#VamosPorTodo: la candidatura indigena è una proposta anticoloniale

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[di Matilde Brunetti, foto di Isabela LunelliLa chiamata a un Consejo Indígena de Gobierno arriva dopo più di due secoli dall’indipendenza del Messico. Eppure è da intendersi come un passo storico verso la decolonizzazione, non più dal dominio spagnolo, ma dalla depredazione sistematica delle terre e delle risorse, messa in atto dall’invasione selvaggia neoliberista a braccetto col narcogoverno messicano.

Le numerosissime comunità indigene presenti sul territorio nazionale che hanno eroicamente resistito a secoli di colonialismo, preservando la loro lingua e identità, rischiano di soccombere davanti all’apertura sconsiderata che il governo priista garantisce al capitale straniero, interessato all’estrazione delle grandi ricchezze minerarie, acquifere e petrolifere del Messico.

Le varie manipolazioni fatte alla Costituzione da parte dei governi illegittimi negli ultimi anni hanno rotto il patto sociale alla base della nazione, violentando il principio di proprietà sociale della terra conquistato con la lotta di Emiliano Zapata ai tempi della Rivoluzione di un secolo fa. Attraverso queste riforme (la più recente quella energetica, che privatizza il petrolio nazionale), la priorità assoluta nell’utilizzo del suolo passa alle attività estrattive. I popoli originari perdono la loro terra.

Concessioni estrattive e grandi opere infrastrutturali (autostrade, aeroporti, etc) minacciano l’esistenza stessa dei popoli indigeni, che quando resistono alle espropriazioni subiscono la repressione violenta per mano di militari, paramilitari e gruppi criminali ingaggiati dalle compagnie straniere, a cui il governo garantisce l’impunità assoluta. É il caso degli innumerevoli leader di comunità assassinati, imprigionati e continuamente sotto minaccia. Ma le vittime della violenza sistematica si contano anche tra la popolazione comune: tra i 200 e i 300mila i desaparecidos negli ultimi cinque anni, 55 i messicani assassinati ogni giorno. 114 i giornalisti ammazzati dal 2000.

mujeres zapatistas.JPGDepredazione e repressione. Di fronte all’avanzata del mostro, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale apre una nuova tappa nella sua storia, cominciata sotto forma di guerriglia nel 1994 in risposta a quell’accordo con gli Stati Uniti (NAFTA) che segnò l’inizio dei tempi più bui per il popolo messicano. Nei mesi scorsi ha riattivato il dialogo all’interno del Congreso Nacional Indígena (CNI), per la creazione di un Consejo Indígena de Gobierno (CIG) e la nomina, tra i vari delegati, di una portavoce da candidare alle elezioni presidenziali del 2018.

autoritá indigeneE così lo scorso fine settimana si sono riuniti a San Cristobal de las Casas, in Chiapas, 482 rappresentanti eletti da 58 comunità aderenti al CNI, portando con sé le loro 58 lingue diverse e i loro costumi e dando vita a un momento storico unico, come minimo a livello simbolico.

Il lavoro incredibile degli Zapatisti, oltre che l’iniziativa e lo sforzo organizzativo, ha consistito nell’integrazione di tutte queste genti, sparpagliate su un territorio vastissimo, ai principi e alle pratiche faticosamente costruiti negli anni, in scala relativamente piccola, all’interno del movimento: l’orizzontalismo (incredibilmente compatibile con la natura militare dell’EZLN) e la parità di genere soprattutto. E al di là del messaggio, lo hanno fatto nella pratica.

supMoi-María-de-Jesús-Patricio-e-Carlos-GonzálezSi è scelta una donna per rappresentare il Consiglio, in forma di portavoce e candidata ale presidenziali dell’anno prossimo: María de Jesús Patricio Martínez, del pueblo Náhuatl nello stato di Jalisco, 57 anni, medica tradizionale, conosciuta come Marichuy. Una portavoce ubbidiente ai fini e ai principi del Consiglio, alla base e non al vertice. Un impegno, non un privilegio. Al momento della nomina, sono stati più i moniti che i complimenti: “non venderti, non arrenderti, non tentennare”.

Tutto un paradigma di pratiche che si oppone concretamente all’attitudine personalistica dei partiti, e ancor più alle logiche imposte dai media, sempre in cerca del personaggio da costruire e distruggere. Questa, è chiaro, è una lezione che gli Zapatisti hanno appreso attraverso l’esperienza diretta del Subcomandante Marcos, ora Galeano, su cui ai tempi i media erano accorsi come moscerini a una lampadina, lasciando all’oscuro pezzi importanti di un movimento storico e complesso come l’EZLN.

All’assemblea plenaria non è stato dato alcuno spazio al culto della personalità. Si è piuttosto scelto di far ascoltare le voci dei testimoni diretti delle violenze, delle espropriazioni e della repressione. Ha parlato la mamma di Lesvy, 22 anni, trovata assassinata all’interno della Città Universitaria della capitale all’inizio del mese. Ancora prima delle indagini era già stata data per suicida dai giornali, mentre le autorità la criminalizzavano come alcolizzata e drogata. L’impunità si prepara con anticipo.

Non è la prima volta che l’EZLN dà voce e appoggio ai familiari delle vittime e dei desaparecidos. Fin dal principio sostenne e strinse legami forti con i genitori dei 43 studenti scomparsi della Normale di Ayotzinapa. Mentre i governanti non garantiscono alcuna forma di giustizia, e il “progressista” Lòpez Obrador, all’opposizione, annuncia una “amnistia anticipata” in vista delle elezioni del prossimo anno.

La condanna al femminicidio e alla discriminazione di genere, l’attenzione a tutte le forme di violenza che vengono perpetrate in questo paese, non è un discorso lontano o separato dalle rivendicazioni dei popoli indigeni. La grande forza del movimento é appunto la coscienza politica che ciò che ammazza non sono le anomalie del sistema, quanto il sistema stesso.

Quello che si propone dal fronte indigeno è un cambiamento sistemico, politico, economico, sociale, culturale, totale. Un cambiamento che è possibile realizzare a partire dai soggetti più colpiti, discriminati, esclusi dal modello di sviluppo neoliberista che impera nel mondo. Come ha spiegato la portavoce, “non siamo qui per cercare voti, per sederci là, sulla mala sedia del potere; piuttosto la nostra partecipazione è per la vita. Per la ricostruzione dei nostri popoli, che sono stati colpiti per anni e anni. Credo che ora dobbiamo cercare una forma per continuare a esistere. E non solo i nostri popoli: invitiamo tutti i settori della società civile a organizzarci, a unire i nostri sforzi così che possiamo distruggere questo sistema che ci sta ammazzando tutti in generale”.

Samantha Amilcingo.JPGNon è facile comprendere la scelta di un movimento antisistemico a candidarsi alle elezioni, e ad adattarsi quindi alle strade istituzionali tracciate dal nemico stesso. Una delegata l’ha chiamata “proposta antiegemonica all’interno del sistema”. Ciò a cui il CNI chiama con questo atto politico è l’organizzazione, non il voto. Si punta alla costruzione di una geografia antisistemica in Messico, non tanto alla vittoria elettorale. Perché l’obiettivo è spaccare il potere, non amministrarlo.

E per spaccarlo bisogna partire dalle crepe degli stessi muri costruiti da quelli “de arriba”: le frontiere prima di tutto, incompatibili con la geografia di lotte dal basso che si propone. All’incontro hanno partecipato anche i rappresentanti di alcune comunità originarie del Guatemala e dei mapuches cileni, oltre che i Lakota e Apache, dagli Stati Uniti. Questi ultimi hanno celebrato il loro appoggio alla causa del CNI con un rito e un regalo. In tempi in cui l’odio tra i messicani e i loro vicini a nord è fomentato da tutti i fronti non é cosa da poco ribadire l’alleanza tra i popoli contro un nemico comune.

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La proposta è di una portata storica enorme, in cui l’orizzonte anticoloniale per il Messico si mischia con le speranze, di tutti noi nel mondo, di costruire un’alternativa di vita a questa società violenta e mortifera.

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