Note di Diego Lucifreddi. Hey you, hey blanc!

Premessa.

Le righe che seguono sono impressioni personali. Le generalizzazioni su cui baso il mio discorso sono dovute ad una conoscenza più estensiva che profonda della popolazione haitiana. Presumo la mia soggettività sia per il punto di vista assunto che per l’ipotetico pubblico a cui sono rivolte le note.

Haiti in comune con l’America Latina ha soprattutto il modello di sfruttamento usato per il continente nel periodo coloniale basato sulla coltivazione esclusiva della canna da zucchero e sullo sbilancio tra importazioni e esportazioni che ha lasciato il paese spoglio di capitali e risorse.

A giudicare dalle persone che si vedono per strada, la popolazione afrodiscendente è attorno al 100% e un bianco che gira nei vicoli del quartiere di Delmas e che si avventura nei campi d’accoglienza, non può passare inosservato.

Tutti ti guardano, un’occhiata rapida e interrogativa non te la nega nessuno e qualcuno ti indica pure con il dito: guarda là, le blanc.

I bambini più sfacciati te lo gridano appresso con una sola sillaba monotona: Blanc!

Non è un grido aggressivo, piuttosto un richiamo canzonatorio e se decidi di dargli retta, i bambini scoppieranno in una risata di scherno.

Blanc è l’uomo di carnagione chiara, caucasico, nato in una zona che include l’Europa, il Nord America e tutto l’impero, e sicuramente parla inglese: Hey you, blanc!

Mi vedono come un bipede raro, ma senza diffidenza. Passato il primo momento di riconoscimento, gli haitiani sono disposti a tentare il contatto in qualunque lingua disponibile e con entusiasmo.

Anche se ora è aumentata esponenzialmente la presenza straniera nel paese, che rende la vista dell’uomo bianco più continua e famigliare, questo atteggiamento non è cambiato, perché molti dei nuovi arrivati sono militari in divisa, e mica gli si può gridare blanc alle spalle.

Io, ragazzo senza timore e senza mezzi d’intimidazione, ho provato a mia volta a rispondere all’epiteto con un secco: Noir! Gridato con stizza in faccia all’occasionale interlocutore.

La reazione è stata un momentaneo sbigottimento, che poi è diventato un sorriso.

In pochi credo che si siano mai fermati dall’alto delle loro jeep che sfrecciano sulle strade principali, ma la dimensione di pedone da un’altra prospettiva ai tuoi occhi e a quelli di chi ti guarda.

Con Fabrizio ci siamo trovati circondati da questi bambini urlanti e festosi, in un filmato se ne contano 21 di tutte le dimensioni.Imbarazzati siamo dovuti correre via, anche se continuavano a afferrare le nostre mani. Capirai, ci siamo detti, con tutte le notizie che circolano sui rapitori d’orfani, i pargoli è meglio salutarli da lontano.

Non abbiamo mai avuto problemi, anche se a volte qualche mamma strappa via il figlio redarguendolo sulle sue frequentazioni esotiche, almeno è quello che traduco io dal creolo.

Dunque il bianco è anche simpatia. Suona però strano essere identificati per il proprio colore anche in un contesto famigliare, come quando Evel, con cui ormai viviamo da un mese, spiega al figlio che la tenda appena montata non è per lui ma pour le blanc.

Ma in fondo che sono se non un blanc, come in Messico sono un guero,  per cui se chiamo nero un persona i cui avi furono portati in catene dall’africa fino questa isola e per la sua caratteristica pigmentazione cutanea risulta essere scuro di carnagione, questo si dovrebbe offendere solo nella misura in cui io avrei l’intenzione di giudicarlo attraverso il mio razzismo.

Nella storia di Haiti l’uomo bianco non ci fa una bella figura. Prima colono, schiavista e occupante, dopo l’indipendenza in appoggio della reazionaria oligarchia locale e dei ripetuti colpi di stato che tengono il paese in un cronico sottosviluppo.

Con l’uragano del 2007 e soprattutto dopo il terremoto del 2010, l’immagine tenta un riciclaggio e i bianchi si presentano come portatori d’aiuti, logico dunque che la gente ti fermi per strada per chiederti di offrirgli qualcosa che puà essere denaro – da 1 a 100 dollari -, i famosi teloni da costruzione o un lavoro.

Oggi una ragazza si è avvicinata a me, pensavo che fosse una studentessa che voleva mettere alla prova il suo inglese, e infatti mi ha detto I’m hungry. Nella lingua che fu di Shakespeare e con tutta la sua poesia, lei mi ha dichiarato che aveva fame. Certo che per una programmatrice di computer è difficile trovare lavoro in un paese senza elettricità.

Blanc è sinonimo di money. Noi siamo ricchi perché così vanno le cose,  come i neri che hanno il ritmo nel sangue.

Ma il blanc sicuramente porta denaro, lo si nota dalle tasche gonfie.

Come biasimare questa affermazione empirica costruita sulla conoscenza che hanno di noi dalla televisione, principalmente quella francese, e sull’immagine del turista spendaccione, del diplomatico ben azzimato o del militare dell’ONU. Inoltre in questo momento il bianco è associato alle missioni di solidarietà e quindi se non ha i soldi, qui che c’è venuto a fare.

L’abitudine di chiedere i soldi per strada è stigmatizzata dagli stessi haitiani, perché in minor scala riconoscono lo stesso circolo dell’assistenza a perdere in cui rischia di cadere il paese caraibico.

I più avveduti denunciano il pericolo della dipendenza dall’aiuto internazionale in quanto lasciato alla discrezione del donatore e legato all’emergenza per lo più senza un programma a lungo termine.

Sulla base di queste considerazioni, anche io sono molto restio a regalare monete per strada, ma forse sono anche un po’ tirato.

Foto: http://picasaweb.google.com/FabrizioLorussoMex/Haiti#

Video: http://www.youtube.com/user/FabrizioLorussoMex

Appello donazioni utili (per davvero!) per Haiti: http://prohaiti2010.blogspot.com/



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