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Pace in Colombia, vista dal Messico

Il presidente colombiano, il conservatore Juan Manuel Santos, ha annunciato ufficialmente il 4 settembre scorso l’apertura dei dialoghi per la pace in Colombia con le FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia), la guerriglia più vecchia del continente. A quasi 50 anni dall’inizio di una vera e propria guerra civile, costante e logorante, tra lo Stato e diversi gruppi guerriglieri come le FARC, che è il più importante, e l’ELN (Ejercito Liberacion Nacional), anch’esso coinvolto nei dialoghi, si riaprono le negoziazioni per porre fine al conflitto. La Colombia è il terzo paese del Sudamerica per importanza economica dopo il Brasile e l’Argentina, ed il secondo più popoloso con oltre 46 milioni e mezzo di abitanti.

E’ la quarta volta che si aprono dei dialoghi di pace nel paese sudamericano e l’ultimo tentativo risale alla gestione del presidente Andrés Pastrana nel periodo 1998-2002. L’auspicio della popolazione e della comunità internazionale è che questa volta si arrivi a una risoluzione positiva e ci sono buone basi per sperare: esiste una coincidenza esplicita degli obiettivi, i preaccordi sono stati costruiti lentamente, il paese, così come il resto del mondo, negli ultimi 10-15 anni è cambiato radicalmente e c’è una miglior disposizione della parti in causa, primi tra tutti il presidente Santos e il leader guerrigliero Rodrigo Londoño Echeverry, alias Timochenko. Quest’ultimo ha dichiarato di arrivare al negoziato “senza rancore né arroganza”. Dopo mesi di preparazione, con la partecipazione di delegati del Venezuela, del Cile, di Cuba e della Norvegia in veste di negoziatori, in ottobre cominceranno gli incontri a Oslo e poi a L’Avana. Sono cinque i punti in agenda: lo sviluppo rurale e l’accesso alla terra; garanzie per l’opposizione politica e la partecipazione cittadina con la rottura dei nessi tra violenza/armi e politica; la fine del conflitto armato con la consegna delle armi e l’integrazione dei guerriglieri alla vita civile; lotta efficace al narcotraffico; rispetto dei diritti delle vittime e della verità.

Il Premier inglese Cameron ha parlato “di un passo coraggioso”, Obama di “un’opportunità da cogliere”, la presidentessa brasiliana Dilma Roussef lo considera “un motivo per festeggiare in Sudamerica e nel mondo”. Anche il Vaticano e quasi tutti i paesi americani hanno immediatamente celebrato l’inizio dei dialoghi. Unica voce discordante è quella dell’ex presidente colombiano Alvaro Uribe, ex alleato di Santos, che ha parlato di uno “schiaffo alla democrazia” e continua a sostenere la sua politica di mano dura a tutti i costi. Senza dubbio è un momento storico per il paese andino e per l’America Latina, ma in molti non se ne sono accorti. Il Messico brilla per la sua assenza, un fatto eccezionale visto che in America Latina il paese s’era sempre contraddistinto per una presenza rilevante nei processi di pace.

In Italia c’è un vuoto quasi totale sulla questione. Il PD ha raccomandato all’ambasciatore italiano a Bogotà di “fare tutto il possibile per chiudere la stagione di conflitto in Colombia”, augurandosi che “gli sforzi profusi abbiano successo e che il paese possa tornare a essere annoverato tra le nazioni pacificate del continente”. Sul sito della rete dei comunisti è stato tradotto e pubblicato il documento integrale preliminare per gli accordi di pace (link). Sui media se n’è parlato a sprazzi e, come spesso accade, l’informazione sul mondo, i posizionamenti politici all’estero e il dibattito in dettaglio, soprattutto se si tratta di Latinoamerica, provengono genuinamente e abbondantemente dall’esterno, dalla rete o da organizzazioni, media e gruppi alternativi.

Riporta la rivista messicana Proceso che l’unico presidente dell’America Latina che non ha chiamato Santos né ha inviato alcun messaggio al colombiano è stato Felipe Calderón, capo di Stato messicano del partito conservatore Accion Nacional. Calderón identifica le FARC con il narcotraffico e di fatto avalla le soluzioni militariste e repressive che anche Uribe aveva adottato. Calderón è stato un presidente dalla “mano dura” in Messico, ma la militarizzazione della guerra ai cartelli della droga ha provocato un’escalation di violenza senza precedenti e un saldo di 70mila morti e oltre 15miladesaparecidos. Però le FARC hanno un’agenda politica, non sono un cartello della droga, malgrado i loro vincoli innegabili con il narcotraffico, in particolare con le fasi di produzione della cocaina che sono servite al loro finanziamento.

“Non si può confondere una guerrigllia che, senza dubbio, ottiene finanziamenti dal narcotraffico con i gruppi della criminalità organizzata che hanno altri scopi”, sostiene la ex sindachessa di Bogotà, Clara López. Quindi la Colombia sceglie di negoziare e il Messico resta a guardare nonostante i due paesi siano molto vicini, non solo per le questioni legate al traffico illegale di stupefacenti, ma anche perché il neopresidente messicano, Enrique Peña Nieto, ha deciso di contrattare il generale colombiano Óscar Naranjo come consulente esterno per la sicurezza dopo il primo dicembre, quando assumerà ufficialmente le sue funzioni. La decisione è stata criticata da più parti, si parla d’ingerenza straniera e di una possibile continuità della strategia repressiva, anche se Naranjo è stato inserito nella lista dei delegati che negozieranno con le FARC.

Sul problema del narcotraffico il punto terzo dell‘Accordo generale per la fine del conflitto e la costruzione di una pace stabile e duratura, negoziato segretamente da FARC e Governo, si specificano gli elementi della discussione: programma di sostituzione delle coltivazioni, cioè riconversione dei raccolti dall’illecito al lecito; prevenzione del consumo e salute pubblica; interventi sulla produzione e la commercializzazione di narcotici. E’ quindi probabile che l’interesse del Messico e dei paesi “grandi consumatori” cresca durante il processo. Inoltre è fondamentale la questione umanitaria e la pacificazione di un paese come la Colombia, vista la sua importanza economica e soprattutto per le oltre 120mila vittime di questa guerra “eterna” e per i milioni di desplazados che hanno dovuto abbandonare le loro terre durante il conflitto.    Twitter @FabrizioLorusso

Video-Rap della guerriglia delle FARC sul processo di pace in Colombia

Un video girato dalle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia che ha suscitato non poche polemiche. E’ un enunciato politico su alcuni dei punti sensibili della trattativa che questa storica guerriglia colombiana si appresta a cominciare con il governo di Juan Manuel Santos.

 

Messico e Pace: En los zapatos del Otro – Nelle scarpe degli Altri

Iniziativa del Movimento per la Pace insieme agli artisti del Messico – Video diffusione totale! – LINK

México D.F., 31 de enero de 2012 (Cencos).– Con un espectáculo de hora y media, el colectivo El Grito Más Fuerte, en conjunto con el Movimiento por la Paz con Justicia y Dignidad, realizaron el lanzamiento de la Campaña “En Los Zapatos del Otro”, que tiene el propósito de aumentar la sesibilidad que tenemos los y las mexicanas frente a la emergencia nacional que se enfrenta en el país debido al incremento de la violencia.

Campaña ponte En Los Zapatos del Otro, iniciativa del Colectivo El Grito Más Fuerte, dicho colectivo se une al Movimiento por la Paz con Justicia y Dignidad.

DA: http://movimientoporlapaz.mx/

Narco attacco ai social network in Messico?

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A Nuevo Laredo, città di frontiera tra Messico e Stati Uniti, nella mattinata di sabato 24 settembre i genitori che accompagnavano i figli a scuola hanno fatto una macabra scoperta. Sul prato intorno al monumento a Cristoforo Colombo giaceva il corpo senza vita della giornalista María Elizabeth Macías, caporedattrice del quotidiano localePrimera Hora. La donna, di 39 anni, usava il nicknameNena de Laredo, Ragazza o Bambina di Laredo, per diffondere notizie in tempo reale tramite i social network e i blog dedicati al narcotraffico. “Ok. Nuevo Laredo dal vivo e i social network. Sono la Ragazza di Laredo e sono qui per i miei report e i vostri. Per chi ancora non ci crede, m’è successo questo per aver creduto nell’esercito e nella marina”, dice il messaggio redatto dai sicari degli Zetas, il cártel che controlla la zona del confine con il Texas e del Golfo del Messico e che sta allargando la sua sfera d’influenza sempre più a sud e a ovest, da Guadalajara a San Luis Potosì e Veracruz.

Gli 80 omicidi di giornalisti tra il 2000 e il 2011 fanno del Messico uno dei paesi più pericolosi per l’esercizio di questa professione. In particolare la situazione della frontiera nordorientale, negli stati del Tamaulipas e il Nuevo León, è drammatica a causa della militarizzazione, dell’insicurezza sulle autostrade (4832 desaparecidos in 20 mesi) e della guerra tra il cartello dei narcos del Golfo e quello degli Zetas per il dominio dei territori che fanno da corridoio per la cocaina e la marijuana dirette negli Usa. La minaccia sembra riguardare specialmente chi diffonde su Internet le foto, i tweet e i video sui narcos che sono censurati dagli altri media per paura di rappresaglie. I blog pubblicano tutto il materiale che gli viene inviato, compresi i dettagli sui centri di stoccaggio e smercio della droga e altri dati utili per le autorità, mentre spesso i giornali, soprattutto se sono piccoli e di rilevanza locale, non osano tanto e rischiano davvero grosso.

Non è facile tracciare le origini dei siti internet che si occupano di narcos né si riesce a capire se sono gestiti dalla polizia, da giornalisti o da semplici cittadini, ma le immagini truculente e inedite presenti su questi portali fanno pensare che gli stessi narcos li usino per trasmettere avvertimenti e messaggi di terrore al governo, alla popolazione e ai rivali. Le scene di decapitazioni e torture videoregistrate abbondano e l’origine esatta dei video resta sconosciuta. E’ innegabile, comunque, che siano un canale di comunicazione privilegiato tra bande e cartelli rivali oltre che un mezzo d’informazione e scambio per gli internauti che possono interagire in chat, coi commenti o postando video. Per esempio il gruppo paramilitare dei Mata-Zetas (=gli ammazza-Zetas), probabilmente legato al potente cartello di Sinaloa, è finito su tutti i giornali e in TV in seguito all’invio, via blog del narco, di un comunicato video in cui dichiara di aver ucciso e gettato per strada 35 pesone a Veracruz perché erano membri o complici del cartello degli Zetas di cui sono i più acerrimi nemici. Si fa riferimento a una terribile mattanza avvenuta il 20 settembre scorso in un sobborgo “per bene”, Boca del Río, situato a pochi chilometri da Veracruz, sulla costa atlantica. La stampa italiana ha riportato i fatti in alcune note anche se, come spesso accade quando si parla di paesi ritenuti “lontani o esotici”, lo ha fatto in modo fuorviante e pittoresco come sottolinea il giornalista Federico Mastrogiovanni in un post critico e doveroso (intitolato “Se non ci sono trans e mignotte”) sul suo blog.
I cosiddetti narco-blog più visitati sono il Blog del NarcoAl rojo vivoMundo Narco Nuevo Laredo en vivo. Sulla home page di questo portale è comparso un fiocco nero in segno di lutto dedicato alla scomparsa María, La Nena. La testata per cui lavorava è di proprietà del sindaco di Nuevo Laredo, Benjamín Galván, del Partido Revolucionario Institucional (il partito che per oltre 70 anni ha dominato in Messico e che, dopo le sconfitte alle presidenziali del 2000 e del 2006, sembra poter tornare al potere nel 2012), per cui, oltre alla pista della vendetta personale ai danni della redattrice, si ipotizzano eventuali ragioni politiche o economiche.

“E’ troppo presto per sapere se il crimine è motivato da presunte attività della giornalista su Internet o se il messaggio dei criminali è un depistaggio”, ha dichiarato il rappresentante del Comitato per la Protezione dei Giornalisti, Mike O’Connor. Sebbene sia piuttosto attraente a livello mediatico l’idea di denunciare un narco-attacco ai blogger e ai social network e vi siano alcune tracce, tra cui i messaggi lasciati dagli assassini vicino alle vittime, di questa intenzione repressiva da parte del crimine organizzato, non ci sono ancora delle prove o indagini concluse sul caso. texas_mexico.jpgSono nati gli stessi dubbi sulla stampa messicana anche il 13 settembre scorso in seguito al ritrovamento di due persone mutilate e uccise, definite come “blogger” o utenti di “twitter” (il che non ci dice molto sulle loro attività e sul perché i narcos li volessero morti; la vera tragedia è che forse vengono uccisi solo per scopi dimostrativi…): si trattava di un uomo di 28 anni e una donna di 25, assassinati e poi appesi da un ponte sempre a Nuevo Laredo, e sempre con dei messaggi di minaccia contro chi osa parlare degli affari delle mafie locali.
In realtà le vittime erano semplicemente degli utenti di Twitter, ma sono diventate “l’esempio di ciò che potrà succedere a tutti gli internauti”, dice il monito dei narcos affisso sul cavalcavia. Insieme ai giornalisti anche il popolo dei social network potrebbe essere vittima di una persecuzione, un po’ com’era già successo con un altro gruppo a rischio, i cantanti di musica ranchera e corrido che nelle canzoni celebrano le gesta dei narcos e spesso hanno la loro approvazione prima della registrazione dei brani. Nel 2008 il Messico pianse la morte violenta di Sergio Gómez, anima della band K-Paz de la sierra, e la scomparsa dell’idolo Valentín Elizalde, ucciso dopo un concerto. Allora si parlò della “maledizione dei cantanti” cercando di sviare l’attenzione dal problema della violenza che ora sta colpendo duramente anche Internet e la libertà di espressione.

[Una versione ridotta di questo articolo è apparsa sul quotidiano L’Unità del 29 settembre scorso, Fabrizio Lorusso]

L’Italia ripudia la guerra come strumento…

Costituzione italiana. Articolo 11. L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali;

consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni;
promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Dopo alcune giornate passate a leggere e sentire le incalzanti e preoccupanti notizie dall’Italia, dall’Europa e dalla Libia mi son riempito la testa di domande più che di risposte, di dubbi più che di certezze. Credo sia valido condividerle.
In base a quale interpretazione dell’Articolo 11 stiamo partecipando alle operazioni in Libia? Imporre una no fly zone con i bombardamenti è un atto di guerra? Credo di sì. Il diritto internazionale viene spesso recepito al pari o al di sopra della Carta costituzionale, ma è possibile farlo anche in questo caso in base a una risoluzione dell’Onu e a una riunione lampo di “volenterosi”? Non so se inglesi, francesi e americani (i primi a lanciare missili due giorni fa) possano dirsi “paesi di buona volontà”, sempre motivati da preoccupazioni umanitarie. S’è parlato di scelta inevitabile, ma continuo a dubitarne.

Non saremmo dovuti intervenire anche in Cecenia, in Tibet, in Honduras o nel Darfur? Quante crisi, guerre civili e abusi vengono commessi ogni giorno in decine di paesi? Dove siamo noi in quei casi? Di certo non entriamo in quei paesi militarmente e, purtroppo, spesso nemmeno con la sufficiente prontezza e sensibilità diplomatica. Spesso li ignoriamo. Cosa dovremmo fare in questo caso?

La Libia è vicina, ok. Siamo il suo primo partner commerciale, ok. I ribelli chiedono aiuto e sono vessati da un dittatore che ha reagito con una gravissima escalation di violenza e repressione, ok. Nessuno lo nega. Sappiamo, però, che la Libia, per qualche strano motivo, è un po’ più speciale. Ha il petrolio e tanti investimenti in gioco. Non erano amici nostri? Quanti raìs e violazioni è lecito tollerare pur di conquistare mercati e fonti d’energia? La retorica dei diritti umani applicata col contagocce, selettivamente, fa acqua da tutte le parti ormai. Business first, il governo lo sa bene e adesso, in pochi giorni, ha cambiato discorso in modo imbarazzante.

Abbiamo paura delle probabili ondate migratorie, pensa un po’. Non ci sono altri “mezzi di risoluzione della controversia” come suggerisce la Costituzione? Ci dicono di no, le bombe sono  i n e v i t a b i l i, Gheddafi è un pazzo che minaccia gli alleati della Nato e una parte della sua stessa popolazione, va eliminato. Non è una scoperta del marzo 2011. E quindi? Baciamo le mani. Ma come? E’ stata una guasconata. Si chiama invece geopolitica, dura e pura, ma giocata male.

Rispetterà l’esercito libico il cessate il fuoco dichiarato stanotte? Forse ci si attende un’altra violazione per poter dare la sferzata finale, le mani prudono e la partita potrebbe chiudersi troppo presto senza che vi sia stata la possibilità di dimostrare “quanto contiamo”. Ma chissà, forse son solo dietrologie, in effetti. Esiste anche la causa dei ribelli, l’idea di un risveglio dei popoli arabi che proietta mondialmente un’immagine rinnovata delle nuove generazioni, in lotta per i diritti fondamentali e la democrazia. E’ ancora presto per giudicarli. Il dubbio è su come sia meglio intervenire e accogliere questi cambiamenti e la Costituzione ci indica una strada. Giuseppe Genna su Carmilla riporta due dichiarazioni di Bossi e Di Pietro che vorrei riprendere e con cui concludo.

 

L’italiano in carcere a Città del Messico

di Fabrizio Lorusso

Al cosiddetto centro di reinserimento sociale (centro de readaptaciòn social, in spagnolo) di Santa Martha Acatitla mandano le donne, ce ne sono alcune migliaia ormai. Una buona parte di loro ci devono restare per molti anni, sentenziate, definitivamente vestite di blu e rassegnate. Altre invece si mettono le magliette, i pantaloni e i cardigan beige il che vuol dire che restano in attesa, s’adattano, vivono nel limbo della legge teoricamente “uguale per tutti” anche se qui nell’America triste e latina lo è solo sulla carta, quella del codice penale, del civile o della tanto celebrata Costituzione del 1917. Un paese come il Messico che ha un tasso d’impunità dei delitti del 97% e un livello di corruzione giudiziaria e politica internazionalmente riconosciuto non può certo vantare un sistema equo ed efficace di sicurezza e giustizia.
Da circa un anno il collettivo AlterIta di Città del Messico, composto da sei insegnanti italiani militanti senza patria fissa, cui s’aggiunge Corina Giacomello, amica insostituibile dei sei professori e massima esperta del sistema penitenziario messicano e di questioni di genere, cerca di usare la linguacultura italiana dentro le pareti del reclusorio femminile, la prigione, come un cavallo di troia per diffondere il germe dell’educazione alla pace: le lingue straniere servono a vestirci di novità e di vita, aiutano a dipingere lo spirito coi colori dell’alterità per affrontare e apprendere il nostro mondo di dentro e quello di fuori.

Come disse un poeta apolide sono “dei travestimenti per l’anima globalizzata” o semplicemente strumenti per uscire un po’ da sé e guadarsi allo specchio. Così questi spazi fisici e mentali diventano uno solo, si fanno universo, sempre più grandi e aperti alla scoperta della diversità e della comunicazione accese dal gioco dell’insegnante che impara e dello studente che insegna. La mente del progetto “lezioni d’italiano in carcere”, Corina, è una che la prigione non la studia solo sui libri ma che la vive, la piange, la rimpiange, ne scappa via, ci ritorna e poi la descrive dall’interno e dall’esterno con le sue parole ma anche attraverso gli occhi delle ragazze nei suoi due libri pubblicati in Messico (Rompiendo la zona del silencio e Los secretos de Almoloya), testimonianze mosse dalla voglia di verità e catarsi.

E’ stata quindi la persona perfetta per introdurci in questa microsocietà fatta di donne guardie e di recluse, di adolescenti, madri, figlie, amanti, mogli, sorelle, lavoratrici che per un motivo o per l’altro sono finite in prigione per qualche mese o per mezza vita, magari in attesa di giudizio oppure senza più speranze di rivedere il mondo esterno.
Come accennavo pocanzi lo stato di diritto che tanto serve alla costruzione delle moderne società democratiche, al funzionamento dello Stato, quello grande che dicono si scriva con la maiuscola, e alla convivenza civile non trova in Messico una realizzazione minimamente accettabile. Basti pensare che noi stranieri motorizzati, perduti nella gran urbe azteca insieme agli altri 25 milioni di autoctoni che la popolano, dobbiamo premunirci di qualche biglietto di taglio intermedio, diciamo da 50, 100 o 200 pesos (circa 3, 7 e 14 euro), sempre pronto e disponibile in una tasca segreta della giacca per rispondere adeguatamente alle sollecitazioni di qualche poliziotto in cerca di arrotondamenti per il suo magro salario o di pezzi di ricambio per la sua vettura di servizio deturpata.
Infatti la “polizia di transito”, come si chiama qui, deve provvedere alle proprie spese per la macchina e con frequenza usa il codice della strada in suo favore contando anche sul fatto che quasi nessun automobilista è perfettamente in regola con la documentazione e le infrazioni che si commettono sono moltissime a causa dell’indisciplina ma anche per alcune condizioni oggettive della strada e della segnalazione
santamartha.jpg che ti conducono in errore o propiziano “sviste programmate”, un’insostenibile leggerezza nel rispetto delle regole. Quindi la mazzetta (detta mordida), la stupida complicità tra il poliziotto corrotto e il cittadino concusso portano a una normalizzazione di un comportamento incivile ma pratico ed efficace. Lascio immaginare al lettore che cosa succede a tutti gli altri livelli della piramide sociale e giudiziaria.
In realtà è una legge che spesso fa la sfacciata, la facile, ma che alla fine è distante e indifferente ad oltranza. Si tratta d’una messicana norma anormale, geneticamente malleabile e corruttibile, flessibile come l’attesa e il tempo latino americani, ubriaca come la storia che cambia padrone più o meno ogni dieci anni, forse meno.

Per esempio quest’anno in Messico si festeggia il centenario della Revoluciòn mexicana, una sollevazione armata più simile a una guerra civile tra diversi bandi e progetti politici locali e nazionali che a una rivoluzione coerente gestita da un gruppo dirigente o da un partito. Questa affermazione parrebbe una bestemmia antistorica e antipatriottica a molti messicani, ma è in realtà un’interpretazione plausibile che sta prendendo sempre più piede grazie ad alcune pubblicazioni di autorevoli storiografi come Macario Schettino.
E’ la rivoluzione nota in Italia per personaggi come Pancho Villa, Emiliano Zapata, i fratelli Flores Magon, il generale Obregon e Francisco I Madero. Sempre nel 2010 si celebra anche il bicentenario dell’indipendenza dalla Spagna e qui i prescelti onorevoli della fondazione della patria sono i preti Josè Maria Morelos e Miguel Hidalgo. Ebbene quest’anno le discussioni, i libri, i film, i documentari e le conferenze sul bicentenario e l’identità nazionale sono all’ordine del giorno e la reinvenzione costante della storia viene eseguita in chiave politica per schiarire le idee e svecchiare le ideologie dopo il fallimento degli ideali di sviluppo e uguaglianza della Revoluciòn dagli anni ottanta in avanti.
La crisi dei governi del PAN dal 2000 ad oggi con i presidenti Vicente Fox e Felipe Calderon (Partido Acciòn Nacional, di destra) lascia intravedere il ritorno del vecchio PRI (Partido Revolucionario Institucional, per 70 anni dominante in Messico) al potere nel 2012 e irrompe come una spina nel fianco nella retorica del cambiamento e della novità che aveva aperto uno spiraglio al pluralismo politico reale (con tre partiti grandi che si contendevano le elezioni nazionali e regionali) e che tanto aveva entusiasmato il popolo e la classe politica all’inizio del nuovo millennio quando il PRI cedette il passo.


A volte è la stessa legge che ammicca, bella di notte, cercando favori, mazzette di dollari e pesos e colpevoli innocenti da annoverare tra i successi del sistema, cifre ed arresti da sfoggiare per domare la pubblica opinione ed evitare il pubblico ludibrio. Suo malgrado il giorno dopo la legge si toglie il trucco ed è diversissima da come s’era presentata: s’imburra di paroloni, reinterpreta se stessa, cambia look, così come cambiano il potere, i soldi, l’importanza politica oppure più semplicemente il quartiere o la classe sociale d’appartenenza del cittadino che incappa nelle sue brame, fattispecie o fatti che siano. Possiamo credere in Dio, unico e onnipotente, crediamo anche al verbo proferito dai codici del diritto imparziale e universale, ma non so proprio se possiamo credere alle persone che non sono Dio, non sono la legge, ma li usano e ne parlano sempre come se lo fossero.

Prima della costruzione di Santa Martha il carcere della zona orientale di Città del Messico era quello di Lecumberry, nei pressi dell’aeroporto e della stazione degli autobus TAPO, che oggi funziona come Archivio Generale della Nazione e mantiene intatte le strutture fisiche dell’antico istituto penitenziario le quali gli danno un tono austero e inquietante e mettono in soggezione i ricercatori bramosi di affrontare le immagini di sofferenza emanate dalle sue pareti in cambio di un po’ di documenti antichi e una tesi pubblicata da qualche parte.
Oggi invece bisogna partire armati di coraggio e pazienza e percorrere una ventina di chilometri in direzione est rispetto al centro storico e allo zocalo per raggiungere Santa Martha. Questo implica attraversare tutto l’enorme quartieraccio di Iztapalapa, quello dove ogni anno a Pasqua si ripete integralmente il rito della passione e crocifissione di un prescelto abitante che si martirizza come il Cristo sulla croce. E’ un nugolo irrisolto di viette labirintiche tagliato da un immenso vialone a 8 corsie, una vera e propria calzada de los muertos che si trasforma in una pista di atterraggio per autobus rabbiosi e in un campo minato per noi motociclisti (al riguardo consiglio la lettura del diario di Federico Mastrogiovanni). Quasi ai confini del Distrito Federal, alla fine della macchia urbana dove comincia l’autostrada per Puebla ci si ferma per entrare in un mondo parallelo dove è proibito fare foto, usare i cellulari e introdurre oggetti non autorizzati. Chiaramente bastano pochi spiccioli affinché questa regola venga alleggerita, ma non importa.Imagen050.jpgL’istituto è una specie di grande scuola dalla struttura centrale circolare a più piani da cui si diramano numerosi corridoi tra i quali vi sono dei cortili adibiti a spazi ricreativi, di socializzazione e per le attività sportive. La maggior parte dei corridoi conduce a las estancias, cioè le abitazioni delle recluse in cui possono dormire da 4 fino a 10 donne a seconda dei casi. Ne abbiamo visitate alcune che erano in condizioni precarie, soprattutto per quanto riguarda i servizi igienici e la zona del dormitorio che è di circa 9 metri quadrati scarsi. Il paragone tra la prigione e le istituzioni educative non è casuale dato che sono luoghi preposti teoricamente all’educazione e rieducazione dei cittadini e sono parte degli apparati ideologici dello Stato, così come li definiva il filosofo marxista Louis Althusser circa mezzo secolo fa.
All’entrata si presenta un documento, un oficio in spagnolo, che contiene i nostri nomi e che ci permette di entrare nel carcere dopo gli ordinari controlli dei permessi di soggiorno e un paio di firme da apporre su dei libroni mastodontici e sgangherati. C’è anche una rapida perquisizione prima di ottenere dei pass di plastica e farsi stampare dei timbri trasparenti sul polso che vanno fatti vedere a un paio di guardie annoiate all’ingresso di alcuni corridoi che portano alla struttura centrale. Si passa una lunga rampa di cemento, el caracol, che si arrampica a chiocciola dal cortile principale fino ai piani superiori della prigione.

Le lezioni d’italiano si svolgono al secondo piano in un’aula del centro escolar, una zona pulita e ordinata dove s’impartiscono corsi di inglese, disegno, spagnolo, matematica, storia e mille altri laboratori e seminari tenuti da volontari, universitari, docenti ma anche dalle stesse recluse che ne hanno le capacità e le qualifiche. Proprio il venerdì, il nostro giorno stabilito per le lezioni, dalle 16 in poi c’è sempre un concerto o un DJ che per qualche ora irradiano l’edificio e i cortili con vibrazioni musicali latine per cui è comune vedere centinaia di ragazze scatenate in danze liberatorie. Alcune ballano accoppiate, con la loro ragazza o con le amiche, mentre altre si muovono da sole lasciandosi addomesticare dal ritmo del reggaeton e della cumbia che fa loro dimenticare il confronto quotidiano con il passato e con la solitudine. Un giorno alcune studentesse del corso ci hanno presentato una giovane aspirante interessata ad entrare nel prossimo corso, era l’unica che poteva permettersi di coprirsi una parte del viso con dei vistosi occhiali da sole perché gode di un certo potere e nessuno la rimprovererà mai: “piacere sono Sandra, adoro l’italiano e vediamo se mi metto in lista per il prossimo semestre”. Si trattava di Sandra Avila Beltran, conosciuta come la Reina del pacìfico (la regina del Pacifico) e catturata nel settembre 2007 perché considerata uno dei capi più importanti del narcotraffico in Messico: probabile ma da dimostrare, come afferma lei stessa denunciando tutto il sistema narco-poltico-militare che le sta dietro nel libro intervista del giornalista Julio Scherer Garcia.

Molte nostre alunne conoscono bene l’inglese mentre altre sono laureate in ingegneria, disegno o economia e possono quindi ottenere punti per “la buona condotta” partecipando o insegnando nei corsi disponibili. Infatti lo scorso aprile abbiamo consegnato loro dei diplomi che certificano un anno di studi per fini interni. All’inizio avevamo una trentina di alunne ma il numero s’è ridotto a 15-20 che hanno continuato quasi tutto l’anno scorso a frequentare le lezioni ma soprattutto a condividere con noi i loro spazi, le loro emozioni, le loro storie e le ingiustizie che in tante hanno dovuto sopportare e continuano a subire mentre attendono la sentenza definitiva o scontano la pena.
Imagen054.jpgIl primo pensiero che ho avuto all’inizio dell’esperienza d’insegnamento-apprendimento in carcere si riassume in alcune domande: “ma che cacchio ci fa questa, così tranquilla, bella, intelligente qua dentro? Qual è la sua storia? Sarà solo colpa sua o c’è di mezzo un uomo, un marito geloso magari, come spesso succede da queste parti?”. In effetti il sistem a ha spesso bisogno di responsabili per giustificare le sue funzioni e le indagini vere, se ci saranno, verranno dopo. La colpevolezza si presume e s’incarcera per mesi, specialmente chi non ha abbastanza denaro per gli avvocati, per le mazzette, per la cauzione e tutto il resto, un po’ come succede in ospedale col sistema privato per cui chi non ha la carta di credito generosa e l’assicurazione in regola resta fuori. Qui invece resti dentro con la tutina beige.
Solo dopo alcuni mesi è stato possibile ottenere delle risposte a quelle domande, quando ormai davvero non era più importante, quando la connessione con le ragazze era diventata più forte e non c’importava più di conoscere i dettagli e le cronache. Il fine era diventato un altro: imparare da loro che il tempo, la vita, la semplicità, la gratuità, le piccole cose e la libertà di cui siamo privati quando entriamo nella loro casa e che loro hanno perso da mesi e da anni sono scintille che non vediamo più mentre invece dovrebbero bruciarci e accenderci in ogni momento della giornata spingendoci a fare l’impossibile, ad accarezzare l’utopia come un gatto sornione e traditore che ci fa le fusa per un po’ e a capire che in fondo si tratta di saper apprezzare qualunque inezia come un grasso regalo di Natale. Perciò ringrazio e ringraziamo di aver conosciuto, odiato e ammirato da vicino Santa Martha, una santa curandera messicana patrona delle speranze delle donne e dei loro sguardi precisi che ogni sera sfidano l’angustia dalle fenditure e dei cortili murati alla ricerca di un pezzo di cielo con la luna.

www.carmillaonline.com & LamericaLatina.Net

Bellissima canzone dei Negrita censurata. Il libro in una mano, la bomba nell’altra

In America Latina (o come prima si diceva nel “nuovo mondo” di Colombo, Cortes e compagni di merende) si parlava della croce in una mano e la spada nell’altra,  ma oggi c’era bisogno di un aggiornamento adeguato. Forse la canzone è un po’ vecchia e già conosciuta però meglio tardi che mai, quindi la segnalo oggi, domenica nuvolosa in quel di Città del Messico.

En América Latina (o bien, como se le decía antes en el “nuevo mundo” de Colón, Cortés y compañeros de malas hazañas) se hablaba de la cruz en una mano y la espada en la otra, pero hoy se necesitaba de una adecuada actualización. Quizás la canción es un poco vieja y ya conocida pero mejor tarde que nunca, entonces la señalo hoy, domingo nublado en eso de la Ciudad de México. Es de Negrita, una banda rockera italiana y se titula “El libro en una mano y la bomba en la otra”.

Lettera di una donna honduregna sul golpe nel suo paese, da Tegucigalpa, Honduras

golpe facista en honduras da karlojuan.

OTTIMO RIASSUNTO DELLE VICENDE PRECEDENTI E CAUSANTI IL GOLPE IN HONDURAS DI DOMENICA 28 GIUGNO SUL SITO DELLA BBC:

Excelente resumen de los hechos y las causas del golpe en Honduras del pasado domingo 28 de junio (a manera de preguntas y respuestas):

http://www.bbc.co.uk/mundo/america_latina/2009/06/090626_1500_honduras_preguntas_respuestas_sao.shtml

Ecco invece la lettera:

Amigos, amigas que solidarizan con nuestro pueblo:

Nuevamente la dignidad de este país es golpeada, nuevamente la historia de un pueblo es sometida a la bajeza de un sector acostumbrado a manipular y maniobrar a favor de sus intereses oscuros y sectarios; pasando por encima de quién sea, pasando por la voluntad de un pueblo que históricamente ha sido amenazado por sus infamias.

Ayer desperté con un zumbido traído desde los recuerdos en mi niñez, cuando alzaba la mano en inocente adiós a los F-E5 que circulaban libremente por los cielos de Tegucigalpa en los 80, ayer la función de los medios de comunicación de Honduras daban el zarpazo final, con la mano abierta y descarada comunicaban la renuncia por malas condiciones de salud del Presidente electo por el pueblo, Manuel Zelaya Rosales; Pese a las declaraciones dadas por nuestro mandatario Zelaya en Costa Rica, donde comunicaba ante los ojos del mundo que él jamás renunciaría.

Desde ayer se cortó el derecho a la información, los noticieros internacionales trasmitidos por cable desaparecieron, los únicos medios televisivos locales que denunciaban este asco, fueron eliminados y no sabemos nada del paradero de algunos periodistas que estaban a favor de la consulta popular. Ayer sentí miedo, mientras caminaba junto a mi esposo e hijo por las calles de Tegucigalpa en medio de una lluvia que arremetía triste, desfigurando gota a gota la tinta de las cientos de papeletas que decían “este domingo no salgas a votar a la consulta popular y quédate en tu casa a cuidar a tu familia”

Ayer por si fuera poco, en un noticiero local, aparecía uno de los rostros más maquiavélicos de la historia de la ignominia de este país, victimario y responsable de muertes y desapariciones de cientos de hondureños en los 80, vociferando que la lucha dada por el pueblo conciente, que apoya la reforma constitucional, es ilegal y arbitraria; y con intención despótica e inhumana relataba al pueblo hondureño que la lucha de clases era injusta para este país, que el rico era rico y el pobre, pobre por destino y que la izquierda no era más que un grupo de pendencieros acostumbrados a la ilegalidad.

Hoy Honduras despierta con la insistencia de una renuncia por el presidente Zelaya y la imposición de un nuevo gobierno militarista que jamás vamos a aceptar, Gobierno disfrazado por Roberto Micheleti Baín y su patrulla de secuaces.

Ha vuelto a amanecer y pienso en mi hijo y en los miles de niños y niñas, hijos de campesinas y obreros que depositaron su confianza a la propuesta de cambio de Zelaya, qué será de nuestra Honduras, qué será de éste pueblo al que no le permiten el derecho a la opinión.

Lo único que sé, es que no vamos a rendirnos, aunque estemos en desventaja, no vamos a ceder a las tenebrosas intensiones de estos vende patrias  y a sus astutos discursos que legislan a favor de una democracia retrograda.

Amigos y amigas les va mi abrazo y el abrazo digno de un pueblo que no se deja abatir.

Mayra Oyuela

Foto da: http://www.flickr.com/photos/karlojuan/3668593784/