Z come Zapatismo. Il colore della terra

[Di Fabrizio Lorusso. Racconto estratto da Nuova Rivista Letteraria (Semestrale di Letteratura Sociale fondato da Stefano Tassinari) n. 15 (n. 5 Nuova Serie) del maggio 2017. Il numero della rivista ha 21 testi letterari, uno per ogni lettera dell’alfabeto, dedicati ai vari tentativi rivoluzionari e di trasformazione sociale della storia. on line su Carmilla e L’America Latina]

Sono il primo di tanti passi degli zapatisti a Città del Messico

e in tutti i luoghi del Messico. Speriamo che tutti voi camminiate insieme a noi.

Comandanta Ramona (1959-2006), EZLN, 1996

Città del Messico, 30 giugno 2018

A ventiquattr’ore dal voto di domenica primo luglio nel quartier generale del candidato AMLO, acronimo che distilla il suo lungo nome completo, Andrés Manuel López Obrador, si respira già aria di vittoria. Sarebbe la prima volta nella storia per un partito di sinistra a livello nazionale. Le bandiere del Movimento di Rigenerazione Nazionale o MoReNa, il partito creatura del leader, sventolano un po’ ovunque nella capitale messicana che, da sempre, è la roccaforte delle varie anime del centrosinistra. 

Nei sorrisi compiaciuti dei militanti s’incarna l’allegria, la catarsi dopo quasi vent’anni di sconfitte elettorali e frustrazioni. Nelle pupille brillanti di alcuni stretti collaboratori del probabile futuro presidente, dato in testa da tutti i sondaggi e sostenuto dalle grosse catene televisive nazionali e persino da un discreto numero di magnati, progressisti dell’ultimo minuto, s’intravvedono, tra lacrime di gioia e di tensione, le prefigurazioni archetipiche di poltrone ministeriali e seggi parlamentari. C’è voglia di cambiamento.

Finalmente, come più volte ha ripetuto AMLO nei comizi della campagna elettorale, “la terza è quella buona”, per cui dopo essere stato sconfitto prima nel 2006 dal catto-conservatore Felipe Calderón e dai brogli elettorali del suo partito, Acción Nazional (PAN), e poi nel 2012 dal tele-candidato idiotizzato Enrique Peña Nieto, è arrivato il momento del riscatto.

Rifondare il Paese, sconfiggere la corruzione e invertire la rotta intrapresa nel 1982 con l’inizio delle selvagge riforme neoliberiste e lo smantellamento dello Stato: questo, in un tweet, il riassunto del programma, o meglio degli slogan, della sinistra che fa riferimento a MoReNa.

L’altra sinistra parlamentare, cioè una ex sinistra che secondo alcuni sondaggi diventerà anche ex parlamentare, visto che rischia di sparire dalla mappa elettorale, è quella del PRD, il Partido de la Revolución Democrática. Nel 1997 riuscì nell’impresa di espugnare Città del Messico, bastione del PRI (Partido Revolucionario Institucional), egemonico in tutto il Messico e nella capitale per 70 anni nel secolo XX, e da allora l’amministra. Andrés Manuel è stato sindaco della megalopoli dal 2000 al 2005 e poi è stato il candidato del PRD alle presidenziali per due botte consecutive, entrambe perse. Questa volta, però, le cose vanno diversamente, il leader fa da sé ed è certo di vincere.

 

Siamo riflessione e grida

Subcomandante Marcos, Città del Messico, 11 marzo 2001

Marzo 2001, Colore della Terra e Autonomia

“Comincia questa marcia oggi, che la luna è nuova, affinché la terra dia infine i frutti della giustizia per coloro che sono il colore della terra. Comincia la marcia della dignità indigena, la marcia del colore della terra”. Il comunicato, inviato dalle montagne del Sudest messicano il 24 febbraio, è firmato dal Comando Generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) e annuncia una marcia in partenza dal meridionale stato del Chiapas. “Che il mondo sia finalmente il luogo di tutti e non la proprietà privata di chi possiede del denaro il colore e l’immondizia. Un mondo con il colore dell’umanità”, prosegue.

(foto: La Jornada-Heriberto Rodríguez)

L’EZLN arriva dal Sud per parlare alla gente nelle piazze e ai parlamentari che stanno discutendo la Ley Cocopa, inviata dal presidente alle Camere. La norma dovrebbe recepire in Costituzione gli Accordi di San Andrés del 1996, che danno personalità giuridica ai popoli indigeni, e aprire uno spiraglio per la risoluzione del conflitto cominciato nel 1994, quando gli zapatisti in armi occuparono cinque città, facendo risuonare globalmente il loro grido di degna rabbia e ribellione: “¡Ya Basta!”, adesso basta.

La povertà in terra azteca esplode ciclicamente e persiste. E anche le disuguaglianze aumentano, il Messico negli anni ’90 s’era “globalizzato” ma era stato assimilato al cinquantunesimo stato dell’Unione Americana. Il presidente neoliberista Carlos Salinas parlava invece di una Paese che stava entrando al “primo mondo”. “Vale la pena, compatrioti, per il bene della nostra grande nazione; è per il Messico”, aveva detto celebrando l’entrata in vigore, il 1 gennaio 1994, del NAFTA, trattato di libero commercio dell’America del Nord. Ma non tutti e tutte la pensavano come lui.

Nonostante la militarizzazione, le aggressioni paramilitari e la guerra di bassa intensità del governo, sette anni dopo l’insurrezione, gli zapatisti continuano a lottare. L’11 marzo 2001 la più grande piazza e cuore politico del Paese, lo zocalo, li riceve, stipata di gente come mai prima per accompagnare da vicino le loro richieste di riconoscimento dei diritti e della cultura indigeni al governo Fox.

CIG“Fratello, sorella indigena. Fratello, sorella non indigena. Qui siamo per dire che qui siamo. E quando diciamo ‘qui siamo’, anche il diverso nominiamo. Fratello, sorella che sei messicano e che non lo sei. Con te diciamo ‘siamo qui’ e con te siamo. Fratello, sorella indigena e non indigena. Uno specchio siamo”, le parole di Marcos hanno rotto il silenzio e il sole inclemente preannuncia l’eterna primavera dell’altopiano. “Non siamo quelli che, ingenui, aspettano che dall’alto arrivi la giustizia che cresce solo dal basso, la libertà che si conquista solo con tutti, la democrazia che viene combattuta sempre e a tutti i livelli. Non lo saremo”. Una folla attenta e silenziosa ascolta le parole dei ribelli.

Avenida Universidad, la grande arteria viale che collega il centro della capitale alla città universitaria, sede dell’ateneo più grande d’America, è trafficata e in ebollizione. Gli zapatisti pernottano nelle islas, cioè le isole di prati e piazzali dell’Università Nazionale Autonoma che sono chiuse esternamente dagli edifici delle facoltà, dal palazzo del rettorato e dalla biblioteca centrale, imponente coi suoi dodici piani d’altezza e la facciata esterna decorata da un mosaico del muralista O’Gorman. Anche qui, un giorno dopo la manifestazione del zocalo, gli zapatisti raccolgono intorno a sé migliaia di sostenitori.

Uno studente francese, in Messico per uno scambio e per provare a fare una tesi, legge il comunicato della marcia su un volantino distribuito dai compagni dell’università. Ne copia alcuni estratti e li trasferisce a caratteri cubitali su un foglio di cartone. Lo fissa a un tavolo piazzato nel mezzo del cortile condominiale e comincia a distribuirne delle copie ai passanti. Appiccica anche un invito scritto su un rettangolo di stoffa ricavato da un lenzuolo: “Raccolta viveri in solidarietà con gli zapatisti: vestiti, riso e fagioli sono benvenuti”.

Gli indigeni in lotta hanno percorso il Paese, facendo più di seimila chilometri, e sono giunti a Città del Messico dopo tre settimane di viaggio. Hanno bisogno di cibo e indumenti.

Un’anziana signora s’avvicina al giovane studente, lo squadra e lo increpa: “Ci mancava solo gente da fuori che viene qui a immischiarsi nelle questioni politiche del Paese, ricorda che possiamo chiedere l’espulsione per quelli come voi, lo dice la Costituzione!”.

“Perché non si toglie il chip xenofobo dalla testa?”, risponde il giovane che, alterato ma non spaventato, non viene nemmeno capito e riceve in cambio una smorfia. Fino a pochi minuti prima era in compagnia di due compas messicani che, in qualche modo, coprivano la sua presenza, ma poi era rimasto solo in balia degli sguardi scocciati di alcuni condomini destrorsi e degli anatemi di una vecchia antizapatista.

Intanto gli zapatisti, mentre il parlamento litigava sul da farsi, erano tornati in Chiapas. Il 28 marzo una delegazione di ventitré comandanti torna nella capitale. Una donna prende la parola di fronte all’intero Paese, nel palazzo del potere legislativo: “Soffriamo tre volte perché siamo donne, siamo indigene e siamo povere”, incalza. “Veniamo qui per essere ascoltati e ad ascoltare e dialogare”, ribadisce. E’ la comandanta Esther. Marcos non entra, parlano gli altri. La sua assenza è strategica, intelligente. Lo spazio della poesia e dei comunicati viene occupato dalle ragioni della lotta e della marcia e il Sub solo spiega che “oggi la guerra è un po’ più lontana e la pace con giustizia e dignità un po’ più vicina”.

Un mese dopo i partiti che hanno la maggioranza dei due terzi in parlamento, con la quale è possibile modificare la Costituzione, sono il dinosauro PRI e il PAN, arrivato a vincere la presidenza con Vicente Fox l’anno prima, e votano una controriforma che tradisce la lettera e le intenzioni degli accordi. Un PRD diviso e schizofrenico vota contro alla Camera e a favore al Senato, ma la riforma passa comunque. Allora gli zapatisti chiudono con la politica dei palazzi, le loro Basi di Appoggio si stringono intorno alla Comandancia per concretizzare nei fatti, non più nelle leggi, l’autonomia e fondare le comunità dei caracoles.

Passano gli anni, nel 2006 il presidente Calderón lancia una suicida strategia di “guerra al narcotraffico” che lascia sul campo, in un decennio, 200mila morti e 31mila desaparecidos. Ma in Chiapas una nuova generazione zapatista è pronta. Il subcomandante Marcos decide di uscire di scena, dichiara la sua morte e si trasforma in Galeano nel maggio 2014, pochi giorni dopo il brutale assassinio, perpetrato da paramilitari, del maestro e compagno José Solís López, noto appunto come Galeano. “Pensiamo che sia necessario che uno dei nostri muoia affinché Galeano viva”, è la spiegazione che dà Marcos. Il subcomandante Moisés diventa il nuovo portavoce. Marcos annuncia la sua “destituzione” e, parlando delle origini della sua figura pubblica, scrive: “Iniziò così una complessa manovra di distrazione, un trucco di magia terribile e meraviglioso, un malizioso trucco del nostro cuore indigeno, la saggezza indigena sfidava la modernità in uno dei suoi bastioni: i mezzi di comunicazione. Incominciò allora la costruzione del personaggio chiamato Marcos”. Adesso non c’è più, largo alle nuove generazioni.

 

 

Facciamo un appello a tutti e tutte a non sognare, ma a fare qualcosa di più semplice e definitivo: vi chiediamo di risvegliarvi.

Subcomandante Marcos, gennaio 1999

San Cristóbal de las Casas, Universidad de la Tierra, 14 ottobre 2016

“Che tremi nei suoi centri la Terra”, il comunicato viaggia intergalatticamente dalla selva lacandona del Chiapas allo spazio. “Ci dichiariamo in assemblea permanente e consulteremo in ognuna delle nostre geografie, territori e direzioni l’accordo di questo Quinto CNI, per nominare un consiglio indigeno di governo la cui parola sia incarnata da una donna indigena”. Il Congresso Nazionale Indigeno (CNI), spazio d’incontro e di organizzazione del movimento indigeno a livello nazionale fondato nel 1996 e alleato dell’EZLN, spiazza tutti con la proposta di una candidata donna e indigena per la presidenza. “Ratifichiamo che la nostra lotta non è per il potere, non lo cerchiamo, bensì che chiameremo i popoli originari e la società civile a organizzarsi per bloccare questa distruzione, rafforzarci nelle nostre resistenze e ribellioni, ovvero nella difesa della vita di ogni persona, ogni famiglia, collettivo, comunità o quartiere. Costruire la pace e la giustizia rifinendoci dal basso, da dove siamo ciò che siamo”.

“Ciao, ma hai sentito? Hai letto? Il CNI ci prova per combattere la spoliazione dei territori e delle comunità, la ‘questione indigena’ torna al centro”, il tono della voce è concitato. Lo studente, che intanto ha finito la tesi di laurea e frequenta un dottorato, ascolta e chiude gli occhi per concentrarsi. Fa appena in tempo a capire chi è l’amico dall’altra parte dell’apparecchio che viene subito incalzato: “Adesso c’è un’alternativa al sistema politico dominante!”. Dopo la rottura degli zapatisti col sistema politico e le istituzioni il francese, che è rimasto in Messico a vivere, non sa bene cosa pensare ed il suo pessimismo è quasi cosmico: “Sì, ok, ma a te come va? Ho visto un po’ le notizie, infatti, per la prima volta nella storia qua possono presentarsi candidati indipendenti fuori dei partiti, ma devono tirar su 800mila firme, ma poi con chi governano senza gente in parlamento?”. “Va beh, ma è comunque una cosa storica, mai vista, dai”, insiste l’amico al telefono. “Lo so, stiamo a vedere, c’è già chi pensa che vogliano fare un governo ombra o simili, non ho capito”, vagheggia lo studente. “Ne parliamo bene dopo, facciamo un’assemblea, qualcosa…”, conclude il chiamante. “Claro, claro, un abrazo a presto!”, si svincola lo studente. Stenta a credere alla notizia, è sorpreso, pure felice, ma confuso. La politica messicana fa perdere facilmente la bussola anche a chi la mastica da tanto.

Da subito sono feroci le reazioni dell’intellighenzia progressista e di partiti come il PRD e MoReNa che hanno paura di perdere voti a sinistra e già incitano “il popolo” al “voto utile” per bloccare le destre. D’altra parte c’è invece chi rivendica il diritto di chiunque a candidarsi, specialmente se si tratta di organizzazioni storicamente escluse. Il loro obiettivo è comandare obbedendo tramite un consiglio indigeno di governo e una presidente-portavoce scelta dalle basi. I giornali di regime accusano gli zapatisti e il CNI di essere dei provocatori e di non avere speranze. Il dibattito s’accende, ed è un primo importante risultato per i popoli originari organizzati.

 

Io lotto per ideali e cerco la trasformazione del Messico per via pacifica

Il voto è l’unica arma che ha il popolo per far sì che le cose cambino

Andrés Manuel López Obrador

Città del Messico, 2 luglio 2018

E’ notte, quasi la mezza. Piove a volontà. Il leader è solo. Rivede le schermate coi risultati. Ride, ha gli occhi lucidi e pensa al da farsi. Gli hanno detto di stare tranquillo, dopo l’infarto di cinque anni fa il suo cuore ha bisogno di meditazione. Sedici ore di lavoro, tre comizi al giorno, emozioni a raffica e una campagna elettorale permanente che dura da più di dieci anni stenderebbero chiunque. AMLO ha fatto quattro volte il tour completo di tutti i comuni del Messico, la sua esperienza sul territorio è preziosa e il suo team ha molti talenti, soprattutto nel campo della cultura e delle politiche sociali.

Il leader ha chiesto a tutti d’uscire dalla stanza. Ancora non ci crede. Convoca i suoi collaboratori a una reunión urgente per gestire al meglio le prime dichiarazioni alla stampa. Su 89 milioni di aventi diritto, ieri hanno votato i due terzi, è stata l’elezione più partecipata della storia. Ma Andrés Manuel non ha vinto. Nessun partito ha vinto.

L’istituto elettorale ha comunicato i dati del conteggio preliminare: AMLO ha preso il 25%, Margarita Zavala, moglie del guerrafondaio Calderón, il 17%, Osorio Chong, del PRI, il 13%, gli indipendenti l’1% e Mancera, del PRD, il 9%. La candidata dell’EZLN e del CNI ha sconfitto i contendenti e blinda la presidenza col 35% dei voti. Il consiglio di governo indigeno l’accompagna, s’insedierà il primo dicembre. Nessun pronostico, nessun indovino, l’aveva financo immaginato. In parlamento, solo MoReNa ha raggiunto una maggioranza che, sebbene risicata, può decidere se sostenere la presidenta o affogare il Paese nel caos.

La stampa viene fatta entrare. AMLO è stanco ma tranquillo. “Che intende fare?”, un reporter de La Jornada lo interroga. Il politico aveva promesso che si sarebbe ritirato a vita privata in caso di sconfitta. “Abbiamo vinto – spiega – ma abbiamo soprattutto perso, perché ero solo io il centro, il partito, ma adesso per MoReNa è giunta l’ora di comandare obbedendo e sostenere il cambiamento”.

Nel frattempo una folla spontanea, immensa e festante inonda Insurgentes e Reforma, le maestose avenidas che tagliano a croce la capitale messicana da nord a sud e da est a ovest. Il rituale è impressionante. Un eterno studente passeggia per il centro, non sembra nemmeno più uno straniero dopo tanti anni, con la sua barba incolta e la pelle bronzea nella perenne primavera messicana. Ha visto tanti colori della terra in questi anni, ha visto la polvere del Messico tingersi di sangue e la speranza ingrigirsi di pallottole e macabri conteggi di vittime. Ma oggi, come nel novantaquattro, sono colorate e ribelli le grida che s’inzuppano di pioggia nel giubilo. Vede aprirsi le nubi, si siede, scorge l’ombelico della luna e sa di non essere più solo mentre aspetta l’alba della verità e della giustizia.

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