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Genocidio y silencio internacional en Siria @desinformemonos @zonafrancaMX

Davide Grasso The north Siria[Columna publicada en Desinformémonos y Zona Franca – México – Fabrizio Lorusso] Hace poco más de dos semanas el dictador turco Recyp Erdogan anunció triunfalmente que su ejército ya había neutralizado, o sea matado, a 3,844 curdos en la septentrional ciudad siria de Afrín, en la frontera con Turquía, dentro de la operación Olive Branch (Rama de Olivo), una ofensiva militar unilateral comenzada el 20 de enero. La masacre, la limpieza étnica, las violencias sobre la población y los estupros masivos en Afrín son crímenes de lesa humanidad, susceptibles de ser juzgados en tribunales internacionales, por lo que en muchos países hubo protestas y marchas todo el mes de marzo y siguen las denuncias internacionales de esos crímenes, además de la guerrilla de la resistencia curda que no ha parado de defender Afrin. Dentro de este operativo genocida de Turquía, de hecho, no es posible distinguir entre los milicianos muertos en combate, mismos que aún resisten a la invasión en algunos barrios, y los civiles asesinados. Además 200,000 desplazados tuvieron que dejar sus casas que están siendo ocupadas por los turcos y los mercenarios extremistas islámicos que son sus aliados.

El gobierno turco pretende eliminar a los que considera terroristas ligados al Partido Comunista Curdo (PKK), organización perseguida e ilegal en Turquía, y de paso aniquilar en su frontera meridional a la población siria de etnia curda, que fue la única que pudo organizarse, derrotar al Estado Islámico (EI) en el campo de batalla y mantener cierta estabilidad en la zona.  Continua a leggere

Italia y las bombas en Yemen

bomba2 yemen.jpg[Fabrizio Lorusso – del diario La Jornada del 2 de febrero de 2018,] ¿Cómo las bombas fabricadas en Italia mataron a una familia en Yemen? Es el título de un video-reportaje publicado hace pocos días en el New York Times que ha causado revuelo en Italia, aunque sólo llegó a confirmar las denuncias que desde hace años reiteran las organizaciones pacifistas. “Italia repudia la guerra como instrumento de ofensa a la libertad de otros pueblos y como medio de resolución de las controversias internacionales; permite, en condiciones de paridad con otros estados, las limitaciones de soberanía necesarias para un ordenamiento que asegure la paz y la justicia entre las naciones; promueve y favorece las organizaciones internacionales dirigidas a tal fin”, reza el artículo 11 de la Constitución italiana, la cual ha sido violentada repetidamente.

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#Terrorismo, #medios y #paranoias #Europa #Columna @Desinformemonos

terrorismo(Fabrizio Lorusso – Desinformémonos) La paranoia se ha apoderado de los medios de comunicación y de la opinión pública europea. Tan solo es suficiente prender una televisión y sintonizar un canal italiano, inglés, español o belga para darse cuenta de que la manera de presentar las noticias se ha radicalizado, se ha dramatizado de tal manera que ya no importa si se está hablando de Estado Islámico, de los efectos de la Brexit (la salida del Reino Unido de la Unión Europea), de algún homicidio cometido por iniciativa individual o del golpe de estado en Turquía y de las represalias, arbitrarias y desmesuradas, del presidente turco Erdogan. Todo contribuye al caos global que, según la vulgata mediática, atraviesa el Viejo Continente como pivote y hoyo negro de los males del mundo. Continua a leggere

Voces Inocentes (Voci Innocenti): #Film Completo sulla #Guerra di #ElSalvador

Per la Serie Film LatinoAmericanisti (qui link agli altri film)

I figli della guerra (Innocent Voices) è un film del 2004 diretto da Luis Mandokiambientanto nel 1980 a El Salvador durante la guerra civile. Esso si basa sull’ infanzia dello scrittore Oscar Orlando Torres. Il film è conosciuto anche con il titolo Voci Innocenti.

Sinopsis En un pueblo de la periferia de San Salvador, vive Chava (Carlos Padilla), un niño de 11 años, que se encuentra atrapado entre el ejército y la guerrilla salvadoreña. Cuando su padre abandona a la familia, en plena guerra civil, Chava pasa a ser “el hombre de la casa”. En esta época, el gobierno de El Salvador reclutaba niños de doce años. Así que a Chava sólo le queda un año de escuela antes de ser movilizado.

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Voces inocentes es una película mexicana de 2004 dirigida por Luis Mandoki que transcurre durante la guerra civil salvadoreña en 1980, estrenada el 16 de septiembre de 2004 y se basa en la infancia del escritor salvadoreño Óscar Torres. La película aborda el uso de los niños por parte del Ejército y también muestra la injusticia en contra de personas inocentes que se ven obligadas a combatir en la guerra. Wikipedia

Quelli del San Patricio, romanzo di Pino Cacucci

Quelli del san patricioRecensione di Fabrizio Lorusso a: Pino Cacucci, Quelli del San Patricio, Feltrinelli, 2015, pp. 216, € 15 – Da Carmilla On Line

Sicuramente ci sono voluti anni di pellegrinaggi in terra azteca e ricerche in archivi infestati di polvere (da sparo) e fantasmi armati (di colt e machete) per ricostruire e plasmare in un romanzo le vicende del battaglione San Patricio, manipolo di disertori e diseredati irlandesi, ma anche italiani, polacchi e tedeschi, che durante la guerra tra Stati Uniti e Messico del 1846-48 decisero di abbandonare le file yankee e combattere affianco ai messicani. Fu, il loro, il lato sbagliato della storia? C’è chi direbbe di sì, dato che la storia la scrivono i vincitori. Personalmente direi di no, soprattutto se la storia si riesce a raccontare per mostrare e capire la lucha degli sconfitti di sempre come fa lo scrittore Pino Cacucci,come fa lo scrittore Pino Cacucci, già autore di tante opere sul Messico come La polvere del Messico, Tina, Nahui, San Isidro fùtbol, Mahahual o Puerto Escondido e curatore di Pan del Alma (insieme a Gloria Corica e Simonetta Scala). Stanchi del razzismo e delle angherie all’interno dell’esercito e del paese che, volente o nolente, li aveva dovuti accogliere, alcuni gruppi di militari irlandesi scelgono di passare col nemico. Erin Go Bragh, gridano. E’ il loro motto in gaelico: Irlanda per sempre, anche in Messico. Da Veracruz l’ex combattente del San Patricio, John Riley, e la sua compagna, la messicana Consuelo, fanno memoria e ritornano agli anni di quella guerra impari contro l’armata americana regolare e gli spietati ranger del Texas.

Il tenente di artiglieria Riley e numerosi suoi compagni disertano e si trasformano nel peggiore degli incubi degli invasori, vista la loro eccezionale disciplina, il loro coraggio e la loro perizia tecnica. Anche per questo i vincitori si accaniranno sui superstiti del Batallón San Patricio una volta che saranno entrati a Città del Messico per “negoziare” col già mezzo venduto e fallito dittatore López de Santa Anna le condizioni della “pace”, vale a dire la cessione o compravendita forzata di mezzo Messico a vantaggio degli USA. Tra i pochi volti umani dell’armata yankee in terra azteca c’è l’ufficiale di West Point d’origini ebraiche Aaron Cohen, un combattente che, malgrado l’ingiustizia e le discriminazioni colpiscano anche lui, sceglie di non disertare, fiducioso che un giorno esisterà un melting pot, parte di un gran paese democratico per cui sarà valsa la pena lottare. Scelte.

quelli del san patricio paloaltoIl Messico, che pareva lontano anni luce dall’Irlanda, mostra a quei soldati, reietti ma valorosi, il suo lato più accogliente, la sua cultura di lotta e l’attaccamento alla terra, la dignità quotidiana della povertà e una religiosità, sincretica e creativamente cattolica, più simile a quella irlandese, che viene invece denigrata e disprezzata dai militari e dai mercenari nordamericani, provocando non pochi dissidi. Agli irlandesi è anche interdetto l’uso del gaelico.

“John Riley salì sul muro più alto del convento di Churubusco. Levò il viso al cielo e rimase lì ad assaporare l’aria tersa dell’altopiano: nubi candide correvano negli squarci di azzurro dopo i temporali della notte e lui sentì una fitta di nostalgia al petto per qualcosa che non aveva mai avuto. Come si può provare nostalgia per una vita che non si è vissuta? Qui avrei potuto viverla, pensò John Riley. E subito dopo scacciò quella sensazione di struggimento imponendosi di osservare attentamente le linee di difesa.”, comincia così il racconto di Cacucci: dall’ombelico d’America, Città del Messico, e da un convento-fortino che oggi ospita un parco e un museo, oasi di silenzio ritagliate da due enormi Avenidas a cinque corsie per senso di marcia. Si tratta della calzada de Tlalpan e, appunto, di Rio Churubusco, antico fiume di Mexico-Tenochtitlan.

Irlandesi. I loro genitori avevano sperimentato le ingiustizie di un potente sistema d’oppressione, quello della dominazione inglese sulla loro isola, ed essi, in prima persona, l’avevano vissuto pure negli Stati Uniti, con l’esclusione e le prevaricazioni patite dai loro connazionali, dagli schiavi, dagli altri immigrati e dai loro figli. Anche per questo decidono di schierarsi coi più deboli, che sono però i più dignitosi, nonostante l’incompetenza o la mala fede dei loro jefes, spesso non all’altezza delle truppe e della popolazione civile in resistenza contro il nemico invasore.

1839 map showing US-Mexican boundary before the Mexican War and US annexation of land that is now US states of California, Arizona, New Mexico, Nevada, Colorado, Utah and Texas.

1839 map showing US-Mexican boundary before the Mexican War and US annexation of land that is now US states of California, Arizona, New Mexico, Nevada, Colorado, Utah and Texas.

Evadere dalla prigione di una guerra percepita come profondamente ingiusta e inutile (ma quale guerra non lo è?) si presenta come l’opzione migliore, la possibilità che il Messico offre, per molti stranieri arruolati nell’esercito americano. Spietati, spocchiosi e insulsi, tanto i regolari come i mercenari e i ranger gringos, legittimati da una stampa tendenziosa e bellicista in patria e infervoriti da avidità smisurate al fronte, si lanciano nell’invasione del paese vicino del Sur. Non sono tutti così, esistono dibattitti e sfumature, codici e onori, ma sovente finiscono per prevalere il disordine violento e le brame mercenarie.

D’altro canto tra i generali messicani imperano le dispute, le divisioni, il personalismo e l’attaccamento al potere, non di certo il “bene comune”. E quelli del battaglione San Patricio si mostrano da subito solidali coi compagni sul fronte di battaglia, coi commilitoni che hanno disertato come loro per cambiare bando e vita, e molto meno con un branco di comandanti che mandano al macello truppe affamate, male armate e spinte ai limiti della resistenza umana.

Anche Cacucci, si diceva, ha giustamente disertato e ha deciso di narrare un pezzo di storia posizionandosi dalla parte dei vinti. Infatti, se il Messico almeno un po’ ha reso onore e memoria a quelli del San Patricio e ai famosi Niños Héroes, cioè i sei giovanissimi cadetti del Colegio Militar che il 13 settembre 1847  difesero fino all’ultimo il Castello di Chapultepec a Città del Messico dall’assalto degli americani e, piuttosto che arrendersi, si suicidarono gettandosi dalle sue mura, dall’altra è anche vero che pochissimi conoscono a fondo le gesta di questi miliziani stranieri, il contesto storico messicano e statunitense dell’epoca, a pochi anni dalla ben più nota guerra civile americana, e i retroscena di un conflitto che fu tra i più mortiferi e crudeli del secolo XIX. Oggi quelli del San Patricio sono ricordati come eroi in Messico e come traditori negli USA. Visioni del mondo.

Già pochi anni dopo l’indipendenza, negli States le dottrine Monroe e del Destino Manifesto, condensate nella presunzione dell’eccezionalità americana, hanno giustificato e spinto l’espansionismo gringo prima verso ovest, dove nacque il mito del “selvaggio west” e furono sottratti i territori alle popolazioni autoctone che finirono sterminate o nelle riserve, e poi verso sud, ove ai messicani fu tolta la metà del loro territorio a nord del Rio Bravo in seguito a una guerra scellerata, assecondata in parte dai governanti messicani ma provocata dagli americani per fagocitarsi gli stati dal Texas alla California. Tra fine Ottocento e inizio Novecento l’espansione continuò nei Caraibi, in mezza America Latina, anzi, in mezzo mondo. Complessi di superiorità, l’ideologia della missione civilizzatrice e forti interessi economici e politici ancora oggi imbevono i discorsi pubblici e le azioni belliche degli Stati Uniti, il gran vecino del Norte.

quelli del san patricio irlandaIl “gran vicino” statunitense, a volte nemico ingrato, altre alleato, spesso scomodo ma pur sempre legato indissolubilmente al Messico e al suo destino, spartisce oltre 3000 km di frontiera con l’estremo Nord dell’America Latina. All’epoca in cui si svolgono i fatti del romanzo, il Messico era in mano a beceri caciques e instabili presidenti, come il General Antonio López de Santa Anna, pronti a svendere il paese e la pelle dei suoi abitanti al miglior (e unico) offerente. Ad ogni modo non ci sono semplicemente i buoni da una parte e i cattivi dall’altra, in questa vicenda, e il quadro che emerge è complesso, variegato, immerso nella realtà storica e dialettica di due paesi che al loro interno si nutrono di mille culture e identità. Quelli del San Patricio è anche un gran romanzo epico, foriero di spunti e riflessioni sulla relazione d’amore e odio del Messico e dei messicani con gli Stati Uniti, sui valori e le dignità non negoziabili, ed anche sull’interculturalità e la xenofobia, sulla politica e sulla guerra, anzi le guerre: quella vista e vissuta da los de abajo, i rinnegati e i marginali, e l’altra, quella dei “piani alti” e degli interessi de los de arriba.

Militarizzare la #Crisi dello #Stato: #Intervista su #Messico #NarcoGuerra #Narcos #Autodefensas @ComuneInfo

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Intervista di Alessandro Peregalli e Martino Sacchi a Fabrizio Lorusso da Comune.Info sulla NarcoGuerra in Messico. Sebbene uscita qualche mese prima (fine 2014) del libro NarcoGuerra (giugno 2015) e rilasciata prima della strage di Ayotzinapa del 26 settembre 2014, costituisce un avvicinamento ancora valido alle tematiche della guerra alle droghe e i movimeti sociali in Messico. Per questo la riproduco qui su LamericaLatina.Net

Nell’era della globalizzazione e del neoliberismo si assiste a continue crisi e riconfigurazioni delle prerogative degli stati. Quello messicano sembra letteralmente uno stato in disfacimento, sia a livello di funzioni che di controllo. Lo hanno mostrato i fatti di Iguala, nello stato del Guerrero, del 26-27 settembre scorso: 3 studenti e 3 cittadini trucidati dalla polizia in combutta con i narcos e 43 studenti desaparecidos, cioè sequestrati e, molto probabilmente, uccisi e gettati in fosse comuni, con la connivenza delle autorità. Un reato politico, di lesa umanità, con responsabilità da ricercare a tutti i livelli di governo, che ha scatenato proteste in tutto il mondo.

A partire dagli anni ’80 è venuta meno la legittimità del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), il partito-stato che per quasi un secolo ha svolto la funzione di garante degli interessi popolari e nazionalisti affermatisi nella rivoluzione del 1910. Nel quadro di questa crisi, le recenti riforme neo-liberali agrarie ed energetiche, oltre che quella educativa, del lavoro, della giustizia e delle telecomunicazioni, aprono oggi nuove faglie. Mentre il paese è in svendita al capitale nazionale e straniero, il tessuto sociale si va squagliando, l’insicurezza aumenta e nel paese si assiste a una ridistribuzione del monopolio della “violenza legittima” da parte dello stato. Dalla presenza storicamente diffusa di gruppi guerriglieri, al crescente potere dei narcos, dalle esperienze insurrezionali (prima fra tutte quella zapatista) alle faide intestine ai vari livelli della polizia nazionale, incontriamo continue crisi di legittimità, cui lo stato sembra rispondere solo con un aumento della militarizzazione. Ciò ha avuto come risultato sette-otto anni di narco-guerra, con piu’ di 100.000 morti e un numero imprecisato di desaparecidos (27.000?) in tutto il paese. Un oscuro legame va stabilendosi tra questa strategia di militarizzazione della narco-guerra e la repressione politica dei movimenti sociali, la strage di Iguala sta li a dimostrarcelo.

E’ evidente che la storia messicana ha visto fin dalle sue origini moltissimi episodi ed esperienze di autorganizzazione della difesa, perlopiù di matrice comunitaria, influenzate dall’eredità e dalle pratiche indigene. Oggi, la narco-guerra fornisce un nuovo quadro in cui riscontrare e problematizzare queste esperienze, sempre connotate da forte ambiguità nel loro rapportarsi con lo stato e con gli stessinarcos. I due casi che hanno ricevuto maggior attenzione mediatica e internazionale sono quelli riguardanti le polizie autonome comunitarie nello stato di Guerrero e i gruppi di autodifesa nel Michoacan. Ne parliamo con Fabrizio Lorusso, giornalista italiano da tempo emigrato in Messico, redattore dell’Osservatorio America Latina per Carmilla e di cui nel 2015 uscirà il libro “NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga” con Edizioni Odoya di Bologna.

Spesso si sente parlare del Messico come di un caso di post-stato. Paradossalmente, ciò avviene nel momento in cui la mano militare è sempre più accentuata. Come leggi questa situazione? Come ci si è arrivati?

Il ricorso alla forza in tutti i suoi modi, militari, paramilitari, anche verbali, e quindi alla violenza da parte dello stato manifesta in realtà una degenerazione del suo potere, del suo controllo, perché sennò potrebbe utilizzare metodi istituzionali o canalizzare i conflitti in un altro modo. In tempi recenti questo fenomeno è aumentato: c’è un’incapacità totale delle istituzioni.
Non è un caso che l’utilizzo dei militari come atto di forza da parte degli ultimi presidenti, svelava in realtà la loro debolezza e quella della macchina democratica nel suo complesso. Sia Calderon (del Partito di Azione Nazionale, PAN), sia l’attuale presidente Peña Nieto (PRI), hanno mancato di una legittimazione popolare forte, essendo stati eletti entrambi attraverso processi elettorali viziati: nel primo caso con brogli conclamati, commessi ai danni del leader del centro-sinistra Andres Manuel Lopez Obrador, e nel secondo grazie alla enorme influenza delle televisioni.

Negli ultimi anni si è assistito al rafforzamento di alcune aree di azione dello stato, e ad una contemporanea pesante perdita di controllo su altre e su altri territori. Di fatto non si tratta di uno stato totalmente disgregato (cioè in tutte le sue aree e funzioni e in tutti i territori), ma piuttosto va a macchie, sia territoriali che di competenze, che vengono abbandonate, generando proteste. E’ uno stato che abdica a molte sue funzioni e tradisce il mandato rivoluzionario e costituzionale. Dall’altra parte lo stato abdica anche perché non può controllare l’uso legittimo della forza in tutte le sue aree.

Consideriamo per esempio l’importazione di armi dagli Stati Uniti, che invadono i territori e diffondono la possibilità di attacchi, violenza ecc. Il problema del narcotraffico è sicuramente per lo stato il problema numero uno. C’è però anche il problema delle autodefensas. E in generale c’è il fatto che lo stato è incapace di mantenere il controllo a tutti i livelli, soprattutto per via della corruzione e per la disgregazione del partito stato e della sua ideologia (nazionalismo rivoluzionario,ndr): dalla crisi del debito dell’82, il PRI ha subito una pesante mutazione ideologica e antropologica, fino alla sconfitta nel 2000, e al ritorno al potere nel 2012 totalmente trasformato e pienamente neo-liberale.

Questo passaggio, politico e ideologico, ha implicato molte perdite dal punto di vista della governance, anche sul piano locale. In sostanza, fino agli anni ’80 c’era stata la “dittatura perfetta”, con il PRI al potere a tutti i livelli in tutto il paese. In seguito, con la perdita di questo potere politico, l’apertura economica, l’arrivo della globalizzazione, lo stato che si ritrae e il risveglio della società civile (pensiamo allevantamiento zapatista ma anche alla protesta contro i brogli elettorali di Salinas de Gortari nel 1988), possiamo intravedere un’apertura democratica che però è sempre stata estremamente precaria. A questa instabilità aggiungiamo poi la presenza di gruppi guerriglieri, come l’Ejercito popular revolucionario (Epr), di stampo guevarista, e la criminalità comune e organizzata, legata al narcotraffico come al traffico di armi, alla tratta di persone o di bianche.

Ma il monopolio della forza è sottratto anche da settori dello stato stesso. E’ qui che si può a pieno titolo parlare di fallimento della sovranità, perlomeno in alcuni territori o in alcuni settori dove la polizia, municipale o statale, o settori della polizia, operano come cartelli del narcotraffico o come bande criminali.policia-mexico

Hai citato prima il “problema delleautodefensas”. Che relazione c’è tra questa ritirata dello stato e le recenti esperienze sorte a Guerrero e nel Michoacan?

Il vero precedente dei gruppi di autodifesa è quello della tradizione secolare di polizie municipali nelle comunità rurali a forte base indigena. Queste tradizioni non hanno un legame diretto con i gruppi di cui si parla oggi, ma hanno un forte valore simbolico, vengono rievocate.
Nel 1995, c’è stata poi la nascita della CRAC (Coordinadora Regional de Autoridades Comunitarias) nello stato del Guerrero. In generale, ogni polizia municipale ocomunitaria cerca espedienti giuridici che spingano il cittadino a tutelarsi da sè: dove lo stato non adempie alle sue funzioni in questo senso, entrano in gioco i cittadini. Certe costituzioni statali, e quella federale, riconoscono questo principio.
Va considerato che la maggior parte esperienze di auto-organizzazione popolare di questo tipo sono avvenute sulla costa del Pacifico (Oaxaca, Guerrero, Michoacan e più a nord fino al Sinaloa), zone che sono chiamate tierras calientes. “Calde” in due sensi: per ragioni climatiche, tanto da fornire le terre migliori per la coltivazione di marijuana, oppiacei ecc. E, di conseguenza, “calde” perché “violente”.

Quali narcos operano in questa zona?

Nei primi anni 2000 nel Michoacan c’erano gli Zetas, nati come gruppo armato dal cartello del Golfo, che si sono resi indipendenti tra il 2007 e il 2011 come cartello autonomo e hanno iniziato un’espansione con altri business, ben peggiori del narcotraffico per la popolazione. In effetti, il narcotraffico in sè è in qualche modo tollerato, e fintanto che c’è una ripartizione del controllo sui territori la situazione può anche rimanere relativamente controllata. Questo non vale per altre attività criminali che gli Zetas portarono avanti in questa zona: estorsioni alla popolazione, sequestri, case da gioco, giri di riciclaggio del denaro sporco, ecc. Si sono poi susseguiti diversi cambi di potere: gli Zetas furono scacciati dalla Famiglia Michoacana, dalla cui scissione interna sono poi nati i Caballeros Templarios.
E’ contro i Caballeros Templarios che, nel 2011, scoppia il “caso Cheran”. In questa località del Michoacan i narcos cominciano a disboscare ed espropriare i terreni. La comunità di Cheran, però, coesa e organizzata secondo gli usos y costumbresindigeni, riesce a reagire e a recuperare il controllo su questi boschi nonostante il totale disinteresse dello stato.
Ecco che arriva il terzo “modello” dei gruppi di autodifesa: dopo i gruppi tradizionali e l’esperienza della CRAC in Guerrero, il modello-Cheran. Questo è particolare perché si tratta di un municipio autonomo e con forte base indigena, con una lunga tradizione di resistenza, e dove si sviluppa un’idea molto forte di autonomia, basata sulla gestione dei beni comuni, in questo caso i boschi.
Bisogna considerare che anche i gruppi di narcos rivendicano in qualche modo per se stessi il ruolo di “mafiosi buoni” in difesa della popolazione. In un certo qual modo sono anche loro degli “autodefensas” contro il narco precedente (la Familia contro gli Zetas, i Caballeros contro la Familia o contro il cartello di Sinaloa…) o contro lo stato inadempiente. Almeno cosi tendono ideologicamente a definirsi. Qui arriviamo alle autodefensas più recenti, ispirate davvero da un’idea di ribellione insicurezza generalizzata.

Per una storia e una geografia della narco-guerra si può consultare questo link.

Quanto e’ marcato il confine tra le autodefensas “vere” e quelle che non lo sono? Effettivamente quello dell’auto-organizzarsi la sicurezza è un tema spinoso: pensiamo alle molto declinazioni che il termine “self defense” ha nell’immaginario statunitense, o a esperienze “bizzarre” e “agghiaccianti” come quelle delle ronde padane a Milano. Quanto è netto il confine in questo caso tra i narcos che rivendicano il loro ruolo di autodefensa e di protezione della popolazione e i gruppi di autodefensas per cosi dire “autentici”?

A volte il confine è labile. C’è da dire che i primi gruppi che nascono sono degli oggetti non ben identificati, non si capisce bene all’inizio chi siano i leader, e per alcuni mesi rimangono in un alone di mistero e vengono screditati dalla propaganda nazionale che li accusa di essere anche loro parte del narcotraffico. Soprattutto i gruppi vicini al dottor José Manuel Mireles di Tetalpatepec, che nascono il 24 febbraio 2013, e che poi sono la nuova ondata di autodefensas di cui oggi si parla molto. Inizialmente c’era il sospetto che fossero collusi con i narcos. Poi però si è visto chiaro che la loro azione era di contrasto al narco ed era efficace: sono riusciti a liberare addirittura più di 30 comuni. Sembra pure che ci sia un buon coordinamento tra di loro e, anche se ci sono stati scontri armati, sono riusciti a fare in modo da limitare il numero limitato di vittime.

Perché c’erano dei sospetti su questi gruppi? Perché erano ben armati, avevano camion, strutture, divise ecc. Chiaro, c’era un apporto comunitario, ma questo non basterebbe a spiegare la loro disponibilità di armi. E’ vero però che c’erano armi già presenti sul territorio, alcune sottratte ai narcos o a gruppi della polizia municipale corrotti che venivano cacciati dalle comunità. Alcune armi sono state procurate attraverso fondi di imprenditori locali, di piccoli e medi proprietari terrieri, alcuni dei quali sono loro stessi autodefensas. Altre provengono dagli Stati Uniti o da sequestri fatti ai narcos degli stati vicini e forse altre ancora vengono da membri che erano in cartelli della droga e che si riconvertono come autodefensas. C’è poi anche un finanziamento dalle comunità michoacane immigrate negli Stati Uniti e che hanno mostrato solidarietà a questo movimento.
Dopo il primo anno di esistenza di questi gruppi, e quindi nell’inverno scorso, si sono intensificati i momenti di tensione tra autodefensas e narcos. Man mano che gli autodefensas sottraevano territori ai Templarios, questi reagivano sfidandoli e provocandoli per farli uscire allo scoperto e attaccarli. Ciononostante, hanno finito per ritirarsi sulla costa o fuori dallo stato: la lotta è quindi stata efficace. E con il successo è arrivata anche l’attenzione mediatica. Molti giornalisti hanno iniziato a intervistare le autodefensas e piano piano è emersa una visione meno sbilanciata rispetto alla propaganda statale che tendeva a screditarli. Si è dunque capito di più chi erano gli autodefensas, ed è emerso il fatto che in molti casi, soprattutto nei gruppi più coerenti, si trattava davvero di gruppi di cittadini che si sostituivano efficacemente allo stato per combattere i narcos.

be256-brindan-apoyo-a-familia-atacada-por-grupo-armado-en-guerreroHai detto prima che molti finanziamenti e armi arrivavano daempresarios della zona, che per loro ragioni erano contro il controllo dei Templarios. A questo punto viene da chiedersi quale sia la composizione sociale predominante di questi gruppi di autodifesa, e anche le presunte o reali finalità politiche.

Ci sono diverse correnti anche dentro alle autodefensas. Chiaramente c’è la componente del piccolo proprietario, o dell’imprenditore. Non stiamo parlando di veri e propri latifondisti, ma di un vasto ventaglio di classe media, di cui alcuni possono permettersi di finanziare militarmente i gruppi. Si tratta di componenti sociali miste. Non si può definire la questione degli autodefensas come vera e propria lotta di classe, né come componente omogeneo. E’ una nebulosa di gente vessata dai narcos a tutti i livelli, dal piccolo negoziante o commerciante, a quello che aveva una proprietà più grande espropriata dai narcos ecc. Certo è che versano in uno stato d’abbandono istituzionale. Mireles per esempio è un dottore, dipendente pubblico, con qualche piccola proprietà.

Quali sono le differenze principali tra questa “nebulosa di gente” nel Michoacan e la situazione di Cheran, dove invece la componente sociale sembra più omogenea, e la posizione politica più chiara e definita? E quali con quella di Guerrero?

A Cheran abbiamo una componente di classe più accentuata, o perlomeno una forte componente identitaria, indigena. Questa situazione però è particolare ed è limitata a un municipio. Nel caso degli autodefensas invece si tratta di una coalizione molto ampia, che è partita da un certo numero di municipi e si è espansa fino a liberarne più di trenta. Cheran è rimasta autonoma rispetto agliautodefensas e continua il suo processo in maniera propria. Nel caso di Cheran credo si possa parlare più nettamente di polizie comunitarie, come nel Guerrero. Qui invece vengono usati entrambi i termini: polizie comunitarie e autodefensas.

A Guerrero sono proliferate altre esperienze, slegate dalle CRAC, di polizie municipali. Queste polizie municipali, a differenza delle autodefensas, erano povere: si trattava di gruppi di contadini, spesso indigeni, male organizzati, con pochi mezzi di trasporto e perlopiù solo armi bianche (bastone, machete…). Anche in questo caso si trattava, in assenza dello stato, di difesa dalla delinquenza organizzata, perlopiù costituita da elementi del cartello di Sinaloa e altri cartelli minori. La loro è però una storia molto meno “di successo”, anche mediatico dico, e la repressione dello stato e gli arresti nel loro caso sono stati più pesanti. Al contrario, i gruppi di Michoacan fin da subito avevano mezzi discreti: camionette, pick up, armi di grosso calibro, armi d’uso esclusivo dell’esercito. Quindi ci sono differenze di tipo sociale e altre organizzative: gli autodefensas emettono comunicati, sono un gruppo più o meno coeso, mentre nel caso delle polizie municipali non si è mai arrivati a un grado di coordinamento. Al momento a Guerrero sono finiti questi esperimenti più spontanei e autonomi, e rimangono solo le CRAC, che sono più strutturate, esistono dagli anni ’90 e godono di riconoscimento legale.

E per quanto riguarda i rapporti con lo stato quali differenze si notano tra il caso di Guerrero e quello di Michoacan?

A Guerrero la relazione tra stato e polizie comunitarie è stata di pura e semplice repressione. Molto più ambiguo è il caso di Michoacan, dove ci sono stati tentativi di cooptazione delle autodefensas. Lo stato a Michoacan non ha mai avuto consenso, anzi ne hanno avuto di più addirittura i Templarios durante un certo periodo, perché almeno offrivano qualche servizio di base e qualche sicurezza, la risoluzione dei conflitti. Un esempio è il caso del giudice per molti tipi di conflitti: in molte comunità tale ruolo veniva svolto da un Templario, e ora dall’autodefensa: in generale da chi detiene un potere e un consenso reale.
All’inizio del conflitto tra narcos e autodefensas, lo stato latitava. Solo quando si vide che i municipi liberati dagli autodefensas continuavano ad aumentare, nel gennaio 2014 lo stato federale decise di agire in modo più netto: prima è intervenuto con la polizia federale, poi ha commissariato lo stato, negando i poteri al governatore. Venne nominato un commissario, Alfredo Castillo, e fu addirittura incarcerato l’ex governatore ad interim per nessi col narcotraffico, arrivando in qualche modo ad ammettere la corresponsabilità di magistratura e stato.
In quanto agli autodefensas, lo stato ha tutelato alcuni leader e incarcerato altri, come Ippolito Mora, che ora è uscito ma che per i tre mesi cruciali di negoziazioni è stato in carcere. Ovviamente il criterio della magistratura in Messico è sempre stato totalmente politico, e dipende spesso dalla congiuntura: tollera magari per anni gruppi armati sul territorio, come i narcos, ma non tollera per due mesi gruppi di cittadini che si fanno vedere alla luce del sole come gli autodefensas.
C’è quindi una strategia di cooptazione selettiva, che è un’antica strategia del partito-stato quindi non è niente di nuovo. Ma viverla nuovamente e vederla ritornare, col ritorno al potere del PRI, con i mezzi che ci sono oggi, è allo stesso tempo più interessante e più drammatico. E ciò accade in un momento in cui leautodefensas hanno un consenso popolare, e in buona parte anche mediatico, tale che lo stato non può permettersi di limitarsi a reprimerli, come aveva fatto coi “disgraziati” di Guerrero.
Quindi l’ambiguità dello stato si lega più a un’incapacità di controllo della situazione, oltre che, ma questa è una speculazione più “giornalistica”, alla volontà di cercare un riassetto delle dinamiche narcos-stato-autodefensas nella regione. Voglio dire, Peña Nieto non ha davvero cambiato strategia rispetto alla militarizzazione della regione avvenuta con Calderon. Ha solo smesso di parlarne, e questa si è una strategia mediatica. Piuttosto, la strategia si è affinata: stato per stato, dove scoppiano conflitti grossi, si cerca ora di negoziare. A Michoacan il possibile obiettivo è instaurare una negoziazione tra un nuovo gruppo di narcotrafficanti (sia alcuni ex Templarios sia il cartello Jalisco Nueva Generacion, che è un braccio di quello di Sinaloa, e che in parte è già presente e attivo nel Michoacan), e gli autodefensas, che però dovrebbero rientrare nell’alveo della legge, attraverso la loro incorporazione nella Nueva Fuerza Rural.
Occorre, secondo la strategia statale, distinguere i gruppi di autodifesa in “buoni” e “cattivi”. Lo stato ha capito chi erano i leader più propensi a farsi cooptare. La politica è sempre quella del bastone e della carota. Ora la carota è andata ai gruppi del Comandante Cinco e di Papà Pitufo, che hanno accettato di integrarsi alla Nueva Fuerza Rural, con uno stipendio da poliziotto, sui 4-500 euro, e hanno sostituito la polizia regolare in alcune zone. Quanto ai narcos la sostituzione deiTemplarios con Jalisco Nueva Generacion è utile allo stato in quanto garantisce il controllo di certe attività: questi infatti sono più focalizzati sul narcotraffico rispetto che su estorsioni o altre attività più invasive del tessuto sociale. Ricordiamo che Michoacan è lo stato delle metanfetamine, e il porto di Lazaro Cardenas è il principale porto del Pacifico dedito a smercio di droga dalla Colombia e da altrove. E’ quindi uno stato strategico, e lasciarlo nelle mani del cartello di Sinaloa o affini implicherebbe un nuovo riassetto locale più utile forse alle autorità federali.
In tutto questo però gli autodefensas di Mireles sono risultati impermeabili ai tentativi di cooptazione, rivelandosi la parte più genuina del movimento. Per loro si è resa necessaria repressione e incarcerazione, come è accaduto al loro leader, che si trova in prigione a Hermosillo, Sonora, dallo scorso luglio. Il punto di discordia in realtà non è ideologico: quelli di Mireles non hanno mai rifiutato la negoziazione con lo stato tout court, la loro piattaforma non è rivoluzionaria o sovversiva delle istituzioni. La loro idea era reintegrarsi ma quando la sicurezza fosse stata garantita, quando fosse stato ristabilito lo stato di diritto e fossero stati scarcerati una quarantina di autodefensas arrestati mesi fa e incarcerati i capi Templariosliberi. Questo, agli occhi dell’opinione pubblica, lo rende coerente. Anche perché rispetto ai sospetti iniziali (cioè che le autodefensas potessero degenerare in delinquenza organizzata: estorsioni, violenza sommaria, gestione della violenza; o in paramilitarismo alla colombiana, del tipo delle Autodefensas Unidas de Colombia, che in realtà hanno finito per difendere solo grandi latifondisti e imprenditori e avere commistioni con la narco-politica) i gruppi di Mireles hanno dato prova di coerenza: non ci sono state queste degenerazioni e Mireles si è quindi guadagnato la stima di larga parte dell’opinione pubblica.

?????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????Che rapporti politici hanno leautodefensas all’esterno dello stato del Michoacan?

Gli autodefensas hanno sviluppato rapporti e raccolto sostegni, sia nel resto del Messico che altrove. Un canale di supporto importante è rappresentato dalle comunità messicane, spesso michoacane, emigrate negli Stati Uniti. Per tramite loro si sono sviluppate ingenti raccolte fondi, oltre che una attività di sensibilizzazione e di informazione sulla vicenda.
In Messico invece, gli autodefensas (tutti fino a maggio, e soprattutto il gruppo rimasto indipendente dalla Nueva Fuerza Rural in seguito) hanno sorprendentemente raccolto adesioni e consensi politici trasversali a tutti i partiti. Lo stesso Mireles è stato un politico per tutta la vita, non l’ha mai negato. Ha fatto politica localmente prima nel PRI, poi si è avvicinato a PRD e Partido del Trabajo, ha aspirato a cariche municipali. Non è uno che viene dal nulla. Questo indubbiamente rappresenta un’ambiguità.
Anche tra i giornalisti sono stati raccolti consensi trasversali, almeno in una certa fase. E soprattutto sono state cercate delle alleanze dirette, soprattutto a giugno in occasione della creazione del Frente Nacional de Autodefensas, in opposizione alla governativa Guardia Rural. C’è stata una grande assemblea a Città del Messico, in cui hanno partecipato personaggi di tutti i tipi: alcuni totalmente rispettabili, da Padre Solalinde, che si occupa di diritti umani per i migranti, alla giornalista Sanjuana Martinez; altri molto discutibili, come il Generale Gallardo, un personaggio ambiguo che ha lottato per costituire una commissione per i diritti umani dei militari (non proprio un paladino della giustizia sociale!), e un sindaco-sceriffo del PAN. Alcuni poi non hanno aderito ma avevano partecipato alle riunioni preparatorie sono quelli del Movimiento por la Paz con Justicia e Dignidad, che sono vicini, per ispirazione, al movimento zapatista e il cui leader è il poeta pacifista Javier Sicilia, che nel 2011 ha guidato un impressionante movimento sociale per la pace contro la guerra ai narcos. Lui non ha aderito al Frente Nacional, in primo luogo perché è armato, cosa che se non rimane temporanea creerebbe dei problemi rispetto alla sua impostazione pacifista (anche gli zapatisti infatti adesso si sono mossi su un terreno più nonviolento), e poi per totale incompatibilità appunto con alcuni dei personaggi che partecipano al Frente.

Qual è la struttura organizzative delle autodefensas?

Io direi che prevale il verticismo in una struttura con regole democratiche. Il coordinamento delle autodefensas, che però si è sciolto con la nascita della Fuerza Rural e del Frente, era formato dai leader di ogni municipio e votava a maggioranza alcune decisioni di base. Il Frente, poi, era l’idea di ricreare una coalizione generale (e intersettoriale, quindi con coalizioni vaste) di tutte le autodefensas, tanto che aveva adottato l’hashtag, sull’esempio di #Yosoy132, di #yosoyautodefensa. Ma il progetto s’è arrestato con l’arresto di Mireles.

Come si può spiegare la guerra al narco come strategia politica di lungo periodo del governo Calderon, tenendo conto dei rapporti stato-narco, e delle faglie interne all’uno e agli altri, delle infiltrazioni e delle cooptazioni, anche con i gruppi di autodifesa? E cosa è cambiato con Peña Nieto? Qual è in definitiva la vera natura della guerra ai narcos?

Negli ultimi 7-8 anni la retorica bellicista è stata il prodotto di esportazione del Messico. Ora l’idea è di esportare altro: le famose riforme strutturali, di cui quella principe è quella che privatizza il settore energetico, e che si accompagna alla consueta retorica di un Messico che viaggia verso il primo mondo, cosa già ampiamente sentita in passato, nell’88, nel ’94… e ora nel 2013-14.
La retorica è dunque cambiata. Sicuramente va individuato un doppio binario: da un lato le lotte intestine dei narcos, presenti già dalla fine degli anni ’80, sono degenerate negli anni ‘2000, con la crisi del PRI. Infatti, fino ad allora i narcosavevano nel PRI l’interlocutore politico assoluto, a tutti i livelli, e ciò aveva garantito una relativa tranquillità. L’equilibrio politico si era rotto già da metà-fine anni ’80 (nascita del PRD come scissione di sinistra del PRI e crescita del PAN, ndr), ma si era lentamente ricostruito durante la presidenza di Salinas de Gortari. Con la sconfitta parlamentare del PRI nel 1997 e la perdita della presidenza nel 2000, tale equilibrio è definitivamente crollato, anche perché persino a livello locale l’egemonia del partito era tramontata. Durante la presidenza Fox (2000-2006) e i primi due anni di quella Calderon, la situazione era quindi precaria per via del quadro politico in evoluzione e delle lotte tra i narcos.
In questo quadro la famosa “guerra al narcotraffico”, con i suoi corollari di militarizzazione e di repressione della società, ha rappresentato da un lato uno strumento dell’ingerenza USA in Messico (più o meno richiesta, piu’ o meno cercata), e dall’altro il tentativo dello stato messicano (e di quello americano attraverso le sue agenzie e i suoi finanziamenti) non di reprimere totalmente, ma di controllare e dare una stretta a tutti i movimenti sociali, in primis quello zapatista in Chiapas, che periodicamente ritorna oggetto della repressione paramilitare(come nel caso dell’omicidio di Galeano nel maggio scorso). Inoltre, tra le ragioni dell’inizio della guerra al narco in grande stile, abbiamo la congiuntura specifica verificatasi all’inizio della presidenza Calderon: una situazione economica al di sotto di quasi tutti i paesi latinoamericani; la corruzione in tutti gli apparati, per cui si hanno pezzi di stato, e soprattutto di polizia, infiltrati da narcos, pezzi di polizia che agiscono come narcos essi stessi (con sequestri, commercio di stupefacenti ecc.); infine una crisi di legittimità politica fortissima, dovuta a elezioni truffate e a un tentativo di svuotamento di potere dell’istituto della presidenza attuato dal PRI a fine anni ’90, quando già presagiva la sua sconfitta e tentava cosi di rendere zoppi i governi altrui. E’ dunque in una situazione di estrema debolezza e fragilità del governo messicano che Calderon ha deciso di impiegare in modo massiccio i militari, anche in funzioni che non dovrebbero essere le loro (suscitando quindi anche proteste tra i militari stessi, molti dei quali hanno finito per appoggiare Obrador). E’ tuttavia ovvio che, utilizzando la strategia della violenza e quindi dell’uso di militari, non si ricostruiscono le istituzioni in crisi ne’ il tessuto sociale. Cosi la militarizzazione non ha fatto altro che aprire il vaso di pandora: ha scardinato tanti meccanismi locali che si mantenevano ancora, ha fatto in modo che i militari cominciassero ad essere percepiti come necessari dalle amministrazioni locali.
narcoguerraAdesso, con il ritorno del PRI, si è un po’ attenuata questa esigenza dell’uso della mano militare, perché i meccanismi di neo-corporativismo e la maggior consuetudine del PRI al governo gli hanno permesso di ri-centralizzare il potere ricorrendo a dispositivi più politici e meno militari: si è preso un potere di amnistia, di mandare comisionados come a Michoacan e di appropriarsi temporaneamente dei governi locali senza passare dal voto, ecc.
Ora i morti e i desaparecidos sono leggermente diminuiti (ma rispetto ai numeri ci sono balletti impressionanti tra governo, istituti di statistica e riviste indipendenti, che in generale sono più affidabili e danno numeri più alti: la rivista Zetas di Tijuana, molto affidabile, ha calcolato un numero di morti legati al narcotraffico nel primo anno di Peña Nieto di 23.000, appena sotto la media degli anni di Calderon). La situazione quindi non è tranquilla, come il governo sta propagandando all’estero. E, mentre la situazione a Michoacan e Guerrero è lungi dall’essere risolta, altrove si stanno iniziando ad aprire altre crepe: negli stati del Tamaulipas e di Veracruz, dove la strategia da parte del potere politico sarà sempre quella di un riassestamento, con un’uscita di scena degli Zetas e il ritorno di altri cartelli più esclusivamente legati alla più tradizionale e meno invasiva attività del narcotraffico…
Probabilmente i morti della narco-guerra continueranno lentamente a scendere, ma il tipo di pacificazione che si profila sembra più una nuova paz mafiosa (cosi è chiamato il periodo che precedette l’odierna narco-guerra, ndr), che, senza affrontare le questioni reali (non è prevista, per esempio, nessun tipo di legalizzazione della droga), possa reggere quel tanto che basta da permettere al PRI di continuare a vincere le elezioni.

Buone #Letture in corso #Libri #Italia #Suggestioni

Un post di letture in corso o già consumate, felicemente. Sono un po’ dei buoni propositi ma anche delle certezze: le buone letture per queste settimane che passo in Italia prima del ritorno in terra messicana. Niente, le posto qui in una galleria fotografica (clicca sulle immagini sopra per allargare) e le consiglio vivamente.

Lo Zoo della scrittrice bolognese Marilù Oliva (Elliot) link anticipazione

Il sudario di latta. Taccuni di guerra del giornalista Ugo Lucio Borga (I Faggi/Ed. Marco Valerio) link

100 anni a Nordest. Viaggio tra i fantasmi della guera granda di Wu Ming 1 (Rizzoli)

Il sole dell’avvenire (2) – Chia ha del ferro ha del pane dell’intramontabile Valerio Evangelisti (in attesa dell’ultimo volume della trilogia) (Mondadori)

Re/search Milano. Mappa di una città a pezzi, AAVV (Agenzia X)

Rio de Janeiro di Bruno Barba (Odoya)

Massimo Vaggi: Sarajevo novantadue (recensione del libro)

SarajevoVaggiMassimo VaggiSarajevo novantadue. Un racconto dalla città assediata Pagina Uno, pp. 230, € 16.

Il romanzo di Massimo Vaggi ci porta indietro nel tempo, una ventina d’anni fa o poco più. Un tempo adolescente, quasi sfumato, vago e sereno per noi, per i lettori della mia generazione che sono nati nella seconda metà degli anni settanta. Essere adolescenti nel 1992, nei Balcani sconvolti dalle Guerre iugoslave, nella Sarajevo asfissiata dalle milizie serbe e dai paramilitari in cerca di croati e musulmani da stanare, invece è difficile da raccontare e perfino da immaginare. Era il primo conflitto scoppiato in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale che – ci avevano insegnato nella scuola delle buone intenzioni – sarebbe stata l’ultima guerra o doveva essere l’ultima, la fine della storia. Invece un altro olocausto, la pulizia etnica e l’orrore stavano squarciando il cuore dell’Europa, proprio oltre l’Adriatico, dove molti adesso vanno in vacanza perché in Slovenia e in Croazia “è più economico”. E la memoria svanisce, ma non tra le pagine di un romanzo.

L’autore racconta Sarajevo partendo dalla vita quotidiana, dai primi giorni di assedio in cui si respira la tensione a fior di pelle, ma le persone sembrano ignorarla, sembra quasi che il timore della guerra incombente possa sfumare. Vaggi narra la storia di Milo, studente di liceo sedicenne e promessa del calcio locale, che è innamorato di Lana. Un amore che fugge via e si salva dalla realtà. Milo vive con la madre Jasna e il padre Hasan. Tra l’aprile e il giugno del 1992 la sua famiglia, come migliaia di altre, si trova a far fronte all’arrivo delle truppe serbe e dei paramilitari a Sarajevo, capitale bosniaca in cui le diverse etnie e le differenze erano riuscite a trovare un equilibrio accettabile fino a pochi mesi prima. Non ci sono i buoni e i cattivi in questa guerra, ma solo fazioni in lotta che martoriano una città, pur senza riuscire del tutto a toglierle la speranza e l’energia che da sempre possiede.

Questo “racconto dalla città assediata”, che è anche un diario delle prime settimane di un’oppressione militare su cui pare sia calata una cappa di smemoratezza generale e complice, risveglia i ricordi e le sensazioni catodiche di chi assisteva da lontano al genocidio e all’impotenza dell’occidente. L’inerzia relativa dell’Europa sconvolta “in casa sua”, ma distante e assente, e quella dell’ONU con i suoi caschi blu fermi lì in missione ad aspettare la pace, non sempre a promuoverla. E la pace ci metterà oltre 43 mesi ad arrivare, 3 anni e mezzo in cui gli adolescenti bombardati e mitragliati di Sarajevo imparavano a diventare adulti giocando tra le granate, perdendo amici, parenti, ricordi e pezzi d’umanità. Ma la loro quotidianità, ferocemente mutata, sceglie di andare avanti sempre e comunque, pervicace, in mezzo agli attacchi e alle angherie dell’assedio che soffocò decenni di convivenza pacifica tra popoli diversi e, fino a poco tempo prima, complementari.

Lo stesso autore ne parla in questi termini in un’intervista a Giuseppe Ciarallo (link intervista intera): “Da qualche anno era in corso nei territori della ex Jugoslavia una sorta di guerra ‘tutti contro tutti’, ma che in qualche misura aveva conservato ancora le caratteristiche di conflitto tra Stati. Nel 1993 ho partecipato a una missione che non è riuscita ad andare al di là del territorio croato, nel corso della quale però ho visitato tra le altre cose alcuni campi di rifugiati bosniaci, dove ho incontrato profughi ed ex combattenti. La particolarità di quanto stava accadendo a Sarajevo mi colpiva moltissimo, sia per le caratteristiche della città, che almeno nel nostro immaginario per decenni era stata portata come esempio di civile convivenza tra popoli, etnie e religioni, sia per la difficoltà di comprendere le ragioni del conflitto, di distinguere le responsabilità, di individuare le motivazioni anche individuali dell’esplodere di tanta violenza. Con il tempo, la guerra ha assunto un aspetto mostruoso, di strage di civili assediati da parte di gruppi paramilitari, anche se all’inizio la situazione appariva molto più indefinita, e proprio questa caratteristica, dell’affermarsi nell’individuo dell’istanza etnica ultra-nazionalista oppure del senso dell’appartenenza a un territorio e a una storia collettiva, mi sembrava un nodo fondamentale da comprendere. Tra gli assediati c’erano molti serbi, che hanno scelto di restare abitanti della città, e non membri attivi del ‘popolo celeste’ in una guerra di crociata: tra questi alcuni intellettuali, giornalisti, militari, anche di grado elevato. Del che esiste un’eco nel romanzo: uno dei protagonisti, il professor Simo Zivanovic, è serbo”. Quando “l’altro” attacca, rinasce il nazionalismo: l’alterità aggressiva e irrazionale cova nelle menti e sospinge l’odio verso la follia.

Mentre Sarajevo sprofonda lentamente nel baratro, Zivanovic, che è uno storico sperimentato, scrive la storia di Jovan, contadino costretto ai lavori forati nel 1531 dalle milizie di Alibeg che cooptano manodopera per la costruzione della moschea del Bey. Jovan “si trovò in un posto sbagliato nel momento meno propizio, per cui a causa della concomitanza di tali sfortunate circostanze capitò che fosse catturato dalla milizia di Aliberg, sguinzagliata per le strade della regione alla ricerca tra contadini di braccia forti e a buon mercato, proprio mentre si trovava intento a caricare fieno su un carro destinato, ironia della sorte, alle scuderie del fiduciario, sconfinato amante dei cavalli quanto poco interessato alla qualità dell’esistenza dei cristiani”.

Questa storia parallela stenta a trovare uno sviluppo, un’evoluzione, proprio come l’assedio infinito dei nazionalismi in esplosione e la vita dei cittadini. E’ uno stallo, un dilemma irrisolvibile per il suo autore, il professore, che però ci catapulta in un’altra dimensione temporale in cui musulmani e cristiani furono i protagonisti di altre storie, perse nei secoli tra imperi e religioni, di altre dispute, sottomissioni e ribellioni. L’inevitabile conflitto potrebbe essere sventato, pensano tutti, lo sperano tutti, ma qualcosa non va, gli interessi in gioco preferiscono la forza e la violenza contro popoli che semplicemente vivono, non guerreggiano. Sono schiacciati nella loro quotidianità da una storia che non conoscono, da volontà diverse dalle loro per cui tentano una reazione come possono e come credono.

Il professore, il padre giornalista e l’allenatore della squadra di calcio, Ibrahim detto “lo zio”, sono le figure guida di Milo nel disastro dell’assedio che comincia in sordina, s’intensifica giorno dopo giorno e infine crea una nuova normalità, un’ordinarietà eccezionale e drammatica che il ragazzo, volente o nolente, deve affrontare. E lo fa grazie al calcio, al suo ruolo di portiere prodigioso e promessa in bilico, e alle chiacchierate con il serbo professor Zivanovic, assediato e incredulo anche lui come tutti gli altri abitanti. Ma la città sotto tiro non ha più scuole, non ha più campi da calcio né spazi sicuri. E Milo non ha più un padre, avendo quest’ultimo rinunciato alla famiglia per la difesa nazionale dall’attacco “esterno”.
Milo cerca di sfuggire al suo destino grazie all’aiuto di un sergente, un casco blu francese che rappresenta l’utopia della libertà, il sogno di una carriera calcistica in Italia, la fuga, ma pure l’aspetto sordido dell’intervento “umanitario” che queste “forze di pace” mantengono in molti paesi: non sempre sono i “buoni”, non sempre sono incorruttibili e neutrali pacificatori di popoli come si vorrebbe far credere.

La resistenza croata e quella bosniaca si organizzano contro l’avanzata serba e il papà di Milo cambia professione. Diventa irriconoscibile: un militare senza ricordi né esitazioni che difende, oltre alla sua città, anche la sua nuova identità partigiana da ogni attacco degli ex colleghi, della moglie e del suo passato di padre di famiglia. Adesso bisogna solo resistere. I primi attacchi, il conflitto, le prime vittime, e sono tanti i punti di vista che abbiamo per capire che cosa stava succedendo. Ciononostante non è facile, nemmeno per i protagonisti di queste pagine, in quest’improvviso campo di battaglia, comprendere i fatti confusi di quel mese di aprile 1992, quando le sparatorie e gli attentati da sporadici diventarono costanti.
Sarajevo è una città sull’orlo del baratro, anche se nessuno, forse, se ne vuole rendere conto. Lo stile del racconto comincia sornione, riflessivo, lento e descrittivo e poi prorompe, con il precipitare degli eventi e della storia verso il nulla, la vita segregata.

“Da dove sono arrivati, al riparo di un’antica acacia e protetti dalla stessa arroganza cieca dei vincitori che non sospettano nulla, Vladko e Hasan possono vedere che quella strada alla fine si apre in una larga piazza con al centro un giardino e una statua e tutto intorno gli uomini che lo pattugliano, con le pistole Scorpion e gli AK-47 in braccio. Non c’è azione, tutto sembra fermo. Osservando meglio però vedono, infine, ciò che è già successo, e si bloccano, accasciandosi come esausti per una fatica immane che è toccata ad altri, e come storditi e rallentati continuano a guardare l’orrore, nel silenzio rotto dal cinguettare di passeri e dal rumore del vento e delle foglie. È Hasan che parla per primo, e le parole escono da profondità mai conosciute. «Io non ho niente da scrivere. Questa» e indica la città «è adesso tutta roba tua. Vai.»
Con lentezza e tecnica e amore, del tutto fuori luogo viste le circostanze, Vladko smonta allora il 50 millimetri per sostituirlo con un potente teleobiettivo, e fotografa.
Fotografa la donna riversa a terra in una posizione grottesca, volto al cielo e braccia spalancate, le gonne sollevate oscenamente a rendere più vergognosa la sua morte, fotografa il cane che lecca il sangue rappreso sulla fronte del vecchio appoggiato alla parete di una casa bruciata, fotografa il bambino che urla e piange seduto sul marciapiedi davanti a due armati che ridono di lui, fotografa l’uomo che prende a calci il cadavere di una donna, che sobbalza inerte, come un giocattolo rotto.
Fotografa, e pensa di aver fotografato la fine del mondo.”

Prima di questa tempesta, prima della fine del mondo, la descrizione di Sarajevo, ossia la narrazione della vita dei suoi abitanti e dei protagonisti di questo romanzo, è lenta e conquista il lettore a poco a poco, senza fretta. I periodi sono lunghi, riflessivi, quasi sornioni. L’esplosione delle prime granate e il deflagrare del tempo, dello spazio e dell’azione condurranno presto il lettore nell’inquietudine e nell’accettazione del peggio. Rapidamente. Il peggio del mondo nel cuore del vecchio continente. Il crogiuolo di razze e tradizioni, popoli e paesi che non si sopportano più, d’un tratto, e si macchiano di crimini contro l’umanità. Vanno contro la loro stessa storia che, però, riprende ancora una volta, s’insedia nell’ombelico del loro mondo, così vicino al nostro ma trascurato: dopo lo smarrimento, la cosmopolita Sarajevo, città ferita e crivellata, prova a rinascere dalle ceneri dell’assedio oltre vent’anni dopo. Ricordando.

Massimo Vaggi è nato a Domodossola nel 1957 e vive a Bologna, dove esercita la professione di avvocato. Ha pubblicato: Un silenzio perfetto (Pendragon, 1996), Tu, musica divina (Interlinea, 1999), Delle onde e dell’aria (Mobydick, 2002), Al mare lontano (Pendragon, 2005). Suoi racconti compaiono nelle collettanee Sorci verdi. Storie di ordinario leghismo (Alegre, 2011) e Lavoro vivo (Alegre, 2012).

Recensione da Carmilla