Archivi tag: ezln

Z come Zapatismo. Il colore della terra

[Di Fabrizio Lorusso. Racconto estratto da Nuova Rivista Letteraria (Semestrale di Letteratura Sociale fondato da Stefano Tassinari) n. 15 (n. 5 Nuova Serie) del maggio 2017. Il numero della rivista ha 21 testi letterari, uno per ogni lettera dell’alfabeto, dedicati ai vari tentativi rivoluzionari e di trasformazione sociale della storia. on line su Carmilla e L’America Latina]

Sono il primo di tanti passi degli zapatisti a Città del Messico

e in tutti i luoghi del Messico. Speriamo che tutti voi camminiate insieme a noi.

Comandanta Ramona (1959-2006), EZLN, 1996

Città del Messico, 30 giugno 2018

A ventiquattr’ore dal voto di domenica primo luglio nel quartier generale del candidato AMLO, acronimo che distilla il suo lungo nome completo, Andrés Manuel López Obrador, si respira già aria di vittoria. Sarebbe la prima volta nella storia per un partito di sinistra a livello nazionale. Le bandiere del Movimento di Rigenerazione Nazionale o MoReNa, il partito creatura del leader, sventolano un po’ ovunque nella capitale messicana che, da sempre, è la roccaforte delle varie anime del centrosinistra.  Continua a leggere

#AvenidaMiranda Puntata 4 su #Radio @cittadelcapo: Agroecologia indigena ed estrattivismo in #Messico

avenida-miranda-messico“Avenida Miranda, immaginari e storie dai Sud del mondo” è una trasmissione a cura del blog l’America Latina.Net.  Va in onda ogni giovedì dalle 12 alle 12.30 su Radio Città del Capo. La potete ascoltare via etere a Bologna e dintorni sui 94.7 Mhz e 96.25 Mhz FM, e anche via web dal sito www.radiocittadelcapo.it e su smartphone sintonizzandosi sul canale di Radio Città del Capo attraverso l’applicazione TuneIn.

Nella puntata di oggi, la quarta (ascolta qui link) di Avenida MirandaPerez Gallo intervista Pippo, lavoratore italiano del Desmi, un’organizzazione del Chiapas che promuove economia solidale, lavoro collettivo e commercio alternativo. Si parla del modello economico portato avanti in Messico negli ultimi anni (miniere, grandi opere, zone economiche speciali, privatizzazioni) ma anche delle alternative possibili e già esistenti: dalla terra collettiva, alla milpa, all’autonomia e autodeterminazione indigena.

Tutte le puntate di Avenida Miranda.

MILPA: a Bologna due giorni con il Messico che lotta

milpa locandinaCon piacere vi segnaliamo due iniziative che avranno luogo a Bologna venerdí 14 e sabato 15 luglio, venerdí 14 allo spazio sociale XM24 e sabato 15 in piazza dell’Unitá, nel cuore della Bolognina, con chiusura serale sempre a XM. Qui di seguito il programma delle due giornate, organizzate dallo stesso XM24 e dalla rete di cucine popolari Eat the Rich: Continua a leggere

#VamosPorTodo: la candidatura indigena è una proposta anticoloniale

Moises.JPG

[di Matilde Brunetti, foto di Isabela LunelliLa chiamata a un Consejo Indígena de Gobierno arriva dopo più di due secoli dall’indipendenza del Messico. Eppure è da intendersi come un passo storico verso la decolonizzazione, non più dal dominio spagnolo, ma dalla depredazione sistematica delle terre e delle risorse, messa in atto dall’invasione selvaggia neoliberista a braccetto col narcogoverno messicano.

Le numerosissime comunità indigene presenti sul territorio nazionale che hanno eroicamente resistito a secoli di colonialismo, preservando la loro lingua e identità, rischiano di soccombere davanti all’apertura sconsiderata che il governo priista garantisce al capitale straniero, interessato all’estrazione delle grandi ricchezze minerarie, acquifere e petrolifere del Messico.

Continua a leggere

EZLN: contro la fattoria-Stato e il suo fattore-capitale

supGaleano

SupGaleano

[di Perez Gallo da Carmilla, foto di Isabela Lunelli] Gli scorsi 12, 13, 14 e 15 aprile, a San Cristobal de las Casas, Chiapas, presso le strutture dell’Unitierra Cideci, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) ha fatto il punto: sulla propria storia, su cosa vuol dire essere davvero anticapitalisti, sulla crisi del cosiddetto ciclo progressista in America latina, su ciò che significa l’elezione di Trump e il moltiplicarsi di frontiere, muri e fili spinati. E soprattutto, sulla proposta del Congresso Nazionale Indigeno di una candidatura indipendente per la contesa presidenziale nel 2018 e su come questa scelta, a dispetto di come in molti hanno pensato, non sia affatto incompatibile ai principi del comandare ubbidendo, ma sia piuttosto il tentativo di rinnovare la lotta contro la finca-Stato (fattoria-Stato) e il suo vero padrone-finquero (fattore), il capitale.  Continua a leggere

Cielito Rebelde. Voci dal Messico resistente

di Redazione

[Un documentario di Massimiliano Lanza, Antonio Gori, Claudio Carbone e Leonardo Balestri] Come redazione de L’America Latina, ci teniamo a suggerire a tutte e tutti i frequentatori del blog la visione di questo bel documentario, Cielito Rebelde, realizzato dagli amici Massimiliano Lanza, Antonio Gori, Claudio Carbone e Leonardo Balestri durante un loro viaggio nel Messico del sud nell’estate del 2014, e finalmente disponibile online. Il Documentario Cielito Rebelde “Voci dal Messico resistente”, – ci dicono gli autori -, è disponibile completo gratuitamente su Distribuzioni dal Basso – OpenDDB. Per chi vuole le donazioni rimangono aperte. Tutti i soldi raccolti verranno inviati alle comunità in lotta in Chiapas, Mexico. Qui sotto proponiamo la breve presentazione realizzata dalle amiche e gli amici della rete editoriale autonoma Kairos, coproduttrice del documentario.

Buona visione!

Continua a leggere

Zapatisti, Elezioni e CoScienze per l’Umanità

alunni-telescopiodi Perez Gallo – da Carmilla – [Una necessaria corrispondenza dal Chiapas, le foto sono di Gianpa L.]

Mentre da Ankara ad Aleppo, da Berlino ad Istambul, il 2016 si è chiuso con il sangue degli attentati e con i preludi di un possibile nuovo scontro planetario, nelle montagne del Sudest messicano le e gli zapatisti, che di quarta guerra mondiale parlano da almeno vent’anni, hanno puntato forte sull’organizzazione, affinché di fronte alla “tormenta” in arrivo quelle e quelli in basso e a sinistra possano non essere solo vittime di una carneficina, ma artefici e protagonisti di un cambiamento possibile. Lo hanno fatto a modo loro: spiazzando. È così che nel giro di dieci giorni, dal 26 di dicembre del 2016 al 4 di gennaio del 2017, hanno messo in piedi, loro indigeni spesso associati in modo stereotipato ai saperi ancestrali, alle antiche credenze religiose e a civiltà ormai defunte, un incontro internazionale sulle scienze dure: fisica, astronomia, medicina, agro-ecologia, cibernetica, ingegneria energetica. Ospiti ben 82 scienziati provenienti dal Messico e altri 10 paesi.  Continua a leggere

Militarizzare la #Crisi dello #Stato: #Intervista su #Messico #NarcoGuerra #Narcos #Autodefensas @ComuneInfo

IMG_7027

Intervista di Alessandro Peregalli e Martino Sacchi a Fabrizio Lorusso da Comune.Info sulla NarcoGuerra in Messico. Sebbene uscita qualche mese prima (fine 2014) del libro NarcoGuerra (giugno 2015) e rilasciata prima della strage di Ayotzinapa del 26 settembre 2014, costituisce un avvicinamento ancora valido alle tematiche della guerra alle droghe e i movimeti sociali in Messico. Per questo la riproduco qui su LamericaLatina.Net

Nell’era della globalizzazione e del neoliberismo si assiste a continue crisi e riconfigurazioni delle prerogative degli stati. Quello messicano sembra letteralmente uno stato in disfacimento, sia a livello di funzioni che di controllo. Lo hanno mostrato i fatti di Iguala, nello stato del Guerrero, del 26-27 settembre scorso: 3 studenti e 3 cittadini trucidati dalla polizia in combutta con i narcos e 43 studenti desaparecidos, cioè sequestrati e, molto probabilmente, uccisi e gettati in fosse comuni, con la connivenza delle autorità. Un reato politico, di lesa umanità, con responsabilità da ricercare a tutti i livelli di governo, che ha scatenato proteste in tutto il mondo.

A partire dagli anni ’80 è venuta meno la legittimità del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), il partito-stato che per quasi un secolo ha svolto la funzione di garante degli interessi popolari e nazionalisti affermatisi nella rivoluzione del 1910. Nel quadro di questa crisi, le recenti riforme neo-liberali agrarie ed energetiche, oltre che quella educativa, del lavoro, della giustizia e delle telecomunicazioni, aprono oggi nuove faglie. Mentre il paese è in svendita al capitale nazionale e straniero, il tessuto sociale si va squagliando, l’insicurezza aumenta e nel paese si assiste a una ridistribuzione del monopolio della “violenza legittima” da parte dello stato. Dalla presenza storicamente diffusa di gruppi guerriglieri, al crescente potere dei narcos, dalle esperienze insurrezionali (prima fra tutte quella zapatista) alle faide intestine ai vari livelli della polizia nazionale, incontriamo continue crisi di legittimità, cui lo stato sembra rispondere solo con un aumento della militarizzazione. Ciò ha avuto come risultato sette-otto anni di narco-guerra, con piu’ di 100.000 morti e un numero imprecisato di desaparecidos (27.000?) in tutto il paese. Un oscuro legame va stabilendosi tra questa strategia di militarizzazione della narco-guerra e la repressione politica dei movimenti sociali, la strage di Iguala sta li a dimostrarcelo.

E’ evidente che la storia messicana ha visto fin dalle sue origini moltissimi episodi ed esperienze di autorganizzazione della difesa, perlopiù di matrice comunitaria, influenzate dall’eredità e dalle pratiche indigene. Oggi, la narco-guerra fornisce un nuovo quadro in cui riscontrare e problematizzare queste esperienze, sempre connotate da forte ambiguità nel loro rapportarsi con lo stato e con gli stessinarcos. I due casi che hanno ricevuto maggior attenzione mediatica e internazionale sono quelli riguardanti le polizie autonome comunitarie nello stato di Guerrero e i gruppi di autodifesa nel Michoacan. Ne parliamo con Fabrizio Lorusso, giornalista italiano da tempo emigrato in Messico, redattore dell’Osservatorio America Latina per Carmilla e di cui nel 2015 uscirà il libro “NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga” con Edizioni Odoya di Bologna.

Spesso si sente parlare del Messico come di un caso di post-stato. Paradossalmente, ciò avviene nel momento in cui la mano militare è sempre più accentuata. Come leggi questa situazione? Come ci si è arrivati?

Il ricorso alla forza in tutti i suoi modi, militari, paramilitari, anche verbali, e quindi alla violenza da parte dello stato manifesta in realtà una degenerazione del suo potere, del suo controllo, perché sennò potrebbe utilizzare metodi istituzionali o canalizzare i conflitti in un altro modo. In tempi recenti questo fenomeno è aumentato: c’è un’incapacità totale delle istituzioni.
Non è un caso che l’utilizzo dei militari come atto di forza da parte degli ultimi presidenti, svelava in realtà la loro debolezza e quella della macchina democratica nel suo complesso. Sia Calderon (del Partito di Azione Nazionale, PAN), sia l’attuale presidente Peña Nieto (PRI), hanno mancato di una legittimazione popolare forte, essendo stati eletti entrambi attraverso processi elettorali viziati: nel primo caso con brogli conclamati, commessi ai danni del leader del centro-sinistra Andres Manuel Lopez Obrador, e nel secondo grazie alla enorme influenza delle televisioni.

Negli ultimi anni si è assistito al rafforzamento di alcune aree di azione dello stato, e ad una contemporanea pesante perdita di controllo su altre e su altri territori. Di fatto non si tratta di uno stato totalmente disgregato (cioè in tutte le sue aree e funzioni e in tutti i territori), ma piuttosto va a macchie, sia territoriali che di competenze, che vengono abbandonate, generando proteste. E’ uno stato che abdica a molte sue funzioni e tradisce il mandato rivoluzionario e costituzionale. Dall’altra parte lo stato abdica anche perché non può controllare l’uso legittimo della forza in tutte le sue aree.

Consideriamo per esempio l’importazione di armi dagli Stati Uniti, che invadono i territori e diffondono la possibilità di attacchi, violenza ecc. Il problema del narcotraffico è sicuramente per lo stato il problema numero uno. C’è però anche il problema delle autodefensas. E in generale c’è il fatto che lo stato è incapace di mantenere il controllo a tutti i livelli, soprattutto per via della corruzione e per la disgregazione del partito stato e della sua ideologia (nazionalismo rivoluzionario,ndr): dalla crisi del debito dell’82, il PRI ha subito una pesante mutazione ideologica e antropologica, fino alla sconfitta nel 2000, e al ritorno al potere nel 2012 totalmente trasformato e pienamente neo-liberale.

Questo passaggio, politico e ideologico, ha implicato molte perdite dal punto di vista della governance, anche sul piano locale. In sostanza, fino agli anni ’80 c’era stata la “dittatura perfetta”, con il PRI al potere a tutti i livelli in tutto il paese. In seguito, con la perdita di questo potere politico, l’apertura economica, l’arrivo della globalizzazione, lo stato che si ritrae e il risveglio della società civile (pensiamo allevantamiento zapatista ma anche alla protesta contro i brogli elettorali di Salinas de Gortari nel 1988), possiamo intravedere un’apertura democratica che però è sempre stata estremamente precaria. A questa instabilità aggiungiamo poi la presenza di gruppi guerriglieri, come l’Ejercito popular revolucionario (Epr), di stampo guevarista, e la criminalità comune e organizzata, legata al narcotraffico come al traffico di armi, alla tratta di persone o di bianche.

Ma il monopolio della forza è sottratto anche da settori dello stato stesso. E’ qui che si può a pieno titolo parlare di fallimento della sovranità, perlomeno in alcuni territori o in alcuni settori dove la polizia, municipale o statale, o settori della polizia, operano come cartelli del narcotraffico o come bande criminali.policia-mexico

Hai citato prima il “problema delleautodefensas”. Che relazione c’è tra questa ritirata dello stato e le recenti esperienze sorte a Guerrero e nel Michoacan?

Il vero precedente dei gruppi di autodifesa è quello della tradizione secolare di polizie municipali nelle comunità rurali a forte base indigena. Queste tradizioni non hanno un legame diretto con i gruppi di cui si parla oggi, ma hanno un forte valore simbolico, vengono rievocate.
Nel 1995, c’è stata poi la nascita della CRAC (Coordinadora Regional de Autoridades Comunitarias) nello stato del Guerrero. In generale, ogni polizia municipale ocomunitaria cerca espedienti giuridici che spingano il cittadino a tutelarsi da sè: dove lo stato non adempie alle sue funzioni in questo senso, entrano in gioco i cittadini. Certe costituzioni statali, e quella federale, riconoscono questo principio.
Va considerato che la maggior parte esperienze di auto-organizzazione popolare di questo tipo sono avvenute sulla costa del Pacifico (Oaxaca, Guerrero, Michoacan e più a nord fino al Sinaloa), zone che sono chiamate tierras calientes. “Calde” in due sensi: per ragioni climatiche, tanto da fornire le terre migliori per la coltivazione di marijuana, oppiacei ecc. E, di conseguenza, “calde” perché “violente”.

Quali narcos operano in questa zona?

Nei primi anni 2000 nel Michoacan c’erano gli Zetas, nati come gruppo armato dal cartello del Golfo, che si sono resi indipendenti tra il 2007 e il 2011 come cartello autonomo e hanno iniziato un’espansione con altri business, ben peggiori del narcotraffico per la popolazione. In effetti, il narcotraffico in sè è in qualche modo tollerato, e fintanto che c’è una ripartizione del controllo sui territori la situazione può anche rimanere relativamente controllata. Questo non vale per altre attività criminali che gli Zetas portarono avanti in questa zona: estorsioni alla popolazione, sequestri, case da gioco, giri di riciclaggio del denaro sporco, ecc. Si sono poi susseguiti diversi cambi di potere: gli Zetas furono scacciati dalla Famiglia Michoacana, dalla cui scissione interna sono poi nati i Caballeros Templarios.
E’ contro i Caballeros Templarios che, nel 2011, scoppia il “caso Cheran”. In questa località del Michoacan i narcos cominciano a disboscare ed espropriare i terreni. La comunità di Cheran, però, coesa e organizzata secondo gli usos y costumbresindigeni, riesce a reagire e a recuperare il controllo su questi boschi nonostante il totale disinteresse dello stato.
Ecco che arriva il terzo “modello” dei gruppi di autodifesa: dopo i gruppi tradizionali e l’esperienza della CRAC in Guerrero, il modello-Cheran. Questo è particolare perché si tratta di un municipio autonomo e con forte base indigena, con una lunga tradizione di resistenza, e dove si sviluppa un’idea molto forte di autonomia, basata sulla gestione dei beni comuni, in questo caso i boschi.
Bisogna considerare che anche i gruppi di narcos rivendicano in qualche modo per se stessi il ruolo di “mafiosi buoni” in difesa della popolazione. In un certo qual modo sono anche loro degli “autodefensas” contro il narco precedente (la Familia contro gli Zetas, i Caballeros contro la Familia o contro il cartello di Sinaloa…) o contro lo stato inadempiente. Almeno cosi tendono ideologicamente a definirsi. Qui arriviamo alle autodefensas più recenti, ispirate davvero da un’idea di ribellione insicurezza generalizzata.

Per una storia e una geografia della narco-guerra si può consultare questo link.

Quanto e’ marcato il confine tra le autodefensas “vere” e quelle che non lo sono? Effettivamente quello dell’auto-organizzarsi la sicurezza è un tema spinoso: pensiamo alle molto declinazioni che il termine “self defense” ha nell’immaginario statunitense, o a esperienze “bizzarre” e “agghiaccianti” come quelle delle ronde padane a Milano. Quanto è netto il confine in questo caso tra i narcos che rivendicano il loro ruolo di autodefensa e di protezione della popolazione e i gruppi di autodefensas per cosi dire “autentici”?

A volte il confine è labile. C’è da dire che i primi gruppi che nascono sono degli oggetti non ben identificati, non si capisce bene all’inizio chi siano i leader, e per alcuni mesi rimangono in un alone di mistero e vengono screditati dalla propaganda nazionale che li accusa di essere anche loro parte del narcotraffico. Soprattutto i gruppi vicini al dottor José Manuel Mireles di Tetalpatepec, che nascono il 24 febbraio 2013, e che poi sono la nuova ondata di autodefensas di cui oggi si parla molto. Inizialmente c’era il sospetto che fossero collusi con i narcos. Poi però si è visto chiaro che la loro azione era di contrasto al narco ed era efficace: sono riusciti a liberare addirittura più di 30 comuni. Sembra pure che ci sia un buon coordinamento tra di loro e, anche se ci sono stati scontri armati, sono riusciti a fare in modo da limitare il numero limitato di vittime.

Perché c’erano dei sospetti su questi gruppi? Perché erano ben armati, avevano camion, strutture, divise ecc. Chiaro, c’era un apporto comunitario, ma questo non basterebbe a spiegare la loro disponibilità di armi. E’ vero però che c’erano armi già presenti sul territorio, alcune sottratte ai narcos o a gruppi della polizia municipale corrotti che venivano cacciati dalle comunità. Alcune armi sono state procurate attraverso fondi di imprenditori locali, di piccoli e medi proprietari terrieri, alcuni dei quali sono loro stessi autodefensas. Altre provengono dagli Stati Uniti o da sequestri fatti ai narcos degli stati vicini e forse altre ancora vengono da membri che erano in cartelli della droga e che si riconvertono come autodefensas. C’è poi anche un finanziamento dalle comunità michoacane immigrate negli Stati Uniti e che hanno mostrato solidarietà a questo movimento.
Dopo il primo anno di esistenza di questi gruppi, e quindi nell’inverno scorso, si sono intensificati i momenti di tensione tra autodefensas e narcos. Man mano che gli autodefensas sottraevano territori ai Templarios, questi reagivano sfidandoli e provocandoli per farli uscire allo scoperto e attaccarli. Ciononostante, hanno finito per ritirarsi sulla costa o fuori dallo stato: la lotta è quindi stata efficace. E con il successo è arrivata anche l’attenzione mediatica. Molti giornalisti hanno iniziato a intervistare le autodefensas e piano piano è emersa una visione meno sbilanciata rispetto alla propaganda statale che tendeva a screditarli. Si è dunque capito di più chi erano gli autodefensas, ed è emerso il fatto che in molti casi, soprattutto nei gruppi più coerenti, si trattava davvero di gruppi di cittadini che si sostituivano efficacemente allo stato per combattere i narcos.

be256-brindan-apoyo-a-familia-atacada-por-grupo-armado-en-guerreroHai detto prima che molti finanziamenti e armi arrivavano daempresarios della zona, che per loro ragioni erano contro il controllo dei Templarios. A questo punto viene da chiedersi quale sia la composizione sociale predominante di questi gruppi di autodifesa, e anche le presunte o reali finalità politiche.

Ci sono diverse correnti anche dentro alle autodefensas. Chiaramente c’è la componente del piccolo proprietario, o dell’imprenditore. Non stiamo parlando di veri e propri latifondisti, ma di un vasto ventaglio di classe media, di cui alcuni possono permettersi di finanziare militarmente i gruppi. Si tratta di componenti sociali miste. Non si può definire la questione degli autodefensas come vera e propria lotta di classe, né come componente omogeneo. E’ una nebulosa di gente vessata dai narcos a tutti i livelli, dal piccolo negoziante o commerciante, a quello che aveva una proprietà più grande espropriata dai narcos ecc. Certo è che versano in uno stato d’abbandono istituzionale. Mireles per esempio è un dottore, dipendente pubblico, con qualche piccola proprietà.

Quali sono le differenze principali tra questa “nebulosa di gente” nel Michoacan e la situazione di Cheran, dove invece la componente sociale sembra più omogenea, e la posizione politica più chiara e definita? E quali con quella di Guerrero?

A Cheran abbiamo una componente di classe più accentuata, o perlomeno una forte componente identitaria, indigena. Questa situazione però è particolare ed è limitata a un municipio. Nel caso degli autodefensas invece si tratta di una coalizione molto ampia, che è partita da un certo numero di municipi e si è espansa fino a liberarne più di trenta. Cheran è rimasta autonoma rispetto agliautodefensas e continua il suo processo in maniera propria. Nel caso di Cheran credo si possa parlare più nettamente di polizie comunitarie, come nel Guerrero. Qui invece vengono usati entrambi i termini: polizie comunitarie e autodefensas.

A Guerrero sono proliferate altre esperienze, slegate dalle CRAC, di polizie municipali. Queste polizie municipali, a differenza delle autodefensas, erano povere: si trattava di gruppi di contadini, spesso indigeni, male organizzati, con pochi mezzi di trasporto e perlopiù solo armi bianche (bastone, machete…). Anche in questo caso si trattava, in assenza dello stato, di difesa dalla delinquenza organizzata, perlopiù costituita da elementi del cartello di Sinaloa e altri cartelli minori. La loro è però una storia molto meno “di successo”, anche mediatico dico, e la repressione dello stato e gli arresti nel loro caso sono stati più pesanti. Al contrario, i gruppi di Michoacan fin da subito avevano mezzi discreti: camionette, pick up, armi di grosso calibro, armi d’uso esclusivo dell’esercito. Quindi ci sono differenze di tipo sociale e altre organizzative: gli autodefensas emettono comunicati, sono un gruppo più o meno coeso, mentre nel caso delle polizie municipali non si è mai arrivati a un grado di coordinamento. Al momento a Guerrero sono finiti questi esperimenti più spontanei e autonomi, e rimangono solo le CRAC, che sono più strutturate, esistono dagli anni ’90 e godono di riconoscimento legale.

E per quanto riguarda i rapporti con lo stato quali differenze si notano tra il caso di Guerrero e quello di Michoacan?

A Guerrero la relazione tra stato e polizie comunitarie è stata di pura e semplice repressione. Molto più ambiguo è il caso di Michoacan, dove ci sono stati tentativi di cooptazione delle autodefensas. Lo stato a Michoacan non ha mai avuto consenso, anzi ne hanno avuto di più addirittura i Templarios durante un certo periodo, perché almeno offrivano qualche servizio di base e qualche sicurezza, la risoluzione dei conflitti. Un esempio è il caso del giudice per molti tipi di conflitti: in molte comunità tale ruolo veniva svolto da un Templario, e ora dall’autodefensa: in generale da chi detiene un potere e un consenso reale.
All’inizio del conflitto tra narcos e autodefensas, lo stato latitava. Solo quando si vide che i municipi liberati dagli autodefensas continuavano ad aumentare, nel gennaio 2014 lo stato federale decise di agire in modo più netto: prima è intervenuto con la polizia federale, poi ha commissariato lo stato, negando i poteri al governatore. Venne nominato un commissario, Alfredo Castillo, e fu addirittura incarcerato l’ex governatore ad interim per nessi col narcotraffico, arrivando in qualche modo ad ammettere la corresponsabilità di magistratura e stato.
In quanto agli autodefensas, lo stato ha tutelato alcuni leader e incarcerato altri, come Ippolito Mora, che ora è uscito ma che per i tre mesi cruciali di negoziazioni è stato in carcere. Ovviamente il criterio della magistratura in Messico è sempre stato totalmente politico, e dipende spesso dalla congiuntura: tollera magari per anni gruppi armati sul territorio, come i narcos, ma non tollera per due mesi gruppi di cittadini che si fanno vedere alla luce del sole come gli autodefensas.
C’è quindi una strategia di cooptazione selettiva, che è un’antica strategia del partito-stato quindi non è niente di nuovo. Ma viverla nuovamente e vederla ritornare, col ritorno al potere del PRI, con i mezzi che ci sono oggi, è allo stesso tempo più interessante e più drammatico. E ciò accade in un momento in cui leautodefensas hanno un consenso popolare, e in buona parte anche mediatico, tale che lo stato non può permettersi di limitarsi a reprimerli, come aveva fatto coi “disgraziati” di Guerrero.
Quindi l’ambiguità dello stato si lega più a un’incapacità di controllo della situazione, oltre che, ma questa è una speculazione più “giornalistica”, alla volontà di cercare un riassetto delle dinamiche narcos-stato-autodefensas nella regione. Voglio dire, Peña Nieto non ha davvero cambiato strategia rispetto alla militarizzazione della regione avvenuta con Calderon. Ha solo smesso di parlarne, e questa si è una strategia mediatica. Piuttosto, la strategia si è affinata: stato per stato, dove scoppiano conflitti grossi, si cerca ora di negoziare. A Michoacan il possibile obiettivo è instaurare una negoziazione tra un nuovo gruppo di narcotrafficanti (sia alcuni ex Templarios sia il cartello Jalisco Nueva Generacion, che è un braccio di quello di Sinaloa, e che in parte è già presente e attivo nel Michoacan), e gli autodefensas, che però dovrebbero rientrare nell’alveo della legge, attraverso la loro incorporazione nella Nueva Fuerza Rural.
Occorre, secondo la strategia statale, distinguere i gruppi di autodifesa in “buoni” e “cattivi”. Lo stato ha capito chi erano i leader più propensi a farsi cooptare. La politica è sempre quella del bastone e della carota. Ora la carota è andata ai gruppi del Comandante Cinco e di Papà Pitufo, che hanno accettato di integrarsi alla Nueva Fuerza Rural, con uno stipendio da poliziotto, sui 4-500 euro, e hanno sostituito la polizia regolare in alcune zone. Quanto ai narcos la sostituzione deiTemplarios con Jalisco Nueva Generacion è utile allo stato in quanto garantisce il controllo di certe attività: questi infatti sono più focalizzati sul narcotraffico rispetto che su estorsioni o altre attività più invasive del tessuto sociale. Ricordiamo che Michoacan è lo stato delle metanfetamine, e il porto di Lazaro Cardenas è il principale porto del Pacifico dedito a smercio di droga dalla Colombia e da altrove. E’ quindi uno stato strategico, e lasciarlo nelle mani del cartello di Sinaloa o affini implicherebbe un nuovo riassetto locale più utile forse alle autorità federali.
In tutto questo però gli autodefensas di Mireles sono risultati impermeabili ai tentativi di cooptazione, rivelandosi la parte più genuina del movimento. Per loro si è resa necessaria repressione e incarcerazione, come è accaduto al loro leader, che si trova in prigione a Hermosillo, Sonora, dallo scorso luglio. Il punto di discordia in realtà non è ideologico: quelli di Mireles non hanno mai rifiutato la negoziazione con lo stato tout court, la loro piattaforma non è rivoluzionaria o sovversiva delle istituzioni. La loro idea era reintegrarsi ma quando la sicurezza fosse stata garantita, quando fosse stato ristabilito lo stato di diritto e fossero stati scarcerati una quarantina di autodefensas arrestati mesi fa e incarcerati i capi Templariosliberi. Questo, agli occhi dell’opinione pubblica, lo rende coerente. Anche perché rispetto ai sospetti iniziali (cioè che le autodefensas potessero degenerare in delinquenza organizzata: estorsioni, violenza sommaria, gestione della violenza; o in paramilitarismo alla colombiana, del tipo delle Autodefensas Unidas de Colombia, che in realtà hanno finito per difendere solo grandi latifondisti e imprenditori e avere commistioni con la narco-politica) i gruppi di Mireles hanno dato prova di coerenza: non ci sono state queste degenerazioni e Mireles si è quindi guadagnato la stima di larga parte dell’opinione pubblica.

?????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????Che rapporti politici hanno leautodefensas all’esterno dello stato del Michoacan?

Gli autodefensas hanno sviluppato rapporti e raccolto sostegni, sia nel resto del Messico che altrove. Un canale di supporto importante è rappresentato dalle comunità messicane, spesso michoacane, emigrate negli Stati Uniti. Per tramite loro si sono sviluppate ingenti raccolte fondi, oltre che una attività di sensibilizzazione e di informazione sulla vicenda.
In Messico invece, gli autodefensas (tutti fino a maggio, e soprattutto il gruppo rimasto indipendente dalla Nueva Fuerza Rural in seguito) hanno sorprendentemente raccolto adesioni e consensi politici trasversali a tutti i partiti. Lo stesso Mireles è stato un politico per tutta la vita, non l’ha mai negato. Ha fatto politica localmente prima nel PRI, poi si è avvicinato a PRD e Partido del Trabajo, ha aspirato a cariche municipali. Non è uno che viene dal nulla. Questo indubbiamente rappresenta un’ambiguità.
Anche tra i giornalisti sono stati raccolti consensi trasversali, almeno in una certa fase. E soprattutto sono state cercate delle alleanze dirette, soprattutto a giugno in occasione della creazione del Frente Nacional de Autodefensas, in opposizione alla governativa Guardia Rural. C’è stata una grande assemblea a Città del Messico, in cui hanno partecipato personaggi di tutti i tipi: alcuni totalmente rispettabili, da Padre Solalinde, che si occupa di diritti umani per i migranti, alla giornalista Sanjuana Martinez; altri molto discutibili, come il Generale Gallardo, un personaggio ambiguo che ha lottato per costituire una commissione per i diritti umani dei militari (non proprio un paladino della giustizia sociale!), e un sindaco-sceriffo del PAN. Alcuni poi non hanno aderito ma avevano partecipato alle riunioni preparatorie sono quelli del Movimiento por la Paz con Justicia e Dignidad, che sono vicini, per ispirazione, al movimento zapatista e il cui leader è il poeta pacifista Javier Sicilia, che nel 2011 ha guidato un impressionante movimento sociale per la pace contro la guerra ai narcos. Lui non ha aderito al Frente Nacional, in primo luogo perché è armato, cosa che se non rimane temporanea creerebbe dei problemi rispetto alla sua impostazione pacifista (anche gli zapatisti infatti adesso si sono mossi su un terreno più nonviolento), e poi per totale incompatibilità appunto con alcuni dei personaggi che partecipano al Frente.

Qual è la struttura organizzative delle autodefensas?

Io direi che prevale il verticismo in una struttura con regole democratiche. Il coordinamento delle autodefensas, che però si è sciolto con la nascita della Fuerza Rural e del Frente, era formato dai leader di ogni municipio e votava a maggioranza alcune decisioni di base. Il Frente, poi, era l’idea di ricreare una coalizione generale (e intersettoriale, quindi con coalizioni vaste) di tutte le autodefensas, tanto che aveva adottato l’hashtag, sull’esempio di #Yosoy132, di #yosoyautodefensa. Ma il progetto s’è arrestato con l’arresto di Mireles.

Come si può spiegare la guerra al narco come strategia politica di lungo periodo del governo Calderon, tenendo conto dei rapporti stato-narco, e delle faglie interne all’uno e agli altri, delle infiltrazioni e delle cooptazioni, anche con i gruppi di autodifesa? E cosa è cambiato con Peña Nieto? Qual è in definitiva la vera natura della guerra ai narcos?

Negli ultimi 7-8 anni la retorica bellicista è stata il prodotto di esportazione del Messico. Ora l’idea è di esportare altro: le famose riforme strutturali, di cui quella principe è quella che privatizza il settore energetico, e che si accompagna alla consueta retorica di un Messico che viaggia verso il primo mondo, cosa già ampiamente sentita in passato, nell’88, nel ’94… e ora nel 2013-14.
La retorica è dunque cambiata. Sicuramente va individuato un doppio binario: da un lato le lotte intestine dei narcos, presenti già dalla fine degli anni ’80, sono degenerate negli anni ‘2000, con la crisi del PRI. Infatti, fino ad allora i narcosavevano nel PRI l’interlocutore politico assoluto, a tutti i livelli, e ciò aveva garantito una relativa tranquillità. L’equilibrio politico si era rotto già da metà-fine anni ’80 (nascita del PRD come scissione di sinistra del PRI e crescita del PAN, ndr), ma si era lentamente ricostruito durante la presidenza di Salinas de Gortari. Con la sconfitta parlamentare del PRI nel 1997 e la perdita della presidenza nel 2000, tale equilibrio è definitivamente crollato, anche perché persino a livello locale l’egemonia del partito era tramontata. Durante la presidenza Fox (2000-2006) e i primi due anni di quella Calderon, la situazione era quindi precaria per via del quadro politico in evoluzione e delle lotte tra i narcos.
In questo quadro la famosa “guerra al narcotraffico”, con i suoi corollari di militarizzazione e di repressione della società, ha rappresentato da un lato uno strumento dell’ingerenza USA in Messico (più o meno richiesta, piu’ o meno cercata), e dall’altro il tentativo dello stato messicano (e di quello americano attraverso le sue agenzie e i suoi finanziamenti) non di reprimere totalmente, ma di controllare e dare una stretta a tutti i movimenti sociali, in primis quello zapatista in Chiapas, che periodicamente ritorna oggetto della repressione paramilitare(come nel caso dell’omicidio di Galeano nel maggio scorso). Inoltre, tra le ragioni dell’inizio della guerra al narco in grande stile, abbiamo la congiuntura specifica verificatasi all’inizio della presidenza Calderon: una situazione economica al di sotto di quasi tutti i paesi latinoamericani; la corruzione in tutti gli apparati, per cui si hanno pezzi di stato, e soprattutto di polizia, infiltrati da narcos, pezzi di polizia che agiscono come narcos essi stessi (con sequestri, commercio di stupefacenti ecc.); infine una crisi di legittimità politica fortissima, dovuta a elezioni truffate e a un tentativo di svuotamento di potere dell’istituto della presidenza attuato dal PRI a fine anni ’90, quando già presagiva la sua sconfitta e tentava cosi di rendere zoppi i governi altrui. E’ dunque in una situazione di estrema debolezza e fragilità del governo messicano che Calderon ha deciso di impiegare in modo massiccio i militari, anche in funzioni che non dovrebbero essere le loro (suscitando quindi anche proteste tra i militari stessi, molti dei quali hanno finito per appoggiare Obrador). E’ tuttavia ovvio che, utilizzando la strategia della violenza e quindi dell’uso di militari, non si ricostruiscono le istituzioni in crisi ne’ il tessuto sociale. Cosi la militarizzazione non ha fatto altro che aprire il vaso di pandora: ha scardinato tanti meccanismi locali che si mantenevano ancora, ha fatto in modo che i militari cominciassero ad essere percepiti come necessari dalle amministrazioni locali.
narcoguerraAdesso, con il ritorno del PRI, si è un po’ attenuata questa esigenza dell’uso della mano militare, perché i meccanismi di neo-corporativismo e la maggior consuetudine del PRI al governo gli hanno permesso di ri-centralizzare il potere ricorrendo a dispositivi più politici e meno militari: si è preso un potere di amnistia, di mandare comisionados come a Michoacan e di appropriarsi temporaneamente dei governi locali senza passare dal voto, ecc.
Ora i morti e i desaparecidos sono leggermente diminuiti (ma rispetto ai numeri ci sono balletti impressionanti tra governo, istituti di statistica e riviste indipendenti, che in generale sono più affidabili e danno numeri più alti: la rivista Zetas di Tijuana, molto affidabile, ha calcolato un numero di morti legati al narcotraffico nel primo anno di Peña Nieto di 23.000, appena sotto la media degli anni di Calderon). La situazione quindi non è tranquilla, come il governo sta propagandando all’estero. E, mentre la situazione a Michoacan e Guerrero è lungi dall’essere risolta, altrove si stanno iniziando ad aprire altre crepe: negli stati del Tamaulipas e di Veracruz, dove la strategia da parte del potere politico sarà sempre quella di un riassestamento, con un’uscita di scena degli Zetas e il ritorno di altri cartelli più esclusivamente legati alla più tradizionale e meno invasiva attività del narcotraffico…
Probabilmente i morti della narco-guerra continueranno lentamente a scendere, ma il tipo di pacificazione che si profila sembra più una nuova paz mafiosa (cosi è chiamato il periodo che precedette l’odierna narco-guerra, ndr), che, senza affrontare le questioni reali (non è prevista, per esempio, nessun tipo di legalizzazione della droga), possa reggere quel tanto che basta da permettere al PRI di continuare a vincere le elezioni.