Archivi tag: caso battisti

Dal Dott. Cruciani al Dott. Turone. Ovvero dalla tragedia alla noia. L’ultima perla pubblicistica sul “caso Battisti”

CasoBattistiTurone.jpgA noi in fondo piacciono i libri stravaganti, bizzarri, anomali. Un po’ meno i libri noiosi. Quello di cui trattiamo alcuni aspetti curiosi li presenta. E’ però altamente soporifero, quasi fosse scritto dalla zia del segretario di un sottosegretario. Arrivati al sesto capitolo, proseguire si fa veramente difficile. Noi, con l’aiuto di molti caffè, ce l’abbiamo fatta. Ecco il nostro commento. Redazione di Carmilla

Il segreto

Perché qualcuno dotato di capacità letterarie vistosamente scarse decide di dedicare un instant book al “caso Battisti”? Non ci viene detto, e allora lo riveliamo noi. Giuliano Turone, ex magistrato, fu tra i procuratori che collaborarono all’istruttoria “Torregiani”, in cui Cesare Battisti era uno degli accusati. In particolare, fu tra quelli che archiviarono le tredici denunce per tortura presentate da alcuni degli imputati e dai loro familiari.
Certe sue frasi del capitolo 2, alla luce dell’omissione iniziale, rischiano il ridicolo. Quasi non fosse stato parte in causa, e contemplasse gli eventi da un altro pianeta. In riferimento a un collega, per esempio, parla di “inquietudine”, e ne cita una simpatica uscita: “Io posso anche pensare che qualcosa di illegale sia avvenuto, perché c’è tutta una serie di considerazioni che lo lascia ritenere. La polizia può avere avuto l’impressione di avere a che fare con esponenti della malavita, per cui può essere partito qualcosa di troppo”.

Interessante. Se l’arrestato è un malvivente, può anche partire “qualcosa di troppo”. Si noti che le denunce erano riferite a percosse, bruciature dei testicoli, acqua fatta ingurgitare e poi vomitare. Gli effetti, almeno in un caso, furono certificati da perizia medica.
Turone non ci dice se condivise le “inquietudini” del collega. Sta di fatto che contribuì all’archiviazione, anche alla luce del fatto che delle confessioni strappate con mezzi coercitivi non si tenne conto (dice lui), e che quasi tutti gli arrestati risultarono effettivamente colpevoli. Ineccepibile.
Perché allora Turone tace sul proprio coinvolgimento? Forse per non fare apparire il suo testo per ciò che potrebbe sembrare. Un’autodifesa.

La tesi di fondo

Quel che Turone intende dimostrare, nella sua dissertazione, è che la metodologia adottata negli anni ’80 dai giudici che processarono Battisti sarebbe valida ancora oggi, e porterebbe ai giorni nostri a identica condanna. La domanda che sorge naturale è: “E ciò cosa importa? Il problema è tutt’altro”.
Rintuzziamo la visceralità. Turone vuole dire che il processo ai PAC non ebbe i connotati dell’emergenza, e si ripeterebbe uguale ancora oggi, quando l’emergenza non c’è più (?). Gli strumenti giuridici si sono raffinati, ma non sono cambiati rispetto ai criteri usati negli anni ’70-’80. Francamente ne avevamo il sospetto.
Magistrati “democratici” quanto Turone stanno ancora impartendo condanne spropositate. L’aggravante ricorrente è l’”associazione sovversiva”. Si tratti di due vetrine rotte, della contestazione di un sindacalista complice, di chi ha solo gridato uno slogan (sette anni di carcere!), di un anziano indipendentista sardo che avrebbe meditato di boicottare un vertice internazionale usando aeroplanini teleguidati (sic!). Troviamo, in questi accanimenti che costano anni di galera a giovanissimi, il fior fiore della magistratura “progressista”, dalla Bocassino a Caselli. La tendenza di cui Turone fa parte. Implacabile sulla P2 o su “Mani pulite”. Placabile su altri fronti. Quando è in crisi il modello sociale, una severità spietata è d’obbligo.

Metodologia della ricerca storica: il brevissimo ’68 italiano

Turone pretende di impartire una sorta di lezione metodologica agli storici. Nobile proposito. Occorre però possedere una cultura all’altezza dell’impegno.
Non pare che sia il caso. E’ desolante la scarsa conoscenza di Turone rispetto al periodo che prende in esame. Il capitolo 3, Flashback sul contesto socio-politico, e il capitolo 4, In principio era Potere operaio, sono scandalosi. Si rifanno in larga misura al “teorema Calogero”, ricostruiscono il ’68 italiano sulla base di suggestioni raccolte a casaccio. Loro fonte principale è il manuale di De Bernardi e Ganapini Storia dell’Italia unita: compendio pregevole, ma sempre compendio. Turone lo semplifica e lo riassume ulteriormente.
Così il “lungo ‘68” italiano sarebbe durato per l’appunto dal 1968, “anno studentesco”, a metà del 1969, “anno operaio”, per poi perdere ogni spinta propulsiva e degenerare gradualmente nel terrorismo. Turone non sa nulla degli scioperi che, nel 1968, si verificarono alla Pirelli, all’Ercole Marelli, alla Magneti Marelli, all’Autobianchi, alla Innocenti, alla Marzotto di Valdagno, alla Fiat e in molte altre situazioni. Non sa della nascita, proprio nel ’68, dei Comitati unitari di base, che tanto peso avrebbero avuto nell’autunno dell’anno successivo. E quanto al cosiddetto “autunno caldo”, lo cita, sì, ma senza spiegare che si prolungò nel 1970, e che ancora nel 1973 l’occupazione della Fiat lasciò il segno. Furono gli anni dei consigli di fabbrica, dello Statuto dei lavoratori (1970), dell’insubordinazione operaia diffusa, delle “150 ore”, ecc. Come fa Turone a dire che la spinta della contestazione si arrestò a metà del 1969?
Il motivo è presto detto. Non ne sa mezza. Se un Cruciani (vedi qui) all’epoca non era ancora nato, Turone si occupava d’altro. O, per essere più espliciti, stava dall’altra parte. Tanto da dovere poi riscoprire le “virtù sessantottesche” attraverso la manualistica.

Metodologia della ricerca storica: Toni Negri, ovvero la piovra

Peggio accade con il capitolo su Potere Operaio, visto come matrice di tutta la lotta armata in Italia. Per dimostrare questa assurdità, Turone svaluta le esperienze precedenti, come per esempio la “Banda Cavallero”. Per lui fu un fenomeno di delinquenza comune che gli imputati cercarono di nobilitare, in tribunale, cantando L’Internazionale (a essere pignoli, si trattava di Figli dell’officina). E’ palese che non gli è mai capitato di leggere le memorie di Sante Notarnicola (L’evasione impossibile, edito da Feltrinelli e poi da Odadrek), in cui le azioni della banda sono messe in relazione con la Volante Rossa e con il retaggio della sezione del PCI alla quale i “banditi” erano iscritti.
Ma veniamo a Potere Operaio, presunta matrice delle Brigate Rosse e di tutto il resto – con un maestro più o meno occulto, Toni Negri (che Turone evoca più volte, in termini allusivi). Cosa farebbe un comune storico, di quelli a cui Turone fa la lezione? Anzitutto comparerebbe i discorsi di Negri (o di Scalzone, o di Piperno, ecc.) con quelli delle BR. Si accorgerebbe subito che differiscono profondamente per linguaggio, analisi, proposte strategiche e addirittura per realtà esistenziali di provenienza (1). Se poi avesse tempo da perdere in letture e non fosse sepolto sotto i 53 faldoni polverosi del “processo Torregiani”, troverebbe conferma dell’assunto nei libri di memorie in cui i brigatisti descrivono quale percorso intrapresero per arrivare alle armi (uno fra tutti: Prospero Gallinari, Un contadino nella metropoli, Bompiani). Nulla a che vedere con Potere Operaio.
Cosa fa invece il bravo giudice, al pari del bravo questurino o del bravo gazzettiere (o, come direbbe Frassica, del bravo presentatore)? In un soprabito di Negri viene trovato un documento proveniente da una rapina attribuibile alle BR. Per uno storico sarebbe un elemento marginale, legato a mille possibili circostanze. Per il bravo giudice diventa invece prova provata dell’esistenza di un’unica organizzazione, con Negri a capo. Se poi copie dello stesso documento sono reperite in sedi dei Proletari Armati per il Comunismo il cerchio si chiude.
Non importa che da Potere Operaio provengano solo un paio di elementi marginali dei PAC. Gli altri escono da Lotta Continua, o da collettivi di quartiere dell’Autonomia. Dalle tesi o dal linguaggio di PO sono distanti anni luce. Non ha peso, il “teorema Turone” li vuole filiazione diretta (2).

Metodologia della ricerca storica: la mobilitazione dei magistrati in pensione

Turone è convinto che la magistratura possa dare un importante contributo alla storiografia. Lo hanno spinto a tale conclusione i 53 “tremendi faldoni” contenenti le carte dei processi a Battisti e ai complici, “talmente ostici e inespugnabili, che qualsiasi studioso, anche eccelso, di storia contemporanea che li avesse affrontati sarebbe rimasto frustrato come se avesse trovato l’Archivio [di Stato di Milano, n.d.r.] chiuso”.
Da qui una proposta geniale. Mobilitare i magistrati in pensione, come lui, e spedirli negli archivi a riordinare le carte processuali. In questo modo, futuri ricercatori potranno capirci qualcosa. E’ parere di Turone, infatti, che Battisti abbia ottenuto asilo in Brasile perché, laggiù, avevano capito poco o nulla dei suoi processi. Come avrebbero potuto, con gli atti così mescolati e confusi?
Turone, del lavoro dello storico, ha un’idea un po’ approssimativa. Uno degli autori di questo commento si trovò, qualche decennio fa, a esaminare le carte del settecentesco Tribunale del Torrone di Bologna. Circa 100.000 fascicoli non in ordine cronologico, scritti parzialmente in latino, con l’inchiostro che si era cristallizzato e tendeva a volare via in nuvolette di polverina argentea. Avrebbe ringraziato il cielo di avere a che fare con 53 faldoni di testi battuti a macchina.
Tuttavia l’idea di Turone potrebbe anche essere buona. Vediamo le novità portate dalla sua ricerca (in cui era stato preceduto, per sua ammissione, dai difensori di Battisti).

Le novità

Nessuna. Turone riassume quanto già raccontato da Cruciani (non a caso citato di continuo), che a sua volta riassumeva le sentenze contro i PAC del 1988, 1990, 1993. Queste erano già accessibili via Internet, come abbiamo segnalato, raccomandandone la lettura. Sono ora state riprodotte nell’utile volume Dossier Cesare Battisti, Kaos Edizioni, 2011 (con breve e assai imbarazzata introduzione di Giorgio Galli). Letto Dossier Cesare Battisti si è letto tutto.
L’innovazione portata da Turone consiste semmai nel tacere o sorvolare sulle motivazioni di ogni atto di violenza, nell’evitare la cronologia delle confessioni a singhiozzo di pentiti e dissociati, nel tacerne le contraddizioni.
Sull’ultimo punto, Turone compie un solo, inavvertito scivolone. Per l’assassinio dell’agente Campagna, il pentito Sante Fatone tirò in ballo, tra gli altri, tale Stefania Marelli (p. 105). Turone è costretto poi ad ammettere, in nota, che la Marelli si trovava all’estero nel periodo dell’omicidio (p. 106). Ad anni di distanza fu assolta con formula piena.
Novità ulteriori? Una alquanto buffa, letta però già nella sentenza del 1988. Durante l’agguato a Sabbadin, Paola Filippi, evidentemente una donna, si mascherò con barba e baffi posticci. Doveva essere uno spettacolo.
Il resto segue il copione già noto. Ad anni di distanza, un pentito coinvolge Battisti, perché un dissociato gli ha raccontato che… Non mancano le prove materiali. Un tizio dice a un altro che non vuole indossare una certa giacca: era stata usata da Battisti anni prima durante l’attentato a Santoro. Un altro tizio rivela che Battisti usava portare stivaletti da cow-boy che lo facevano sembrare più alto. Ecco perché i testimoni videro sparare un uomo di alta statura, mentre Battisti è piuttosto basso.
E via di questo passo.
Tutto ciò assolve Battisti? No, ma nemmeno pare sufficiente a condannarlo.
E’ questo il problema?

Il senso di Turone per Carmilla

Turone se la prende in particolare con Carmilla e con le sue note FAQ. A suo parere “si tratta di una rassegna di obiezioni che vengono periodicamente rivedute e modificate, tanto che non si riesce bene a capire quale sia la versione ‘aggiornata’”. Glielo spieghiamo noi. E’ l’ultima. Quella che può vedere (gratis) se va sul nostro sito e cerca, in prima pagina, la rubrica dedicata a Battisti.
Ma forse Turone non si fida di diavolerie moderne come il computer, e ne cerca una versione a stampa del febbraio 2009.
Scopre così una serie di nostre palesi falsità.
Per esempio, la questione delle deleghe in bianco ai propri avvocati (da noi, invero, menzionata abbastanza di sfuggita) che Battisti sottoscrisse prima di fuggire dal carcere di Fossombrone, in seguito adattate ai successivi processi, lui contumace. Un tema sollevato soprattutto da Fred Vargas, e scarsamente considerato dai magistrati parigini e dalla Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo.
Turone è convinto che sia una bufala. Rispondiamo con un video che attesta il contrario. Ci scusiamo con i lettori per la lingua portoghese. Guardino le immagini, sono più eloquenti delle parole:

Di fronte a simile dimostrazione, delle conclusioni della Corte di Strasburgo non ci importa molto.

Il senso di Turone per l’invenzione creativa

La seconda accusa che ci muove Turone non sta né in cielo né in terra. NOI avremmo alimentato la confusione circa gli omicidi Torregiani e Sabbadin, in modo da lasciare intendere che Battisti sarebbe stato accusato di averli materialmente commessi, lo stesso giorno, in luoghi distanti.
A dire il vero, dicevamo tutt’altro (anche nella versione stampata delle FAQ):

«Comunque, chi difende Battisti ha spesso giocato la carta della “simultaneità” tra il delitto Torregiani e quello Sabbadin, mentre Battisti è stato accusato di avere “organizzato” il primo ed “eseguito” il secondo.
Ciò si deve all’ambiguità stessa della prima richiesta di estradizione di Battisti (1991), alle informazioni contraddittorie fornite dai giornali (numero e qualità dei delitti variano da testata a testata), al silenzio di chi sapeva. Non dimentichiamo che Armando Spataro ha fornito dettagli sul caso – per meglio dire, un certo numero di dettagli – solo dopo che la campagna a favore di Cesare Battisti ha iniziato a contestare il modo in cui furono condotti istruttoria e processo. Non dimentichiamo nemmeno che il governo italiano ha ritenuto di sottoporre ai magistrati francesi, alla vigilia della seduta che doveva decidere della nuova domanda di estradizione di Cesare Battisti, 800 pagine di documenti. E’ facile arguire che giudicava lacunosa la documentazione prodotta fino a quel momento. A maggior ragione, essa presentava lacune per chi intendeva impedire che Battisti fosse estradato.»

Dovrebbe essere già chiara la verità, ma il tema si precisa nella nostra risposta a un articolo del giornalista Amadori di Panorama. (3)
Del resto, a p. 109 Turone riporta pari pari il brano di un articolo di Claudio Magris, in cui costui attribuisce a Battisti quattro omicidi di sua mano (inclusi, dunque, Torregiani e Sabbadin) e, tanto per raggiungere il peso, anche il ferimento di Torregiani jr.

Il senso di Turone per lo scambio di persone

Nel paragrafo successivo, Turone ci addossa la responsabilità di affermazioni fatte, in realtà, da Piero Sansonetti e Bernard Henri-Lévy. Grazie, non ci crediamo all’altezza di tanto onere. Già sarebbe complicato influenzare Sansonetti. Riuscirvi con Henri-Lévy sarebbe ancor più complicato, visto che ne abbiamo pallida stima.

Il senso di Turone per il dettaglio

Se ai temi precedenti sono dedicate alcune righe, quasi due pagine riguardano invece una nostra rapida osservazione circa un imputato minore del “processo Torregiani”, di nome Bitti. Perché a Turone preme tanto? Il sospetto è che sia per il fatto che ebbe tra le mani il suo caso. Bitti, tra coloro che denunciarono torture, fu il solo che poté dimostrarle, a causa della lesione di un timpano riportata nel corso degli “interrogatori”. Turone, come abbiamo visto, archiviò la sua denuncia al pari delle altre, malgrado residue “inquietudini” senza effetti pratici.
Avevamo scritto che Bitti era stato udito in luogo pubblico fare l’apologia dell’attentato a Torregiani, e che era stato condannato a tre anni e mezzo di carcere per concorso morale, secondo procedure degne dell’Inquisizione. Che sotto tortura aveva denunciato un compagno, Angelo Franco, salvo poi ritrattare. Questi, poco tempo dopo, era stato arrestato nuovamente e aveva subito una condanna a cinque anni per associazione sovversiva.
Il tutto, nelle nostre FAQ, occupava una decina di righe. Riassumevano, magari in maniera grossolana, una catena di fatti difficili da smentire, e infatti mai smentiti:
“Sisinnio Bitti, prosciolto dall’omicidio Torregiani, è stato condannato a tre anni e mezzo per ‘partecipazione a banda armata’, perché il pentito Pasini Gatti lo avrebbe visto ‘discutere con altre persone’ nello scantinato di via Palmieri, considerato dai magistrati un covo della lotta armata. In realtà, il luogo è un punto aperto di ritrovo del Collettivo di via Momigliano, messo a disposizione dal PDUP. Il 14 maggio 1983 viene imputato di ‘concorso morale per duplice omicidio’ [Torregiani e Sabbadin, n.d.r.] perché un altro pentito, Pietro Mutti, lo avrebbe sentito dire che era d’accordo con le due uccisioni” (P. Moroni, P. Bertella Farnetti, Il Collettivo Autonomo Barona: appunti per una storia impossibile, in “Primo maggio” n. 21, 1984).
Quanto sopra è falso? Come mai Turone lo rivela venticinque anni dopo, con un diluvio di parole che contrasta con la sua abituale reticenza? D’accordo, ha oggi esplorato i “tremendi” 53 faldoni. Si ostina a tacere sul fatto che alla creazione di quei faldoni ha collaborato anche lui.
Prima di darci dei falsari, esamini almeno le fonti delle nostre presunte “falsità”.
Stia tranquillo, non lo denunceremo. Rischieremmo di trovarci di fronte a magistrati simili a lui. L’unica vera giustizia, in Italia, è la controinformazione. Senza di essa, Pinelli si sarebbe gettato dalla finestra della Questura di Milano per “malore attivo”, e la bomba in Piazza Fontana l’avrebbe collocata Pietro Valpreda.

Il senso di Turone per la sintesi

Nel corso dei suoi “interrogatori robusti”, da cui uscirà menomato nell’udito, Bitti accuserà dell’omicidio Torregiani sia tale Angelo Franco, operaio, che addirittura se stesso. Nessuno dei due, però, poteva avere partecipato all’azione: mentre si svolgeva, si trovavano sicuramente altrove.
A Turone non interessa molto. Franco fu trovato in possesso di due pistole, e arrestato e condannato per questo. Omette di dire che, liberato Franco dopo un anno di prigione, fu arrestato di nuovo. Qualcuno, in tribunale, si era dimenticato del reato di ricettazione. Era finito in galera, la prima volta, quale membro del commando che aveva ucciso Torregiani.
Identica accusa originaria per Bitti, poi trasformata in “concorso morale”. Frequentava quella gente. Bastava e avanzava. Poco importa che con Torregiani, Sabbadin ecc. non avesse niente a che fare.
La successive “falsità” attribuite da Turone a Carmilla sono di scarso rilievo. Avevamo scritto che Battisti era stato condannato quale organizzatore dell’omicidio Torregiani in “via deduttiva”, dato l’evidente nesso tra quel delitto e l’omicidio Sabbadin. Turone, pur apprezzando la sintesi esercitata in proprio, non ama quella altrui. Specifica quindi che la colpevolezza di Battisti risultò dal confronto delle deposizioni di due pentiti e di tre dissociati. Mai detto il contrario, a onor del vero. Forse abbiamo sbagliato aggettivo, e usato “deduttivo” invece che “induttivo”, in linguaggio filosofico più corretto.

Il senso di Turone per l’infanzia

Poi Turone stigmatizza la nostra critica all’uso quale testimone, nella fase istruttoria del “processo Torregiani”, di una ragazzina dodicenne con qualche problema psichico, indotta a deporre contro lo zio. Turone asserisce che non si tenne conto delle sue dichiarazioni. All’epoca però scriveva, in veste di giudice istruttore: “L’esistenza del quadro indiziario è un primo punto fermo nell’iter logico della presente trattazione, dal quale non si potrà prescindere nel prosieguo, e che fornisce inevitabilmente una chiave di lettura per valutare adeguatamente certe dichiarazioni della prima ora (poi ritrattate) di [seguono alcuni nomi, tra cui quello della ragazzina, divenuta imputata].
A Turone sfugge la sostanza della questione. Non ci interessa se la bambina avesse detto il vero o no. Ci interessa che una dodicenne con disturbi mentali fosse chiamata a deporre contro un congiunto, e addirittura imputata. E’ però vero che l’Inquisizione riteneva un ragazzo di dodici anni perfettamente adulto, e passibile di quaestio. A quanto sembra, la Procura di Milano era d’accordo.

Per farla breve

Proseguiamo, cercando di accorciare il più possibile, la via crucis (ce ne scusiamo con i lettori: commentare un libro noioso rende inevitabilmente noiosi).
Carmilla attribuisce rilievi di inattendibilità del pentito Pietro Mutti a una sentenza d’appello del 31 marzo 1993, mentre facevano parte delle argomentazioni dei difensori. Se Turone avesse letto la versione delle FAQ sul sito (è gratis), si sarebbe accorto che avevamo corretto l’errore. Del resto, questo non cambiava nulla (4). I fatti esposti dalla difesa erano incontestabili.
Carmilla avrebbe accusato Mutti di avere fatto parte del commando che uccise Sabbadin. Cosa non vera, in effetti, e sparita dalla versione corrente delle FAQ. Nella prima versione era indicata in nota la fonte dell’errore.
Carmilla avrebbe indicato in Mutti l’assassino di Santoro, quando in realtà Mutti era stato solo l’autista. Furono in realtà prima la Digos di Milano, poi i carabinieri di Udine, a indicare in Mutti l’uccisore. Rimandiamo per i particolari a un articolo scritto dal prof. Carlos A. Lungarzo, militante di Amnesty International in Brasile, Messico, Argentina e negli Stati Uniti, per la rivista brasiliana Crítica do Direito. Mutti spalmò le proprie rivelazioni per un anno intero, e solo alla fine rivelò la partecipazione di Arrigo Cavallina e altri. Una ragazza da lui accusata fu assolta in appello.
Da ultimo, Turone rimprovera a Carmilla di avere scritto che la giustizia italiana continua a perseguire quasi solo gli estremisti di sinistra, mentre quelli dell’altra parte, da alcuni degli autori delle stragi di estrema destra ai “macellai” di Genova 2001, restano impuniti e, nel secondo caso, addirittura premiati.
Nei capitoli successivi si diffonde a spiegare che non è vero.
Ha ragione. L’accanimento contro Delfo Zorzi supera in furore giustizialista quello contro Battisti. E’ palese. I torturatori di Bolzaneto e gli assalitori della Diaz sono stati esemplarmente puniti, magari con promozioni insidiose. Allo stesso modo sono stati adeguatamente puniti, con la pena suprema dell’oblio, i poliziotti che uccisero Pedro (Pietro Maria Greco) perché armato d’ombrello, nonché gli assassini di Varalli, Zibecchi, Franceschi, delle vittime della legge Reale, ecc. Omettiamo la lista, che occuperebbe troppe pagine.
Resta impunito solo il criminale universale: Cesare Battisti, il nemico n° 1, l’equivalente moderno di Jack lo Squartatore.

E bla, bla bla…

I capitoli finali, che non leggerà nessuno, sono esercizi di magniloquenza. Turone cita i pochi intellettuali francesi e brasiliani schierati contro Battisti, invoca il presidente Napolitano (l’inventore dei lager per immigrati, l’affossatore dell’art. 11 della Costituzione), sostiene che lo Stato italiano, nel combattere il terrorismo, mai si allontanò dal diritto.
In proposito, citiamo uno storico che, pur essendosi occupato di Brigate Rosse, non è sospettabile nemmeno da lontano di contiguità:
“Alla luce di tutto ciò appare difficile sostenere, come spesso viene fatto ancora oggi, che il terrorismo sia stato vinto senza violare le libertà fondamentali del cittadino. Il ‘circuito dei camosci’, i decreti del marzo 1978, la legge Cossiga e quelle sui pentiti e dissociati, al contrario, fornirono allo Stato degli strumenti di indagine e repressione che violano alcuni dei diritti civili sanciti dalla carta delle Nazioni unite del 1948. Si aggiunga a questo la pratica della tortura nei confronti dei militanti catturati, saltuaria dal 1980 e quindi sistematica nel 1982, reato gravissimo peraltro allora neanche contemplato dal codice penale italiano. Le cause per le quali la lotta armata rimase sconfitta, dunque, sono molteplici, andando da motivi di carattere politico generale fino al mutamento di congiuntura economica, con un contributo non secondario giocato dalle leggi speciali e dall’uso della violenza che lo Stato seppe modulare in maniera efficace” (M. Clementi, Storia delle Brigate Rosse, Odradek, 2007, pp. 247-248).

Lasciate perdere Battisti

Non sosteniamo Battisti perché lo riteniamo innocente o colpevole. Non ci interessa minimamente. Tra la metà degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta si svolse in Italia un duro confronto, animato da un movimento di centinaia di migliaia di persone (giovani, ma non solo) che intendevano rovesciare l’assetto statale. Non fu una vera guerra civile (come sostengono gli ex brigatisti, con l’avvallo del defunto Cossiga), bensì qualcosa che poteva somigliarle. Una parte minoritaria di quel movimento commise crimini e delitti, è indubbio. Gli autori non furono però, in maggioranza, criminali per vocazione, né psicopatici. Ritenevano loro dovere agire così, in quel contesto. Si trattava di una falsa prospettiva, adottata in buona fede, per convinzioni egualitarie esasperate. Un vicolo cieco. Quelli tra loro che non furono incarcerati e riuscirono a fuggire provarono a rifarsi una vita. Tantissimi finirono in prigione, alcuni vennero uccisi (e nessuno indagò sulle loro morti).
E’ molto diverso il caso degli estremisti di destra. Con forti appoggi istituzionali, e senza avere alle spalle alcun movimento degno di questo nome, “spararono sul mucchio”: su cittadini qualsiasi, viaggiatori di seconda classe, partecipanti a un comizio. Ne uccisero quanti più poterono. Fino all’ultimo furono protetti da settori deviati o meno dello Stato. Non si proponevano una rivoluzione, ma un golpe dell’esercito per ripristinare un “ordine” da loro stessi turbato. Tanti di essi non furono nemmeno inquisiti.
E’ assurdo perseguitare ora i ribelli del “primo tipo”, trent’anni dopo. Se liberi, sono rimasti in quattro gatti, vivacchiano come possono. Battisti è stato scelto dall’elenco perché aveva acquistato visibilità quale scrittore. Poco importa che vivesse in una soffitta a Parigi e facesse il portinaio. E’ stato dipinto come il prediletto dai salotti letterari, colui che gode di un dorato esilio a Ipanema, il delatore dei compagni (!!!), il mostro per antonomasia.
Forse – anzi, senza forse – era il fatto che fosse scrittore che disturbava.
Ultimo, nella fila dei linciatori, ecco Turone. Con l’ultimo sasso in pugno. Non voleva mancare alla festa.
Buon per lui, si diverta.

NOTE

1) Per non parlare dei NAP, di derivazione totalmente differente. Cfr. V. Lucarelli, Vorrei che il futuro fosse oggi. NAP: ribellione, rivolta e lotta armata, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli, 2010.
2) Chi voglia sapere dove sfociò, esattamente, l’opzione di una parte di Potere Operaio per la lotta armata, ha oggi a disposizione il bel saggio di E. Mentasti Senza tregua. Storia dei Comitati Comunisti per il potere operaio (1975-76), Edizioni Colibrì, Paderno Dugnano, 2011.
3) “Amadori sembra ignorare che, ormai da quattro anni a questa parte, e anche in questi giorni, tutti i media che contano, in Italia, in Francia e adesso in Brasile, seguitano a presentare Battisti come l’uccisore materiale di Pierluigi Torregiani e il feritore del figlio Alberto. Incluso lo stesso Panorama, il settimanale su cui scrive Amadori, in un articolo di Giuliano Ferrara del 15 marzo 2004 (…). Un recente articolo dell’Unità on line (oggi eliminato per le troppe proteste), a firma Malcom Pagani, deprecava che settori “estremisti” continuino a negare che Battisti abbia ucciso direttamente Torregiani e ferito il figlio. Chi conosce la verità non può che replicare che Battisti non può avere assassinato due persone contemporaneamente, a Milano e in un paesino del Veneto, alla stessa ora…”.
4) “Noi ci eravamo limitati a riportare un passaggio della memoria presentata dagli avvocati di Battisti alla Corte di Strasburgo. Abbiamo avuto il torto, questa volta, di non indicarlo in nota. Ma le circostanze indicate erano false? No, erano vere, e risultate in sede dibattimentale. Per questo classifichiamo la faccenda come “infame menzogna” a metà. Esistono altre nequizie che ci possano essere attribuite, nel capitolo destinato a crocefiggerci? No, il repertorio è esaurito.” La sua battaglia, cit.

Cesare Battisti: no all’estradizione, liberato in Brasile

Cesare Battisti resta in Brasile, libero. Il notiziario brasiliano Jornal Nacional e l’Agencia Brasil hanno comunicato la decisione del STF, Supremo Tribunale Brasiliano, presa con 6 voti contro 3 nel pomeriggio dell’8 giugno di respingere il ricorso del governo italiano contro la decisione dell’ex presidente Lula che il 31 dicembre scorso non aveva concesso l’estradizione di Cesare Battisti. E’ prevalsa in seno alla Corte la linea di rispetto della sovranità nazionale brasiliana. Questa decisione è stata il preludio della successiva, presa in serata, che conferma la non estradizione di Battisti considerando il trattato italo-brasiliano che disciplina la materia. Poco dopo la mezzanotte è avvenuta la liberazione di Cesare Battisti per ordine del presidente della Corte Suprema, Cesar Peluso. L’italiano si trovava da 4 anni in carcere nel reclusorio Papuda di Brasilia. Il suo avvocato, Luis Eduardo Barroso, procederà al più presto a inoltrare in suo favore la richiesta di un visto permanente presso il Ministero della Giustizia affinché possa restare legalmente nel paese e continuare con lasua attività di scrittore. “Sempre una parola di rispetto e solidarietà per le vittime degli anni di piombo, nessuno è felice di quello che è successo. E’ importante capire che il Brasile è un paese con una tradizione di umanità e l’idea di punire 32 anni dopo qualcuno che era parte di uno scontro ideologico è un po’ distante dalla sensibilità politica del Brasile” ha dichiarato Barroso. Si tratta di un paese che ha anche concesso l’amnistia ai militanti e ai membri dei governi coinvolti con la dittatura militare e quindi non è una società punitiva. “E’ giusto che l’Italia comprenda la situazione brasiliana, la situazione della Suprema Corte, e che volti pagina. Sono convinto che  in poco tempo questo sarà superato”. Informati sul caso QUI. Una rassegna recente QUI.

Cesare Battisti e l’accanimento: rassegna stampa

BattistiLibero.jpgDopo una settimana di titoloni, servizi dei Tg, speculazioni, mezze verità, sit-in e sit-down in piazza e in Tv, abbiamo raccolto il meglio della blogosfera sul caso Cesare Battisti aggiornato al 2011. Almeno fino a febbraio, quando il Tribunale Supremo riconsidererà la decisione dell’ex presidente Lula di non restituire Battisti all’Italia, sembra che Berlusconi, l’Italia e la gente abbiano ben altre cose cui pensare, ma conviene cogliere e riassumere con un post l’evoluzione delle opinioni e dell’ambiente intorno a questo caso. In attesa che anche i palazzi s’accorgano col consueto ritardo che qualcosa si muove…

UniNomade – Perché stiamo con Lula

Gli sviluppi recenti tra Brasile e Italia sul caso Battisti visti da un gruppo di ricercatori italiani all’estero. Come molti altri osservatori e contrariamente a quanto affermato da Omero Ciai di Repubblica in un collegamento video, sono convinti che la decisione di Lula di non estradare Battisti, presa durante l’ultimo giorno del suo mandato come presidente, non sia stata affrettata o basata su incomprensioni e fraintendimenti. Cito “Stupisce, in particolare, una tale perseveranza “giustizialista” da parte di un esecutivo tragicamente incapace di far luce sulle stragi degli anni sessanta e settanta, unanimemente considerate dagli storici come le « madri » di tutti i terrorismi”. Non solo alcuni italiani all’estero o il Brasile la pensano così. Leggi tutto.

Leonardo 2010 – Un latitante troppo fotogenico

Battisti come simbolo “fotogenico” e mostro di un’epoca che in realtà diventa un capro espiatorio dell’incapacità nazionale e politica di chiudere il capitolo degli anni settanta in Italia. Inoltre una nota sulla giustizia italiana che ci ha permesso di “uscire” dai cosiddetti anni di piombo. E ce n’è anche per l’approccio berlusconiano ai problemi: “Perché risolverli, quando li si può trasformare in spettacolo? Vedi l’emergenza rifiuti: dopo le elezioni Berlusconi aveva gli strumenti e il consenso per risolverla in modo strutturale, anche con misure impopolari; ma gli conveniva davvero? Che altro avrebbe promesso alle elezioni successive? Lo stesso con Battisti. Forse, con un’azione diplomatica più ponderata, Berlusconi avrebbe potuto averlo indietro. Ma ne valeva davvero la pena? Non era meglio mandare in vacanza il solito ministro Frattini, rilasciare una dichiarazione insolente nei confronti di Lula, e liberare il ministro delle chiacchiere moleste, on. Ignazio La Russa? Si sventola il ghigno del mostro al tg delle venti, si mobilitano i parenti delle vittime (che hanno tutte le ragioni per sentirsi presi in giro), e se non si ottengono risultati, si può sempre lamentare l’esistenza di un complotto radical chic contro l’Italia”.
Sul sito web de L’Unità.

Leonardo 2009 – Proletario, proprio

Un articolo della fine del 2009 ma sempre attuale perché ci spiega in breve i motivi per cui cesare Battisti meriterebbe di scontare (o meglio, di non scontare!) l’ergastolo. Non trovandoli nelle sentenze e nei 4 casi di omicidio che gli vengono in qualche modo appioppati, allora l’autore prova a fare un’elegante speculazione su altre possibilità finora non considerate. Leggile.

Battisti, una storia per nulla criminale, di Marco Bascetta, Il manifesto

Partendo dal presupposto che si sono dati dei toni nazionalisti ed esagerati al caso Battisti, toni bacchettati prontamente dal Brasile, si propongono alcune considerazioni importanti su come interpretare gli anni settanta e i gravi conflitti sociali che laceravano la società. Quindi anche nel caso di Battisti “non si può sorvolare sulla mancata ratifica da parte italiana di importanti trattati internazionali che riguardano diritti e garanzie in ambito penale (ne ha riferito accuratamente Mauro Palma qualche giorno fa su queste stesse pagine) e che recano invece la firma del Brasile. Qui non si tratta dell’ infatuazione degli intellettuali francesi, con cui polemizza Barbara Spinelli sulla Repubblica di ieri, ma di puntuali argomentazioni tecniche e giuridiche”.
Qui l’articolo.

Perché lo schiaffo all’Italia, di Mauro Palma, Il manifesto

Ben spiegati i motivi politici e “tecnici” della decisione di Lula fuori da speculazioni. “Una decisione politica, presa dopo aver ricevuto il parere dell’avvocatura di stato e motivata non sulle vicende di ieri – le modalità emergenziali dei processi – bensì sulla situazione attuale: il rischio di atti discriminatori o persecutori verso Battisti, una volta in Italia. Di certo nell’opinione dell’avvocatura hanno avuto peso due elementi rispetto ai quali la sensibilità del Brasile si è andata molto raffinando negli anni recenti.”
Quindi non è che loro non abbiano capito bene le conseguenze di quello che facevano.
Anzi come riporta Palma “In primo luogo il rifiuto della pena perpetua, essendo l’ergastolo non previsto nell’ordinamento di quel Paese, e dall’altro il non aver aderito l’Italia al sistema di controllo internazionale dei luoghi di privazione della libertà, introdotto dalle Nazioni Unite nel dicembre 2002 è il secondo elemento.”
Inoltre ci viene chiarito com’è vista dall’estero (non solo dal Brasile ma anche da Francia, Gran Bretagna e Nicaragua per esempio) la legislazione d’emergenza degli anni ’80 e anche la situazione attuale dei rapporti politica-magistratura. Per non parlare del sistema carcerario.
Leggilo qui.

L’Unità, La guerra di Frattini e La Russa di Umberto De Giovannangeli

Così comincia “Scende in campo «la banda degli smemorati». Quelli che «spezzeremo le reni ai protettori di Battisti», quelli che, col Cavaliere silente, dichiarano la «guerra commerciale» al Brasile. La «banda degli smemorati »: quella di chi fa finta di non capire, o non sapere, che il Brasile non è, quanto a diritti e libertà garantite, assimilabile alla Libia del Colonnello Gheddafi o alla Russia di Vladimir Putin”.
Di fronte alle minacce italiane di rescindere trattati e accordi commerciali, ecco una lista delle situazioni concrete (i rapporti commerciali con la potenza brasiliana e la rivalità francese) e le imprese coinvolte, da Finmeccanica a Fincantieri al Ministero della Difesa. Ma a chi conviene veramente tagliare i ponti? Nessuna impresa (o cittadino) sosterrebbe misure di ritorsione contro un’economia, la brasiliana, che ci scavalcherà presto nella classifica del PIL, tanto per essere pragmatici e tecnici.
Qui.

Non solo Battisti… Ma quanti e quali altri l’hanno fatta franca?
Una rassegna dei latitanti italiani più noti che sono all’estero per fatti politici. Dal Nicaragua al Giappone, dalla Svizzera al Sudamerica ma anche da destra a sinistra al centro…
Su Giornalettismo

Battisti e il teatrino della politica. Blog de Il Fatto Quotidiano, Lidia Ravera
Le considerazioni su quanto succede in Italia col caso Battisti e le relative strumentalizzazioni di una blogger. La sua nota appare su un quotidiano schierato contro la decisione di Lula affinché “giustizia sia fatta”. Cito “Tutto c’è, in Italia, fuorché una garanzia di rispetto, quando un essere umano diventa un simbolo, un oggetto significativo nello scambio di colpi bassi. La maschera del terrorista rosso, snob infingardo e tracotante, nel sanguinoso teatro della politica”.
Qui.

Analisi di come Il Fatto Quotidiano tratta il caso Battisti, Blog Mappe di Subecumene
Si comincia con una sana dose di modestia nel rivelare le logiche ambigue di potenza che muovono da (quasi) sempre la politica estera italiana.
Come italiani per la verità – e fortunatamente – non abbiamo ambizioni di potenza, e la nostra politica estera mira soprattutto a creare una rete di buone relazioni all’interno delle quali fare buoni affari (filosofia pregevolissima, che non ha impedito in passato alla nostra diplomazia di godere di simpatia e apprezzamento da parte della comunità internazionale). Detto questo sentiamo di dover ribadire continuamente la nostra appartenenza al circolo delle potenze “occidentali”, nozione questa che interpretiamo con una notevole dose di stupidità e retorica. Far “parte del club” è il nostro sostituto delle ambizioni di potenza che paesi come Francia e Regno Unito continuano a coltivare”.
Poi l’articolo ci conduce a una lucida analisi di come Il Fatto Quotidiano tratta il caso e la sua visione di politica estera tra incoerenze e dubbiose prese di posizione Ci sono anche interessanti considerazioni di geopolitica, storia e relazioni internazionali che sottolineano i doppi standard sui diritti umani e in politica estera utilizzati in Italia.
Ancora su Battisti “non ci furono ondate di indignazione quando nel 2008 Nicolas Sarkozy non concesse l’estradizione in Italia per l’ex brigatista Marina Petrella. E qui comincia a delinearsi il quadro che vorrei dare della questione: Sarkozy “appartiene al club”, mentre Lula è un outsider che ci possiamo permettere di trattare a pesci in faccia. E nella politica estera italiana – anche quella raccontata e accettata dal Fatto — “appartenere al club” è molto importante. Le nostre indignazioni dobbiamo riservarle ai parvenu della politica internazionale, come Lula”.
Qui.

Sulle relazioni Italia-Brasile – Esteri – Lula, Genro, Battisti

Blog di Emmanuel Negro

Ottimo contributo sui dettagli della relazione Presidente-Corte suprema in Brasile e perché sono possibili dei gravi conflitti istituzionali tra questi organi. Ci aiuta a capire anche come e perché la Corte, presieduta da un oppositore del presidente Lula e della nuova mandataria Dilma Roussef, continua a lasciare spiragli per riservarsi un’ultima parola sulla decisione e a voler mettere mano nelle prerogative presidenziali. Si parte dalla prima decisione del 2009 fino ad arrivare alle vicende di questi giorni.
“Il punto centrale sembra essere la “conformità” o meno della decisione di Lula di non concedere l’estradizione con le tre (sì, tre) sentenze del STF (Tribunale Federale Supremo, la corte suprema brasiliana): le due “originali” del novembre 2009 e quella oscuramente passata sottobanco solo un mese dopo, frutto delle manovre di presidente e vicepresidente, la coppia destrorsa e anti-lulista Gilmar Mendes/Cezar Peluso (molti osservatori brasiliani hanno qualificato Mendes negli ultimi due anni come “il maggior oppositore politico di Lula, pur non essendo ufficialmente in politica”, per dire).”
A voi la lettura.

Blog Mazzetta. Menzogne del nostro governo, 2010

Un ottimo elenco delle menzogne, “imprecisioni” e incoerenze di Frattini e Berlusconi sul caso Battisti dopo la decisione di Lula contraria all’estradizione. Le polemiche in seguito alle frasi offensive di La Russa. Riporto un estratto che contiene dei link utili “Quello di Frattini è quindi un falso clamoroso che va di pari passo con la minaccia di far leva sugli accordi commerciali con il Brasile, visto che il Brasile è nel ruolo dell’acquirente e che a rimetterci sarebbe esclusivamente l’Italia. Una buffonata senza eguali, che va di pari passo con l’ipotesi di rivolgersi al Tribunale Penale Internazionale, che non ha nessuna competenza su casi del genere, solo la Corte dell’Aja ha competenza sul caso, ma è molto lenta a decidere e sicuramente non riuscirà ad impedire il rilascio di Battisti”.
Leggi tutto qui.

Blog Mazzetta…e nel 2009

Un lucido commento in seguito alla decisione della Corte suprema del 2009 che sostenne la legittimità di un’eventuale estradizione di Battisti facendo salva, però, l’ultima decisione da parte del presidente. Per l’Italia rappresentò una “vittoria” utile più che altro per strumentalizzazioni e per riaffermare che per Battisti si tratta solo di delinquenza comune e non di politica. Poi le cose non seguirono proprio il corso auspicato dal nostro governo.
Qui.

Luca Baiada sulla rivista Il Ponte. L’Italia vista dal Brasile

Un articolo accademico e di analisi giuridica e politica. Si parte dall’analisi del diritto brasiliano e della legislazione italiana chiamati in causa per il caso di Cesare Battisti. Si definisce la posizione e la storia personale di Tarso Genro, ministro della giustizia nel 2009 e 2010, e dei principali integranti del governo di Lula da Silva. L’articolo cerca anche di rispondere alla domanda: ma com’è visto, in Brasile, il rispetto dei diritti fondamentali in Italia?
Ecco un estratto.
Il ministro propone un’inconsueta insiemistica storica. Chiama «anni di piombo» i settanta e gli ottanta. In Italia, si tende a contrapporre ai settanta, «anni di piombo», cioè della colpa, gli ottanta, «anni di fango», cioè del castigo. Dai proiettili, alla zolla. Dai chiodi, al sepolcro. Dopo, la Repubblica risorge, trasfigurata in versione 2, e oggi parla per mezzo dei suoi chierici bipartisan. Unendo i due decenni si costruiscono due diversi estremi: da un lato la fine del 1968 e l’inizio della strategia della tensione e del compromesso storico, dall’altro la fine del blocco comunista in Europa.
Il ministro brasiliano prende atto che in Italia c’erano organizzazioni rivoluzionarie di carattere insurrezionale e banditesco. Lo Stato italiano, dice, reagí con la legislazione d’eccezione, e con l’illegalità di Stato, persino rispetto alla legislazione d’eccezione. Il ragionamento è acuto: in Italia, si è rimasti imprigionati nella discussione sulla legislazione ordinaria e su quella emergenziale o eccezionale. Ma anche l’eccezione è stata una regola, e accanto a essa si sono sviluppate nuove eccezioni, per esempio le norme sulla tortura, formate per via di testo invisibile, soprattutto al tempo del sequestro del generale Usa Dozier
”.
Qui, ma anche ristampato su UniNomade.

Fabrizio Lorusso, Carmilla. Brasile: la decisione di Lula sul caso Battisti

Politica di potenza, rispetto della sovranità, consenso interno, latino americanismo, storia e politica nella decisione di Lula su Battisti. Qui se ne delineano i motivi e le origini a partire dai fatti della fine del 2009.
In Brasile così come in altri paesi dell’America Latina è molto forte e sentito da sinistra a destra, anche se con toni e strumentalizzazioni differenti, il discorso della sovranità nazionale. L’idea e l’esercizio di una politica di potenza da sud a nord passano anche attraverso queste rivendicazioni, reali o retoriche che siano. Esistono trattati e accordi internazionali, esistono le regole e la diplomazia, però esistono anche le facoltà sovrane e le decisioni unilaterali che alcune figure politiche e alcuni paesi da sempre esercitano, dosano, sfoderano e impongono a seconda dei casi, dei rapporti di potere in gioco e delle circostanze interne ed internazionali. Alcuni segnali chiari di questo atteggiamento sono stati evidenziati anche recentemente nel caso della crisi in Honduras durante la quale il presidente deposto illegalmente, Manuel Zelaya, s’è rifugiato proprio nell’ambasciata brasiliana, o anche nella gestione delle relazioni con i vicini del Mercosur”.
Qui.

Archivio sempre prezioso da CarmillaOnLine

LA SUA BATTAGLIA. Il dottor Cruciani, l’impunito Battisti e le menzogne del culturame

Le domande assurde di Panorama cui Battisti non risponde

Tutto il dossier sul caso Battisti, le FAQ e i dubbi

Di Serge Quadruppani

Derive Approdi
Blog

Altre fonti

Le micro manifestazioni e i mini sit-in contro la decisione di Lula

Foto dei manifesti pro Battisti affissi a Roma

E anche…

Sentenza sui PAC

Foto di Berlusconi durante l’incontro con Alberto Torregiani

WWW.CARMILLAONLINE.COM