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Cile, Messico, Italia: Camila Vallejo, #YoSoy132, il declino

Parlerò di Italia e di Messico, ma comincio dal Cile. Camila Vallejo, la studentessa militante della Gioventù Comunista del Cile che dal 2010 ha rappresentato la Federazione degli Studenti dell’Università del Cile (FECH), organizzazione in prima linea nei movimenti studenteschi che hanno scosso il governo di destra di Sebastián Piñera nell’ultimo anno e mezzo, è stata in Messico per qualche giorno con un’agenda fittissima di appuntamenti: università, scuole, piazze, strade, conferenze stampa, aule e mass media. Oggi Piñera è in caduta libera negli indici di gradimento e nella legittimità politica, mentre il movimento studentesco è vivo, trasmette il suo esempio e si diffonde internazionalmente, dalle Ande al Rio Bravo e alla vecchia e stanca Europa. C’era stato un precedente importante del movimento attuale nel 2006-2007, quando gli studenti secondari protestarono contro il governo della “sinistra” di Michelle Bachelet che rispose con accenni di negoziazione e tanti carabineros pronti a manganellare i giovanissimi e accaniti contestatari. Oggi molti di loro sono all’università o ci entreranno a breve, e si sono risvegliati, anzi, non si sono mai lasciati cullare dall’apatia e hanno continuato a lottare.

L’attenzione risvegliata nelle Americhe e nel resto del mondo dal movimento degli universitari cileni, supportato ormai da tanti altri settori della società, e i primi risultati che questi hanno ottenuto, in termini di popolarità, agenda politica e riforme, è stata straordinaria e ha cominciato ad aprire una breccia importante nelle strutture autoritarie dello stato cileno post-Pinochet/post-dittatura che non era stato intaccato dai governi del centro-sinistra, la Concertación, e tanto meno dalla destra di Piñera.

In Messico Camila ha incontrato i militanti del movimento studentesco sorto a metà maggionella capitale e diramatosi in tutti gli angoli della repubblica messicana, il #YoSoy132, come l’hashtag di Twitter che lo rilancia in rete da 6 settimane. Mentre molti giornali occidentali continuano a guardare all’America Latina in modo, direi, accondiscendente, paternalista e quasi folclorico, ecco che proprio lì cominciano a generarsi alcune alternative interessanti, che non dipendono dalla bellezza di una portavoce attivista (quando si parla di Camila Vallejo gli aggettivi bella, carina, affascinante, seducente e tanti altri abbondano senza pietà, sminuendo la portata di quel che dichiara e del suo portato politico e sociale) o dai colori nei vestiti di qualche famigeratajefa d’etnia indigena o dalle pittoresche rivoluzioni di popoli sconosciuti che entrano nelle cronache solo se sono strani, esotici e fanno notizia.

Il movimento YoSoy132 nasce come reazione alla visita del candidato presidenziale messicano per il PRI (Partito Revolucionario Institucional, ex “partito di regime”, egemonico e autoritario per 71 anni) da mesi in testa nei sondaggi preelettorali, Enrique Peña Nieto, all’università privata IberoAmericana di Mexico City. Dopo la conferenza i membri del suo partito hanno accusato gli studenti che lo avevano contestato di essere degli estremisti, dei cooptati appartenenti ad altri partiti e hanno minacciato di denunciarli, fedeli al loro pedigree di dinosauri autoritari della vecchia politica repressiva del PRI. L’idea che i cittadini si organizzino spontaneamente senza un comando dall’alto o senza i partiti deve ancora sdoganarsi in Messico e gli studenti stanno riuscendo laddove molti altri gruppi avevano fallito. 131 studenti indignati hanno quindi girato un video visto un milione di volte in pochi giorni su YouTube mostrando la loro tessera di universitari. Da allora migliaia di studenti e di persone in generale hanno girato altri video e inviato fotografie per diventare idealmente lo “studente 132”, gridando Io Sono 132.

Decine di migliaia di YoSoy132 si ritrovano nelle piazze praticamente ogni settimana, quasi ogni giorno, con iniziative diverse (concerti, flash mob, sit in, manifestazioni, dibattiti, picchetti culturali, volantinaggio e tante camminate presso le sedi delle due TV che monopolizzano l’informazione: tv azteca e televisa) per esigere la democratizzazione dei media e della vita politica, la rottura del duopolio TV, per rifiutare le candidature imposte dalla videocrazia e proporre un rinnovamento dal basso che trascenda questo periodo elettorale per andare oltre e ottenere un cambiamento di fondo. Una parte sostanziosa del movimento s’è unita alle manifestazioni contro Peña Nieto, anch’esse convocate dai social media, Facebook e Twitter in testa, e contro il ritorno al governo del PRI (inserisco un video alla fine dell’articolo) in maggio e in giugno hanno riempito le piazze di Città del Messico e di altre grandi città, anche se un’altra parte, forse minoritaria, del 132 preferisce mantenere un carattere totalmente apartitico. Queste due anime del movimento potrebbero condurre in futuro a una spaccatura, ma ritengo che, dopo il momento elettorale, in realtà ci potrà essere una convergenza sugli obiettivi validissimi dell’agenda democratizzatrice e antiautoritaria indipendentemente da chi sarà il vincitore il primo luglio alle presidenziali.CamilaVallejoEscNacMusicaUnam010(Small).JPGNe avevo parlato in dettaglio qui spiegando come lo slogan in voga, forse un po’ consumato ma efficace, della “Primavera Messicana” sia solo un modo d’esprimere entusiasmo, al di fuori delle analogie con le eterogenee “Primavere Arabe”, per una delle grandi novità e spinte sociali creative nel panorama americano dei movimenti studenteschi nati dalla rete che, quasi da subito, hanno interagito e si sono riconosciuti nei predecessori del 15-M spagnolo, gli Indignados e anche Occupy Wall Street. E quasi da subito hanno lanciato la sfida verso l’alto, verso il potere politico e mediatico, allargando la portata delle azioni e delle rivendicazioni, uscendo dalla logica prettamente elettorale di questi mesi (in Messico si vota il primo luglio per le presidenziali, ma anche per il parlamento e molte amministrazioni locali) per invitare alla partecipazione tutta la società che risponde dichiarando “YoSoy132”, frase di adesione alla causa dei giovani messicani che ha fatto il giro del mondo.

Esiste un 132 per tutte le età, anche se non si è più studenti, perché la causa che si porta avanti ha saputo trascendere questi limiti iniziali. La fase è ancora creativa, pioneristica, i ruoli sono poco chiari ma le prassi stabilite in queste settimane e l’interazione sul web promettono buoni sviluppi e consentono di mettere ordine, per quel che si può: ricordiamo che il movimento è dinamico, l’istituzione può attendere ancora un po’. Recentemente ci sono state delle accuse contro i 132, alcuni studenti dissidenti ritengono sia uno strumento nelle mani dei partiti di sinistra, specialmente il più importante, il Partido Revolución Democratica o PRD, ma la reazione e la smentita del movimento sono state categoriche e immediate. E’ stata anche ribaltata l’accusa verso coloro i quali hanno cercato di danneggiare la reputazione del YoSoy132: pare, infatti, ci sia un interesse esplicito del PRI nel creare correnti e personaggi dissidenti già da queste primissime fasi di viluppo per debilitarne la legittimità.

Era successa la stessa cosa anche al Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità (MPJD)del poeta militante Javier Sicilia, l’altra grande novità creata dal basso, ma non attraverso le reti sociali come il 132, ch’era esplosa nel 2011 con manifestazioni enormi e l’apertura dei dialoghi con la classe politica che ha portato all’approvazione delle prime misure in favore delle vittime della narcoguerra intrapresa dal presidente Calderón nel 2007 (60mila morti, 16mila desaparecidos, 230mila persone trasferite forzosamente e distruzione del tessuto sociale e del controllo statale in ampie regioni del paese). Malgrado tutto l’MPJD s’è mantenuto vivo e vegeto e ha celebrato la rinascita universitaria e civile di queste ultime settimane.

Il 17 maggio scorso ho potuto seguire una conferenza di Camilla presso la scuola di musica dell’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM) nel quartiere coloniale di Coyoacán. Al centro del discorso di Camila Vellejo, rappresentativo del pensiero degli studenti medi inferiori e superiori e degli universitari del Cile, ma affine sicuramente a quello di tanti altri coetanei in America Latina e in parte anche in Europa, c’è l’attacco alla privatizzazione selvaggia dell’educazione a tutti i livelli che, malgrado sia visto come un modello da molti settori dell’élite, ha portato inevitabilmente (nel senso che forse il piano era proprio quello) alla ghettizzazione dei settori marginali della popolazione e al consolidamento della struttura classista ed esclusivista dell’istituzione universitaria e quindi dell’intera società, bloccata e diseguale all’estremo.

Il “miracolo neoliberista” cileno che starebbe portando il paese alle soglie o già dentro l’agognato “primo mondo” si basa in realtà su una superstruttura depurata della critica, del pensiero discordante (ed ecco l’opposizione all’apertura dell’educazione libera alle masse) e della mobilità sociale, e su di una struttura di sfruttamento ancestrale-coloniale, poi repubblicana, poi dittatoriale e infine protodemocratica, affermatasi dopo l’uscita di scena di Pinochet nel 1990. Questa propizia lo sfruttamento selvaggio ed eterodiretto delle risorse naturali come il rame e l’acqua, l’espropriazione costante dei territori indigeni dei Mapuche e l’aumento delle disparità economico-sociali in favore di una crescita assai poco “redistribuita”. Si lucra con i diritti e le risorse, non si creano spazi alternativi per la vita sociale, ridotta all’osso e riflessa dallo stesso sistema universitario, asettico e acritico.

Come si distribuisce la ricchezza al meglio in un sistema iniquo come quello in cui viviamo? Almeno un po’, almeno fino ad oggi, qualcosa di questo sappiamo. Per esempio: salute, educazione e pensione universali, accessibili e in espansione; servizi e programmi sociali mirati, infrastruttura, etica pubblica. Si chiamava welfare, quella parola forse inglese forse chissà di dove che ci raccontava di un futuro indefinito e felice, senza stress né problemi di sorta. Ebbene è indubbio che lo smantellamento dello stato sociale in Europa stia sacrificando proprio tutti questi elementi, collanti essenziali della convivenza civile, intergenerazionale e umana, pilastri che rendevano l’accettazione del sistema un’opzione, direi, percorribile o sopportabile come parte di un discorso egemonico coerente.

In America Latina la maggior parte di tutti questi “pilastri” è stata subordinata storicamente alla volontà di un padre-Stato saltimbanco, di partiti politici corrotti (che ricordano i nostri…), del cacicco di turno, locale o nazionale, oppure delle convenienze di potenze esterne e di gruppi dominanti interni, del corporativismo statico e del capitalismo frammentato, ed è per questo che l’universalità, almeno teorica, di certi diritti è sempre stata limitata, negoziata, svenduta e mai ottenuta. E’ stata dunque parziale e inefficace, salvo rare eccezioni, salvo per alcune categorie, epoche o regioni specifiche.
CamilaVallejoEscNacMusicaUnam013(Small).JPGIn Europa e in Italia si stanno perdendo inesorabilmente la memoria e l’identità del nostro “sogno di benessere”, accarezzato per qualche anno fino al declino attuale, e così ci stiamo ispirando profondamente ad alcuni controversi esempi latino americani di precarietà, di liberalizzazione selvaggia e selvatica di ogni campo della vita sociale ed economica, di privatismo inefficiente e ideologico, di ipersfruttamento delle risorse, fuori da ogni spirito lungimirante ma dentro a una logica strumentale e coerente dettata dalla bibbia economica monoteorica e monolitica. Ma, paradossalmente, questo avviene proprio quando lo stesso continente latino americano, o almeno molti settori, territori e governi importanti nella regione, sta ormai invertendo la rotta per cercare di costruire politiche di sviluppo più compatibili con la sostenibilità sociale e ambientale, oltre che con la propria diversità storica e culturale seppur inserita in un contesto globalizzato.

Dovremo toccare il fondo della narcoguerra messicana o della repressione cilena o della neocolonizzazione internazionale ad Haiti o della disgregazione colombiana per muovere umanità e pensiero verso la sovversione della decadenza? O forse già ci siamo? Cosa sono stati Genova 2001, il G8, la Diaz e Bolzaneto (vedi video dell’appello Genova10x100) se non una serie di giornate e notti “cilene”, anzi tristemente italiane e terribili? E sappiamo che non sono finite. Guardiamo bene cosa succede nei non luoghi ripudiati e rifugiati, nelle prigioni, nei lager CIE ex CPT, nelle piazze d’autunno, nella FIAT che esclude la Fiom, nelle caste e negli apparati burocratico-istituzionali. Sovvertire significa agire, non lasciarsi morire. Agire negli spazi aperti e in quelli che potrebbero aprirsi, non in astratto, ma sperimentando e inventando uscite. In Messico, ma anche in Cile, forse è in gestazione un’uscita, un risveglio democratico dal basso che prova a non scendere a patti, ma continua a promuovere iniziative e cambiamento, forte della convinzione, dell’interazione di massa e della pluralità che aggiustano il tiro quando la strategia non funziona, elaborano la tattica che va a comporre quella strategia e la spostano in avanti, un po’ alla volta.

Una nota finale che era poi il fatto che mi aveva spinto a scrivere di getto quest’articolo. Poi si sa, le strade della scrittura spesso ti riportano a Roma, passando dalle Ande e dal vulcano Popocatepetl: capita ed è meglio così. Bene, dopo un paio di conferenze e all’ultimo giorno della sua permanenza in Messico, Camila Vallejo ha ricevuto delle minacce. Da parte di chi? Dei narcos? Da apparati deviati o ufficiali del governo? Dagli studenti crumiri? Dai partiti? No. Da un’associazione registrata per la difesa dei diritti dell’uomo, la associazione civile Comisión Mexicana de Derechos Humanos, che ha chiesto per Vallejo l’applicazione del famigerato articolo 33 della Costituzione che prevede l’espulsione immediata degli stranieri “non grati” dal paese, senza processo, senza appelli, senza consultazioni, senza farti nemmeno prendere le tue cose.

Vieni sbattuto in una guardiola nel quartiere slum di Iztapalapa @MexicoCity e se non interviene immediatamente qualche “potente” giudice santo con un ricorso ad hoc, nel giro di qualche ora sei fuori, accompagnato da un poliziotto a Roma, a Santiago, a Madrid, in Cina o a Bamako. Il procedimento è una violazione palese (e legale secondo la Costituzione messicana del 1917) dei diritti umani in un paese che aspira a stare negli alti ranghi dell’ordine economico internazionale, dove il discorso sui diritti umani è uno specchio per le allodole. Per questo la legislazione messicana è paradossalmente coerente con questo deprecabile stato di cose a livello globale e, sebbene in origine fosse stata pensata per sfuggire alle ingerenze nordamericane e straniere in genere negli affari politici di uno stato in costruzione, oggi risulta uno strumento utile e immediato per rivendicare una falsa sovranità nazionalista e discriminatoria.MarchaAntiEPNy132jun12260(Small).JPG L’associazione “pro-diritti umani” chiedeva ridicolamente l’espulsione di Camila per “essersi immischiata negli affari politici interni del paese”, un’espressione spesso utilizzata per giustificare questi abusi contro persone ritenute scomode da qualche capetto o funzionario o magari contro qualcuno che semplicemente partecipa a una manifestazione. E’ una via rapida per sbarazzarsi di persone indesiderate. Secondo l’associazione messicana Camila avrebbe influito sul processo elettorale interno per le presidenziali avendo lei espresso solidarietà al movimento degli studenti YoSoy132 che, sempre secondo l’associazione, sarebbe favorevole al candidato delle sinistre Andrés Manuel López Obrador, il quale secondo alcuni sondaggi pare stia rimontando rispetto a Peña Nieto e potrebbe contendere seriamente per la presidenza. Speculazioni elettorali a parte, da questo sillogismo non verificato studenti=sinistre=Obrador=#YoSoy132=Camila Vallejo (si possono invertire i fattori) deriva la richiesta ufficiale dell’associazione, non da atti espliciti della cittadina cilena che, se fosse stata espulsa, avrebbe messo in ridicolo e in problemi seri tutto il Messico di fronte al mondo intero e alla comunità internazionale che, tra l’altro, ha gli occhi puntati sul paese per la riunione del G20 che s’è tenuta dal 18 al 20 di giugno. Era una provocazione, stupida e inconcludente.

E’ vero, Camila ha stretto la mano a un importante e storico leader contadino attivista, già più volte incarcerato ingiustamente (poi liberato grazie a decisioni della Corte Suprema) nello stato che governava proprio il signor Peña Nieto per gli scontri di Atenco nel 2006 e per aver vinto una battaglia contro la costruzione di un aeroporto, Ignacio del Valle. E’ vero, Camila durante delle conferenza stampa e accademiche ha criticato il modello neoliberista e ha offerto il sostegno dei cileni e la sua adesione al Mov 132. E quindi? Lo fanno tutti, stranieri e messicani. Sono queste provocazioni che poi giustificano la discriminazione e gli abusi in altri casi, forse meno noti ma altrettanto beceri e assurdi (ricordiamo per esempio il caso del giornalista e accademico Gianni Proiettis, emblematico delle numerose espulsioni che avvengono contro chi da anni lavora a progetti sociali in Chiapas, e pure quello degli stranieri espulsi durante le operazioni di vera “macelleria messicana” – 2 morti e centinaia di feriti, violazioni ai diritti umani, violenze sessuali e psicologiche tra le altre – condotte dalla polizia, su ordine dell’attuale candidato del PRI Peña Nieto,contro la gente ad Atenco nel 2006).

Proprio dai fatti di Atenco nasce il gran ripudio che questo candidato suscita in buona parte del movimento studentesco messicano e nella popolazione memore. Il timore per il ritorno della repressione del dissenso e per un nuovo periodo di regime del PRI stanno scuotendo le coscienze. Il movimento YoSoy132 ha convocato a un dibattito speciale i candidati alla presidenza il 19 giugno (Andrés Manuel López Obrador per le sinistre-PRD, Josefina Vázquez Mota del conservatore Partido Acción Nacional e Gabriel Quadri di Nueva Alianza). Sarà il primo dibattito in cui i candidati non riceveranno prima le domande, sorpresa totale. Solo Peña Nieto ha declinato l’invito sostenendo che parte del movimento è esplicitamente contro la sua persona e quindi non ha niente da dire. Questa è l’attitudine che dovremo aspettarci in futuro da parte dell’ex partito dominante, oggi lanciatissimo alla reconquista del potere, e ancor di più se Peña vince le elezioni il primo luglio.

Di seguito, il video con le foto della manifestazione del 10 giugno 2012 anti Peña Nieto + #YoSoy132 + 10 de junio no se olvida (10 giugno non si dimenticata, in ricordo degli studenti caduti il 10 giugno 1971 nella repressione ordinata dal PRI dell’ex presidente Luis Echeverría). SoundTrack: Resiste de Akil Ammar y Mentira de Manu Chao. Fabrizio Lorusso (Carmilla)

Album foto marcia anti Peña: LINK

Camila Vallejo en México: LINK

Josefina Vázquez Mota en Puerto Escondido

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Las Mejores. Puerto Escondido, Oaxaca, 21 de mayo de 2012. Álbum completo fotos Josefina Vázquez Mota vs AMLO: LINK

1. Cien años de confusión. T-Shirt Zory Ziga e Cachicha Pri-EPN con bandera Pan.

2. Diferente?

Messico: campagna elettorale e violenza

AMLO.jpg[Questo articolo è stato pubblicato in versione striminzita sul quotidiano L’Unità del 30 aprile 2012] Sabato scorso la giornalista messicana Regina Martínez è stata trovata morta per strangolamento nella sua casa di Xalapa, nello stato di Veracruz. Regina era corrispondente del settimanale Proceso in una delle regioni più calde del paese in cui nell’ultimo anno la violenza s’è impennata per la guerra tra i narcos del Golfo, gli Zetas e l’esercito. Ben 67 giornalisti sono stati uccisi durante il governo dell’attuale presidente Felipe Calderón, in carica dal 2006, e dal 2000 i reporter assassinati sono stati più di 80, rendendo il Messico il paese più pericoloso per l’esercizio della professione dopo l’Iraq. Domenica numerosi giornalisti e cittadini indignati hanno stabilito un presidio a Città del Messico sotto la sede del governo di Veracruz perché questo delitto non resti impune, come invece capita per il 98% dei crimini denunciati alle autorità. Con questo clima nel frattempo, in vista delle presidenziali del primo luglio, il Messico entra nel vivo della campagna elettorale: i muri e le strade si riempiono di simboli e facce sorridenti, i candidati girano il paese con tante promesse ma ancora poche proposte.

L’Istituto Elettorale reputa che l’influenza della criminalità e le pratiche di cooptazione del voto siano le prove più difficili da superare nei prossimi mesi. “Il clima d’insicurezza e i vuoti legali sono i due ostacoli principali”, sottolinea il direttore Leonardo Valdés. Il 14% dei seggi merita “attenzione speciale” e il 6% è a rischio: si tratta di 4000 sezioni, ma nel 2009 per le elezioni intermedie erano solo 1635. L’incremento è avvenuto soprattutto a Monterrey, Acapulco, Ciudad Juárez e in generale nel Nord in coincidenza con l’incremento del tasso di omicidi che praticamente è raddoppiato ogni due anni in quelle zone durante il governo del PAN.

“Ogni gruppo criminale cerca di essere il meno penalizzato una volta che i candidati vincono, è la dinamica recente data la loro frammentazione, ma la minaccia continua”, commenta l’esperto in narcotraffico Eduardo Guerrero.
Il rischio d’infiltrazione dei narcos nelle elezioni è stato segnalato dallo stesso presidente in più occasioni e, precisa Guerrero, “il pericolo cresce notevolmente per i candidati sindaci e ai governi locali”.

Tra due mesi 80 milioni di messicani, su un totale di 113, dovranno scegliere il successore di Calderón, del partito conservatore Acción Nacional (PAN). In gioco ci sono anche 500 seggi alla camera e 128 al senato, l’elezione dei governatori in sei stati e del sindaco a Città del Messico.

Il favorito nei sondaggi è Enrique Peña Nieto del Partido Revolucionario Institucional (PRI) con consensi intorno al 46%. Il voto degli indecisi e la probabile riduzione della forbice durante la campagna lasciano ancora margini ai rivali. L’ex ministra del welfare (con il governo di Vicente Fox) e dell’istruzione (con Calderón) Josefina Vázquez Mota, prima donna del PAN che punta alla presidenza, sfiora il 30% delle preferenze, mentre Andrés Manuel López Obrador del Movimiento Progresista, coalizione delle sinistre col Partido de la Revolución Democrática (PRD), è staccato di 7 punti. Ma alcuni sondaggi del mese di aprile prevedono addirittura un pareggio tra i due e una netta discesa del candidato favorito. Infine Gabriel Quadri è dato all’1% con Nueva Alianza, un partito d’ispirazione liberale che, però, è il braccio politico dell’ala conservatrice e corporativa del sindacato nazionale dei professori dominato da una delle figure più discusse e autoritarie della politica messicana, un vero pezzo d’epoca del vecchio regime a partito unico, cioè del PRI, del secolo scorso: la presidentessa a vita del SNTE (Sindicato Nacional Trabajadores de la Educación) Elba Esther Gordillo, alias “la maestra”.
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Peña Nieto, noto più per il gossip e la “bella presenza” che per la sua carriera politica, gode del sostegno delle principali catene televisive e dei governatori del PRI, al potere in 20 stati su 32, che spingono la propaganda del “loro” candidato. Nella sua coalizione “Compromesso per il Messico” c’è anche il trasformista Partido Verde, unico al mondo tra i partiti ambientalisti favorevole alla pena di morte. Peña viene da una lunga tradizione familiare in politica che ha il suo bastione nel Estado de México, il più popoloso del paese con 15 milioni di abitanti, in cui fu governatore nel 2005-2011.
Una base per il rilancio del PRI che, dopo un’egemonia di 71 anni come partito “di regime”, nel 2000 perse la presidenza, conquistata da Vicente Fox del PAN.

Nel 2006 il PAN si mantenne al potere e Calderón vinse con uno scarto pari solo allo 0,5% dei voti sull’avversario progressista Obrador.
Le accuse di brogli dell’opposizione e sei mesi di proteste popolari fecero perdere il capitale politico iniziale a Calderón che, per riguadagnare legittimità, lanciò un’offensiva militare contro i narcos in un’inedita escalation di violenza, secondo l’ex Ministro degli Esteri Jorge Castañeda, autore del saggio “Narcos: la guerra fallita”. Vista l’immagine deteriorata di Calderón, la candidata del PAN ha scelto lo slogan “Josefina, differente” per smarcarsi dall’attuale governo, di cui però ha fatto parte, e conquistare il voto femminile, essendo l’unica donna in corsa.

“Il vero cambiamento sta arrivando” è il motto di Obrador, promotore di una “repubblica amorosa”, un po’ vaga nei contenuti, ma utile per far dimenticare la sua immagine di “radicale” creata dalle destre in passato. La sua proposta si basa sui valori di onestà e giustizia contro la delinquenza e la corruzione per limitare i poteri forti e i privilegi di caste e monopoli.
Forte di 6 milioni di sostenitori col suo Movimiento de Regeneración Nacional, Obrador è l’unico che ha presentato una lista di intellettuali autorevoli come futuri ministri in caso di vittoria e s’è detto contrario alla narcoguerra di Calderón. Il suo movimento e lo staff di personalità del mondo della cultura, delle arti e dell’accademia sono i più propositivi e concreti in una campagna che, in generale, si risolve in pochi spot e pochi dibattiti pubblici sull’agenda politica e sociale.

Il finanziamento pubblico, basato sui risultati elettorali mid-term per il parlamento del 2009, favoriscono il PRI. Su un totale di circa un miliardo di euro al PRI spetta il 33%, al PAN il 26%, al PRD il 14% e la parte restante si dividerà tra il Partito Verde (che sostiene il PRI) col 9%, Nueva Alianza (del candidato Manuel Quadri) col 7% e infine il Partido del Trabajo e il Movimiento Ciudadano (a sostegno del PRD e Lopez Obrador).
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Sui temi sociali fondamentali come i matrimoni gay, l’aborto, la legalizzazione delle droghe e la situazione dei migranti centroamericani in Messico nessun candidato ha mostrato prospettive di apertura. In un incontro a porte chiuse tenuto dai tre aspiranti con l’episcopato messicano sono state rvelate le tendenze di ciascuno sui temi caldi: la candidata del PAN rifuta aborto, matrimoni tra persone dello stesso sesso, legalizzazione delle droghe e propone una maggiore libertà religiosa (nel dibattito attuale in Messico questo significa aprire all’insegnamento religioso nelle scuole e alla concessione di canali radio e TV alla Chiesa); Peña Nieto del PRI ha mostrato una leggera apertura sui matrimoni omosessuali e sulla non criminalizzazione dell’aborto a livello penale (non sulla legalizzazione), ma non sul resto; Lopez Obrador se l’è cavata con un escamotage ricorrendo alla formula “deciderà il popolo, consulterò la gente” che per un leader progressista è un po’ poco come presa di posizione. Il PRD, principale sostegno elettorale di Obrador, a Città del Messico, dove governa con la maggioranza assoluta, ha promosso e realizzato le riforme sociali più avanzate in America, legalizzando l’interruzione della gravidanza, offrendo sicurezza sociale a tutti gli abitanti, permettendo i patti di convivenza e i matrimoni gay, espandendo il sussidio di disoccupazione: si tratta, però, di un’isola in un mare conservatore e reazionario.

Il 6 maggio si terrà il primo dibattito tra i candidati. Mentre Peña Nieto e Josefina Vazquez si rifiutano di partecipare a dibattitti extra-ufficiali organizzati dai media per difendere il loro vantaggio, Obrador reputa “conveniente per la gente che se ne facciano molti di più” sperando, in realtà, in una rimonta personale, già in atto negli ultimi sondaggi, o della sua coalizione in toto. Il futuro presidente dovrà costruire accordi con gli altri partiti per poter governare, dato che dal 1997 né il PAN, né il PRI o il PRD hanno avuto la maggioranza assoluta alle camere e non si prevedono sconvolgimenti nei rapporti di forza in parlamento. Da carmilla. Twt @FabrizioLorusso