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Che ne è stato di Haiti? Una voce da Porto Principe

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A poco più di cinque anni e mezzo dal devastante terremoto che fece oltre 250mila vittime a Port-au-Prince, capitale haitiana, e a oltre quattro anni dall’esplosione di una grave epidemia di colera il paese caraibico è praticamente sparito dai mass media.

“Che isola perduta ci sembra Haiti. Improvvisamente ha invaso le pagine dei giornali con il terremoto e dopo un silenzio di secoli ne ha fatto un graffio sulle carte geografiche, un luogo inesistente e relegato all’interno di una dimensione che confina con il mito (Tortuga, i pirati, gli schiavi ribelli, il vo- odoo…). Eppure, per un tempo troppo breve, precisamente quello concesso dai ritmi della nostra informazione, più che imperfetta e sensazionalistica, è diventata un luogo reale, capace di farsi scoprire tanto drammaticamente e storicamente segnato dal dolore, da sempre segnato dal dolore e dal sopruso, da far scrivere a un’autrice haitiana contemporanea, Yanick Lahens, che questa terra altro non è che l’Isola dove la disgrazia ha logorato le anime”, spiega lo scrittore e avvocato Massimo Vaggi nel prologo del libro La fame di Haiti (di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso, Ed. END, 2015).

Com’è oggi la situazione politica ed economica ad Haiti? Dove sono finiti i fondi per la ricostruzione? Che fine hanno fatto le tendopoli e le macerie dopo il terremoto? E l’epidemia di colera? Quali sono le speranze di Porto Principe e del Paese? Che pericoli corrono i difensori dei diritti umani e gli attivisti? Di seguito riporto una conversazione, estratta da La fame di Haiti, a Evel Fanfan, avvocato e direttore esecutivo di AUMOHD, un’associazione haitiana per la Difesa dei Diritti Umani e del Lavoro, che parla di queste e altre tematiche. Negli ultimi mesi è anche esploso un conflitto gravissimo e poco noto tra Haiti e la vicina Repubblica Dominicana che affonda le sue radici nel razzismo e nello sfruttamento del lavoro.

Tra i pochi a trattare il caso Raul Zecca Castel ne dà una descrizione esaustiva: “Dopo la clamorosa sentenza emessa nel settembre 2013 dalla Corte Costituzionale dominicana – e applicata retroattivamente a partire dall’anno 1929 – secondo la quale era da considerarsi abolito il criterio dello jus soli in riferimento all’acquisizione della nazionalità, da un giorno all’altro, oltre 200 mila persone, da sempre residenti nel Paese, sono state di fatto denazionalizzate e rese apolidi, con tutte le conseguenze del caso: impossibilità di accedere all’istruzione, ai servizi sanitari, al mondo del lavoro, in sintesi, alla vita civile del Paese. L’allarmata reazione della comunità internazionale, che si espresse immediatamente con forti critiche nei confronti di tale scandalo giuridico privo di precedenti e unanimemente considerato come altamente discriminatorio su base razzista, portò il governo dominicano ad attivare un Piano Nazionale di Regolarizzazione degli Stranieri (PNRE) che prevedesse la possibilità di normalizzare la situazione di irregolarità in cui erano improvvisamente piombate migliaia di vite”.

Dunque i rimpatri forzati sono cominciati e son centinaia gli haitiani espulsi dalla Repubblica Dominicana. Si sta svolgendo sull’isola il conteggio dei voti del primo turno elettorale, tenutosi l’8 agosto per il rinnovo delle camere (118 deputati e 20 senatori). Il secondo turno sarà il 25 ottobre, in concomitanza con il voto per scegliere il nuovo presidente che andrà a rilevare Michel Martelly, al governo dal 2011. L’impasse politica ad Haiti, spiegata nell’intervista di Romina Vinci e Fabrizio Lorusso, durava da oltre un anno e mezzo per cui il parlamento non era stato rinnovato.

Cinque anni dopo il terremoto che ha cambiato la storia di Haiti, come ci puoi descrivere la situazione del paese?

Bene, parlando di com’è la situazione nel paese, cinque anni dopo il terremoto letale del 12 gennaio 2010 che ha distrutto buona parte del territorio haitiano, direi che questa non è cambiata realmente. Ad alcuni sembra addirittura che il sisma ci sia appena stato, come fosse accaduto solo un anno fa e non cinque. Nel paese, nonostante la generosità della gente, dei cittadini e delle organizzazioni di tutto il mondo, il cambiamento non è apprezzabile. Il paese dipende ancora dagli aiuti umanitari. Ci sono ancora macerie in vista e ospedali, scuole, istituzioni statali che ancora attendono di essere ricostruite. Migliaia di persone vivono tuttora in pessime condizioni sanitarie, ambientali e di sicurezza. La nuova città-slum di Canaan è un esempio concreto di quanto dico.

Che ne è stato della ricostruzione e del denaro teoricamente donato dalla comunità internazionale?

Il fatto è che il denaro raccolto per le vittime da persone solidali e dalla comunità internazionale è stato orientato in beneficio degli stessi manager della comunità internazionale. Il 13 ottobre 2014 all’ex presidente statunitense Bill Clinton e all’ex primo ministro haitiano Jean Max Bellerive, copresidente della Commissione ad Interim per la Ricostruzione di Haiti (CIRH), è stato richiesto di rendere pubblici i rapporti sulle loro gestioni dei fondi raccolti e stanziati dalla Commissione durante 18 mesi di amministrazione. Al momento non è stata resa pubblica nessuna relazione e da allora il popolo haitiano, per il quale quei fondi erano stati ottenuti, continua a chiedere spiegazioni sui conti. Moralmente gli haitiani e i donatori devono chiedere chiarezza su questi soldi e si deve prevedere una sessione pubblica per ottenere una chiara e forte relazione sui conti.

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Quattro anni fa un’epidemia di colera cominciò a diffondersi, facendo migliaia di vittime. È ancora un’emergenza o un problema ad Haiti?

Il colera è stato introdotto ad Haiti dalla missione MINUSTAH dell’ONU, attraverso il battaglione nepalese, i cui escrementi hanno contaminato le acque del più lungo fiume haitiano, in una maniera negligente e sospetta. C’è chi pensa anche a una cospirazione internazionale contro la prima repubblica nera, libera e indipendente al mondo. Numerose ricerche confermano in modo unanime la unica responsabilità dell’ONU nella reintroduzione del colera ad Haiti. Uno studio dell’Università di Yale riporta le conclusioni degli epidemiologi che hanno stabilito una connessione tra i caschi blu nepalesi e lo scoppio dell’epidemia, una delle più grandi della storia moderna. I ricercatori hanno scoperto che il ceppo di questo batterio ad Haiti è lo stesso identificato in Nepal, un paese in cui il colera è endemico.

L’epidemia ha fatto più di 8.330 vittime e ha infettato oltre 680.000 persone. Nel 2013 sono stati registrati oltre 70.000 casi e più di mille infettati sono morti. Nel 2014, secondo certe stime, ci sarebbe stato un incremento nel numero dei casi, oltre il doppio, che farebbe aumentare i contagi a 200.000 e le persone defunte a oltre 2.000. Dunque l’epidemia presenta ancora dei picchi. Sta diventando sempre più una preoccupazione nazionale e internazionale. Il colera è un crimine contro l’umanità e deve essere considerato alla stregua della schiavitù, un programma criminale contro Haiti.

Le Nazioni Unite devono necessariamente prendersi le proprie responsabilità verso la gente di Haiti dal punto di vista morale, economico, sociale e sanitario. Deve anche farsi notare che l’Esperto Indipendente dell’Onu per i diritti umani ad Haiti, il Sig. Michel Forst, ha passato metà del tempo durante il suo incarico a sottolineare come fosse immorale e irresponsabile l’atteggiamento delle autorità delle Nazioni Unite sulla questione del colera sull’isola.

Il parlamento haitiano è stato “sospeso” il 13 gennaio 2015. Si sono sviluppate molte proteste nell’ultimo anno, in parte legate a questa situazione. Ci puoi spiegare cosa è successo? Cosa chiedono i manifestanti che hanno invaso le strade di Haiti in questi mesi?

Di certo la crisi politica peggiora sempre più ad Haiti: il Parlamento è ridotto, i due terzi dei suoi membri sono decaduti e non ci sono elezioni dal 2011. Per comprendere la crisi è necessario per prima cosa osservare e capire quanto previsto dall’articolo 136 della Costituzione, il quale attribuisce certe prerogative al Presidente della Repubblica, in qualità di capo di Stato che ha la responsabilità di far osservare e ubbidire alla Costituzione per garantire la stabilità delle istituzioni. Ha l’obbligo di assicurare l’adeguato funzionamento dei poteri pubblici e la continuità dello stato. In questa situazione d’impasse la responsabilità primaria è sua. Per cui aumentano le proteste di piazza che chiedono le dimissioni del presidente perché non ha adempiuto alle sue responsabilità costituzionali e quindi il paese è ritornato in una situazione anomala, di governo di fatto senza parlamento. Dunque la situazione politica è la seguente: il Parlamento non esiste più, il presidente del Consiglio Superiore della Magistratura s’è dimesso e c’è un nuovo governo che s’è appena insediato de facto e può governare per decreto.

La popolazione chiede il rispetto della Costituzione e delle leggi della repubblica, il rispetto del paese stesso e delle sue istituzioni repubblicane, il rispetto per le eredità culturali, storiche e anche naturali del paese, includendo il mare, il sottosuolo marino e terrestre e i giacimenti minerari. Chiede una chiara separazione delle ricchezze private dalla cosa pubblica (Res Publica), chiede dunque sovranità e la partenza senza condizioni della missione Onu, la MINUSTAH. Chiedono un governo d’unità con una tabella di marcia chiara senza l’interferenza della comunità internazionale. La riqualificazione del sistema giudiziario. Elezioni democratiche libere, oneste e includenti. Chiedono di ridefinire i contratti stipulati irregolarmente tra lo Stato e le compagnie transnazionali. Di condurre indagini contro tutti i funzionari statali che hanno sperperato risorse pubbliche per condurre progetti mai conclusi.

Aristide (ex presidente, esiliato nel 2004 e tornato sull’isola nel 2011) gioca ancora un ruolo nel Partito Lavalas e nelle proteste?

Sì, il partito dell’ex presidente Jean Bertrand Aristide svolge un ruolo importante all’interno dei movimenti di piazza. Ci sono quattro gruppi che stanno riattivando la protesta popolare nelle strade: Pitit Desalinn, Fanmi Lavalas, MOPOD e MONOP Platfom.

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Ci puoi parlare del problema dei prigionieri politici e di cosa ha potuto fare AUMOHD al riguardo?

Dall’arrivo al potere del presidente Michel Martelly, molti cittadini sono stati arrestati per le loro convinzioni politiche, sono stati rimossi alcuni funzionari e, per esempio, il caso dei fratelli Josué e Eneld Florestal è emblematico delle violazioni ai diritti umani nel paese. Il primo maggio 2014 sono stati arrestati dodici attivisti politici e sbattuti in prigione. AUMOHD e il suo team di assistenti legali è interevenuta e ha lavorato per la difesa dei detenuti presso l’ufficio del PM. Il 20 maggio sei prigionieri sono stati rilasciati e il 6 giugno sono stati liberati gli altri sei per mancanza di prove.

Il 17 ottobre 2014 diciotto attivisti che stavano partecipando a una manifestazione pacifica sono stati attaccati, umiliati e arrestati da un gruppo di individui con l’uniforme della polizia nazionale haitiana, senza nessun ordine d’arresto né evidenze di flagranza.

Si tratta di militanti stavano manifestando pacificamente insieme ad altri, professionisti, studenti e docenti, e, mentre facevano ritorno alle loro normali attività, sono stati aggrediti dagli agenti della polizia che hanno sgomberato violentemente la zona all’altezza della via Delmas 29 ricorrendo a gas lacrimogeni e manganellate. Il 26 ottobre due leader politici,Rony Thimoté e Biron Spiritually sono stati arrestati, sempre senza flagranza di reato e senza mandato, durante un atto di protesta che avevano organizzato per chiedere il rispetto della Costituzione e il ripristino della vita democratica ad Haiti.

Questi attivisti, arrestati arbitrariamente al di fuori delle procedure, sono stati giudicati così pericolosi da meritare la conferma dell’arresto in spregio alle loro garanzie individuali. E, ancora peggio, non sono mai comparsi dinnanzi al loro giudice naturale perché decidesse sulla legalità del loro fermo, in violazione dei diritti garantiti dalla Costituzione e gli accordi internazionali sottoscritti da Haiti come la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e la Convenzione Americana sui Diritti Umani.

Dall’arresto del gruppo di 18 attivisti politici, AUMOHD ha lavorato in loro favore in vari modi, agendo presso tutte le autorità giudiziarie competenti e riuscendo a ottenere la loro liberazione nel mesi di novembre 2014, mentre stiamo ancora seguendo il caso di Rony Thimoté e Biron Spiritually.

Come difensore dei diritti umani ad Haiti, quali sono le minacce e i pericoli che hai dovuto affrontare?

Dal 2005 la mia vita, la mia famiglia e lo staff del nostro ufficio di AUMOHD continuano a essere l’obiettivo costante di minacce e intimidazioni fino al punto che nel luglio 2006, in seguito alle richieste di protezione di Amnesty International, dalla Organizzazione Stati Americani e da Front Line International, è stato richiesto al Comando della Polizia Nazionale Haitiana di affidare la nostra sicurezza a un agente di scorta che protegge la sede dell’organizzazione.

Nonostante questa decisione la mia vita e quella della mia famiglia sono sotto costante minaccia. Subiamo intimidazioni da anonimi, arrivano messaggi di testo e chiamate telefoniche da sconosciuti. Nella notte di domenica primo giugno del 2014 alcuni individui non identificati ci hanno attaccati scavalcando le mura intorno all’edificio, sede centrale dell’organizzazione, per appiccare il fuoco nella parte retrostante della casa e hanno bruciato tutti i materiali e gli oggetti che vi si trovavano: impianti elettrici, generatori, impianti stereo, apparecchi per la registrazione sonora, varie casse acustiche e diversi compact disk che utilizziamo per la formazione dei lavoratori.

L’otto giugno, pochi giorni dopo il sabotaggio, tre uomini armati su una motocicletta hanno preparato un’imboscata nei dintorni di casa mia con la chiara intenzione di uccidermi. Mente mi dirigevo alla mia macchina, uno dei tre individui stava facendo da palo e informava gli altri due dei miei spostamenti. Stavo camminando verso l’auto quando i due hanno iniziato ad avvicinarsi a me per portare a termine il loro piano. Grazie all’immediato intervento e alla solidarietà di alcuni vicini e residenti della zona, ho avuto salva la vita e, grazie al deciso intervento della comunità del quartiere, gli aggressori hanno dovuto abbandonare il loro macabro progetto e la loro motocicletta, di colore grigio e con targa MCTB-4544. In seguito a questo attentato mia moglie ha dovuto lasciare il paese per cercare rifugio negli Stati Uniti.

Quali sono le prospettive per Haiti nei prossimi mesi?

Parlando di prospettive, credo che nello stato di emergenza haitiano ci debbano essere libere e democratiche elezioni per rinnovare la classe politica e far tornare il paese a una situazione standard secondo il dettato della costituzione. Questo deve avvenire senza interferenze né imposizioni da parte della comunità internazionale, com’è stato il caso del presidente in carica.

AUMOHD deve continuare a svolgere un gran lavoro di promozione dei diritti e della dignità della persona umana, una nobile battaglia per la difesa e il rispetto dei diritti di tutti. Purtroppo, proprio nel momento in cui rispondo a queste domande, affrontiamo serie difficoltà economiche per andare avanti, per cui, ringraziando in anticipo, vi lanciamo un appello, una richiesta d’aiuto per poter continuare nelle nostre attività.

Evel Fanfan ha infine dedicato un ringraziamento ad alcune persone che hanno collaborato con AUMOHD in questi anni: “Desidero ringraziare davvero tanta gente in Italia per i contributi e il supporto umanitario al popolo haitiano. Devo ringraziare gli amici di Senza Frontiere, di Nova, di SOS Bambino. Un grazie specialmente a tutti gli amici giornalisti, per non menzionare anche Italo, Alma, Romina, Fabrizio, amici del sindacato FIOM, i cui gruppi e media hanno svolto un gran lavoro sul tema delle migliaia di prigionieri politici, delle vittime dei massacri di Grand Ravine e sui diritti dei lavoratori”. Da CarmillaOnLine

Muere “Baby Doc” Duvalier, ex dictador de Haití

(De Variopinto al día) HAITÍ.- Hay quienes lo llaman (mejor dicho, lo llamaban) “Presidente”, sin embargo, la palabra dictador es la más adecuada para describir su trayectoria. El ex dictador Jean-Claude Duvalier, conocido como Baby Doc e hijo de otro despiadado tirano, Francois Duvalier, alias Papa Doc, gobernó Haití desde 1971, año en que falleció su padre y él cumplió 19 años, convirtiéndose en el jefe de estado más joven de la historia moderna. Su régimen duró hasta 1986, cuando tuvo que salir del país en medio de feroces revueltas populares para “refugiarse” en un exilio dorado en Francia.

El Baby de la dinastía Duvalier murió el sábado pasado por un paro cardíaco en su casa, en un lujoso barrio de Puerto Príncipe, capital de Haití, en donde residía desde el marzo del 2011. Ese año había decidido volver a su tierra natal, devastada por el terremoto del 12 de enero del 2010 que hizo más de 250mil víctimas, para “ayudar al pueblo haitiano”, según declaró en ese entonces.

En realidad, su regreso despertó sospechas y dudas, pues había la posibilidad de que se presentara para competir en las elecciones presidenciales de 2016 con el respaldo de Francia y Estados Unidos, las potencias más interesadas en mantener el estatus quo en la isla, y de los sectores conservadores y nostálgicos de la dictadura a nivel nacional. Su estrategia política y personal se basaba en la impunidad judicial de la que, hasta la fecha, ha gozado en su tierra y en el exterior. De hecho, ya en 2005, Duvalier había tratado de volver a Puerto Príncipe para ser candidato del Partido Unidad Nacional, pero no logró el registro. Dos años después, cínicamente, difundió un mensaje televisivo pidiendo disculpa al pueblo haitiano por las atrocidades cometidas durante su régimen.

En el mismo 2011, otro gobernante, protagonista de la breve temporada democrática del país caribeño en 1991, entre 1995 y 1996 y entre 2000 y 2004, había regresado al país después de 7 años de exilio: el ex presidente Jean Bertrand Aristide. Éste fue víctima de dos golpes de estado, en 1991 y, otra vez, en 2004, cuando fue expulsado y deportado por fuerzas militares estadounidenses en la República Centroafricana, pero su partido, el Fanmi Lavalas, no se ha disuelto y ha mantenido altas las expectativas de su retorno a la vida política haitiana, mismo que, no obstante, no ha sido anunciado ni parece viable.

Después de la defenestración del presidente elegido democráticamente, entre 2004 y 2006 Haití vivió un bienio de régimen autoritario, bajo el mando de Boniface Alexandre y su Primer Ministro, Gerard Latortue, durante el cual hubo más de 4000 asesinatos por motivos políticos. De todos modos, la contraposición Aristide-Duvalier y el casi simultáneo retorno de los dos en Haití ha estado alimentando especulaciones políticas a lo largo de los últimos 3 años.

Posteriormente del regreso de Baby Doc Duvalier la justicia haitiana intentó procesarlo. El ex dictador, después de negarse en varias ocasiones, se presentó por primera vez ante el tribunal solamente hasta el mes de febrero de 2013 y, finalmente, no se han podido resolver los casos en su contra y las denuncias por torturas, detenciones ilegales, exilios forzados contra sus adversarios políticos y por apropiación y malversación de fondo durante los años de su gobierno. Los fiscales haitianos empezaron este año nuevas investigaciones para enjuiciar a Duvalier por crimines contra la humanidad, los cuales no prescriben.

Recientemente, aunque demasiado tarde, también la Corte Interamericana de los Derechos Humanos atrajo el caso para dar respuesta a las demandas de justicia de los grupos organizados de víctimas del dictador que, si bien no quedará impune frente a la historia y a la memoria, logró escapar de la justicia definitivamente y terminar su vida en el lujo y en su propio país, un privilegio que no fue concedido a muchos de sus opositores. @FabrizioLorusso

México, Haití, Brasil y las “misiones de paz”

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México con Casco Azul

(De Variopinto Al Día) En la Asamblea de la ONU, la semana pasada, el presidente Enrique Peña Nieto anunció la próxima participación de México en las operaciones de mantenimiento de la paz (OMP) de las Naciones Unidas que aprueba el Consejo de Seguridad de la ONU. En otras palabras, enviará contingentes civiles y militares para integrarse con las fuerzas de los Cascos Azules. Esto, desde luego, representa una gran novedad para la política exterior del país y su tradición castrense no intervencionista.

La diplomática y ex embajadora de México, Olga Pellicer, en una entrevista con Carmen Aristegui enNoticias MVS, celebró la noticia, al considerar “sorprendente” que México ya no estuviera involucrado antes en ese tipo de operaciones. “No participar me parecía que era una manera de eludir una responsabilidad que cumplen países latinoamericanos”, precisó.

En efecto hay varios países latinoamericanos, como por ejemplo Uruguay, Brasil, Venezuela, Bolivia y otros nueve, que envían al extranjero, bajo el mando de la ONU, tropas, personal civil y grupos de profesionales. Dentro de la comunidad internacional, la participación en misiones de Naciones Unidas atribuye, sin duda, “cierto estatus” a los países, más allá de lo que sería cumplir con una “responsabilidad” o un compromiso “moral”.

La idea de crear “prestigio” manu militari, aunque en el ámbito de Naciones Unidas, y la implementación de una estrategia de “potencia internacional o regional mediana” están detrás del anuncio presidencial, además de la aspiración a contar más en el concierto mundial y en sus instituciones, y a ocupar un asiento permanente en el Consejo de Seguridad, en caso de que éste se reforme para permitirlo. Ambos objetivos están, ya hace muchos años, también en la agenda exterior de Brasil.

El partido México-Brasil

En la primera mitad del 2014, el relajo mediático y la desinformación mundialista en la arena informativa mexicana y en las redes sociales propiciaron visiones pesimistas y denigratorias sobre ese país sudamericano, dirigidas a presentarlo como inseguro y peligroso, como un pésimo destino para las inversiones extranjeras, de las que México anhela tener la porción más grande, vendiendo en el extranjero sus reformas estructurales y falsas pacificaciones del territorio como panaceas.

En realidad, tanto México como Brasil padecen de altas tasas de violencia, ambos con 23-24 homicidios por cada 100 mil habitantes, aunque los niveles de esta violencia se explican con causas y factores diferentes. De hecho, pese a la retórica gubernamental y a la propaganda, bastante eficaz en el exterior, en México la narcoguerra no se ha acabado, pues muchos estados están en el descontrol.

Además, México ha firmado muchísimos convenios internacionales, que se respetan poco, para la protección de los derechos humanos, además de un sinnúmero de acuerdos comerciales, y ha sido muy activo en promover hacia afuera una imagen de tolerancia de los DH y respeto de las reglas (comerciales y del estado de derecho), mientras hacia adentro la situación es bien diferente. Lo mismo ocurriría con el asunto de las misiones: enviar tropas para la “paz” en el mundo cuando sobre el territorio nacional aún imperan la violencia, la inseguridad humana y jurídica, pues allí es donde servirían más misiones realmente pacificadoras.

Igualmente se ha presentado a Brasil como una economía estancada, pues este año mostró una “recesión técnica”, sin considerar que, en una década, entre 40 y 50 millones de brasileños se incorporaron a la clase media, y por ende al mercado y al consumo, con derechos laborales y salariales dignos, gracias a las políticas de corte socialdemócrata y de redistribución de la riqueza del ex presidente Lula y de la actual mandataria Dilma Rousseff y no por medio de la entrega de los recursos energéticos y el desmantelamiento de los derechos laborales.

Partes del aparato mediático mexicano, ligadas más o menos al gobierno y a su discurso, parecen orientarse hacia la polarización de la relación México-Brasil, hacia la contraposición de los dos, en una competencia global en la cual hay que conquistarse el primer lugar en las preferencias de los inversionistas a toda costa. Y en México, ese costo, se ha traducido en los últimos 30 años en pobreza, desigualdad y marginación.

La ocupación militar de Haití

De entre las 16-17 misiones ONU en el mundo, Pellicer mencionó un caso específico, el de Haití, para que México, eventualmente, se integre a los cascos azules, ya que en Haití la operación es “encabezada por países latinoamericanos” y “México de manera natural tiene un lugar”. Cabe destacar que la MINUSTAH, Misión de Naciones Unidas para la Estabilización de Haití creada en 2004, está justo bajo el mando de Brasil y hablar, en este caso, de misión de paz es un eufemismo. La Misión en el país caribeño tiene tareas de policía y militares para el control, mejor dicho “la ocupación”, del territorio.

Además de ser responsables de la epidemia de cólera que ha hecho casi 9000 víctimas y más de 700mil contagios en cuatro años, los cascos azules brasileños, latinoamericanos y de otras regiones se han manchado con crimines y abusos a los derechos humanos desde su llegada en 2004 hasta la fecha. En particular, para mencionar un ejemplo, protagonizaron las misiones de “pacificación” en el barrio de Citè Soleil, invadiéndolo a cañonazos y matando a decenas de inocentes para buscar a presuntos delincuentes y a seguidores del ex presidente Jean Bertrand Aristide, víctima de un golpe y deportado por militares estadounidense en el mes de febrero de ese año.

Justo su expulsión forzada, orquestada por la CIA y el International Republican Institute de EEUU y otras potencias hegemónicas en la isla, como Francia y Canadá, justificó la entrada del ejército ONU en apoyo al régimen antidemocrático (2004-2006) del presidente Alexandre Boniface y su primer ministro Gérard Latortue en el cual hubo 4000 asesinatos por motivos políticos.

Entonces, si por un lado, en ocasiones, la MINUSTAH también ha tenido tareas positivas de protección de la población tras catástrofes naturales y en momentos de conflictividad política, también ha actuado como fuerza extranjera de control social, al margen de las decisiones del gobierno local, y al servicio de Estados Unidos, in primis, pero asimismo de un orden geopolítico regional preestablecido que va en detrimento de la autodeterminación de un pueblo que nunca pudo consolidar su democracia de manera autónoma.

El razonamiento y cuestionamientos fueron el mismo después del terremoto del 2010: ¿Por qué la comunidad internacional y Estados Unidos envió a tantos militares (más de 20 mil sólo de EEUU) junto a la ayuda humanitaria en un país que es de los menos violentos del continente? Haití tiene una tasa de homicidios de 7 cada 100mil habitantes, no de más de 20 como México y Brasil, o de 10 como la “pacífica” Costa Rica.

Los mecanismos, a veces perversos, de la cooperación internacional y las misiones que hace más de 20 años, con nombres diferentes, han sido conducidas por la “comunidad internacional” en Haití han tenido resultados controvertidos y dudosos, si no es que desastrosos, quitando soberanía al país y provocando constantes protestas de la población. México no ha participado en los asuntos militares y policiacos de Haití, (porque eso significa la MINUSTAH) lo cual a todas luces, en ese y otros contextos, ha sido una ventaja.

La opinión pública mexicana, ¿estaría de acuerdo con el envío de tropas para las misiones de paz, si éstas se llamaran con su verdadero nombre, o sea, operaciones de guerra o de ocupación?    @FabrizioLorusso

La militarizzazione di Onu e Stati Uniti ad Haiti

Canada.jpgA Porto Principe, la capitale di Haiti devastata dal terremoto del 12 gennaio 2010 che ha fatto 250mila vittime, gli Stati Uniti mantengono la loro quarta ambasciata più grande del mondo. Due giorni dopo il terremoto migliaia di marines partirono armati fino ai denti per una “missione umanitaria” nella capitale haitiana, si stabilirono dapprima nell’aeroporto Toussaint-Louverture e poi in numerosi campi di sfollati sparsi per la città. Il principale era (ed è) quello di Delmas-Petion Ville, un’enorme tendopoli da 60mila persone che ospita sessantamila persone stipate in un ex campo da golf, costruito dai marines per lo svago delle classi agiate di Port-au-Prince durante la prima occupazione americana di Haiti nel ventennio 1915-1934. Fatto sta che alla fine di gennaio c’erano già oltre 20mila soldati americani operativi nei punti strategici della città per tenere sotto controllo la situazione, la distribuzione di aiuti languiva e il campo Delmas era passato sotto l’egida dell’esercito Usa e dell’Ong Catolic Relief Service patrocinata dall’attore Sean Penn. Dal canto suo la famigerata Minustah, cioè la missione dei caschi blu dell’Onu per la “stabilizzazione di Haiti”, è la terza per importanza nel mondo tra tutte le missioni delle Nazioni Unite e sull’isola s’incarica del controllo militare e svolge funzioni di polizia da ormai 7 anni.

Esattamente da quando l’ex presidente Jean-Bertrande Aristide, rientrato 4 mesi fa ad Haiti dopo un esilio nella Repubblica Sudafricana, venne costretto il 28 febbraio 2004 a lasciare il paese e la presidenza in seguito all’esplosione di “ribellioni popolari”, sobillate da oppositori politici e settori legati a potenze straniere (in primis, Usa e Francia), e un vero e proprio colpo di Stato ai suoi danni (linea della storia e rassegna qui).
Ma la storia della militarizzazione Onu e Usa di Haiti non comincia di certo nel 2004 dato che la politica coloniale statunitense nei Caraibi ha radici secolari ormai. Dall’ottobre scorso Haiti, il paese più povero dell’emisfero occidentale, è stata colpita anche da un’epidemia di colera tuttora in corso che ha fatto 5.300 morti e circa 350mila contagi. Oltre alle sciagure e alle catastrofi naturali ci si mettono anche la potente ambasciata statunitense e gli interessi economici delle onnipresenti compagnie petrolifere Exxon e Chevron a rendere impossibile la vita agli haitiani.
Lo tornano a dimostrare i reportage, basati su oltre 19mila cabli rivelati da WikiLeaks, dei due giornalisti del settimanale Haiti Liberté, Kim Ives e Dan Coughlin. Hanno infatti analizzato i “PetroCaribe Files”, cioè i cavi relativi alle pressioni statunitensi contro l’accordo petrolifero ed energetico promosso dal Venezuela ad Haiti che, come la stessa ambasciata Usa ha ammesso, risulta essere profondamente benefico per il popolo dell’isola. Ha dichiarato Ives che “è davvero stupefacente vedere un ambasciatore [degli Stati Uniti] che manipola un presidente e tutti i suoi funzionari dicendo loro cosa fare, che loro non capiscono questo e quello, cercando di dire loro quali sono gli interessi di Haiti. E’ l’apice dell’arroganza”. Potete approfondire il tema qui-Link a intervista e reportage, spero proprio di parlarne presto. Ma partiamo dal passato e restiamo alla militarizzazione e alle “forze di pace”.

La Minustah ad Haiti. Il 15 ottobre scorso, in virtù del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, i quindici membri del Consiglio di Sicurezza, un organo che prende le sue decisioni più rilevanti con la maggioranza qualificata di 9 voti su 15 a patto che vi sia comunque il voto unanime dei cinque membri permanenti, cioè Cina, Usa, Russia, Francia e Regno Unito, ha deciso di rinnovare per un anno il mandato della Missione ONU ad Haiti. La composizione attuale di questa missione è di 8940 soldati e 4391 poliziotti sotto la responsabilità rispettivamente del generale brasiliano Luiz Guilherme Paul Cruz e del generale argentino Geraldo Chaumont. UN.jpg
Il contingente brasiliano è il più imponente dato che il paese sudamericano fornisce un totale di 2600 uomini alla missione che costano alle casse statali oltre settanta milioni di dollari all’anno. D’altro canto, secondo il sito web ufficiale dell’ONU, il budget totale a carico delle Nazioni Unite per le operazioni della MINUSTAH, nel periodo che va dal primo luglio 2010 al 30 giugno 2011, è di 380 milioni di dollari, circa il 5,2% delle spese totali per le operazioni di peacekeeping nel mondo. Alcune fonti giornalistiche riportano la cifra di 600 milioni dollari annui, probabilmente basandosi su possibili rettifiche più recenti rispetto al bilancio approvato il giugno scorso e sul fatto che i fondi stanziati sono cresciuti a causa dell’invio di un crescente numero di soldati per le complicazioni post-terremoto, per il monitoraggio delle prossime elezioni e per la lotta alle bande del crimine organizzato ricostituitesi dopo i mesi più pesanti della crisi umanitaria (LINK).

Le origini. La partecipazione delle Nazioni Unite ad Haiti cominciò nel febbraio 1993 con un’operazione congiunta dell’OAS (Organizzazione Stati Americani) e dell’ONU che venne poi riconfermata dal Consiglio di Sicurezza nel mese di settembre sotto la sigla UNMIH (Missione delle Nazioni Unite ad Haiti). Questa non si dispiegò pienamente e non funzionò fino al 1995 per la mancanza di cooperazione delle autorità militari haitiane che, in quella fase, stavano spalleggiando il golpe attuato il 29 settembre 1991 dal generale Raoul Cèdras ai danni del presidente Jean-Bertrande Aristide, vincitore alle elezioni del dicembre 1990. Nel luglio 1994 il Consiglio di Sicurezza autorizzò l’invio di una forza multinazionale di ventimila soldati per permettere il ritorno di Aristide e mantenere un clima di stabilità e relativa legalità. Tra il 1994 e il 2001 si sono susseguite diverse iniziative militari delle Nazioni Unite oltre alla UNMIH: la UNSMIH (Missione d’Appoggio delle Nazioni unite ad Haiti), la UNTMIH (Missione di Transizione della Nazioni Unite ad Haiti) e la MIPONUH (Missione di Polizia delle Nazioni Unite ad Haiti).

Infine nel febbraio 2004 viene autorizzata la MIF (Forza Multinazionale Provvisoria) poi sostituita, dal primo giugno di quell’anno, dalla MINUSTAH che secondo la risoluzione 1542 ha, tra le altre, le funzioni di mantenere l’ordine costituzionale e la sicurezza dei cittadini, supportare i processi democratici e le organizzazioni per la difesa dei diritti dell’uomo, favorire i processi di disarmo della popolazione e la riforma della polizia haitiana. Coi successivi rinnovi del mandato la missione è venuta ad acquisire ulteriori funzioni legate alla cambiante congiuntura socio-politica del paese e, in particolare dopo il sisma in cui anche 159 caschi blu hanno perso la vita, le sono stati affidati compiti di protezione della popolazione, di aiuto alla ricostruzione e di supporto al governo haitiano per lo svolgimento delle elezioni del 28 novembre 2010 e la riforma della giustizia.

Presenza controversa. All’atto pratico, però, come succede ogni qual volta si verifica una contrapposizione tra i cittadini comuni e gli organi detentori dell’uso legittimo della forza, siano essi la polizia, l’esercito o le forze straniere, le violazioni dei diritti umani da parte delle diverse autorità operative sono state, purtroppo, un tema ricorrente nel giudicare l’operato de governi e presidenti votati dal popolo ad Haiti ma pure quello dei militari dell’ONU che, in pratica, sono venuti ad assumere funzioni di polizia e difesa militare in compartecipazione (a volte in contrapposizione) con i corrispondenti apparati nazionali. Perciò non mancano settori importanti della società civile di Haiti che rifiutano categoricamente la presenza di truppe straniere, definendole come il “braccio armato della democrazia” o semplicemente come corpi estranei per giunta anticostituzionali. E hanno le loro buone ragioni.

Rappresenterebbero, inoltre, un sintomo della mancanza di piani concreti e ambizioni chiare per il paese e quindi i movimenti sociali di base manifestano puntualmente il loro dissenso dopo ogni rinnovo annuale concesso alla missione. Esiste anche un “Comitato Anti-Occupazione” formato da decine di gruppi, partiti e sindacati che ha documentato in una mostra fotografica, esposta nell’ottobre 2010 presso la Scuola Universitaria di Etnologia, gli abusi e i crimini per cui s’attribuiscono responsabilità gravi alla MINUSTAH. Lo stesso ex-presidente Prèval, rilevato dal cantante Michel Martelly il 14 aprile 2011, cosciente del grave deficit di sovranità e di legittimità del suo governo, aveva promesso che prima della fine del suo mandato avrebbe firmato l’atto di conclusione della missione ONU ma l’emergenza costante di un’isola e di un popolo privi del controllo delle proprie risorse, di una rotta chiara e di una leadership credibile l’hanno fatto ritornare su sui passi.
avion.jpgIl contesto storico all’arrivo della MINUSTAH. Il duo formato dal presidente ad interim Boniface Alexandre e dal suo primo ministro Gerard Latortue restò per due anni al potere ad Haiti, dopo che il presidente Jean-Bertrande Aristide, alla metà del suo secondo mandato, fu deportato nella Repubblica Sudafricana il 29 febbraio 2004. Una versione politicamente corretta dei fatti di quelle caotiche settimane, tra gennaio e febbraio 2004, in voga nell’establishment haitiano e promossa dalle fonti ufficiali statunitensi, ritiene che Aristide si sia dimesso spontaneamente in seguito a una crisi istituzionale e che quindi si sia dichiarato impotente di fronte a una lunga serie di ribellioni sfuggitegli di mano nel nord del paese e a Porto Principe. In realtà le operazioni di finanziamento e fornitura di armi in favore dei ribelli e una buona parte della propaganda antigovernativa vennero pianificate e dirette dalla CIA (Central Intelligence Agency) e da altre agenzie straniere.

Dunque il golpe fu preceduto da mesi di destabilizzazione e crisi provocate da queste bande di paramilitari “ribelli” e da vari elementi dell’opposizione extraparlamentare legati alla stessa CIA, all’IRI (International Republican Institute) e a settori conservatori europei, vicini alla Francia del presidente Jaques Chirac e Nicolas Sarkozy (in quell’epoca ministro degli interni): il principale era il gruppo 184 o G184, un’ambigua organizzazione per la “difesa dei diritti umani” che ha funzionato, in realtà, come un’agenzia d’azione politica anche con i finanziamenti approvati in passato dalla Commissione Europea. L’IRI, dal canto suo, è un’emanazione del governo statunitense che venne creata da Ronald Reagan negli anni ottanta con l’obiettivo di esportare la democrazia nel resto del mondo ed è ancora oggi finanziata con denaro pubblico dei tax payers USA.

E’ un’istituzione politica che ha realizzato sistematicamente un’opera dubbia e controversa riguardo all’ordine democratico ad Haiti, specialmente durante la gestione di Stanley Lucas, rappresentante dell’agenzia sull’isola. La controparte dell’IRI, legata al partito democratico statunitense, è l’NDI (National Democratic Institute) che, almeno nel caso di Haiti, è ritenuto un interlocutore più imparziale dal momento che ha lavorato con diverse parti politiche, incluso il partito Lavalas di Aristide. Entrambe sono finanziate all’interno del programma conosciuto come National Endowment for Democracy o NED.

Dopo i marines, la MINUSTAH. Dopo alcuni mesi d’occupazione militare da parte della Forza Provvisoria delle Nazioni Unite, composta da mille marines statunitensi e dalle truppe francesi, canadesi e cilene, nel giugno 2004 sono entrati in funzione i primi settemila caschi blu della MINUSTAH. Sebbene questa sia sotto il comando militare del Brasile, deve ottenere i finanziamenti e i mandati per operare dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU ed è gestita da un consiglio direttivo di cui fanno parte, per il coordinamento strategico e organizzativo, il guatemalteco Edmond Mulet, lo statunitense Kevin Kennedy e il canadese Nigel Fisher (Canada) e, per gli aspetti militari e di polizia, il Gen. Luiz Guilherme Paul Cruz (Brasile) e il Gen. Geraldo Chaumont (Argentina). Dunque sin dall’inizio l’affidamento al Brasile del comando delle operazioni delle Nazioni Unite ad Haiti sembrava rispondere più a delle esigenze d’immagine, per mostrare un relativo equilibrio tra i paesi coinvolti, e di presenza dell’emergente potenza sudamericana che a un effettiva messa in discussione della tradizionale presenza yankee nella regione.

War by proxy e stragi di Gran Ravine. In questo contesto cominciò ad attuarsi una guerra d’approssimazione (o “war by proxy”, cioè colpire zone e persone vicine agli obiettivi reali per disarticolare il tessuto sociale e fisico circostante) e avvenne l’esecuzione di una serie di stragi, conosciute come i massacri di Gran Ravine contro innocenti simpatizzanti di Aristide e semplici cittadini, da parte della polizia haitiana comandata da Carlo Lochard e dai gruppi paramilitari noti come Lame Timanchet (“l’armata del piccolo machete”).

Questi gruppi potevano agire relativamente indisturbati grazie alla connivenza delle autorità al potere dopo il golpe del 2004 e, secondo alcuni media, anche grazie all’indifferenza e alle scarse capacità operative iniziali della MINUSTAH. Il 20 agosto 2005 ben cinquanta persone sospettate di essere attivisti del partito Fanmi Lavalas furono massacrate nello stadio Martissant di Porto Principe durante uno spettacolo cui presenziavano circa cinquemila spettatori. Molte vittime sono state freddate solo perché cercavano di mettersi in salvo e non per aver difeso con le armi una determinata fede politica o essersi ribellate alla polizia: si trattava chiaramente di un avvertimento generico ma tragicamente efficace rivolto dalle autorità alla popolazione del quartiere. Il giorno seguente cinque persone della zona di Gran Ravine vennero bruciate nelle loro case (LINK reportage).
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In seguito alle segnalazioni e ai contatti diretti presi coi vertici della MINUSTAH da parte di organizzazioni autonome fortemente presenti sul territorio come l’haitiana Aumohd (Associazione di Unità Motivate da un’Haiti dei Diritti) e la sua partner statunitense Hurah-Inc (Accompagnamento per i Diritti dell’Uomo ad Haiti), un distaccamento di caschi blu cominciò a presidiare il quartiere e le case di alcuni militanti reputati ad alto rischio di aggressione mentre gli avvocati di Aumohd organizzavano incontri nel quartiere tra gruppi armati di fazioni rivali per proporre un dialogo pacifico e una riconciliazione (http://aumohddwamoun.blogspot.com/ e http://hurah.org/). Tutto ciò evitò nuove stragi per qualche mese, ma il 7 luglio 2006 i membri di Lame Timanchet ruppero la tregua con la terza grande mattanza che lasciò un saldo di ventisei vittime, trecento abitazioni bruciate e duemila sfollati. L’Aumohd è stata l’unica associazione che ha difeso le vittime di queste stragi ed è riuscita a far incarcerare quindici poliziotti colpevoli di quei fatti.

MINUSTAH a Citè Soleil ed eserciti stranieri ad Haiti. I caschi blu hanno avuto sin dall’inizio un ruolo contraddittorio e sono stati accusati di numerosi omicidi e violazioni dei diritti umani che furono, in buona parte, ammessi dal comandante brasiliano dimissionario, il generale Augusto Heleno Ribeiro Pereira, nel 2005 quando dichiarò che la MINUSTAH riceveva pressioni da paesi come la Francia, gli USA e il Canada per fare maggior uso della violenza contro alcune presunte gang di criminali che, secondo le loro informazioni e gli appelli del governo, dominavano completamente le periferie della capitale come il famoso slum di Citè Soleil.

Di fatto, alla fine del 2006, il presidente Renè Preval concesse espressamente ai militari delle Nazioni Unite di svolgere compiti repressivi e d’intelligence nei quartieri poveri, specialmente a Citè Soleil, uno dei bastioni politici di Aristide, contro delle presunte bande di delinquenti non meglio identificate. Il risultato fu che si diede il via libera a una delle peggiori repressioni indiscriminate vissute dal paese negli ultimi anni e si commisero molti errori e confusioni tra criminali comuni, militanti politici e normali cittadini nella compilazione delle liste che servivano da guida per le operazioni. gringos.jpg
Una parte di queste “bande” o presunte mafie veniva in realtà identificata con dei gruppi di cittadini auto organizzati legati all’ex presidente esiliato e, sebbene fosse certa anche la presenza di gruppi di criminali “veri” in quei quartieri, i metodi repressivi utilizzati dalla MINUSTAH, consistenti in bombardamenti con cannoni e sfondamenti con carri armati come in vere e proprie operazioni di guerra, fecero numerose vittime innocenti, sconvolsero brutalmente tutta la popolazione, annichilendone ogni capacità d’organizzazione civile, e contribuirono ad alimentare il falso mito di una città e di un popolo violenti e selvaggi che hanno bisogno degli eserciti stranieri per sopravvivere.
Questo mito è stato rielaborato e di nuovo diffuso dopo il terremoto dai media e dai vertici militari stranieri, soprattutto americani, per giustificare l’invio massiccio di uomini armati e mezzi pesanti quando in realtà Porto Principe non è più pericolosa di altre megalopoli latino americane e, invece, ha saputo vivere e gestire in modo relativamente pacifico e ordinato l’immenso dramma che l’ha colpita.
Alla luce di tutto ciò gli haitiani si sono chiesti legittimamente per mesi e mesi come mai gli aiuti umanitari venissero accompagnati da un gran numero di marines e dall’esercito USA (ventiduemila soldati inviati in gennaio, poi ridotti a tredicimila unità nell’aprile 2010), dalla gendarmeria francese e addirittura dai carabinieri e dai soldati italiani quando già esiste una forza internazionale come la MINUSTAH. Di nuovo i caschi blu sono stati al centro delle accuse della gente e dei media quando alcuni ricercatori hanno confermato il sospetto che fosse stato il contingente nepalese a reintrodurre sull’isola il colera che ad oggi ha provocato quasi 6000 vittime e centinaia di migliaia di contagi in tutto il paese dopo l’epidemia scoppiata nell’ottobre del 2010.
Nel momento in cui si devono prendere decisioni economiche e politiche veramente rilevanti per il destino del paese e si devono affrontare scelte strategiche sull’uso delle risorse fornite da governi terzi coinvolti nello scacchiere haitiano, oltre che da agenzie internazionali influenzate da questi, entrano in gioco altre logiche di potere e di controllo che esulano dalla presenza, dal comando e dalle funzioni assegnate agli organi multilaterali come l’ONU e il suo “braccio militare”, la MINUSTAH, per allargare, invece, la sfera decisionale agli interlocutori più influenti e con maggiori elementi di hard power (potere duro di tipo militare ed economico) presenti sul campo.

Nota. Una versione più vecchia e rivista di questo articolo è stata pubblicata sul numero speciale dedicato ad Haiti della rivista Il Tolomeo di Ca’ Foscari, Università di Venezia (link)

Link Articolo Originale Carmilla

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Haiti ha un nuovo presidente

Secondo i risultati preliminari del Consiglio Elettorale di Haiti il popolare cantante Michel Martelly, cinquantenne amico del rapper haitiano-americano ed ex Fugees Wyclef Jean, è il nuovo presidente del paese caraibico con il 67% delle preferenze (circa 717mila voti). Il candidato del partito Risposta Contadina, conosciuto anche col nome d’arte di Sweet Micky, ha sconfitto al ballottaggio la costituzionalista ed ex first lady Mirlande Manigat (settantenne, del partito Unione dei Democratici Nazionali Progressisti) che ha ottenuto il 31% dei voti mentre l’affluenza alle urne è stata inferiore al 30%. Infatti su circa 4 milioni di aventi diritto, ha votato poco più di un milione di persone. Qualche centinaio di sostenitori di Martelly s’è riversato per le strade della capitale Porto Principe per manifestare soddisfazione e festeggiare la vittoria di un personaggio che ha saputo promuoversi come “la novità”, “il presidente del popolo”. In realtà era il più comodo e gestibile per Washington che controlla il gioco delle donazioni e dei fondi per la paventata e immobile “ricostruzione”. Il 28 novembre scorso s’era svolto il primo turno elettorale in mezzo a proteste e denunce di brogli. L’Organizzazione degli Stati Americani (OAS), praticamente controllata dagli Stati Uniti, aveva raccomandato l’esclusione del candidato arrivato secondo dietro alla Manigat, Jude Celestin, in favore di Martelly. La decisione del Comitato Elettorale haitiano non tardò ad arrivare e Micky tornò in lizza in seguito alla “rinuncia” di Celestin, un candidato sostenuto dal governo uscente del presidente Renè Preval. Evel Fanfan, esponente della società civile e presidente dell’associazione di avvocati per i diritti umani Aumohd a Porto Principe, ha espresso inquietudine e preoccupazione. “Dico solo che la società haitiana si trova sull’orlo del precipizio, sulla punta d’immoralità più pericolosa della sua storia – ha dichiarato commentando i risultati – e i bambini di Haiti chiederanno ai loro padri e madri dove si trovavano durante queste elezioni. Perché un uomo come Sweet Micky accede al potere come primo cittadino?”. Non si riferisce solo alla popolarità mediatica, alla scarsità di proposte concrete e al populismo che accompagnano il nuovo presidente ma anche alla sua presa carismatica sulle masse, sopratutto tra i giovani, che lo vedono come un idolo lontano dalla politica e dall’establishment tradizionale. Nulla di più falso.

Dopo l’esclusione della pop star Wyclef Jean dalla corsa alle presidenziali, decretata l’agosto scorso per la mancanza del requisito della residenza ad Haiti negli ultimi 5 anni, è subentrato il suo amico Michel, sostenuto dai gruppi conservatori legati agli interessi americani e canadesi che da sempre hanno trattato le isole dei Caraibi alla stregua di possedimenti d’oltremare. Dopo il terremoto del 12 gennaio 2010 che ha fatto oltre 250mila vittime, un’epidemia di colera che s’è portata via più di 5000 persone e le grandi promesse disattese della comunità internazionale, per Haiti la vittoria di Martelly, che sarà dichiarato ufficialmente presidente il prossimo 16 aprile con la pubblicazione dei risultati definitivi, suscita più dubbi che speranze. Il partito di maggioranza Unité dell’attuale presidente Preval manterrà probabilmente la sua influenza in parlamento e quindi la prospettiva della coabitazione è concreta e rischia di generare instabilità. Lo Stato e i suoi palazzi vanno ancora ricostruiti e il pericolo di rifarli uguali a prima (o peggio) è oggi molto più forte.

Reportage. Haití: elecciones y la ONU, antes y después del cólera (2/2)

Fabrizio Lorusso para http://desinformemonos.org/

Para Ayudar: http://www.haitiemergency.org/

 

Ayuda selectiva, tiendas de campaña y geopolítica

En los últimos meses, se han multiplicado las manifestaciones populares de los desplazados que protestan por la insuficiencia de ayuda humanitaria y la falta casi absoluta de oportunidades dignas de trabajo debido al estancamiento de la actividad económica, sobre todo en la ciudad, y a la poca eficiencia en la utilización de 10, 194 millones de dólares asignados por la comunidad internacional,  que no han sido completamente pagados, ni empleados (se estima en un 10% el uso concreto de esos recursos y, en muchos casos, sin efectos concretos sobre las prioridades de la población).

Se anuncia una verdadera guerra entre los países donadores, Estados Unidos, Canadá y Francia (potencia históricamente involucrada con la región del Caribe y particularmente en su ex colonia Haití), y diversas empresas multinacionales para acaparar los millonarios contratos públicos para la reconstrucción del país  y para utilizar, cuando llegue el momento, la enorme cantidad de mano de obra barata que podrá ser reclutada de una larga fila de desempleados y desesperados provenientes de los campos provisionales.

La culpa parece ser del organismo que gestiona la mayor parte de los fondos donados por la comunidad internacional, la Comisión Interina para la Reconstrucción de Haití (CIRH), presidida por el ex presidente de los Estados Unidos, Bill Clinton, y por el primer ministro haitiano, Jean-Max Bellerive, quienes han sido acusados por el retraso y el incumplimiento de las promesas hechas la primavera pasada.  La CIRH fue creada por un decreto presidencial el pasado mes de abril con la misión de organizar rápidamente la planificación,  coordinación y aplicación de un proyecto de desarrollo financiero de instituciones nacionales y extranjeras, privadas y no gubernamentales, después del terremoto del 12 de enero de 2010. La composición de su consejo administrativo es mixta, en el sentido de que está conformado por consejeros haitianos (14 con derecho a voto) y extranjeros (13, incluido el ex presidente Clinton) (http://www.cirh.ht/).

Los donantes individuales que más han contribuido con capital que no ha sido totalmente desembolsado son  Venezuela, Estados Unidos, España, Canadá, Francia y Brasil, lo cual reflejan los intereses políticos que están en juego en la región del Caribe y ,en general, en América Latina. Si por un lado no sorprende la presencia de las actuales e históricas potencias coloniales y económicas del área como los Estados Unidos, Canadá, España y Francia, por el otro parecen ir también avanzando las potencias emergentes como Venezuela y Brasil, que está a cargo de la misión de la ONU, la MINUSTAH.

Recordemos que Venezuela participa hace una década en un gran número de proyectos de cooperación y, junto a Cuba, fue el país más generoso en cuanto al envío de medicinas y elementos de la protección civil un día después del terremoto, pero es también el primer acreedor (el segundo es Taiwán) de Haití, ya que proporciona gas y petróleo en el marco del acuerdo Petrocaribe (la deuda de Haití con Petrocaribe fue condonada, pero permanece la deuda con Venezuela).

En varias ocasiones, la sociedad civil, a través de la prensa, las manifestaciones pacíficas y  las peticiones a los parlamentarios en cargo ha denunciado la falta de respeto al derecho constitucional a la vivienda y la falta de transparencia de la Comisión para la Reconstrucción, cuyas reuniones y procesos de toma de decisiones son estructuralmente inaccesibles a la mayoría, incluidos los medios de comunicación.

A los supuestos beneficiarios de los fondos asignados por la CIRH para una buena parte de los 49 proyectos aprobados hasta ahora, se les dice que existen retrasos y errores graves en la erogación de los financiamientos que bloquean su realización. (http://www.haitianalysis.com/2010/10/18/donor-money-still-bypassing-haiti-s-homeless-and-jobless).

Otro punto crítico en los reportes de la comunidad internacional, el Estado haitiano y la sociedad civil está representado sin duda por estructuras paralelas creadas a través de los años por las cerca de diez mil organizaciones gubernamentales y no gubernamentales presentes en el territorio nacional.  Éstas han ido formando una especie de “República de las ONG”, visto que, por un lado, han suplido providencialmente la falta de una serie de aparatos gubernamentales, operados por casi dos décadas según los principios más ortodoxos del estado mínimo y del Consenso de Washington en prácticamente todos las áreas del bienestar social, sobre todo educación, seguridad y salud. Pero, por otro lado, han generado una espiral de inercia, paternalismo e irresponsabilidad que a la larga ha resultado deletérea para la sociedad y para los gobernantes haitianos, ahora habituados a depender del exterior para resolver cualquier problema.

En este sentido, la pérdida de soberanía política, militar y económica, así como la escasa presencia institucional en el territorio, son factores innegables para explicar la relación externa e incluso la compleja evolución histórica de un país al cual,  también con base en estos elementos, se le puede aplicar la categoría politológica de “estado fallido”. Pero el examen de conciencia de las causas y motivos del fracaso debería partir de cuestionamientos “externos” y análisis de la elite nacional de Haití, con la que la mayor parte del pueblo haitiano tiene muy poco que compartir.

Sin embargo, las voces más vehementes de la propuesta se levantan, paradójicamente, de la ciudadela de tiendas de campaña más grande, más organizada y más visitada por los medios de comunicación, la cual se encuentra actualmente bajo la “protección”  y patrocinio del actor Sean Penn, del ejército americano y de la ONG estadounidense Catholic Relief Service. A pesar de estos factores de “relativo alivio”, las condiciones de vida en el campo, el ex Club Petion Ville, son pésimas sobre todo desde el punto de vista de la higiene y de la seguridad para la mujeres y niños, criminalidad, disposición de agua potable, tiendas de campaña, estructura médica y escolar, sistema de alcantarillado y de drenaje de aguas de lluvia, salubridad para la conservación y preparación de alimentos y bebidas.

El tifo, el cólera, la diarrea, la salmonella y todas las patologías ligadas al consumo de alimentos contaminados constituyen peligros latentes, prontos a surgir en ambientes de este tipo.  Las enfermedades y las epidemias están siempre a la orden del día en Haití, pero la atención que se les presta aumenta y disminuye cíclicamente. Este campamento es un enclave en el antiguo barrio exclusivo Petion-Ville reducido a escombros tras el terremoto, que alberga a 60 mil personas hacinadas en un ex campo de golf construido por infantes de la marina durante la primera ocupación estadounidense de 1915 a 1934.

La Minustah en Haití

El 15 de octubre pasado, en virtud del capitulo VII de la Carta de las Naciones Unidas, los 15 miembros del Consejo de Seguridad, han decidido renovar por un año el mandato de la Misión ONU en Haití. El Consejo es un órgano que toma las decisiones más relevantes con la mayoría calificada por nueve de los 15 miembros, y a condición de que haya un común acuerdo de voto unánime entre los cinco miembros permanentes, es decir, China, Estados Unidos, Rusia, Francia y Reino Unido. La Misión actualmente se compone de 8 mil 940 soldados, y 4 mil 391 policías bajo el mando del General brasileño Luiz Guilherme Paul Cruz y del General argentino Geraldo Chaumont. El contingente brasileño es el más importante debido a que Brasil provee un total de 2 mil 600 hombres a la misión, los que cuestan al erario público más de 70 millones de dólares al año. Por otro lado, según el sitio oficial de la ONU, el presupuesto total de las Naciones Unidas para las operaciones de la MINUSTAH, en el periodo que va del primero de julio de 2010 al 30 de junio del 2011, es de 380 millones de dólares, lo que equivale al 5,2% de los gastos totales por las operaciones de peacekeeping. Algunas fuentes periodísticas reportan la cifra de 600 millones de dólares anuales, probablemente con base en una posible corrección más reciente aportada al presupuesto, originariamente aprobado en el junio pasado. El hecho es que los fondos han crecido a causa del envío de un creciente número de soldados por las complicaciones post-terremoto, para el monitoreo de las elecciones y por la lucha contra las bandas del crimen organizado que se van reconstituyendo después de los meses más complicados de la crisis humanitaria.

El origen

La participación de las Naciones Unidas en Haití comenzó en febrero de 1993 con una operación conjunta junto a la OEA (Organización de Estados Americanos), la cual fue, luego, reconfirmada por el Consejo de Seguridad en el mes de septiembre bajo el acrónimo de UNMIH (Misión de las Naciones Unidas en Haití). Ésta no se desarrolló plenamente sino hasta finales de 1995 por la ausencia de cooperación de las autoridades militares haitianas que, en aquella fase, estaban respaldando el golpe realizado el 29 de septiembre de 1991 por el general Raoul Cèdras contra el presidente Jean-Bertrand Aristide, el vencedor en las elecciones de diciembre de 1990.

En julio de 1994, el Consejo de Seguridad autorizó el envío de una fuerza multinacional de 20 mil soldados para permitir el retorno de Aristide y mantener un clima de estabilidad y relativa legalidad. Entre 1994 y 2001, se instrumentaron diversas iniciativas militares por parte de Naciones Unidas además de UNMIH: la UNSMIH (Misión de apoyo de las Naciones Unidas en Haití), la UNTMIH (Misión de Transición de Naciones Unidas en Haití), y la MIPONUH (Misión de policías de Naciones Unidas en Haití). A fines de febrero de 2004 arriba la MIF (Fuerza Multinacional Provisoria) que después fue sustituida, desde el primero de junio de aquel año, por la MINUSTAH.

Según la resolución 1542, ésta tiene, entre otras, las funciones de mantener el orden constitucional y la seguridad de la ciudadanía, apoyar los procesos democráticos y las organizaciones de defensa de los derechos humanos, favorecer los procesos de desarme de la población y la reforma de la policía haitiana. Con las sucesivas renovaciones de su mandato, la Misión vino a encargarse de más funciones legales, por la cambiante coyuntura socio-política del país, y en particular, después del sismo en el cual 159 cascos azules han perdido la vida, les han dado tareas de protección a la ciudadanía, de ayuda a la reconstrucción y de apoyo al gobierno haitiano para el desarrollo de las elecciones del 28 de noviembre.

Presencia controvertida

En la práctica, como sucede cada vez que hay una contraposición entre los ciudadanos comunes y los órganos (y más, si no son reconocidos del todo como legítimos) que detentan el uso de la fuerza, ya sean la policía, el ejército, o la fuerzas extranjeras, las violaciones por parte de las diversas autoridades que operan en el territorio, sin gran coordinación, están patentes y presentes. Por desgracia, es un tema recurrente a la hora de juzgar, ya sea al gobierno, al presidente o a los militares nacionales y los de la ONU que, en síntesis, han llegado a asumir funciones de policía y defensa militar en coparticipación, (algunas veces en contraposición), con los correspondientes aparatos nacionales. Así que no faltan sectores importantes de la sociedad civil de Haití que reniegan categóricamente la presencia de tropas extranjeras definida como “el brazo armado de la democracia”. Representan además un síntoma de la falta de ideas concretas y ambiciones claras para el país y es por eso que los movimientos sociales de base manifiestan su disidencia después de cada renovación a las Misiones. Existe también un “Comité Anti-Ocupación”, formado por decenas de grupos, partidos o sindicatos que han documentado en una muestra fotográfica, expuesta el pasado octubre en la capitalina Escuela Universitaria de Etnología, los abusos y los crímenes que se atribuyen a la MINUSTAH. El presidente Prèval, conciente de la falta de soberanía y legitimidad de su gobierno, había prometido que, antes del fin de su mandato, firmaría el acta de conclusión de las Misiones de la ONU, sin embargo, la emergencia constante de una tierra y de un pueblo privados del control de sus recursos y de una ruta para encontrar un liderazgo creíble le han hecho dar algunos pasos atrás…

El contexto histórico cuando llegó la MINUSTAH

El dúo formado por el presidente interino Boniface Alexandre y por su primer ministro Gerard Latortue se mantuvo por dos años en el poder, después de que el presidente Jean-Bertrand Aristide, a la mitad de su segundo mandato, fue deportado a Sudáfrica el 29 de febrero de 2004. Una versión propagada por el gobierno haitiano, y por fuentes oficiales estadounidenses, acerca de esa caótica semana de golpes y exilios, sostiene que Aristide había renunciado después de una crisis institucional, además de haberse declarado impotente de frente a una serie de rebeliones en el norte del país y en Puerto Príncipe. En realidad, la operación se llevó a cabo por agentes de la CIA y fue propiciada por los meses de desestabilización y crisis causada por las bandas de paramilitares y varios elementos de la oposición extraparlamentaria vinculados a la misma CIA, como el IRI (International Republican Institute) y los sectores conservadores de Europa, cercanos al presidente Jacques Chirac de Francia y Nicolas Sarkozy (en ese momento ministro del Interior). El principal grupo fue el 184 o G184, organización ambigua para la defensa “de los derechos humanos” que ha trabajado, en cambio, como un organismo de acción política y desestabilización gracias a los fondos aprobados en el pasado por la Comisión Europea. El IRI es una extensión del gobierno de EE.UU. y fue creado por Ronald Reagan en los años ochenta con el objetivo de exportar la democracia al resto del mundo, y sigue siendo financiado con fondos públicos de Estados Unidos. Es una agencia que siempre ha hecho un trabajo cuestionable y polémico en contra del frágil orden democrático de Haití, especialmente durante el periodo de mando de Stanley Lucas, su representante en la isla en ese entonces. La contraparte del IRI, vinculada al Partido Demócrata de Estados Unidos, es el NDI (National Democratic Institute): al menos en el caso de Haití, fue considerado un interlocutor más imparcial, ya que ha trabajado con diversos partidos políticos, incluido el Fanmi Lavalas de Aristide. Ambos programas están financiados por el programa conocido como el National Endowment for Democracy o NED.

Después de los Marinos, la MINUSTAH

Después de varios meses de ocupación militar por la Fuerza Interina de Naciones Unidas, compuesta de miles de infantes de marina estadounidenses y de tropas francesas, canadienses y chilenas, en junio de 2004 se pusieron en marcha los primeros siete mil cascos azules de la ONU dentro de la misión MINUSTAH. Aunque ésta se encuentra bajo el mando militar de Brasil, debe obtener la financiación y los mandatos para la operación en el Consejo de Seguridad de Naciones Unidas y es manejada por un Consejo de Administración que incluye, para la coordinación estratégica y la organización, el guatemalteco Edmond Mulet, el estadounidense Kevin Kennedy y el canadiense Nigel Fisher y, para los aspectos militares y la policía, el general Luiz Guilherme Paul Cruz (Brasil) y el general Gerardo Chaumont (Argentina). Así que, desde un principio, la aprobación del comando de Brasil en las operaciones de las Naciones Unidas en Haití parecía responder más a las necesidades de imagen y presencia de la potencia emergente de América del Sur y a cierto reconocimiento de su papel internacional en ascenso que a un cuestionamiento efectivo a la tradicional hegemonía de Estados Unidos en la región.

War by proxy y matanzas de Grand Ravine

En este contexto, a partir del golpe contra Aristide, se comenzó a implementar una guerra de proximidad (o “war by proxy”), que consiste en golpear y reprimir a las zonas y personas cercanas a los objetivos reales para desarticular su entorno social y físico. Se ejecutaron una serie de asesinatos, conocidos como Gran masacre en contra de inocentes partidarios de Aristide y ciudadanos comunes por la policía haitiana que estaba bajo el mando de Carlo Lochard e influida por los grupos paramilitares conocidos como Lame Timanchet (“ejército del pequeño machete”). Estos grupos podían actuar sin obstáculos gracias a las autoridades en el poder después del golpe de 2004 y, según muchos observadores, incluso gracias a la indiferencia y la apatía inicial de la MINUSTAH. El 20 de agosto 2005 cincuenta personas sospechadas de pertenecer a los militantes del partido Fanmi Lavalas fueron masacrados en el estadio Martissant de Port-au-Prince durante un espectáculo al que asistían cerca de 50 mil espectadores. Muchas víctimas fueron asesinadas sólo porque trataban de escapar sin que se conociera su afiliación política: era una advertencia terrible y generalizada dirigida a todos. Al día siguiente, también cinco pobladores del barrio capitalino de Grand Ravine fueron quemadas en sus hogares (http://www.haitianalysis.com/human-rights/the-proxy-war-in-martissant-and-gran-ravine).

En las semanas siguientes, a raíz de los informes y contactos directos con los dirigentes de la MINUSTAH, establecidos por parte de las organizaciones que, contrariamente a lo que ocurre con la mayoría de las instituciones oficiales del estado haitiano, tienen altos niveles de autonomía en el área, tales como el AUMOHD Haití (Asociación de Unidades Motivadas por una Haití de los Derechos) y Hurah-Inc (Acompañamiento para los Derechos Humanos en Haití), un destacamento de cascos azules comenzó a patrullar el barrio y las casas de militantes. Se defendieron, en especial, los considerados como “de alto riesgo de agresión”. Mientras tanto, los abogados de AUMOHD organizaban reuniones en el distrito entre las facciones rivales de los grupos armados para proponer un diálogo pacífico y una reconciliación (http://aumohddwamoun.blogspot.com/ y http://hurah.org/). Todo esto evitó, por unos meses, nuevas matanzas, pero el 7 de julio de 2006, los miembros del grupo paramilitar Lame Timanchet rompieron la tregua con una tercera masacre que dejó un saldo de 26 víctimas, 300 casas incendiadas y 2 mil personas desplazadas. AUMOHD fue la única asociación que defendió a las víctimas de estas matanzas y ha logrado encarcelar a quince policías culpables de esos hechos.

La MINUSTAH en Cité Soleil y las tropas extranjeras en Haití

Los cascos azules han tenido un papel contradictorio desde el principio y han sido acusados de numerosos asesinatos y violaciones de los derechos humanos que fueron, en gran medida, admitidos por el ex comandante brasileño en cargo en Haití, el general Augusto Heleno Ribeiro Pereira, en 2005, cuando declaró que la MINUSTAH recibió la presión de países como Francia, Estados Unidos y Canadá para hacer un mayor uso de la violencia contra algunos supuestos grupos de delincuentes que, según sus informaciones, dominaban completamente los suburbios de la capital como, por ejemplo, el más pobre de todos, Cité Soleil.

Efectivamente, a finales de 2006, el presidente René Preval concedió expresamente a los militares de las Naciones Unidas la libertad de llevar a cabo tareas policiales y de inteligencia en los barrios pobres, sobre todo en Cité Soleil, uno de los bastiones políticos de Aristide, en contra de bandas y grupos no del todo identificados. En estos operativos, se cometieron muchos errores y confusiones entre los delincuentes comunes, los activistas políticos y los simples habitantes de los barrios, debido a la aproximativa y rápida elaboración de “listas negras” que se utilizaron como guía para las operaciones. Unos elementos de estas “bandas” o presuntas mafias, fueron identificados, de hecho, como parte de los grupos de ciudadanos auto-organizados vinculados al ex presidente en el exilio, Aristide. Aunque fue clara también la presencia de ciertos grupos de delincuentes “reales” en los distritos, los métodos represivos utilizados por la MINUSTAH, cuyos soldados avanzaban con armas pesadas, cañonazos y tanques como en verdaderas operaciones de guerra, cobraron la vida de decenas de inocentes, conmocionaron a toda la población aniquilando cualquier capacidad futura de organización civil. Además, siguieron alimentando el mito de una ciudad y de un pueblo violento, incivil y salvaje que necesitan a los ejércitos extranjeros para sobrevivir.

El mito de la violencia y conclusiones

Este mito ha sido reelaborado después del terremoto por los medios de comunicación y los líderes militares extranjeros, especialmente estadounidenses, para justificar el envío de cantidades masivas de vehículos pesados y hombres armados, mientras que, en realidad, Puerto Príncipe no es más peligrosa que otras grandes ciudades de América Latina; al contrario, la gente ha sabido vivir y operar en un modo relativamente pacífico y ordenado, a pesar de la inmensa tragedia que le ha caído encima. Y es que muchas veces la violencia política y social arranca por la acción de grupos fomentados desde el exterior, o bien, por intereses particulares de grupos de poder que, en el país más pobre del hemisferio occidental, compran con poco el consenso y la voluntad de los millones de “nadie” que, en Haití, sobreviven en su trágico día a día. A la luz de todo eso, los haitianos se han preguntado durante meses y meses por qué la ayuda humanitaria fue acompañada por un gran número de efectivos de los marinos y del ejército de Estados Unidos (veintidós mil soldados enviados en enero, cifra que se redujo a 13 mil unidades en abril de 2010), por la policía francesa, e incluso por los carabineros y militares italianos y de muchas naciones más. Todo eso cuando ya existe una fuerza internacional de policía que se llama MINUSTAH.

Es notable como, en el momento en que se deben tomar las decisiones económicas y políticas verdaderamente relevantes para el destino del país y se deben enfrentar las cuestiones estratégicas sobre el uso de los recursos proporcionados por actores y gobiernos externos, involucrados en el tablero haitiano desde hace décadas o siglos, además que por los organismos internacionales que ellos mismos controlan, entran en juego otras lógicas de poder. Éstas van más allá de la presencia, del control y de las funciones asignadas oficialmente a los organismos multilaterales como la ONU y su “brazo armado”, la MINUSTAH, y en los hechos se circunscribe la esfera de decisiones sólo a los interlocutores más influyentes por su hard power (poder duro de tipo militar y económico) desplegado sobre el territorio.

Por último destacamos una iniciativa muy importante y efectiva para poder apoyar al pueblo haitiano a través de la asociación italiana Scuola di Pace (http://www.lascuoladipace.org/)  y la haitiana Aumohd; sin pasar por las grandes “multinacionales de la solidaridad”, se puede contribuir de manera más directa y concreta: http://www.haitiemergency.org/ o para infos el blog del autor http://lamericalatina.net

 

Reportage. Haití: elecciones y la ONU, antes y después del cólera (1/2)

Fabrizio Lorusso para http://desinformemonos.org/

Para Ayudar: http://www.haitiemergency.org/

Del terremoto al cólera

Mientras este artículo se encuentra en fase de revisión, los medios de comunicación internacionales centran su atención en la propagación de una epidemia de cólera en las regiones septentrionales de Haití y en la posibilidad de que ésta se extienda masivamente hacia el corazón de la capital, Puerto Príncipe, donde 1354 campamentos de refugiados, construidos de emergencia con lonas de plástico, acogen a más de un millón  500 mil personas que perdieron su casa tras el terremoto del 12 de enero de 2010 (Aquí: Liga a resumen de acontecimientos).  Nuevamente se habla de muerte, más de 1800 fallecidos en poco más de un mes, y desde Haití, las últimas noticias dan cuenta de la enésima crisis humanitaria descontrolada. Paradójicamente, por la creciente atención mediática dedicada al drama del cólera, se interrumpió la espiral de silencio e indiferencia que se había creado en torno a la situación del país caribeño, el más pobre del hemisferio occidental, que hace apenas unos meses fue azotado por la peor catástrofe de la historia moderna: un terremoto de 7.3 grados en la escala de Richter, que devastó  la capital, una metrópoli de dos millones de habitantes, y otros centros urbanos de la periferia como Leogane y Carrefur. En total, la tragedia cobró  250 mil víctimas, obligando a cientos de miles de desplazados a vivir en la calle o en barrios conformados por tiendas de campaña “provisionales”. Aun hoy, las cifras relativas a la dimensión del desastre varían dependiendo de la fuente (gobierno, medios de comunicación nacionales e internacionales, ONG, gobiernos extranjeros, organismos multilaterales, etcétera) y cambian de mes en mes.  Sin embargo, permanece la realidad de una tragedia sin precedentes en términos absolutos.  Aunque nos basemos en las cifras más prudentes, el número de decesos representa una cifra enorme que, en términos porcentuales, se sitúa entre el 10 y el 15 por ciento de la población del área de Puerto Príncipe.

A la tragedia humanitaria del sismo, se sumaron los graves problemas causados por la temporada de lluvias que comenzó en mayo y que, entre septiembre y octubre, alcanzó su nivel máximo de peligrosidad. Aunque la alarma por el huracán Tomás no haya sido mayúscula con respecto a los años anteriores, éste dejó al menos 21 muertos, 40 heridos y un alto número de casas dañadas (más de 6000). Tomás ocasionó, además, enormes riesgos y desplazamientos para quienes viven en tiendas de campaña y para los menos afortunados, quienes duermen en las calles.

A la inminente amenaza meteorológica, se suma la emergencia bacteriológica con la propagación del cólera, que ha provocado ya centenares (1700 con datos del 29/11) de muertos en el norte del país, el cierre de Saint Marc y más de 20 mil personas afectadas por esta enfermedad que se recuperan en los hospitales. Por ello, el balance de víctimas se actualiza cotidianamente y está destinado a crecer dado que los problemas que más favorecen la propagación de la patología, como el del agua potable, de entre las peores del mundo ya antes del terremoto, o el problema de las condiciones higiénicas de las que carece gran parte de la población, expuesta diariamente a la intemperie y forzada a vivir en el fango y en las aceras, no han sido afrontados adecuadamente, a pesar de la ayuda internacional. Todavía a mediados de noviembre, se señalaban también entre 30 y 40 muertos por la epidemia en los barrios del distrito popular de Cité Soleil en Puerto Príncipe, lo que significa que el cólera se está expandiendo en el corazón de la capital. El desbordamiento de ríos y canales, resultó ser un peligroso vehículo más para la enfermedad, sobre todo el mes pasado, cuando la temporada de lluvias alcanzó su punto crítico.

Ante la miseria extrema, las elecciones presidenciales y las esperanzas de algún tipo de cambio social y económico, la desesperación de la gente ha llevado a multiplicar las manifestaciones anti-Onu y anti injerencia extranjera, motivadas por la sospecha de que el mismo cólera haya sido importado en el país por el contingente nepalés de la MINUSTAH, los cascos azules de la ONU. Lo que es cierto es que esa enfermedad ya no estaba en Haití hace casi un siglo y que algún agente desde fuera pudo haberla traído nuevamente en la isla, lo que sería normal y controlable en un país con un estado funcional y existente, pero no en Haití, una república de ONG, ejércitos y agencias poco coordinadas entre sí: aquí la globalización y la presencia extranjera toman las formas de un neocolonialismo muy extremo, mucho más que en los demás países de América Latina. Por ello, el descontento popular reivindica la soberanía nacional y la expulsión de los militares extranjeros y, últimamente, se ha volcado incluso en contra de las agrupaciones humanitarias con la consigna “abajo la Minustah, Préval y el cólera”.

La represión por parte de los cascos azules no fue nunca blanda y, el 15 y 16 de noviembre, causó dos muertos en Cabo Haitiano, donde murieron dos manifestantes baleados por estos militares. Además, los rumores acerca de las responsabilidades de las cascos azules nepaleses fueron confirmados por un alto mando del ejército estadounidense, como remarcado en dos entrevistas por el embajador sueco en Haití, Claes Hammar, quien confirmó que la epidemia fue propagada a partir de los desechos de la MINUSTAH en el Río Artibonite, cerca de Saint Marc en el centro-norte del país (ver http://haitiinformationproject.blogspot.com/). El potencial de contagio según una estimación extraoficial de la Organización Mundial de la Salud es de 600 mil personas sólo en Puerto Príncipe con un máximo de muertos de 100 mil.

Elecciones presidenciales y violencia

El clima político en Haití ha sido más tenso a causa de las elecciones parlamentarias y presidenciales del 28 de noviembre, en las cuales 4.7 millones de electores han sido llamados a renovar las cámaras eligiendo a 99 diputados y 11 senadores, y, asimismo, al sucesor del actual presidente René Preval, quien ocupa el cargo desde el 14 de abril de 2006. Los partidos políticos registrados para la jornada electoral son, en total, 68 y el número de candidatos es 18, pero son seis los favoritos para la presidencia, según diversos sondeos sobre intención del voto del mes de noviembre de 2010, (en orden decreciente de preferencia): la constitucionalista Mirlande Manigat, (RDNP – Reunión de Democráticos Nacionales Progresistas), el ingeniero Jude Célestin (INITE – Unidad), el candidato “del poder” apoyado por René Preval, el  empresario Charles Henry Baker (Respect – Respeto) y, en cuarto lugar, el cantante, popular en los barriadas, Michel Martelly (Respons Peyizan – Respuesta Ciudadana), cercano al rapero estadounidense Wyclef Jean, quien fue  excluido de la contienda en agosto. Entre los otros candidatos, favoritos según los sondeos, merecen una nota especial también Jacques-Édouard Alexis, perteneciente a la vieja guardia fiel al presidente Preval pero arrinconado en el último minuto por Jude Celestine, y Jean-Henry Ceant, apoyado por una fracción importante de los partidarios del ex presidente exiliado Jean-Bertrande Aristide y de su partido, excluido de la contienda por irregularidades formales y, según la prensa alternativa, conflictos políticos con el presidente Preval (perfiles de candidatos Link).

En realidad, la incertidumbre y la fragmentación se unen a la poca claridad en torno a las propuestas y a la diferencia real entre los contendientes que no parecen alejarse de las políticas de abandono del estado de bienestar y de completa apertura al capital extranjero que adoptó el gobierno saliente. Los únicos candidatos que parecen distinguirse de los otros y distanciarse un poco de la elite política y económica actual, podrían ser, en parte, Martelly (el cual, sin embargo, está ligado y ha sustituido frente a los electores a un personaje sombrío y elitista como Wyclef Jean) y la favorita Manigat, respaldada por una importante carrera académica y política en el ámbito nacional e internacional. No obstante, ella ha sido frecuentemente acusada de estar distante de los barrios populares y de las necesidades de la gente más pobre. De todos modos, fue ya “first lady” cuando su marido Leslie Manigat gobernó en 1988, luego, fue depuesto por un golpe y, sin embargo, su esposa no es una outsider ni una candidata de ruptura con el grupo dominante tradicional.

Desordenes y corrupción

Como señalan las Naciones Unidas en sus reportes y comunicados de agosto pasado respecto al mantenimiento del orden público,  una de las labores encomendadas a los Cascos Azules de la MINUSTAH (Misión de Estabilización de la Naciones Unidas en Haití) con base en la resolución de la Organización de las Naciones Unidas (ONU) 1542 del 30 de abril de 2004, la intensificación de la violencia y de los enfrentamientos, antes y después de las elecciones políticas, es una posibilidad concreta en un contexto socioeconómico dramático y potencialmente explosivo. Otros problemas graves concernientes al proceso electoral son, sin duda, la muy escasa afluencia a las urnas, agravada por las desesperadas condiciones de vida de la gente después del terremoto, y la dificultad de encontrar personal calificado para los escrutinios.  Los hechos del mes de noviembre nos hablan de una creciente tensión electoral, ya que hubo tres muertos en distintas regiones del país por enfrentamientos entre partidarios de Baker, Martelly y el oficialista Jude Celestine. Además, la semana anterior a la jornada electoral, 4 candidatos de partidos pequeños pidieron, sin éxito, un cambio de fecha por la emergencia del cólera y la lentitud con que se procedió a repartir las identificaciones personales necesarias para votar: muchísimas personas perdieron sus “tarjetas de identidad” tras el sismo, o bien, emigraron en el interior del país sin cambiar su residencia y la expedición de nuevas identificaciones ha requerido en las últimas semanas un esfuerzo enorme para la burocracia y para la población. Desgraciadamente, horas y horas de filas bajo el sol no han sido suficientes para miles de ciudadanos. Todo ello ha afectado gravemente la afluencia a las urnas y ha causado las mejores condiciones para perpetrar fraudes, doble votación o fallas en la identificación.

En este sentido, se subrayan los peligros para el proceso electoral y por la estabilidad general del país, representados por la creciente distribución de armas entre la población, por la reconstitución de grupos dedicados al tráfico de drogas y al secuestro, y por la eventual convivencia de éstos con las fuerzas políticas en busca de financiamiento. Además, los movimientos sociales relacionados al partido Fanmi Lavalas y grupos de ciudadanos fieles a su fundador, el ex presidente Jean-Bertande Aristide, exiliado en la República Sudafricana luego del golpe de estado perpetuado en su contra el 29 de febrero del 2004, sostienen que, una vez más, se les está negando a los haitianos el derecho de decidir autónomamente su propio destino, aunque algunos de ellos volcaron sus consensos hacia el candidato Cléant.

De hecho, mientras de agosto a septiembre los medios de comunicación se ocupaban nada más del caso del popular rapero estadounidense Wyclef Jean, excluido del círculo de posibles candidatos a la presidencia por problemas ligados al requisito que impone al menos cinco años de residencia en Haití, el partido político que obtuvo el mayor consenso electoral en los años noventa y en el 2000, precisamente el Fanmi Lavalas, fue descartado para participar en las próximas elecciones, tal como sucedió en el 2006.  En efecto, el Estado haitiano nunca ha gozado de una reputación de imparcialidad, mientras que el intercambio de favores, el clientelismo y la lógica del capital (sobre todo extranjero y de muy pocas familias nacionales) han sido los mecanismos privilegiados que han regulado el complejo funcionamiento del aparato político. La percepción sobre las condiciones de la competencia electoral y el funcionamiento del estado de derecho son bien ejemplificadas en los datos proporcionados por Transparencia Internacional sobre corrupción en el mundo, los que colocan a Haití en los últimos puestos (puesto 146 en el 2010) con una puntuación de 1.4, 2.8 y 2.2 de 10 en el 2008, 2009 y 2010, respectivamente.

Primeras evidencias electorales y caos

En este contexto, se desarrollaron las operaciones de voto y escrutinio el 28 de noviembre y hubo otros dos muertos en Aquin (sur del país) y decenas de heridos por la violencia desencadenada en la jornada electoral, con manifestaciones de gente desesperada por no poder votar o, por el otro lado, marchas para la anulación del voto (a las que se ha sumado el omnipresente Wyclef Jean, pidiendo, más que una anulación total, un recuento certificado por agencias internacionales confiables). El voto fue juzgado irregular y fraudulento por muchos contendientes: si bien Gaillot Dorsainville, presidente del consejo electoral de Haití, asegura que todo funcionó regularmente (sólo 56 de 1500 secciones fueron invalidadas) y así también afirma la Organización de Estados Americanos (“pese a las irregularidades que deberán ser objeto de una averiguación especial”), ya doce candidatos (incluyendo a todos los favoritos salvo el oficialista Celestine) han pedido la anulación del voto, respaldados por miles de manifestantes que han marchado para protestar en Puerto Príncipe el mismo domingo 28 en la noche. No es algo nuevo en Haití, así que la paciencia y el control interno y externo parecen ser las únicas armas a disposición: la infraestructura de transporte y comunicación es muy lenta y los resultados se darán a conocer finalizando esta semana.

La Onu ha expresado su “viva preocupación” por la violencia generada en estos días y, sobre todo, el domingo, mientras que los observadores estadounidenses del Center for Economic and Policy Research definen todo el proceso como una “verdadera farsa”. A la fecha de redacción del artículo, no se conocen todavía los datos sobre el número de votantes y los nombres de los primeros dos candidatos que podrán participar en la segunda vuelta del 16 de enero próximo, los que serán publicados a partir del 5 de diciembre. Si un candidato obtiene el 50% más uno de los votos, puede ganar en la primera ronda (véase http://www.lenouvelliste.com/index.php). En las primeras horas del “día depués”, la situación en la capital parece más calma y no hay manifestaciones significativas, aunque varios candidatos presidenciales están teniendo ruedas de prensa para denunciar las irregularidades del proceso y acusar a Inite, el partido de gobierno, de fraudes, compra de votos y cooptación de plazas, mientras que el consejo electoral insiste en la regularidad de las elecciones y se alza como única autoridad con poder de decisión al respecto. La candidata Manigat y el cantante Martelly han moderado sus posiciones en la tarde del lunes 29, al declarar su expectativa de que las irregularidades no fueron tan importantes a la luz de los nuevos datos nacionales que se están procesando. Sólo hace falta esperar. CONTINUA…

Léalo también en: http://www.rebelion.org/

Evel Fanfan rappresentante della Società Civile di Haiti visiterà l’Italia dal 30 Settembre al 14 Ottobre 2010

PER PROBLEMI DI TIPO FINANZIARIO IL VIAGGIO E’ SOSPESO, MA SI STA CERCANDO DI RACCOGLIERE I FONDI NECESSARI QUINDI RESTA VALIDO L’APPELLO ALLE ORGANIZZAZIONI. PROBABILMENTE SARA’ POSSIBILE REALIZZARE QUESTO VIAGGIO NEL MESE DI GENNAIO 2011, PRIMO ANNIVERSARIO DEL TERREMOTO AD HAITI.

Evel Fanfan, Presidente dell’organizzazione haitiana AUMOHD  (VEDI LINK: Action des Unités Motivées pour une Haïti de Droit), avvocato e difensore dei diritti dell’uomo, per una Haiti dei Diritti, sarà in visita in Italia dal 30 Settembre al 14 Ottobre 2010.

Lo scopo della missione è spiegare la situazione reale ad Haiti dopo quasi 9 mesi dal terribile sisma del Gennaio scorso, e trovare insieme soluzioni solidali per aiutare i bambini, le donne e la popolazione tutta di Haiti.

I gruppi, associazioni, enti e altri interessati possono scrivere ad Evel Fanfan: presidentaumohd@yahoo.fr   –   fanfanmel@yahoo.fr

o contattarlo tramite il suo profilo Facebook o Skype: evelfanfan

LINK e INFO:

http://prohaiti2010.blogspot.com/

http://en.wikipedia.org/wiki/AUMOHD

DIARI da HAITI – AUMOHD LINK

http://www.lascuoladipace.org/

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Evel Fanfan, président de l’organisation haïtienne AUMOHD (Action des Unités Motivées pour une Haïti de Droit), avocat et défenseur des droits humains, pour les Droits des Haïtiens, se rendra en Italie du 30 Septembre to Octobre 14, 2010.

La mission est d’expliquer la situation réelle en Haïti après de neuf mois depuis le terrible tremblement de terre de Janvier dernier, pour la solidarité et de trouver ensemble des solutions pour aider les enfants, les femmes et toute la population d’Haïti.

Groupes, associations, institutions et autres intéressées peuvent écrire à Evel Fanfan: presidentaumohd@yahoo.fr    –    fanfanmel@yahoo.fr

ou le contacter par son profil Facebook, ou Skype:  evelfanfan

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