecha, il náuahtl o l’otomí e dove in molti casi manca perfino l’elettricitá, questi temi andrebbero quanto meno discussi, essendo quí prioritari il recupero della linuga indigena e l’alfabetizzazione in spagnolo. Per tutto questo, richiedono la proroga di un anno dell’applicazione della riforma e l’apertura di un tavolo di trattative con il governo locale e la SEP (Secretaría Educación Pública) per discutere proposte alternative che possano rispondere in modo piú adeguato alle necessitá della regione.

Di fronte all’indifferenza dell’autoritá, gli studenti, raggruppati nell’ONOEM (Organización de Normales Oficiales del Estado de Michoacán), iniziano ad alzare il livello della mobilitazione e, a partire dal 10 settembre, occupano le istallazioni scolastiche e portano avanti scioperi parziali e totali delle attivitá didattiche nelle otto normali dello stato. La risposta del governo statale e della SEP nei termini dell’impossibilitá di rivedere la riforma arriva il 25 settembre e provoca un’ulteriore radicalizzazione del movimento che risponde con azioni che vanno dal blocco stradale e la liberazione dei caselli per fare passare gratis gli automobilisti, fino all’appropriazione di camion e autobus di grandi imprese nazionali e straniere. A partire da questo momento, gli studenti conquistano l’attenzione del governatore, il priista Fausto Vallejo, il quale, peró, mette la questione sul piano dell’ordine pubblico e rifiuta categoricamente di aprire il dialogo con chi non rispetta la proprietá e viola lo stato di diritto. Il braccio di ferro va avanti per giorni e, a partire dal 4 ottobre, la situazione diviene sempre piú tesa. Sono giá quasi un centinaio i mezzi di trasporto di cui si sono appropriati gli studenti per fare pressione sul governo e, d’altra parte, aumentano anche le pressioni impresariali e massmediatiche per ristabilire l’autoritá dello Stato sui giovani ribelli.

La situazione si definisce nel peggiore dei modi durante la nottata del 15 ottobre con lo sgombero violento da parte delle forze dell’ordine delle tre Normali occupate ad Arteaga, Tiripetío e Cherán. Il bilancio dell’operazione parla di piú di 200 persone fermate, tra le quali una decina di minori e due sindacalisti del Snte (Sindacato Nazionale Lavoratori dell’Educazione). L’irruzione, il cui obiettivo ufficiale era il recupero dei 96 veicoli in possesso degli studenti, avviene nel cuore della notte e produce la resistenza dei normalisti che rispondono alla massiccia agressione poliziesca con il lancio di pietre e bottiglie molotov; iniziano cosí gli scontri -una vera e propria battaglia-, che finscono solo all’alba.

La ricostruzione dei fatti del governo e quella studentesca sono assolutamente agli antipodi. La prima, fatta propria acriticamente dai media, colpevolizza i normalisti da ogni punto di vista: l’intervento si é reso necessario per ristabilire lo stato di diritto, violato dall’irragionevole occupazione degli edifici e dall’appropriazione dei camion; la violenza é stata causata dai giovani che, oltre a ferire una decina di poliziotti, hanno anche incendiato 17 mezzi di trasporto. Di conseguenza, i 176 studenti che vengono effettivamente arrestati non sono affatto indifesi ed innocui come la loro giovane etá potrebbe far pensare, ma rappresentano una vera e propria minaccia all’ordine pubblico. D’altra parte, le immagini che mostrano lanci di sassi e vetture in fiamme sarebbero sufficientemente eloquenti per dimostrarlo.

Il punto di vista studentesco, inizialmente soffocato dalla versione mainstream, racconta una storia radicalmente diversa, che parla di pestaggi brutali e violazioni dei diritti umani, di colpi d’arma da fuoco e di violenza gratuita sugli studenti (denudati, ammanettati e obbligati a restare seduti per ore in posizioni scomode, senza poter bere né mangiare o andare in bagno); di atti di vandalismo da parte delle forze dell’ordine, accusate di aver distrutto dormitori e mense, nonché di essere i veri responsabili dell’incendio dei veicoli. La versione dei normalisti viene confermata anche dai sindacalisti della Snte, i quali dichiarano che la polizia era armata con fucili d’assalto AR-15; e dalle autoritá del Municipio Autonomo di Cherán, che in un comunicato denunciano l’atteggiamento vessatorio delle forze dell’ordine, non solo verso gli studenti ma anche contro abitanti della loro comunitá e giornalisti. Infine, dopo un’iniziale appiattimento sulle posizioni del governo, anche la CDHE (Commissione per la difesa dei Diritti Umani dello stato) ha denunciato “l’uso eccessivo della forza” da parte della polizia.

La solidarietá, tuttavia, non si fa attendere. Da subito, a livello statale, si mobilitano le Normali rurali, i sindacati della scuola, i parenti dei detenuti e le comunitá indigene, con una manifestazione e un accampamento davanti al palazzo del governo statale. Successivamente si solidarizzano il resto delle rurali e degli studenti del paese, il movimento #YoSoy132, oltre che centinaia di intellettuali e di organizzazioni sociali che firmano un documento nel quale si condanna la criminalizzazione dei normalisti e la violenza repressiva dello stato. Grazie all’importante ruolo svolto dai media alternativi e i social network, che fanno circolare le foto degli abusi, l’indignazione inizia a crescere. Dalle moltitudinarie manifestazioni a Morelia (capitale michoacana) ai blocchi stradali a Oaxaca, Veracruz e Cittá del Messico; dalla liberazione dei caselli autostradali in vari punti del paese all’occupazione della sede del governo michoacano nella capitale, sono una miriade le iniziative piú o meno radicali che chiedono a gran voce la scarcerazione dei normalisti (accusati di sedizione, furto e danneggiamento). Insomma, la protesta monta in tutto il paese e l’indignazione mista alla fragilitá dei capi d’accusa favorisce la loro graduale scarcerazione, gli ultimi otto escono dal carcere su cauzione il 24 ottobre. Negli stessi giorni, inoltre, dopo mesi di chiusura al dialogo, viene finalmente concessa ai normalisti la proroga dell’applicazione della riforma. Insomma, nonostante i tanti lividi e l’asimmetria delle forze in campo, gli studenti delle Normali Rurali portano a casa due importantissimi risultati.

Sebbene possa essere reversibile, la vittoria dei normalisti contro il pugno di ferro di Vallejo e la riforma neoliberista della Sep dimostra che la lotta e la solidarietá (a volte) pagano, il che, vista la fase che stiamo attraversando, fa ben sperare e rappresenta senz’altro una buona notizia.

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