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Dal Dott. Cruciani al Dott. Turone. Ovvero dalla tragedia alla noia. L’ultima perla pubblicistica sul “caso Battisti”

CasoBattistiTurone.jpgA noi in fondo piacciono i libri stravaganti, bizzarri, anomali. Un po’ meno i libri noiosi. Quello di cui trattiamo alcuni aspetti curiosi li presenta. E’ però altamente soporifero, quasi fosse scritto dalla zia del segretario di un sottosegretario. Arrivati al sesto capitolo, proseguire si fa veramente difficile. Noi, con l’aiuto di molti caffè, ce l’abbiamo fatta. Ecco il nostro commento. Redazione di Carmilla

Il segreto

Perché qualcuno dotato di capacità letterarie vistosamente scarse decide di dedicare un instant book al “caso Battisti”? Non ci viene detto, e allora lo riveliamo noi. Giuliano Turone, ex magistrato, fu tra i procuratori che collaborarono all’istruttoria “Torregiani”, in cui Cesare Battisti era uno degli accusati. In particolare, fu tra quelli che archiviarono le tredici denunce per tortura presentate da alcuni degli imputati e dai loro familiari.
Certe sue frasi del capitolo 2, alla luce dell’omissione iniziale, rischiano il ridicolo. Quasi non fosse stato parte in causa, e contemplasse gli eventi da un altro pianeta. In riferimento a un collega, per esempio, parla di “inquietudine”, e ne cita una simpatica uscita: “Io posso anche pensare che qualcosa di illegale sia avvenuto, perché c’è tutta una serie di considerazioni che lo lascia ritenere. La polizia può avere avuto l’impressione di avere a che fare con esponenti della malavita, per cui può essere partito qualcosa di troppo”.

Interessante. Se l’arrestato è un malvivente, può anche partire “qualcosa di troppo”. Si noti che le denunce erano riferite a percosse, bruciature dei testicoli, acqua fatta ingurgitare e poi vomitare. Gli effetti, almeno in un caso, furono certificati da perizia medica.
Turone non ci dice se condivise le “inquietudini” del collega. Sta di fatto che contribuì all’archiviazione, anche alla luce del fatto che delle confessioni strappate con mezzi coercitivi non si tenne conto (dice lui), e che quasi tutti gli arrestati risultarono effettivamente colpevoli. Ineccepibile.
Perché allora Turone tace sul proprio coinvolgimento? Forse per non fare apparire il suo testo per ciò che potrebbe sembrare. Un’autodifesa.

La tesi di fondo

Quel che Turone intende dimostrare, nella sua dissertazione, è che la metodologia adottata negli anni ’80 dai giudici che processarono Battisti sarebbe valida ancora oggi, e porterebbe ai giorni nostri a identica condanna. La domanda che sorge naturale è: “E ciò cosa importa? Il problema è tutt’altro”.
Rintuzziamo la visceralità. Turone vuole dire che il processo ai PAC non ebbe i connotati dell’emergenza, e si ripeterebbe uguale ancora oggi, quando l’emergenza non c’è più (?). Gli strumenti giuridici si sono raffinati, ma non sono cambiati rispetto ai criteri usati negli anni ’70-’80. Francamente ne avevamo il sospetto.
Magistrati “democratici” quanto Turone stanno ancora impartendo condanne spropositate. L’aggravante ricorrente è l’”associazione sovversiva”. Si tratti di due vetrine rotte, della contestazione di un sindacalista complice, di chi ha solo gridato uno slogan (sette anni di carcere!), di un anziano indipendentista sardo che avrebbe meditato di boicottare un vertice internazionale usando aeroplanini teleguidati (sic!). Troviamo, in questi accanimenti che costano anni di galera a giovanissimi, il fior fiore della magistratura “progressista”, dalla Bocassino a Caselli. La tendenza di cui Turone fa parte. Implacabile sulla P2 o su “Mani pulite”. Placabile su altri fronti. Quando è in crisi il modello sociale, una severità spietata è d’obbligo.

Metodologia della ricerca storica: il brevissimo ’68 italiano

Turone pretende di impartire una sorta di lezione metodologica agli storici. Nobile proposito. Occorre però possedere una cultura all’altezza dell’impegno.
Non pare che sia il caso. E’ desolante la scarsa conoscenza di Turone rispetto al periodo che prende in esame. Il capitolo 3, Flashback sul contesto socio-politico, e il capitolo 4, In principio era Potere operaio, sono scandalosi. Si rifanno in larga misura al “teorema Calogero”, ricostruiscono il ’68 italiano sulla base di suggestioni raccolte a casaccio. Loro fonte principale è il manuale di De Bernardi e Ganapini Storia dell’Italia unita: compendio pregevole, ma sempre compendio. Turone lo semplifica e lo riassume ulteriormente.
Così il “lungo ‘68” italiano sarebbe durato per l’appunto dal 1968, “anno studentesco”, a metà del 1969, “anno operaio”, per poi perdere ogni spinta propulsiva e degenerare gradualmente nel terrorismo. Turone non sa nulla degli scioperi che, nel 1968, si verificarono alla Pirelli, all’Ercole Marelli, alla Magneti Marelli, all’Autobianchi, alla Innocenti, alla Marzotto di Valdagno, alla Fiat e in molte altre situazioni. Non sa della nascita, proprio nel ’68, dei Comitati unitari di base, che tanto peso avrebbero avuto nell’autunno dell’anno successivo. E quanto al cosiddetto “autunno caldo”, lo cita, sì, ma senza spiegare che si prolungò nel 1970, e che ancora nel 1973 l’occupazione della Fiat lasciò il segno. Furono gli anni dei consigli di fabbrica, dello Statuto dei lavoratori (1970), dell’insubordinazione operaia diffusa, delle “150 ore”, ecc. Come fa Turone a dire che la spinta della contestazione si arrestò a metà del 1969?
Il motivo è presto detto. Non ne sa mezza. Se un Cruciani (vedi qui) all’epoca non era ancora nato, Turone si occupava d’altro. O, per essere più espliciti, stava dall’altra parte. Tanto da dovere poi riscoprire le “virtù sessantottesche” attraverso la manualistica.

Metodologia della ricerca storica: Toni Negri, ovvero la piovra

Peggio accade con il capitolo su Potere Operaio, visto come matrice di tutta la lotta armata in Italia. Per dimostrare questa assurdità, Turone svaluta le esperienze precedenti, come per esempio la “Banda Cavallero”. Per lui fu un fenomeno di delinquenza comune che gli imputati cercarono di nobilitare, in tribunale, cantando L’Internazionale (a essere pignoli, si trattava di Figli dell’officina). E’ palese che non gli è mai capitato di leggere le memorie di Sante Notarnicola (L’evasione impossibile, edito da Feltrinelli e poi da Odadrek), in cui le azioni della banda sono messe in relazione con la Volante Rossa e con il retaggio della sezione del PCI alla quale i “banditi” erano iscritti.
Ma veniamo a Potere Operaio, presunta matrice delle Brigate Rosse e di tutto il resto – con un maestro più o meno occulto, Toni Negri (che Turone evoca più volte, in termini allusivi). Cosa farebbe un comune storico, di quelli a cui Turone fa la lezione? Anzitutto comparerebbe i discorsi di Negri (o di Scalzone, o di Piperno, ecc.) con quelli delle BR. Si accorgerebbe subito che differiscono profondamente per linguaggio, analisi, proposte strategiche e addirittura per realtà esistenziali di provenienza (1). Se poi avesse tempo da perdere in letture e non fosse sepolto sotto i 53 faldoni polverosi del “processo Torregiani”, troverebbe conferma dell’assunto nei libri di memorie in cui i brigatisti descrivono quale percorso intrapresero per arrivare alle armi (uno fra tutti: Prospero Gallinari, Un contadino nella metropoli, Bompiani). Nulla a che vedere con Potere Operaio.
Cosa fa invece il bravo giudice, al pari del bravo questurino o del bravo gazzettiere (o, come direbbe Frassica, del bravo presentatore)? In un soprabito di Negri viene trovato un documento proveniente da una rapina attribuibile alle BR. Per uno storico sarebbe un elemento marginale, legato a mille possibili circostanze. Per il bravo giudice diventa invece prova provata dell’esistenza di un’unica organizzazione, con Negri a capo. Se poi copie dello stesso documento sono reperite in sedi dei Proletari Armati per il Comunismo il cerchio si chiude.
Non importa che da Potere Operaio provengano solo un paio di elementi marginali dei PAC. Gli altri escono da Lotta Continua, o da collettivi di quartiere dell’Autonomia. Dalle tesi o dal linguaggio di PO sono distanti anni luce. Non ha peso, il “teorema Turone” li vuole filiazione diretta (2).

Metodologia della ricerca storica: la mobilitazione dei magistrati in pensione

Turone è convinto che la magistratura possa dare un importante contributo alla storiografia. Lo hanno spinto a tale conclusione i 53 “tremendi faldoni” contenenti le carte dei processi a Battisti e ai complici, “talmente ostici e inespugnabili, che qualsiasi studioso, anche eccelso, di storia contemporanea che li avesse affrontati sarebbe rimasto frustrato come se avesse trovato l’Archivio [di Stato di Milano, n.d.r.] chiuso”.
Da qui una proposta geniale. Mobilitare i magistrati in pensione, come lui, e spedirli negli archivi a riordinare le carte processuali. In questo modo, futuri ricercatori potranno capirci qualcosa. E’ parere di Turone, infatti, che Battisti abbia ottenuto asilo in Brasile perché, laggiù, avevano capito poco o nulla dei suoi processi. Come avrebbero potuto, con gli atti così mescolati e confusi?
Turone, del lavoro dello storico, ha un’idea un po’ approssimativa. Uno degli autori di questo commento si trovò, qualche decennio fa, a esaminare le carte del settecentesco Tribunale del Torrone di Bologna. Circa 100.000 fascicoli non in ordine cronologico, scritti parzialmente in latino, con l’inchiostro che si era cristallizzato e tendeva a volare via in nuvolette di polverina argentea. Avrebbe ringraziato il cielo di avere a che fare con 53 faldoni di testi battuti a macchina.
Tuttavia l’idea di Turone potrebbe anche essere buona. Vediamo le novità portate dalla sua ricerca (in cui era stato preceduto, per sua ammissione, dai difensori di Battisti).

Le novità

Nessuna. Turone riassume quanto già raccontato da Cruciani (non a caso citato di continuo), che a sua volta riassumeva le sentenze contro i PAC del 1988, 1990, 1993. Queste erano già accessibili via Internet, come abbiamo segnalato, raccomandandone la lettura. Sono ora state riprodotte nell’utile volume Dossier Cesare Battisti, Kaos Edizioni, 2011 (con breve e assai imbarazzata introduzione di Giorgio Galli). Letto Dossier Cesare Battisti si è letto tutto.
L’innovazione portata da Turone consiste semmai nel tacere o sorvolare sulle motivazioni di ogni atto di violenza, nell’evitare la cronologia delle confessioni a singhiozzo di pentiti e dissociati, nel tacerne le contraddizioni.
Sull’ultimo punto, Turone compie un solo, inavvertito scivolone. Per l’assassinio dell’agente Campagna, il pentito Sante Fatone tirò in ballo, tra gli altri, tale Stefania Marelli (p. 105). Turone è costretto poi ad ammettere, in nota, che la Marelli si trovava all’estero nel periodo dell’omicidio (p. 106). Ad anni di distanza fu assolta con formula piena.
Novità ulteriori? Una alquanto buffa, letta però già nella sentenza del 1988. Durante l’agguato a Sabbadin, Paola Filippi, evidentemente una donna, si mascherò con barba e baffi posticci. Doveva essere uno spettacolo.
Il resto segue il copione già noto. Ad anni di distanza, un pentito coinvolge Battisti, perché un dissociato gli ha raccontato che… Non mancano le prove materiali. Un tizio dice a un altro che non vuole indossare una certa giacca: era stata usata da Battisti anni prima durante l’attentato a Santoro. Un altro tizio rivela che Battisti usava portare stivaletti da cow-boy che lo facevano sembrare più alto. Ecco perché i testimoni videro sparare un uomo di alta statura, mentre Battisti è piuttosto basso.
E via di questo passo.
Tutto ciò assolve Battisti? No, ma nemmeno pare sufficiente a condannarlo.
E’ questo il problema?

Il senso di Turone per Carmilla

Turone se la prende in particolare con Carmilla e con le sue note FAQ. A suo parere “si tratta di una rassegna di obiezioni che vengono periodicamente rivedute e modificate, tanto che non si riesce bene a capire quale sia la versione ‘aggiornata’”. Glielo spieghiamo noi. E’ l’ultima. Quella che può vedere (gratis) se va sul nostro sito e cerca, in prima pagina, la rubrica dedicata a Battisti.
Ma forse Turone non si fida di diavolerie moderne come il computer, e ne cerca una versione a stampa del febbraio 2009.
Scopre così una serie di nostre palesi falsità.
Per esempio, la questione delle deleghe in bianco ai propri avvocati (da noi, invero, menzionata abbastanza di sfuggita) che Battisti sottoscrisse prima di fuggire dal carcere di Fossombrone, in seguito adattate ai successivi processi, lui contumace. Un tema sollevato soprattutto da Fred Vargas, e scarsamente considerato dai magistrati parigini e dalla Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo.
Turone è convinto che sia una bufala. Rispondiamo con un video che attesta il contrario. Ci scusiamo con i lettori per la lingua portoghese. Guardino le immagini, sono più eloquenti delle parole:

Di fronte a simile dimostrazione, delle conclusioni della Corte di Strasburgo non ci importa molto.

Il senso di Turone per l’invenzione creativa

La seconda accusa che ci muove Turone non sta né in cielo né in terra. NOI avremmo alimentato la confusione circa gli omicidi Torregiani e Sabbadin, in modo da lasciare intendere che Battisti sarebbe stato accusato di averli materialmente commessi, lo stesso giorno, in luoghi distanti.
A dire il vero, dicevamo tutt’altro (anche nella versione stampata delle FAQ):

«Comunque, chi difende Battisti ha spesso giocato la carta della “simultaneità” tra il delitto Torregiani e quello Sabbadin, mentre Battisti è stato accusato di avere “organizzato” il primo ed “eseguito” il secondo.
Ciò si deve all’ambiguità stessa della prima richiesta di estradizione di Battisti (1991), alle informazioni contraddittorie fornite dai giornali (numero e qualità dei delitti variano da testata a testata), al silenzio di chi sapeva. Non dimentichiamo che Armando Spataro ha fornito dettagli sul caso – per meglio dire, un certo numero di dettagli – solo dopo che la campagna a favore di Cesare Battisti ha iniziato a contestare il modo in cui furono condotti istruttoria e processo. Non dimentichiamo nemmeno che il governo italiano ha ritenuto di sottoporre ai magistrati francesi, alla vigilia della seduta che doveva decidere della nuova domanda di estradizione di Cesare Battisti, 800 pagine di documenti. E’ facile arguire che giudicava lacunosa la documentazione prodotta fino a quel momento. A maggior ragione, essa presentava lacune per chi intendeva impedire che Battisti fosse estradato.»

Dovrebbe essere già chiara la verità, ma il tema si precisa nella nostra risposta a un articolo del giornalista Amadori di Panorama. (3)
Del resto, a p. 109 Turone riporta pari pari il brano di un articolo di Claudio Magris, in cui costui attribuisce a Battisti quattro omicidi di sua mano (inclusi, dunque, Torregiani e Sabbadin) e, tanto per raggiungere il peso, anche il ferimento di Torregiani jr.

Il senso di Turone per lo scambio di persone

Nel paragrafo successivo, Turone ci addossa la responsabilità di affermazioni fatte, in realtà, da Piero Sansonetti e Bernard Henri-Lévy. Grazie, non ci crediamo all’altezza di tanto onere. Già sarebbe complicato influenzare Sansonetti. Riuscirvi con Henri-Lévy sarebbe ancor più complicato, visto che ne abbiamo pallida stima.

Il senso di Turone per il dettaglio

Se ai temi precedenti sono dedicate alcune righe, quasi due pagine riguardano invece una nostra rapida osservazione circa un imputato minore del “processo Torregiani”, di nome Bitti. Perché a Turone preme tanto? Il sospetto è che sia per il fatto che ebbe tra le mani il suo caso. Bitti, tra coloro che denunciarono torture, fu il solo che poté dimostrarle, a causa della lesione di un timpano riportata nel corso degli “interrogatori”. Turone, come abbiamo visto, archiviò la sua denuncia al pari delle altre, malgrado residue “inquietudini” senza effetti pratici.
Avevamo scritto che Bitti era stato udito in luogo pubblico fare l’apologia dell’attentato a Torregiani, e che era stato condannato a tre anni e mezzo di carcere per concorso morale, secondo procedure degne dell’Inquisizione. Che sotto tortura aveva denunciato un compagno, Angelo Franco, salvo poi ritrattare. Questi, poco tempo dopo, era stato arrestato nuovamente e aveva subito una condanna a cinque anni per associazione sovversiva.
Il tutto, nelle nostre FAQ, occupava una decina di righe. Riassumevano, magari in maniera grossolana, una catena di fatti difficili da smentire, e infatti mai smentiti:
“Sisinnio Bitti, prosciolto dall’omicidio Torregiani, è stato condannato a tre anni e mezzo per ‘partecipazione a banda armata’, perché il pentito Pasini Gatti lo avrebbe visto ‘discutere con altre persone’ nello scantinato di via Palmieri, considerato dai magistrati un covo della lotta armata. In realtà, il luogo è un punto aperto di ritrovo del Collettivo di via Momigliano, messo a disposizione dal PDUP. Il 14 maggio 1983 viene imputato di ‘concorso morale per duplice omicidio’ [Torregiani e Sabbadin, n.d.r.] perché un altro pentito, Pietro Mutti, lo avrebbe sentito dire che era d’accordo con le due uccisioni” (P. Moroni, P. Bertella Farnetti, Il Collettivo Autonomo Barona: appunti per una storia impossibile, in “Primo maggio” n. 21, 1984).
Quanto sopra è falso? Come mai Turone lo rivela venticinque anni dopo, con un diluvio di parole che contrasta con la sua abituale reticenza? D’accordo, ha oggi esplorato i “tremendi” 53 faldoni. Si ostina a tacere sul fatto che alla creazione di quei faldoni ha collaborato anche lui.
Prima di darci dei falsari, esamini almeno le fonti delle nostre presunte “falsità”.
Stia tranquillo, non lo denunceremo. Rischieremmo di trovarci di fronte a magistrati simili a lui. L’unica vera giustizia, in Italia, è la controinformazione. Senza di essa, Pinelli si sarebbe gettato dalla finestra della Questura di Milano per “malore attivo”, e la bomba in Piazza Fontana l’avrebbe collocata Pietro Valpreda.

Il senso di Turone per la sintesi

Nel corso dei suoi “interrogatori robusti”, da cui uscirà menomato nell’udito, Bitti accuserà dell’omicidio Torregiani sia tale Angelo Franco, operaio, che addirittura se stesso. Nessuno dei due, però, poteva avere partecipato all’azione: mentre si svolgeva, si trovavano sicuramente altrove.
A Turone non interessa molto. Franco fu trovato in possesso di due pistole, e arrestato e condannato per questo. Omette di dire che, liberato Franco dopo un anno di prigione, fu arrestato di nuovo. Qualcuno, in tribunale, si era dimenticato del reato di ricettazione. Era finito in galera, la prima volta, quale membro del commando che aveva ucciso Torregiani.
Identica accusa originaria per Bitti, poi trasformata in “concorso morale”. Frequentava quella gente. Bastava e avanzava. Poco importa che con Torregiani, Sabbadin ecc. non avesse niente a che fare.
La successive “falsità” attribuite da Turone a Carmilla sono di scarso rilievo. Avevamo scritto che Battisti era stato condannato quale organizzatore dell’omicidio Torregiani in “via deduttiva”, dato l’evidente nesso tra quel delitto e l’omicidio Sabbadin. Turone, pur apprezzando la sintesi esercitata in proprio, non ama quella altrui. Specifica quindi che la colpevolezza di Battisti risultò dal confronto delle deposizioni di due pentiti e di tre dissociati. Mai detto il contrario, a onor del vero. Forse abbiamo sbagliato aggettivo, e usato “deduttivo” invece che “induttivo”, in linguaggio filosofico più corretto.

Il senso di Turone per l’infanzia

Poi Turone stigmatizza la nostra critica all’uso quale testimone, nella fase istruttoria del “processo Torregiani”, di una ragazzina dodicenne con qualche problema psichico, indotta a deporre contro lo zio. Turone asserisce che non si tenne conto delle sue dichiarazioni. All’epoca però scriveva, in veste di giudice istruttore: “L’esistenza del quadro indiziario è un primo punto fermo nell’iter logico della presente trattazione, dal quale non si potrà prescindere nel prosieguo, e che fornisce inevitabilmente una chiave di lettura per valutare adeguatamente certe dichiarazioni della prima ora (poi ritrattate) di [seguono alcuni nomi, tra cui quello della ragazzina, divenuta imputata].
A Turone sfugge la sostanza della questione. Non ci interessa se la bambina avesse detto il vero o no. Ci interessa che una dodicenne con disturbi mentali fosse chiamata a deporre contro un congiunto, e addirittura imputata. E’ però vero che l’Inquisizione riteneva un ragazzo di dodici anni perfettamente adulto, e passibile di quaestio. A quanto sembra, la Procura di Milano era d’accordo.

Per farla breve

Proseguiamo, cercando di accorciare il più possibile, la via crucis (ce ne scusiamo con i lettori: commentare un libro noioso rende inevitabilmente noiosi).
Carmilla attribuisce rilievi di inattendibilità del pentito Pietro Mutti a una sentenza d’appello del 31 marzo 1993, mentre facevano parte delle argomentazioni dei difensori. Se Turone avesse letto la versione delle FAQ sul sito (è gratis), si sarebbe accorto che avevamo corretto l’errore. Del resto, questo non cambiava nulla (4). I fatti esposti dalla difesa erano incontestabili.
Carmilla avrebbe accusato Mutti di avere fatto parte del commando che uccise Sabbadin. Cosa non vera, in effetti, e sparita dalla versione corrente delle FAQ. Nella prima versione era indicata in nota la fonte dell’errore.
Carmilla avrebbe indicato in Mutti l’assassino di Santoro, quando in realtà Mutti era stato solo l’autista. Furono in realtà prima la Digos di Milano, poi i carabinieri di Udine, a indicare in Mutti l’uccisore. Rimandiamo per i particolari a un articolo scritto dal prof. Carlos A. Lungarzo, militante di Amnesty International in Brasile, Messico, Argentina e negli Stati Uniti, per la rivista brasiliana Crítica do Direito. Mutti spalmò le proprie rivelazioni per un anno intero, e solo alla fine rivelò la partecipazione di Arrigo Cavallina e altri. Una ragazza da lui accusata fu assolta in appello.
Da ultimo, Turone rimprovera a Carmilla di avere scritto che la giustizia italiana continua a perseguire quasi solo gli estremisti di sinistra, mentre quelli dell’altra parte, da alcuni degli autori delle stragi di estrema destra ai “macellai” di Genova 2001, restano impuniti e, nel secondo caso, addirittura premiati.
Nei capitoli successivi si diffonde a spiegare che non è vero.
Ha ragione. L’accanimento contro Delfo Zorzi supera in furore giustizialista quello contro Battisti. E’ palese. I torturatori di Bolzaneto e gli assalitori della Diaz sono stati esemplarmente puniti, magari con promozioni insidiose. Allo stesso modo sono stati adeguatamente puniti, con la pena suprema dell’oblio, i poliziotti che uccisero Pedro (Pietro Maria Greco) perché armato d’ombrello, nonché gli assassini di Varalli, Zibecchi, Franceschi, delle vittime della legge Reale, ecc. Omettiamo la lista, che occuperebbe troppe pagine.
Resta impunito solo il criminale universale: Cesare Battisti, il nemico n° 1, l’equivalente moderno di Jack lo Squartatore.

E bla, bla bla…

I capitoli finali, che non leggerà nessuno, sono esercizi di magniloquenza. Turone cita i pochi intellettuali francesi e brasiliani schierati contro Battisti, invoca il presidente Napolitano (l’inventore dei lager per immigrati, l’affossatore dell’art. 11 della Costituzione), sostiene che lo Stato italiano, nel combattere il terrorismo, mai si allontanò dal diritto.
In proposito, citiamo uno storico che, pur essendosi occupato di Brigate Rosse, non è sospettabile nemmeno da lontano di contiguità:
“Alla luce di tutto ciò appare difficile sostenere, come spesso viene fatto ancora oggi, che il terrorismo sia stato vinto senza violare le libertà fondamentali del cittadino. Il ‘circuito dei camosci’, i decreti del marzo 1978, la legge Cossiga e quelle sui pentiti e dissociati, al contrario, fornirono allo Stato degli strumenti di indagine e repressione che violano alcuni dei diritti civili sanciti dalla carta delle Nazioni unite del 1948. Si aggiunga a questo la pratica della tortura nei confronti dei militanti catturati, saltuaria dal 1980 e quindi sistematica nel 1982, reato gravissimo peraltro allora neanche contemplato dal codice penale italiano. Le cause per le quali la lotta armata rimase sconfitta, dunque, sono molteplici, andando da motivi di carattere politico generale fino al mutamento di congiuntura economica, con un contributo non secondario giocato dalle leggi speciali e dall’uso della violenza che lo Stato seppe modulare in maniera efficace” (M. Clementi, Storia delle Brigate Rosse, Odradek, 2007, pp. 247-248).

Lasciate perdere Battisti

Non sosteniamo Battisti perché lo riteniamo innocente o colpevole. Non ci interessa minimamente. Tra la metà degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta si svolse in Italia un duro confronto, animato da un movimento di centinaia di migliaia di persone (giovani, ma non solo) che intendevano rovesciare l’assetto statale. Non fu una vera guerra civile (come sostengono gli ex brigatisti, con l’avvallo del defunto Cossiga), bensì qualcosa che poteva somigliarle. Una parte minoritaria di quel movimento commise crimini e delitti, è indubbio. Gli autori non furono però, in maggioranza, criminali per vocazione, né psicopatici. Ritenevano loro dovere agire così, in quel contesto. Si trattava di una falsa prospettiva, adottata in buona fede, per convinzioni egualitarie esasperate. Un vicolo cieco. Quelli tra loro che non furono incarcerati e riuscirono a fuggire provarono a rifarsi una vita. Tantissimi finirono in prigione, alcuni vennero uccisi (e nessuno indagò sulle loro morti).
E’ molto diverso il caso degli estremisti di destra. Con forti appoggi istituzionali, e senza avere alle spalle alcun movimento degno di questo nome, “spararono sul mucchio”: su cittadini qualsiasi, viaggiatori di seconda classe, partecipanti a un comizio. Ne uccisero quanti più poterono. Fino all’ultimo furono protetti da settori deviati o meno dello Stato. Non si proponevano una rivoluzione, ma un golpe dell’esercito per ripristinare un “ordine” da loro stessi turbato. Tanti di essi non furono nemmeno inquisiti.
E’ assurdo perseguitare ora i ribelli del “primo tipo”, trent’anni dopo. Se liberi, sono rimasti in quattro gatti, vivacchiano come possono. Battisti è stato scelto dall’elenco perché aveva acquistato visibilità quale scrittore. Poco importa che vivesse in una soffitta a Parigi e facesse il portinaio. E’ stato dipinto come il prediletto dai salotti letterari, colui che gode di un dorato esilio a Ipanema, il delatore dei compagni (!!!), il mostro per antonomasia.
Forse – anzi, senza forse – era il fatto che fosse scrittore che disturbava.
Ultimo, nella fila dei linciatori, ecco Turone. Con l’ultimo sasso in pugno. Non voleva mancare alla festa.
Buon per lui, si diverta.

NOTE

1) Per non parlare dei NAP, di derivazione totalmente differente. Cfr. V. Lucarelli, Vorrei che il futuro fosse oggi. NAP: ribellione, rivolta e lotta armata, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli, 2010.
2) Chi voglia sapere dove sfociò, esattamente, l’opzione di una parte di Potere Operaio per la lotta armata, ha oggi a disposizione il bel saggio di E. Mentasti Senza tregua. Storia dei Comitati Comunisti per il potere operaio (1975-76), Edizioni Colibrì, Paderno Dugnano, 2011.
3) “Amadori sembra ignorare che, ormai da quattro anni a questa parte, e anche in questi giorni, tutti i media che contano, in Italia, in Francia e adesso in Brasile, seguitano a presentare Battisti come l’uccisore materiale di Pierluigi Torregiani e il feritore del figlio Alberto. Incluso lo stesso Panorama, il settimanale su cui scrive Amadori, in un articolo di Giuliano Ferrara del 15 marzo 2004 (…). Un recente articolo dell’Unità on line (oggi eliminato per le troppe proteste), a firma Malcom Pagani, deprecava che settori “estremisti” continuino a negare che Battisti abbia ucciso direttamente Torregiani e ferito il figlio. Chi conosce la verità non può che replicare che Battisti non può avere assassinato due persone contemporaneamente, a Milano e in un paesino del Veneto, alla stessa ora…”.
4) “Noi ci eravamo limitati a riportare un passaggio della memoria presentata dagli avvocati di Battisti alla Corte di Strasburgo. Abbiamo avuto il torto, questa volta, di non indicarlo in nota. Ma le circostanze indicate erano false? No, erano vere, e risultate in sede dibattimentale. Per questo classifichiamo la faccenda come “infame menzogna” a metà. Esistono altre nequizie che ci possano essere attribuite, nel capitolo destinato a crocefiggerci? No, il repertorio è esaurito.” La sua battaglia, cit.

Caso Battisti, libertà e il Pd a Marzabotto

cesarebattisti2.jpgRiporto qui un volantino distribuito dal Partito Democratico di Marzabotto (BO) in cui si chiede al Sindaco Romano Franchi di provvedere alla revoca della delega alle politiche giovanili esercitata dal consigliere Daniele Ferri. Per il PD locale il motivo è semplice: il Ferri non ha votato come tutti gli altri la proposta che chiedeva al Comune di adoperarsi in tutti i modi possibili per far estradareCesare Battisti dal Brasile. Anche a Marzabotto interessano le sorti dell’ex militante dei Pac (Proletari Armati per il Comunismo) la cui vicenda umana e giudiziaria è diventata un caso controverso e complesso che da alcuni anni a questa parte sembra costituire un ottimo collante capace d’unire tutte le forze politiche nei momenti difficili, proprio come succede con le famiglie affette da sistematiche crisi di valori. Ad ogni modo la proposta di revoca della delega è inquietante date le premesse del caso e la motivazione che si adduce contro il Ferri, cioè la sua “evidente inadeguatezza con il ruolo e le responsabilità ricoperte” proprio per non aver votato come tutti gli altri in questo caso specifico.

Vediamo. E perché mai il consigliere sarebbe inadeguato? Cosa gli impedisce di svolgere il suo ruolo e coprire le sue responsabilità? Sopravvenuta incapacità d’intendere e di volere? Sarà mica stato in Brasile ultimamente? O magari va allontanato per comprovati episodi di corruzione o sfruttamento della prostituzione? Purtroppo basta molto meno.
Basta fare uso di un pizzico di libertà di pensiero e votare secondo le proprie convinzioni e coscienza per diventare una pecora nera o rossa, a seconda. Basta esercitare i propri diritti nelle forme scomode per alcuni e subito parte la ritorsione. Si chiede d’innescare un dibattito serio sugli anni settanta, si pongono domande dolorose ma giuste, s’instilla una feconda macchia di dubbio nel mare piatto di convinzioni pregiudiziali e cosa si ottiene? Una lettera indignata del Partito Democratico. Il pretesto è il solito ma per capirci meglio, ecco il testo del volantino, così com’è stato redatto e diffuso. A tratti risulta quasi incomprensibile ma facciamo uno sforzo.

Marzabotto, 02 febbraio 2011

Spaccatura nella maggioranza di Marzabotto

Nell’ultimo consiglio comunale si è vissuta la spaccatura della maggioranza di governo del Comune di Marzabotto sull’ordine del giorno sulla richiesta di attuare ogni possibile atto volto all’estradizione del terrorista Battisti, presentato dal gruppo PD, IDV e Indipendenti.

La spaccatura si è attuata quando il consigliere Ferri ha espresso il suo voto contrario mentre il Sindaco, il resto della maggioranza e tutto il Consiglio hanno votato favorevolmente.

Oltre a sottolineare la rottura politica della maggioranza, il Partito Democratico di Marzabotto esprime il suo profondo dissenso con il voto negativo espresso dal consigliere Ferri, che ha argomentato la sua posizione asserendo che non si dovevano addossare al Presidente brasiliano l’incapacità dello Stato italiano di dare soluzione agli anni di piombo e del loro epilogo.

Come sottolineato dai nostri consiglieri, ed anche dal Signor Sindaco, il significato primario dell’O.d.G. non è di addossare colpe al Presidente brasiliano, ma dall’esigenza riconosciuta da tutto il Parlamento italiano di vedere il pluriomicida Cesare Battisti che ricordiamo è stato condannato in tutti e tre i gradi di giudizio, di scontare la propria pena in Italia, come richiesto anche dai famigliari delle vittime.

Riteniamo grave e ingiustificato il comportamento tenuto dal consigliere Ferri in contrasto da quanto sempre accaduto nel Consiglio Comunale di Marzabotto, dove su argomenti tanto importanti come legalità, giustizia e terrorismo, tutte le forze politiche hanno sempre difeso le prime e condannato il secondo, senza se e senza ma, soprattutto per il rispetto che sempre si deve alle vittime ed ai loro famigliari così come richiesto per i nostri caduti.

Per queste ragioni chiediamo al Signor Sindaco di ritirare la delega alle politiche giovanili conferita al consigliere Ferri, per una evidente inadeguatezza con il ruolo e le responsabilità ricoperte.

 

Il Partito Democratico di Marzabotto.


Come cittadino auspicherei una riconsiderazione dei termini della lettera. Anzi, auspicherei una vera e propria marcia indietro da parte di un partito che si definisce democratico e l’accettazione dei validi argomenti del consigliere Ferri circa l’opportunità di aprire un dibattito storico. Son nato il 2 agosto. Son nato nel 1977. Mi chiamo F. Lorusso, qualcuno col mio nome morì a Bologna. Raccontano. Avrei bisogno di sapere, capire e non m’interessa credere a spauracchi e mostri della storia. C’è un accostamento tra i familiari delle vittime della stagione del terrorismo nero, rosso e di stato e i caduti (solo caduti, senza aggiungere altro): forse anche su questo è necessaria una sana e lunga discussione.
La gravità della richiesta del Pd di Marzabotto è chiara ed il rischio per la libertà di pensiero è altrettanto palese. Sono i “se” e i “ma” che fanno progredire l’uomo, la scienza e la conoscenza, non le frasi fatte e i dogmi. Mi chiedo chi saranno i prossimi che avranno voglia di parlare e di finire sulle liste nere di partiti e censori di turno. Il ricordo della campagna veneta contro “il rogo di libri” e le liste di proscrizione contro decine di scrittori stilate dagli zelanti pidiellini della Serenissima è fresco e vivo. Resuscita ogni volta che non si segnalano e denunciano analoghi tentativi di regressione democratica. Il Pd ritiene “grave e ingiustificato il comportamento tenuto dal consigliere Ferri” dato che in Consiglio Comunale da sempre “su argomenti tanto importanti come legalità, giustizia e terrorismo, tutte le forze politiche hanno sempre difeso le prime e condannato il secondo”.
Perfetto. Mi piacerebbe sapere in dettaglio perché il consigliere “dissidente” e pensante avrebbe fatto il contrario quando invece ha sottolineato l’incapacità dello Stato (e mi permetto di aggiungere, del nostro paese) di dare soluzione agli anni di piombo e al loro epilogo. E per quale arcana ragione questo voto contrario sarebbe un grave comportamento? Qual è il modo migliore per difendere la legalità e la giustizia contro il terrorismo? Non parlarne più? Acciuffare il mostro che la paga per tutti? Non m’avete ancora convinto.

E nemmeno mi ha convinto una parte del ragionamento di Umberto Eco al Palasharp in cui si stabilisce un nesso tra il caso Battisti e il caso Berlusconi-magistratura per cui, in pratica, sembrerebbe incoerente dubitare della magistratura per il primo e difenderla per il secondo. Si dice che Berlusconi fa esattamente il contrario ma la logica è la medesima: su Battisti dà pieno sostegno alla magistratura e su se stesso sciorina accuse, attacchi e sdegno contro quel potere. Quindi, in soldoni, se dubitiamo coi “se” e coi “ma” su Battisti, non dovremmo concedere lo stesso trattamento a Berlusconi? Di fatto si conclude: meglio allora pensare che la magistratura abbia ragione su entrambi. Ma non credo sia questo il punto, perché stabilire una corrispondenza tra la difesa o la riconsiderazione del caso Battisti e i continui attacchi di Berlusconi alla magistratura è piuttosto fuorviante.
Come già detto è saggio dubitare sempre, ma vorrei si potesse parlare di casi e periodi specifici, uno alla volta, e non di un duello valido in ogni tempo e in ogni luogo tra vittime e carnefici, imputati e giudici. Battisti è stato condannato a pene di volta in volta maggiori fino all’ergastolo in totale contumacia, vive da fuggitivo all’estero tra prigioni e rifugi precari in povertà mentre il nostro Presidente del Consiglio, una delle massime cariche dello Stato, potrebbe essere giudicato qui con tutte le garanzie, ma s’adopera per evitare i processi in tutti i modi che il suo immenso potere gli consente di sperimentare. E’ allora chiaro che non vuole farsi processare e che sposa l’idea di una magistratura politicizzata che vive solo per combattere contro di lui.
La vicenda giudiziaria e storica di Cesare Battisti (anni settanta e ottanta, anni di piombo, giudizio in contumacia, testimoni fallaci, contraddittori e giudicati instabili, casi di tortura, pentitismo a fiumi, logica di branco e sindrome da “si salvi chi può”) ha sollevato fortissimi dubbi in Italia, in Francia, in Brasile e in altri paesi, tanto a livello giudiziario e politico come nell’opinione pubblica. In Italia s’insiste sull’impossibilità della riapertura del suo processo. Questi interrogativi e l’importanza reale, rispetto a quella fantomatica creata ex post, della sua figura sono radicalmente diversi da quelli di Silvio Berlusconi, prima e dopo la discesa in campo, quindi anche i piani sono diversi e l’accostamento risulta alquanto strumentale e fuori luogo.

Per cui quando il premier, all’occasione giustizialista, difende la magistratura per chiedere al Brasile l’estradizione di Battisti, lo fa anche per interpretare il ruolo dell’eroe che lotta per l’onore della patria, capitalizza un luogo comune ormai accettato a livello bi-partisan su Battisti e sfila con le vittime per mostrare la sua solidarietà a loro e al paese. Gesto nobilissimo, ma è un gioco. L’economia conta di più e le frizioni diplomatiche potrebbero costare caro. In Italia i mass media non ne parlano come all’estero, informiamoci. Proviamo a guardarci anche (ma non solo) con gli occhi degli altri e poi di nuovo coi nostri.
Il Brasile decolla e l’Italia affonda, non resta molto da fare se non distrarre la gente, creare falsi casi diplomatici, mostri di un’epoca e scandali a iosa anziché affrontare il passato e il difficile presente. Sono ottimista.
Come tutti i casi strumentali che riemergono periodicamente dai fondali della memoria, c’è speranza che presto potremmo attenderci uno sgonfiamento e così ragionare a freddo (o almeno “a tiepido”) su una storia che a tanti trentenni pare allo stesso tempo così lontana ma anche viva. Viva e incompresa negli occhi dei loro genitori, nei libri, sui giornali, come una narrazione inquietante e obbligata, misteriosa e irrisolta. Il rispetto per le vittime passa per la ricerca della verità per tutti, “buoni e cattivi”, e dall’analisi della storia, non attraverso slogan facili e capri espiatori utili a media e politici.

 

Entrevista a Michela Murgia y Roberto Saviano sobre censura de libros en Italia

Lee el Comunicado de los ESCRITORES CONTRA EL ROGO de los libros

Lee Artículo en Desinformémonos

Más Info:
http://www.wumingfoundation.com/engli…
.
La fase de la decadencia de un régimen puede ser breve o larga, trágica o grotesca (o ambas cosas); seguramente siempre es la fase más peligrosa. A la sombra de un régimen declinante a nivel nacional, localmente se registran las peores “fugas hacia adelante” y recrudecimientos.

Recrudecimientos que se cruzan –y a veces se confunden– con las tentativas cada vez más marcadas y extremas de distraer la atención, levantar cortinas de humo, indicar falsas dianas y chivos expiatorios. El grito Achtung banditen! se alza cada vez más alto y estridente, junto a los instrumentales llamamientos por el honor nacional.

En las últimas semanas, el caso Battisti ha sido la digresión perfecta.

Añadamos que, históricamente, los fascistas (la palabra no se emplea al azar: los consejeros de los que hablamos tienen un conocido recorrido de extrema derecha a sus espaldas, o mejor: sobre sus hombros) siempre tuvieron una relación “conflictiva” con la cultura y los libros. Se podría decir precisamente que odian el pensamiento, prefieren los atajos y las simplificaciones típicas del discurso “visceral”. Basta pensar en el célebre slogan de los fascistas españoles: “¡Viva la muerte, muera la inteligencia!”, nacido como grito de desprecio dirigido al filósofo Miguel de Unamuno.

Póngase todo esto junto y se obtendrá lo que está sucediendo en la región Véneto:

1) A la sombra del “puterío” de Arcore se registran, localmente, recrudecimientos autoritarios.

2) Para estos recrudecimientos se recurre a la más actualizada y al mismo tiempo verificada “arma de distracción masiva”: el caso Battisti.

[Una observación: Battisti es solamente uno de los numerosos antiguos miembros de la lucha armada italiana (incluso mucho más importantes que él) a los cuales gobiernos extranjeros no concedieron la extradición. Es más, ni siquiera es el primero al cual Brasil no concede la extradición. Es por un juego de motivaciones instrumentales sobre los cuales aquí no tengo intención de detenerme que Battisti, figura muy marginal en la lucha armada de aquellos años, se encontró en el centro de semejante confusión general. Solo por él se levantó una campaña mediática muy fuerte, con intensa “monstrificación” del personaje. Digamos que Battisti “llegó en el momento justo”, cuando el poder tenía gran necesidad de él.]

3) Dos pájaros con una piedra:el arma es usada por los fascistas contra los enemigos históricos: los muy odiados “intelectuales”, supuestos privilegiados, tertulianos imaginarios, perfectos enemigos que hay que señalar a la propia “base” electrizada y preñada de resentimientos revelados y oscuros.

4) Todo esto para imponer lo inaceptable: ajustar viejas cuentas contra la cultura y los libros. Después de todo, ¿no existe solo un Libro que vale la pena leer? En efecto, el consejero regional Donazzan regala la Biblia a todos los estudiantes.

5) Todo esto en una región muy importante, entre las más ricas de Italia y desde hace muchos años un laboratorio de políticas reaccionarias que luego son reajustadas y exportadas al resto del país.

Volvamos al régimen declinante.

Por “régimen” se entiende sobre todo un poder personal, con sátrapas, lacayos y eunucos de corte. El hecho de que este sea declinante, para nosotros, significa relativamente poco. Habrá un “berlusconismo sin Berlusconi”. Ya tendríamos que preocuparnos del después.

Bien, ese después lo construirán los recrudecimientos que nosotros no seremos capaces de contrastar, o que no consideraremos lo suficientemente importantes como para tener que contrastarlos.

Ese después lo construye también lo que está sucediendo en Véneto.
(Wu Ming 1, “La quema de libros y la subestimación del peligro. Un análisis”,
http://www.wumingfoundation.com/engli… )

Interviste sul rogo di libri e rassegna sulla censura in Veneto

Per continuare a seguire il caso “censori veneti” e la repressione del libero pensiero nel cantiere veneziano delle regressione autoritaria.

1) Intervista radiofonica a Valerio Evangelisti e Alessandra Daniele

http://www.ondarossa.info/node/2932/Editoria%20e%20rogo%20libri

2) Intervista radiofonica a Wu Ming

http://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/intervista-wu-ming-sul-rogo-dei-libri-veneto-e-report-russia

3) Michela Murgia e Roberto Saviano intervistati su Repubblica Tv

http://tv.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/murgia-e-saviano/60839?video=&pagefrom=1

4) Pre e post la manifestazione di Preganzol, Treviso. Cronache multimediali.

http://www.globalproject.info/it/produzioni/Due-giorni-contro-il-rogodilibri/7252

http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=2840

e interviste/interventi:

AGGIORNAMENTO 30/01
PREGANZIOL, ALCUNI INTERVENTI (Mp3)

Wu Ming 1, 3’17″ | Stefano Tassinari, 9’17″ | Serge Quadruppani, 1’20″
Umberto Lorenzoni (ANPI), 5’17″ | Lello Voce, 5’16″

5) Rassegne (puntate precedenti):

http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2011/01/25/notizie-aggiornamenti-manifestazione/

http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2011/01/24/libri-leaks/

http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2011/01/22/rassegna-stampa3/

http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2011/01/21/rassegna-stampa-2/

http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2011/01/20/rassegna-stampa/

6) Finzioni Magazine e i Libri Banditi tutti da scoprire

http://www.finzionimagazine.it/extra/libri-banditi/libri-banditi-antonio-moresco/

7) Su Elena Donazzan, i suoi “valori” e opere pie…

http://comitatoscuolapubblica.wordpress.com/2011/01/24/donazzan-lantifascismo-non-e-un-valore/

http://comitatoscuolapubblica.wordpress.com/2011/01/24/la-bibbia-diventa-un-caso-i-docenti-vogliono-la-costituzione/

8) Analisi: il rogo del libro e l’apoteosi dello scrittore

http://parlacoimuri.splinder.com/post/23965731/il-rogo-del-libro-e-lapoteosi-dello-scrittore

9) Il rogo sbarca all’estero…

http://www.finzionimagazine.it/attualita-e-approfondimento/il-rogodilibri-sbarca-allestero/

La mozione dei censori di Venezia e i passi indietro

Siccome uno dei personaggi su cui molto s’è scritto qui e altrove in questi giorni, Raffaele Speranzon, ha effettivamente presentato una mozione in giunta a Venezia, mi sembra doveroso riprodurne alcune parti e segnalare il link per rendere note le intenzioni liberticide dell’atto.
La solidarietà con le vittime del terrorismo di qualunque colore, che sento di dover esprimere apertamente ed empaticamente, non mi esime dal chiedere spiegazioni alla giustizia e alle istituzioni, anche e soprattutto in chiave “storica”, oltre ad esigere da queste e dai nostri rappresentanti il rispetto pieno della libertà di pensiero e della Costituzione, cosa che sta venendo a mancare.
Invece arrivano provvedimenti populistici mossi da interessi strumentali da parte di chi nemmeno conosce completamente la storia dei casi che utilizza per un obiettivo che è semplicemente repressivo e propagandistico (per esempio, la stessa mozione contiene diversi errori e sviste gravi).
Ne derivano un grande impatto nei media e forse una buona visibilità per i politici di turno che propongono cose del genere ma poi non ne scaturisce nessuna soluzione concreta, magari s’intimidisce qualche funzionario o dipendente pubblico riducendo gli spazi di libertà nel paese, e al contempo si attenta contro la Costituzione e la dignità degli intellettuali e dei cittadini che chiedevano e chiedono chiarezza e trasparenza, ieri e oggi. Eccovi la mozione 423 presentata al Sindaco al Presidente del Consiglio comunale, ai Capigruppo consiliari e al Vicesegretario Vicario.

Venezia, 25 gennaio 2011

Oggetto: togliere ogni sostegno a Cesare Battisti

Il Popolo della Libertà, mozione n.423 presentata in consiglio comunale di Venezia il 25 gennaio da Raffaele Speranzon, Michele ZUIN, Sebastiano COSTALONGA, Marta LOCATELLI, Luca RIZZI, Antonio CAVALIERE, Saverio CENTENARO, Lorenza LAVINI, Cesare CAMPA, Renato BORASO, Alessandro SCARPA.


Nella quale si impegnano sindaco e giunta a

• Ad individuare, fino a quando non decidano di ritirare pubblicamente la propria adesione dal manifesto a sostegno di Battisti, delle forme di boicottaggio civile, ad esempio non concedendo gratuitamente sale di proprietà del Comune di Venezia per dibattiti o altre iniziative, nei confronti di coloro i quali hanno mortificato le aspettative di giustizia da parte dei familiari delle vittime di Battisti e dell’intera comunità civile;

• A manifestare l’indignazione della città intera nei confronti di Marco Philopat, Luigi Bernardi, Elia Spallanzani, Valerio Evangelisti, Domenico De Simone, Christian Raimo, Tiziano Scarpa, Nicola Baldoni, Alessandro Mazzina, Alessandro Bertante, Lello Voce, Massimo Carlotto, Giuseppe Genna, Nanni Balestrini, Catalano, Michele Monina, Stefano Tassinari, Giovanni Zucca, Sandrone Dazieri, Giorgio Agmben, Mauro Smocovich, Enrico Remmert, Rossano Astremo, Gianfranco Manfredi, Tommaso Pincio, Pino Cacucci, Simone P. Barillari, Ray Luberti, Monica Mazzitelli, Francesco Cirillo, Fausto Giudice, Massimiliano Governi, Giovanni De Caro, Dario Voltolini, Roberto Saporito, Antonio Moresco, Enzo Fileno Carabba, Luca Masali, Vittorio Catani, Girolamo de Michele, Cristina Brambilla, Laura Grimaldi, Gabriella Fuschini,

ricordando loro che il Comune di Venezia è stato ferito più volte dal terrorismo negli anni di piombo e che considera moralmente inaccettabile e censurabile la loro firma in calce ad un documento nel quale il pluriomicida Battisti viene definito uomo “onesto, profondo, arguto”, un romantico idealista vittima in Italia di una giustizia criminale.

Testo della mozione

Elena Donazzan ha invece fatto un passo indietro. Ha dichiarato: “Non è più necessaria alcuna lettera, perché l’obiettivo e’ stato raggiunto: stigmatizzare le firme a favore di  Cesare Battisti”. L’assessore regionale all’Istruzione, Formazione e Lavoro aveva preannunciato l’invio di una lettera alle scuole del Veneto, in cui invitava a non adottare i libri di autori che avevano  firmato il manifesto pro Battisti, come lo chiama lei. Nel 2004 l’appello chiedeva la non estradizione di Battisti dalla Francia e poneva l’accento anche sulla necessità di chiudere un ‘epoca storica adeguatamente.

“E siccome – aggiunge Donazzan – non intendo dare ulteriore fiato ad una polemica creata a priori, ho inteso non inviare alcuna lettera a supporto del giudizio di condanna dato da tutte le Istituzioni italiane con in testa il Capo dello Stato, per chiudere  con il mio Presidente di Regione Luca Zaia, che hanno giustamente definito Battisti un delinquente”. Ma l’invito a censurare e boicottare libri e autori, che c’entra?
“L’intento – conclude l’assessore regionale – è stato raggiunto: isolare nei fatti e nei giudizi quanti, mi auguro improvvidamente, hanno inteso sostenere l’impunita’di Battisti”.
Come possiamo dare adito a una che va in giro tranquillamente con un ciondolo a forma di croce celtica?

Oggi consiglio l’Articolo di Evelina Santangelo
“Scrittori e Battisti. La censura non è mai stata una buona idea” e il blog http://rogodilibri.blogspot.com/

 

27 gennaio: tutti a Preganziol per la libertà di pensiero

Invito tutti i lettori a diffondere e partecipare! Grazie, F.

http://rogodilibri.blogspot.com/

quando:giovedì 27 gennaio · 17.00 – 20.00

dove: Biblioteca comunale di Preganziol, Treviso

La società civile si ribella alla censura messa in atto dalla Giunta Regionale del Veneto e dall’Amministrazione Comunale di Preganziol che, creando un indice dei libri sgraditi e facendo sparire i volumi dai luoghi pubblici, limitano pesantemente la diffusione della cultura e del libero pensiero.
I cittadini di ogni cultura rivendicano il loro diritto ad essere informati e a poter scegliere e pretendono che nessuno limiti la loro libertà.

Per questo  giovedì 27 Gennaio alle ore 17 si invitano tutti coloro che hanno a cuore i diritti fondamentali di ogni cittadino, a recarsi presso la biblioteca pubblica di Preganziol, in via Gramsci, con una copia della Costituzione e una copia di un testo di Roberto Saviano, per richiedere il prestito dei libri “sgraditi”.


Stiamo dalla parte della Costituzione – Stiamo dalla parte di Saviano

“Articolo 21 della Costituzione Italiana Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria [cfr. art.111 c.1] nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili.

In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo d’ogni effetto.

La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica.

Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni. 

GIOVEDI’ 27 GENNAIO ALLE ORE 17 TUTTI DAVANTI ALLA BIBLIOTECA COMUNALE DI PREGANZIOL CON IN MANO UNA COPIA DELLA COSTITUZIONE E UNA COPIA DI UN LIBRO DI SAVIANO!

Informiamoci. Caso Preganziol.

1.
http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/politica/2011/26-gennaio-2011/mi-hanno-ordinato-devi-togliere-subito-quei-testi-scaffali-181333599160.shtml

2.
http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2011/01/25/notizie-aggiornamenti-manifestazione/

Scrittori contro il rogo di libri

Il testo che segue è stato redatto da una sorta di “coordinamento” formato da scrittori, critici, blogger, pubblicisti, redazioni di riviste letterarie (on-line e cartacee). Hanno contribuito autori che figurano nella “lista nera” veneta e autori che non vi figurano ma sono solidali coi “proscritti”. E’ un documento liberamente appropriabile e sottoscrivibile da chiunque.  Se sei uno scrittore (o qualcosa di simile) e sei contro il rogo, allora sei con gli Scrittori contro il rogo.
Uno scrittore-delegato ha letto in anteprima il testo in quel di Padova il 25 gennaio 2010, all’assemblea cittadina organizzata presso la facoltà di Scienze Politiche, in vista dello sciopero nazionale dei metalmeccanici. Copie del testo appariranno giovedì 27 alle h. 17 di fronte alla biblioteca comunale di Preganziol (TV).
….


A Preganziol, da diversi giorni (dopo un servizio del TG3 nazionale) l’amministrazione comunale leghista si sta difendendo dall’accusa di aver fatto “sparire” dalla biblioteca i libri di Roberto Saviano. Il noto autore campano sarebbe inviso ai ragazzuoli in camicia bru verde a causa del suo monologo televisivo sulla Lega Nord che “interloquisce” con la ‘ndrangheta. Alcuni cittadini hanno organizzato una manifestazione nel giorno e all’ora di cui sopra, e diversi scrittori – “proscritti” e non – convergeranno su Preganziol per dire la loro.

Questa è una storia “laterale” ma significativa, sintomatica. E’ venuta alla luce grazie alla campagna contro le liste di proscrizione della destra veneta. Smuovendo il terreno, si sono trovati cocci di vecchie anfore, che un tempo contenevano pudore e ritegno. Pudore e ritegno che ti facevano pensare due volte, prima di proporre bestialità anti-costituzionali come l’epurazione – ufficiale o “ufficiosa” – delle biblioteche.
La vicenda di Preganziol non ha a che fare direttamente con il caso Battisti: diverso il pretesto, diverso l’autore colpito, diversa la forza politica accusata. Ma l’humus è lo stesso. Il contesto è lo stesso. La logica è la stessa.]

L’iniziativa presa da diversi esponenti politici del Veneto – dall’assessore provinciale veneziano Speranzon all’assessore regionale all’istruzione Donazzan, passando per i pronunciamenti di diversi esponenti politici di minore o maggiore peso politico – è di una gravità senza precedenti.

Prendendo a pretesto la sottoscrizione di un appello nel quale si chiedeva al governo francese di non revocare il diritto d’asilo a Cesare Battisti, la classe dirigente veneta, legittimata dal “liberale” Luca Zaia, ha chiesto prima la rimozione dalle biblioteche pubbliche, e poi dalle scuole pubbliche di TUTTI i libri degli autori firmatari dell’appello, da Massimo Carlotto a Tiziano Scarpa, passando per Nanni Balestrini, Daniel Pennac, Giuseppe Genna, Giorgio Agamben, Girolamo De Michele, Vauro, Lello Voce, Pino Cacucci, Christian Raimo, Sandrone Dazieri, Loredana Lipperini, Marco Philopat, Gianfranco Manfredi, Laura Grimaldi, Antonio Moresco, Carla Benedetti, Stefano Tassinari, Wu Ming, e molti altri che non sono finiti nella lista nera solo perché non hanno aggiunto “scrittore” al proprio nome e cognome.

La proclamata volontà, da parte di questi nuovi inquisitori, di reagire contro la decisione del governo brasiliano è pura ipocrisia: la regione Veneto è diventata, proprio negli anni del “caso Battisti”, un importante partner economico del Brasile. Mentre i politici di destra reclamavano a gran voce il boicottaggio delle relazioni Italia-Brasile, la regione Veneto spendeva 185.000 euro per inviare una delegazione al 22° Festival del Turismo di Gramado, che si è tenuto dal 18 al 21 novembre 2010. In realtà Battisti non è l’unico, né il principale, latitante italiano che il Brasile non estrada (e lo stesso varrebbe per molti latitanti brasiliani rifugiatisi in Italia): è solo l’uomo giusto capitato nel posto giusto al momento giusto, quando cioè serviva un’arma di distrazione di massa per riempire le pagine dei giornali e togliere spazio a ben altre informazioni.

minculpop_logo.gifMa sarebbe sbagliato fermarsi qui. Come è emerso grazie all’immediata campagna di informazione promossa da decine di scrittori, senza distinzione tra firmatari dell’appello e non, è da tempo in atto una censura di fatto nelle biblioteche venete, che riguarda autori come Marco Paolini o Roberto Saviano, colpevoli non di aver firmato questo o quell’appello, ma di aver raccontato verità scomode sul Veneto, sulla forza politica che lo governa, e sulle relazioni pericolose tra esponenti leghisti e ‘ndrangheta calabrese in Lombardia. La stessa colpa è l’elemento reale che accomuna, al di là dei pretesti ideologici, gli scrittori messi all’indice: raccontare la realtà in un momento in cui chi avrebbe il dovere di farlo trova economicamente e politicamente più comodo spargere la melassa del gossip, della disinformazione, della produzione televisiva di risse a mezzo risse. Opponiamo la narrazione della realtà ai reality show: ecco il nostro crimine.

È questa la ragione per cui si mettono in atto comportamenti illegittimi – vedi la pretesa dell’assessore Donazzan di inviare un atto di indirizzo politico alle scuole; o addirittura illegali – vedi l’invito a commettere il reato di peculato per distrazione di bene pubblico, in cui incorre chi sottrae un bene pubblico, cioè in libro in una biblioteca acquistato con i pubblici denari. Che questo avvenga ad opera di persone che rivestono cariche pubbliche potrebbe forse sorprendere: ma non sorprende di certo noi.
Chi sono, infatti, i personaggi di cui stiamo parlando?
Sono ex-fascisti, o post-fascisti, che non si sono fatti scrupolo di solidarizzare con i Serenissimi che assaltarono, con l’ausilio di un Tank blindato, il Campanile di S. Marco (Speranzon); che hanno rifiutato il consenso a un documento votato dall’intero consiglio regionale veneto (maggioranza e opposizioni) perché conteneva il richiamo a valori quali “antifascismo” e “resistenza” (Donazzan); che non si vergognano di presenziare a raduni fascisti in onore della X Mas, o di intimare all’attore ebreo Moni Ovadia, di non avere titolo per parlare di cristianesimo in una trasmissione televisiva (Donazzan). In tutta evidenza, il fascismo questi signori e signore non l’hanno “alle spalle” ma sulle spalle.
Elena DonazzanSe poi andiamo al tono delle dichiarazioni – quella di Gianantonio Da Re, segretario provinciale della Lega di Treviso, che ha invitato a dare Gomorra in pasto ai roditori di cui sembra abbondino le cantine trevigiane, e dei quali il Da Re dev’essere esperto; o quella dell’ineffabile Speranzon, che dichiara di essersi ripromesso di leggere Gomorra, cosa che potrebbe venire utile a chi volesse fare l’assessore alla cultura; per non parlare delle dichiarazioni sul relativismo e il nichilismo del cattolicissimo assessore Donazzan:

«perché in Italia non si ruba e non si uccide, perché abbiamo questo senso della famiglia, perché il rapporto deve essere imperniato sul rispetto e sul perdono? Questi sono i principi comportamentali di chi vive in Italia, derivano da un approccio culturale alla religione cattolica, non derivano da altre religioni…»

Se prestiamo attenzione a questi linguaggi, e ai cervelli che li governano – perché la lingua batte se la mente vuole – capiamo anche di quale fascismo stiamo parlando: fascisti si, ma “Fascisti su Marte”.
O forse è Marte ad essere arrivato se non sulla Terra, in Italia, o quantomeno in Veneto? Come scriveva il 22 gennaio scorso sul “Corriere del Veneto” Umberto Curi, un assessore

«non è, non deve essere, più un esponente di una parte politica, libero di perseguire i propri obbiettivi più o meno nobili e di coltivare le proprie antipatie. […] Compito di chi eserciti il referato all’istruzione è quello di operare perché cultura, aggiornamento, istruzione, formazione, si diffondano quanto più ampiamente possibile. Mentre a lei non compete affatto stabilire quali letture debbano essere fatte e quali evitate, quali libri debbano essere letti e quali invece cancellati o proibiti. Non si tratta di una sottigliezza, ma dell’interpretazione corretta di un ruolo in se stesso molto delicato, per il quale non sono possibili sbandamenti, come quello di cui ora si discute».

Sarebbe infatti molto grave che chi esercita il potere politico detenesse il potere di discriminare le idee politiche a seconda della vicinanza o lontananza col sentire del potere; sarebbe molto grave anche se non stessimo parlando di una persona che definisce i combattenti di Salò “la mia parte politica”.
Sarebbe molto grave se la semplice manifestazione di un’idea potesse sovradeterminare l’intera persona dell’autore, la sua storia, la sua produzione intellettuale, la sua figura pubblica; lo sanno, questi signori Speranzon e Donazzan, che l’autore dei Demoni e dei Fratelli Karamazov era stato militante di un gruppo terroristico? Vogliamo dunque bandire Dostoevskij dalle biblioteche come “cattivo maestro”?
Sarebbe molto grave se questo potere venisse esercitato per operare un controllo preventivo sulle idee, facendo intendere che una presa di posizione oggi potrà essere usata domani contro l’autore, a seconda delle mutate condizioni politiche.
Sarebbe molto grave se la circolazione delle idee che viene garantita e resa pubblica dall’esistenza di scuole e biblioteche divenisse una funzione disciplinata dal potere; se persino le adozioni scolastiche dovessero diventare qualcosa di cui rendere conto al potere; se quel “se ne assumeranno la responsabilità” pronunciato dall’assessore Speranzon contro gli eventuali obiettori al suo diktat censorio diventasse la regola in base alla quale si regolamenta il diritto al lavoro nelle istituzioni pubbliche; se insegnanti, bibliotecari, e – perché no? – librai venissero assunti o licenziati in base alla propria capacità di assoggettarsi alla disciplina imposta.

Sarebbe molto grave persino se avvenisse su Marte.

sacconi_e_gli_altri_2.jpgMa qui, in Italia, in Veneto, non sta forse già succedendo? Con la riforma dell’Università, le Regioni entreranno all’interno delle Fondazioni e dei Consigli di Amministrazione delle Università; e capiterà che un assessore abbia potere decisionale non solo sull’assegnazione dei fondi all’istruzione, ma anche sulla gestione dei fondi assegnati; persino un assessore come Elena Donazzan, che crede – e lo dice in pubblico – che antifascismo e resistenza non siano valori costituzionali perché non ha trovato nella Costituzione queste due parole, potrà con il suo voto decidere i destini della formazione universitaria.
Non sta forse già succedendo che i diritti dei lavoratori siano seriamente minacciati da una serie di norme – dal Collegato Sacconi sul Lavoro al Contratto Mirafiori, passando per i nuovi regolamenti, come il cosiddetto decreto Brunetta, che limitano i diritti dei dipendenti pubblici? Che la vita stessa dei lavoratori sia sempre più precaria e insicura, che il lavoro sia sempre più nocivo, sia sempre più strumento di asservimento e sempre meno finalizzato alla realizzazione della persona umana? Come la vita e il lavoro, anche la cultura è sempre più in pericolo, sempre più esposta al controllo disciplinare, alla nocività, alla precarietà.

Il solo raccontare la realtà – lo abbiamo già detto, lo ripetiamo – è un atto di insubordinazione contro il potere disciplinare: è quello che noi scrittori abbiamo sempre fatto, che continuiamo a fare, che promettiamo di non smettere di fare. Agli studenti, precari, operai, intermittenti e insubordinati che in questi giorni preparano le prossime lotte chiediamo di combattere la nostra battaglia, così come noi combattiamo la loro.


Ai tanti colleghi della scrittura, della musica, delle arti, della cultura e della conoscenza, che per la posizione di privilegio che credono di avere acquisito, per pigrizia, per ignavia, o anche per supponenza o viltà ancora non hanno fatto sentire la propria voce diciamo di alzare il culo, adesso: se non ora, quando?

Scrittori contro il rogo, Italia, 25 gennaio 2011

Gli aspiranti censori veneti e la strumentalizzazione di Battisti

Volevo segnalarvi alcuni link con la rassegna stampa completa di quanto sta accadendo in Veneto riguardo i casi di censura di alcuni libri come Gomorra di Saviano (testo che già da tempo si fatica a trovare negli scaffali delle biblioteche pubbliche) e di moltissimi altri autori, cioè tutti i firmatari dell’appello contro l’estradizione di Cesare Battisti nel 2004.

Ogni giorno emergono sviluppi in due direzioni opposte: le reazioni della società, di alcuni media e degli scrittori non si sono fatte attendere ma è così anche per una parte della classe politica locale che ribadisce stupidamente le presunte motivazioni della propria scelta repressiva. Pure l’assessore regionale Elena Donazzan ha lanciato la sua crociata anti costituzionale e anti culturale: ecco il dossier completo. Un esempio specifico si trova in un video (“Libro sul muro”) di Matteo Quero. La Donazzan, assessore all’istruzione della Regione Veneto, ha fatto stampare a spese della Regione un volume sui vent’anni dal crollo del muro di Berlino. La sua stesura è stata affidata a giovani “intellettuali” del Pdl. S’è poi scoperto che i testi erano un clamoroso copia e incolla fatto da Internet. La Donazzan non aveva controllato  o forse ha condiviso il metodo? Lasciamo a voi e (magari) a lei la risposta.

Dopo i pidiellini Speranzon, Costa e Donazzan rilanciano anche i leghisti contro Saviano: «Bene ha fatto l’amministrazione comunale di Preganziol a eliminare quei libri». La giunta guidata da Sergio Marton incassa l’approvazione di Gianantonio Da Re, segretario provinciale della Lega. I volumi al centro della vicenda sono quelli firmati da Roberto Saviano: epurati dalla biblioteca civica della cittadina lungo il Terraglio, secondo la denuncia di un’addetta, per ordine dei vertici politici del Comune (Link notizia completa, QUI).
Mi sembra vergognosa l’insistenza nel non prendere le distanze e, fatto ancor più grave, nell’esprimere solidarietà a tutti i personaggi che propongono un’illiberale, fascista e scandalosa censura nei riguardi di alcuni testi e autori, verso le loro idee a prescindere e contro la libertà. La questione è grave e, se non fosse per poche voci che, però, si stanno moltiplicando e diffondendo sempre più, non avremmo forse saputo gran che di questi tentativi populistici di “pulizia culturale”.
Rimbalzano in laguna i complimenti e le pacche sulle spalle tra i compagni di partito o di coalizione e, quindi, appare chiaramente il filo rosso, anzi nero, che lega tutti gli interventi: l’annichilamento della cultura tout court, la riduzione dell’opposizione a mera facciata e la imposizione di un pensiero unico. Cesare Battisti ormai non c’entra più nulla, è stato un pretesto, uno strumento per cominciare, anzi continuare, l’epurazione di scuole, biblioteche e cervelli.

In effetti sembra che ormai Battisti sia una scusa per fare e disfare, parlare e sparlare su tutto. In Italia è addirittura passata l’informazione che l’Europa è con noi contro il Brasile mentre invece il Parlamento europeo ha approvato una mozione proposta dall’Italia ma con solo 89 voti espressi (86 a favore, 1 astenuto e 2 contrari) su oltre 700 membri di quell’istituzione che probabilmente stavano facendo altro fregandosene della proposta italiana. Su 86 voti favorevoli 77 erano italiani, tanto per capirci. Altro che solidarietà dell’Europa, direi indifferenza piuttosto.

Ottima rassegna stampa

di Loredana Lipperini
e di Wu Ming

Post satirici:

Alessandra Daniele
“Romanzi criminali”

Fabrizio Lorusso
dal rogo libri in Messico

Raccolta video e foto dei censori