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Pace in Colombia, vista dal Messico

Il presidente colombiano, il conservatore Juan Manuel Santos, ha annunciato ufficialmente il 4 settembre scorso l’apertura dei dialoghi per la pace in Colombia con le FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia), la guerriglia più vecchia del continente. A quasi 50 anni dall’inizio di una vera e propria guerra civile, costante e logorante, tra lo Stato e diversi gruppi guerriglieri come le FARC, che è il più importante, e l’ELN (Ejercito Liberacion Nacional), anch’esso coinvolto nei dialoghi, si riaprono le negoziazioni per porre fine al conflitto. La Colombia è il terzo paese del Sudamerica per importanza economica dopo il Brasile e l’Argentina, ed il secondo più popoloso con oltre 46 milioni e mezzo di abitanti.

E’ la quarta volta che si aprono dei dialoghi di pace nel paese sudamericano e l’ultimo tentativo risale alla gestione del presidente Andrés Pastrana nel periodo 1998-2002. L’auspicio della popolazione e della comunità internazionale è che questa volta si arrivi a una risoluzione positiva e ci sono buone basi per sperare: esiste una coincidenza esplicita degli obiettivi, i preaccordi sono stati costruiti lentamente, il paese, così come il resto del mondo, negli ultimi 10-15 anni è cambiato radicalmente e c’è una miglior disposizione della parti in causa, primi tra tutti il presidente Santos e il leader guerrigliero Rodrigo Londoño Echeverry, alias Timochenko. Quest’ultimo ha dichiarato di arrivare al negoziato “senza rancore né arroganza”. Dopo mesi di preparazione, con la partecipazione di delegati del Venezuela, del Cile, di Cuba e della Norvegia in veste di negoziatori, in ottobre cominceranno gli incontri a Oslo e poi a L’Avana. Sono cinque i punti in agenda: lo sviluppo rurale e l’accesso alla terra; garanzie per l’opposizione politica e la partecipazione cittadina con la rottura dei nessi tra violenza/armi e politica; la fine del conflitto armato con la consegna delle armi e l’integrazione dei guerriglieri alla vita civile; lotta efficace al narcotraffico; rispetto dei diritti delle vittime e della verità.

Il Premier inglese Cameron ha parlato “di un passo coraggioso”, Obama di “un’opportunità da cogliere”, la presidentessa brasiliana Dilma Roussef lo considera “un motivo per festeggiare in Sudamerica e nel mondo”. Anche il Vaticano e quasi tutti i paesi americani hanno immediatamente celebrato l’inizio dei dialoghi. Unica voce discordante è quella dell’ex presidente colombiano Alvaro Uribe, ex alleato di Santos, che ha parlato di uno “schiaffo alla democrazia” e continua a sostenere la sua politica di mano dura a tutti i costi. Senza dubbio è un momento storico per il paese andino e per l’America Latina, ma in molti non se ne sono accorti. Il Messico brilla per la sua assenza, un fatto eccezionale visto che in America Latina il paese s’era sempre contraddistinto per una presenza rilevante nei processi di pace.

In Italia c’è un vuoto quasi totale sulla questione. Il PD ha raccomandato all’ambasciatore italiano a Bogotà di “fare tutto il possibile per chiudere la stagione di conflitto in Colombia”, augurandosi che “gli sforzi profusi abbiano successo e che il paese possa tornare a essere annoverato tra le nazioni pacificate del continente”. Sul sito della rete dei comunisti è stato tradotto e pubblicato il documento integrale preliminare per gli accordi di pace (link). Sui media se n’è parlato a sprazzi e, come spesso accade, l’informazione sul mondo, i posizionamenti politici all’estero e il dibattito in dettaglio, soprattutto se si tratta di Latinoamerica, provengono genuinamente e abbondantemente dall’esterno, dalla rete o da organizzazioni, media e gruppi alternativi.

Riporta la rivista messicana Proceso che l’unico presidente dell’America Latina che non ha chiamato Santos né ha inviato alcun messaggio al colombiano è stato Felipe Calderón, capo di Stato messicano del partito conservatore Accion Nacional. Calderón identifica le FARC con il narcotraffico e di fatto avalla le soluzioni militariste e repressive che anche Uribe aveva adottato. Calderón è stato un presidente dalla “mano dura” in Messico, ma la militarizzazione della guerra ai cartelli della droga ha provocato un’escalation di violenza senza precedenti e un saldo di 70mila morti e oltre 15miladesaparecidos. Però le FARC hanno un’agenda politica, non sono un cartello della droga, malgrado i loro vincoli innegabili con il narcotraffico, in particolare con le fasi di produzione della cocaina che sono servite al loro finanziamento.

“Non si può confondere una guerrigllia che, senza dubbio, ottiene finanziamenti dal narcotraffico con i gruppi della criminalità organizzata che hanno altri scopi”, sostiene la ex sindachessa di Bogotà, Clara López. Quindi la Colombia sceglie di negoziare e il Messico resta a guardare nonostante i due paesi siano molto vicini, non solo per le questioni legate al traffico illegale di stupefacenti, ma anche perché il neopresidente messicano, Enrique Peña Nieto, ha deciso di contrattare il generale colombiano Óscar Naranjo come consulente esterno per la sicurezza dopo il primo dicembre, quando assumerà ufficialmente le sue funzioni. La decisione è stata criticata da più parti, si parla d’ingerenza straniera e di una possibile continuità della strategia repressiva, anche se Naranjo è stato inserito nella lista dei delegati che negozieranno con le FARC.

Sul problema del narcotraffico il punto terzo dell‘Accordo generale per la fine del conflitto e la costruzione di una pace stabile e duratura, negoziato segretamente da FARC e Governo, si specificano gli elementi della discussione: programma di sostituzione delle coltivazioni, cioè riconversione dei raccolti dall’illecito al lecito; prevenzione del consumo e salute pubblica; interventi sulla produzione e la commercializzazione di narcotici. E’ quindi probabile che l’interesse del Messico e dei paesi “grandi consumatori” cresca durante il processo. Inoltre è fondamentale la questione umanitaria e la pacificazione di un paese come la Colombia, vista la sua importanza economica e soprattutto per le oltre 120mila vittime di questa guerra “eterna” e per i milioni di desplazados che hanno dovuto abbandonare le loro terre durante il conflitto.    Twitter @FabrizioLorusso

Video-Rap della guerriglia delle FARC sul processo di pace in Colombia

Un video girato dalle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia che ha suscitato non poche polemiche. E’ un enunciato politico su alcuni dei punti sensibili della trattativa che questa storica guerriglia colombiana si appresta a cominciare con il governo di Juan Manuel Santos.

 

Colombia: l’ENEL e la diga El Quimbo

Nella regione di Huila, Colombia centromeridionale, il megaprogetto per la centrale idroelettrica di El Quimbo contrappone da mesi le popolazioni locali al governo del conservatore Juan Manuel Santos e alla multinazionale italiana Enel, partecipata al 31% dal nostro Ministero dell’Economia, quindi dallo stato italiano. Questo caso, come molti altri in America Latina, ricorda da vicino la situazione vissuta in Val di Susa da oltre vent’anni. Un progetto caro, programmato da tempo, che si deve fare ormai “ad ogni costo” e “perché sì”, con gli abitanti del luogo (e non solo) che si oppongono e subiscono le vessazioni dell’autorità e la scarsa chiarezza da parte della compagnia – in questo caso una multinazionale italo-spagnola dell’energia con grossi interessi in Colombia e in Sudamerica – su compensazioni e impatti ambientali. E’ vero, qui l’investimento non viene dal capitale pubblico colombiano, proviene dall’estero e, in parte, dalle tasche degli italiani. Gli effetti ambientali, però, restano in Colombia, mentre gli utili derivanti dall’esportazione delle risorse generate sul territorio vanno via. E’ il dilemma delle multinazionali che, presenti in più paesi per definizione, sono diventate un contropotere enorme, ma ogni paese poi regola il loro funzionamento e il loro potenziale d’intervento e di “negoziazione della sovranità” a livelli e in modi diversi. Storicamente in Latino America l’equilibrio s’è sempre spostato in favore del capitale e dell’investimento, quasi sempre stranieri, pregiudicando l’economia regionale nel medio-lungo periodo con lo sfruttamento di benefici e di alleanze politiche strumentali, bisognose di grandi progetti legittimatori e rendite che s’ottengono nel breve periodo, nell’arco di un mandato (o mezzo) presidenziale, per capirci. Le famiglie perdono casa, terra, lavoro, abitudini e identità in vista di un eventuale guadagno per tutto il paese che, però, corrisponde spesso all’interesse di pochi piuttosto che a quello generale.

La prima pietra dell’opera è stata posta già nel febbraio 2011, ma nell’ultimo mese e mezzo la situazione è precipitata: sono aumentate le proteste per la deviazione del Río Magdalena, fiume che, come il suo gemello Cauca, attraversa da sud a nord tutto il paese sudamericano.
Da una parte c’è un investimento di 625 milioni di euro, dall’altra l’inondazione di circa 8500 ettari delle terre più produttive e fertili della regione e il trasferimento di 3000 persone che dipendono dalla pesca, dalla pastorizia e dall’agricoltura.

Enel opera in Colombia con le controllate Endesa ed Emgesa. Grazie alla presenza storica di Endesa in America Latina, Enel ha oggi una capacità installata di 16 GW di cui 2,9 in Colombia. La idroelettrica El Quimbo, con i suoi 0,4 GW a regime per coprire tra il 4% e l’8% del fabbisogno elettrico nazionale, è in disputa tra i presunti “pionieri della modernità e dello sviluppo” e gli abitanti della valle tacciati da alti funzionari del governo del presidente Santos come difensori dell’ecosistema e di interessi politici esterni, “venuti da altre zone de paese” per creare disordini: industria ed energia per tutti, come parte di un piano nazionale basato sui settori estrattivo ed energetico, o sostenibilità locale e ambientale con autosufficienza alimentare, economia locale e qualità di vita per le popolazioni. Il presidente definisce il suo progetto di rinascita per il paese come “la locomotrice minerario-energetica”, un termine sicuramente adatto al futurismo e alle esigenze dell’economia di un secolo fa e che ricorda i modelli fallimentari della storia economica latino americana basati sull’esportazione e la svendita di materie prime e su un’industrializzazione pesante indotta dall’estero.

Per far funzionare questo ipotetico “treno della modernità” ed estrarre più oro, carbone e idrocarburi, serve più energia, quindi ecco che si chiude il cerchio. Ad oggi, infatti, la Colombia non avrebbe bisogno di un incremento così forte della sua produzione energetica. Su El Quimbo la posta in gioco è alta e le posizioni delle parti paiono inconciliabili, così come i modelli di sviluppo e di futuro sottesi all’operato governativo e alle popolazioni colpite da progetti non condivisi.
I cittadini contrari all’opera, uniti nell’associazione Asoquimbo, denunciano l’impresa di voler produrre soprattutto per l’esportazione e di non lasciare nulla sul territorio: si stima una perdita netta per l’economia locale di 345 milioni di euro in 50 anni e, anche se ci saranno 3000 assunzioni per la costruzione, poi resteranno solo poche decine di tecnici dopo un paio d’anni. La costruzione infatti dovrebbe terminare nel 2014.

Nel 2008, con l’ex presidente Alvaro Uribe, “Endesa cominciò i lavori senza le licenze ambientali”, precisa il senatore del Polo Democratico, Jorge Robledo. Le licenze, che stabiliscono anche le compensazioni a carico dell’azienda, vennero concesse l’anno dopo e poi negoziate al ribasso dall’impresa con il Ministero dell’Ambiente senza consultare le comunità, secondo le denunce di Asoquimbo. “Tra il 2008 e il 2009 si fecero i tavoli di concertazione, con il Ministero dell’Energia e delle Miniere, il governo di Huila, i sindaci dei comuni interessati direttamente, le comunità e l’impresa da cui scaturirono 30 accordi”, ha dichiarato alla rivista colombiana Semana Luis Rubio, direttore di Endesa Colombia. “Gli accordi furono inclusi come obblighi nelle licenze del progetto che stiamo rispettando”, ha confermato Rubio.

D’altro canto c’è chi sostiene il contrario e la stessa governatrice della regione, González Villa, ha riaperto il tavolo di verifica per il rispetto degli accordi che “furono inclusi come obblighi nella licenza ambientale concessa dal Ministero dell’Ambiente per il progetto ed è quello che dobbiamo verificare: se si stanno rispettando o no. Ci sono comunità in disaccordo col progetto, mentre Emgesa afferma che tutto va avanti secondo gli accordi”. Intanto i lavori sono iniziati comunque.

Miller Dussan, ricercatore e attivista di Asoquimbo, parla di un “inganno di Emgesa alle comunità dato che invece di risistemare degnamente gli abitanti, offre denaro in modo irresponsabile”. Un altro problema è che la compagnia “disinforma i diversi gruppi che quindi non conoscono i tipi di compensazione proposti, l’acquisto delle terre da parte di Endesa ha fatto perdere molti posti di lavoro agli abitanti”.

Dalla fine del 2011 sono ripartite le proteste pacifiche degli abitanti di Huila e il 14 febbraio c’è stato lo scontro di 300 poliziotti che hanno sgomberato 400 persone, anche donne e bambini, con lacrimogeni e manganelli. Il saldo è stato di qualche decina di feriti, di cui tre molto gravi, e un manifestante che perderà l’occhio destro. “Le armi impiegate non erano letali: fumogeni, lacrimogeni, granate stordenti ma mai armi da fuoco”, sostiene il capo della polizia locale Juan Peláez.

Il documentario, dal titolo “video che il governo non vuole che tu veda”, con le immagini dello sgombero a El Quimbo, del giornalista colombiano Bladimir Sánchez e dell’italiano Bruno Federico è passato da YouTube al portale della rivista Semana, ma Sánchez ha ricevuto minacce di morte dopo la pubblicazione, mentre Federico il 3 marzo è stato detenuto per alcune ore dalla polizia dopo la diffusione del materiale (allegato in fondo all’articolo).
Il presidente Santos ha definito l’azione della polizia “normale” e “secondo il protocollo” per un progetto pensato “per il bene di tutti i colombiani”. Il Ministro dell’ambiente Frank Pearl ha parlato di “interessi oscuri”, riferendosi ai contadini che non sarebbero “abitanti della zona ma studenti di altre regioni” e Santos ha affermato che “non accetterà che persone con intenzioni politiche blocchino l’opera”.

Il 3 marzo a El Quimbo c’è stata un’altra protesta, condotta in più punti, che è rientrata dopo alcune scaramucce con la polizia che ha lanciato lacrimogeni e granate da dispersione e, anche se i lavori sono già cominciati, la partita non è chiusa. “Lo scorso fine settimana s’è deviato il fiume, secondo gli standard ambientali e tecnici”, ha commentato Rubio, “la gente ha diritto alle compensazioni secondo i censimenti socioeconomici e questi prendono del tempo”. “Abbiamo ricerche per proteggere la ricchezza naturale della zona”, ha precisato.

Il 22 marzo gli oppositori al progetto de El Quimbo hanno portato avanti l’iniziativa per una giornata senza luce, un black out nazionale con lo slogan “Non abbiamo bisogno di più energia, ma di meno consumo”, che sintetizza una differente visione alla base dello sviluppo per la Colombia.
Il giornalista Federico, che sta seguendo da vicino tutta la vicenda, spiega invece che l’impresa ha riconosciuto solo 1700 compensazioni – soprattutto dei grandi proprietari con cui sono scesi a patti – sulle 3700 documentate da Asoquimbo, che 400 abitanti sono stati allontanati dalla zona senza alcuna alternativa e che i lavori sono continuati nonostante non si siano risolti questi problemi e le licenze ambientali non siano state verificate completamente.

Ma la corte dei conti e la magistratura hanno aperto un’inchiesta per corruzione e disastro ambientale e stanno indagando sulle accuse contro Emgesa, per violazioni ai diritti umani e ambientali, e sugli stessi contratti dell’azienda, compreso uno da 251 milioni di euro con l’italiana Impregilo per la costruzione della centrale. Rubio però non conferma, infatti, “la compagnia non è a conoscenza dell’indagine”. Una sentenza di sospensione dei lavori potrebbe arrivare, ma, visti i tempi della giustizia, il danno causato potrebbe essere già irreversibile: infatti, è già cominciata la deviazione del corso del fiume e solo l’imminente stagione delle piogge potrebbe rallentare, se non fermare del tutto, l’opera e trasformarsi in un’alleata delle popolazioni che esigono giustizia.

Di seguito il “Video che il governo colombiano non vuole far vedere” che racconta meglio di qualunque articolo gli scontri che il 14 febbraio scorso hanno contrapposto i manifestanti della zona, seduti in terreno demaniale, mano nella mano lungo le rive del fiume Magdalena, e la polizia colombiana che ha sgomberato questa catena umana con la violenza. Un pescatore ha perduto un occhio mentre gli stessi responsabili del cantiere presenziavano allo sgombero dando l’ok secondo quanto riportato da alcuni testimoni. Fabrizio Lorusso CarmillaOnLine

Per informarsi meglio, ecco 3 articoli in italiano (sono pochissimi quelli reperibili vista la palese reticenza dei media italiani su questo caso) e alcuni link con documentari e reportage.

El Quimbo – Il grido di Matambo

El Quimbo – Caso aperto

L’Enel e la diga El Quimbo
Reportage di TeleSur
Black Out di protesta e documentario

Video protesta in Italia
Blog di Miller Dussan

Colombia: Silencio en el Paraíso, il film sui falsi positivi e le favelas di Bogotà

Una storia d’amore adolescenziale è la scusa per raccontare al grande pubblico, per la prima volta in un film, il dramma dei “falsi positivi” in Colombia, cioè le esecuzioni illegali di cittadini da parte dell’esercito e le forze di polizia usate per poter presentare le vittime come guerriglieri caduti in combattimento e aspirare a premi e carriera. Leggi: Cosa sono i falsi positivi? e Cine Colombia: una historia de falsos guerrilleros.

La película colombiana cuenta la historia de la pobreza y la guerra que se presenta en un barrio de Bogotá, donde unos jóvenes son son sus protagonistas. Ronald un muchacho de 20 años que posee una bicicleta con la cual trabaja está enamorado de Lady, una chica del barrio, pero esta historia de amor se verá interrumpida por las pretensiones de un general.
Fuente:
http://www.citytv.com.co/videos/714106/silencio-en-el-paraiso-trailer-de-la-p…

 

Video prohibido por la TV colombiana – Acqua, mine e compagnie multinazionali

Compagnie minerarie, inquinamento, avvelenamenti, danni ambientali e spreco d’acqua in Colombia: minaccia per la diversità biologica in Sudamerica

La Colombia non cambia: Juan Manuel Santos, Presidente 2010 – 2014

Non ci sono molte tracce della notizia sui quotidiani di oggi. La riporto qui anche perché, sebbene sia lontano, ho cercato di seguire il processo elettorale colombiano e avevo sperato in un cambiamento che non c’è stato. L’astensionismo ha caratterizzato le elezioni con oltre il 55% dei cittadini con diritto di voto che sono rimasti a casa.

Il 67% degli elettori ha scelto Juan Manuel Santos al secondo turno. E’ il candidato della destra e della continuità rispetto alle politiche del suo predecessore e amico Alvaro Uribe; il 27% ha votato per l’ex eccentrico sindaco di Bogotà del Partito Verde, Antanas Mockus.

Oltre 9 milioni di cittadini (cifra record malgrado l’astensione) hanno votato per Santos, un milione e settecentomila in più rispetto a quelli che avevano votato per Uribe nel 2006. Nel frattempo un attentato delle Farc (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) ha fatto nove morti tra le forze di sicurezza alla frontiera col Venezuela. Forse un messaggio per il nuovo presidente ma forse anche e solamente un giorno in più di drammatica e ordinaria guerriglia in Colombia. Alcune agenzie hanno riportato la notizia per sottolineare che anche in una giornata elettorale gli attacchi armati non cessano e in alcune zone fuori dal controllo statale era praticamente impossibile andare a votare, ma purtroppo la Colombia vive le sue piccole e grandi stragi, le sue violenze, i drammi degli sfollati e dei bombardati, i sequestri, gli omicidi e le violazioni ai diritti umani quotidianamente, in pratica da sempre, e ce se ne ricorda solo nelle “grandi occasioni” o se ci sono prigionieri eccellenti come Ingrid Betancourt. Il nuovo presidente Santos ha già annunciato la fine della guerriglia, vedremo.

Dopo la sconfitta Mockus ha dichiarato che seguirà una linea di indipendenza e controllo riguardo alle azioni del governo che sarà possibile grazie al fatto che lui e il Partito Verde non sono entrati nel gioco di alleanze, ricatti e clientele che in genere muovono lo scacchiere politico nazionale e i partiti tradizionali.

Alcuni interessanti documentari in inglese e spagnolo mostrano le origini del personaggio e del politico Mockus negli anni novanta e spiegano come le sue proposte fuori dal comune riuscirono a trasformare la capitale colombiana in pochi anni e avrebbero (forse) potuto applicarsi al resto del paese: http://www.youtube.com/watch?v=5OdhD5D5its

Mentre Mockus si era contraddistinto per le sue proposte innovative dal punto di vista sociale (QUI la sua proposta di governo), Santos ha optato per la continuità con le politiche di mano dura e sicurezza, repressione e legalità contro i fenomeni del narcotraffico e della guerriglia.

Oltre alla gestione di queste situazioni critiche da decenni in Colombia, le prime grandi sfide (ma l’agenda è molto più complessa:VEDI LINK) sociali ed economiche del nuovo presidente saranno la riforma del sistema sanitario e giudiziario, la diminuzione del tasso di omicidio, degli indici di povertà e della produzione di coca, ristabilire le difficili relazioni coi paesi vicini, in particolar modo con il Venezuela di Hugo Chàvez e l’Ecuador di Rafael Correa, paesi collocati agli estremi opposti rispetto a Santos (e al suo predecessore) nella mappa geopolitica regionale.

Altri due punti.

1) Santos dovrà rendere conto al paese del suo ruolo nella esecuzione di 2.279 persone, uccise presumibilmente dalle forze dell’ordine durante la sua gestione come ministro della difesa (2006-2009). Si tratta del terribile fenomeno dei falsos positivos, cioè persone uccise dalla polizia e dall’esercito e travestite da guerriglieri per poter ottenere incentivi e benefici di vario tipo nella lotta contro la guerriglia.

2) Anche in relazione a quanto sopra, Uribe aveva proposto (e Santos potrebbe fare la scelta finale) di ampliare la giurisdizione dei tribunali militari per includere anche le violazioni ai diritti umani, con un’evidente limitazione in questi casi del potere di difesa delle vittime e d’intervento della magistratura ordinaria.

QUI LA STORIA CHAVEZ vs URIBE, VENEZUELA / COLOMBIA

Più informazioni (in spagnolo):

http://www.semana.com/
http://www.ipsnoticias.net/nota.asp?idnews=95712

Nella foto (http://www.flickr.com/photos/globovision/) Santos a Globovision.