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#Messico: un Paese in guerra interna su #Radio @RSInews @RSIonline

guerra messico narcos policia[Possiamo parlare di guerra civile in Messico? Perché l’escalation di violenza sembra imparabile? Sono stati oltre 29.000 i morti per omicidio doloso nel 2017 in Messico e 35.410 è il totale delle persone ufficialmente desaparecidas all’inizio del 2018. Podcast della trasmissione radio d’attualità e intrattenimento Albachiara – Radio Svizzera Italiana Rete Uno] In un recente studio sulle città più pericolose del mondo, tra le prime dieci, cinque sono in Messico. Eppure le cose sembravano migliorare negli ultimi anni però, ecco un nuovo scivolone nella violenza con numeri da bollettino di guerra. Una guerra non fra Nazioni, ma guerre interne, fra criminali e criminali, fra criminali e polizia, e a volte anche fra polizia e polizia.. Perché? È un caso o una causa che il Messico si appresta il primo luglio a votare per le presidenziali? Ne discutiamo con il giornalista e docente universitario di geopolitica a Città del Messico Fabrizio Lorusso. Ascolta il podcast qui a questo link o clicca direttamente sul link qui sotto.

https://tp.srgssr.ch/p/rsi/inline?urn=urn:rsi:audio:10279916

#Messico: sempre più crepe dopo il terremoto #19S #CDMX @cittadelcapo

Messico terremoto[di Perez Gallo, Fabrizio Lorusso e Nino Buenaventura (lamericalatina.net) da RCDC] “Andatevene a casa, non serve più aiuto”, intimano alcuni poliziotti federali a una brigata di cittadini solidali a San Gregorio, uno dei rioni del sud di Città del Messico dove il terremoto del 19 settembre ha fatto crollare una cinquantina di edifici. Alla difficoltà di organizzarsi negli aiuti, nel recupero di cibo e materiali, e negli scavi tra le rovine, fisiologiche in una megalopoli da 20 milioni di abitanti, è venuto ad aggiungersi col passare delle ore un atteggiamento ostile da parte delle autorità. “Nella capitale la polizia, la marina e soprattutto l’esercito in 45 punti critici stanno impedendo l’accesso ai volontari e chiudono del tutto i siti alle 9 di sera, proprio quando c’è più silenzio ed è più facile individuare le persone sotto le macerie”, spiega un comunicato dei Topos, organizzazione nata dopo il terremoto dell’85 e tra le più organizzate ed efficaci negli aiuti. “Il fatto è che agiscono goffamente, entrano negli edifici pieni di paura, si lamentano per il freddo, non danno informazioni, non fanno nulla pur essendoci migliaia di volontari disposti a entrare per cercare i loro cari, e così si perdono preziosi minuti per incontrare persone vive per cui ci sono cibo e braccia in abbondanza, ma l’esercito impedisce i salvataggi”, conclude il testo.  Continua a leggere

Voces Inocentes (Voci Innocenti): #Film Completo sulla #Guerra di #ElSalvador

Per la Serie Film LatinoAmericanisti (qui link agli altri film)

I figli della guerra (Innocent Voices) è un film del 2004 diretto da Luis Mandokiambientanto nel 1980 a El Salvador durante la guerra civile. Esso si basa sull’ infanzia dello scrittore Oscar Orlando Torres. Il film è conosciuto anche con il titolo Voci Innocenti.

Sinopsis En un pueblo de la periferia de San Salvador, vive Chava (Carlos Padilla), un niño de 11 años, que se encuentra atrapado entre el ejército y la guerrilla salvadoreña. Cuando su padre abandona a la familia, en plena guerra civil, Chava pasa a ser “el hombre de la casa”. En esta época, el gobierno de El Salvador reclutaba niños de doce años. Así que a Chava sólo le queda un año de escuela antes de ser movilizado.

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Voces inocentes es una película mexicana de 2004 dirigida por Luis Mandoki que transcurre durante la guerra civil salvadoreña en 1980, estrenada el 16 de septiembre de 2004 y se basa en la infancia del escritor salvadoreño Óscar Torres. La película aborda el uso de los niños por parte del Ejército y también muestra la injusticia en contra de personas inocentes que se ven obligadas a combatir en la guerra. Wikipedia

Militarizzare la #Crisi dello #Stato: #Intervista su #Messico #NarcoGuerra #Narcos #Autodefensas @ComuneInfo

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Intervista di Alessandro Peregalli e Martino Sacchi a Fabrizio Lorusso da Comune.Info sulla NarcoGuerra in Messico. Sebbene uscita qualche mese prima (fine 2014) del libro NarcoGuerra (giugno 2015) e rilasciata prima della strage di Ayotzinapa del 26 settembre 2014, costituisce un avvicinamento ancora valido alle tematiche della guerra alle droghe e i movimeti sociali in Messico. Per questo la riproduco qui su LamericaLatina.Net

Nell’era della globalizzazione e del neoliberismo si assiste a continue crisi e riconfigurazioni delle prerogative degli stati. Quello messicano sembra letteralmente uno stato in disfacimento, sia a livello di funzioni che di controllo. Lo hanno mostrato i fatti di Iguala, nello stato del Guerrero, del 26-27 settembre scorso: 3 studenti e 3 cittadini trucidati dalla polizia in combutta con i narcos e 43 studenti desaparecidos, cioè sequestrati e, molto probabilmente, uccisi e gettati in fosse comuni, con la connivenza delle autorità. Un reato politico, di lesa umanità, con responsabilità da ricercare a tutti i livelli di governo, che ha scatenato proteste in tutto il mondo.

A partire dagli anni ’80 è venuta meno la legittimità del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), il partito-stato che per quasi un secolo ha svolto la funzione di garante degli interessi popolari e nazionalisti affermatisi nella rivoluzione del 1910. Nel quadro di questa crisi, le recenti riforme neo-liberali agrarie ed energetiche, oltre che quella educativa, del lavoro, della giustizia e delle telecomunicazioni, aprono oggi nuove faglie. Mentre il paese è in svendita al capitale nazionale e straniero, il tessuto sociale si va squagliando, l’insicurezza aumenta e nel paese si assiste a una ridistribuzione del monopolio della “violenza legittima” da parte dello stato. Dalla presenza storicamente diffusa di gruppi guerriglieri, al crescente potere dei narcos, dalle esperienze insurrezionali (prima fra tutte quella zapatista) alle faide intestine ai vari livelli della polizia nazionale, incontriamo continue crisi di legittimità, cui lo stato sembra rispondere solo con un aumento della militarizzazione. Ciò ha avuto come risultato sette-otto anni di narco-guerra, con piu’ di 100.000 morti e un numero imprecisato di desaparecidos (27.000?) in tutto il paese. Un oscuro legame va stabilendosi tra questa strategia di militarizzazione della narco-guerra e la repressione politica dei movimenti sociali, la strage di Iguala sta li a dimostrarcelo.

E’ evidente che la storia messicana ha visto fin dalle sue origini moltissimi episodi ed esperienze di autorganizzazione della difesa, perlopiù di matrice comunitaria, influenzate dall’eredità e dalle pratiche indigene. Oggi, la narco-guerra fornisce un nuovo quadro in cui riscontrare e problematizzare queste esperienze, sempre connotate da forte ambiguità nel loro rapportarsi con lo stato e con gli stessinarcos. I due casi che hanno ricevuto maggior attenzione mediatica e internazionale sono quelli riguardanti le polizie autonome comunitarie nello stato di Guerrero e i gruppi di autodifesa nel Michoacan. Ne parliamo con Fabrizio Lorusso, giornalista italiano da tempo emigrato in Messico, redattore dell’Osservatorio America Latina per Carmilla e di cui nel 2015 uscirà il libro “NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei cartelli della droga” con Edizioni Odoya di Bologna.

Spesso si sente parlare del Messico come di un caso di post-stato. Paradossalmente, ciò avviene nel momento in cui la mano militare è sempre più accentuata. Come leggi questa situazione? Come ci si è arrivati?

Il ricorso alla forza in tutti i suoi modi, militari, paramilitari, anche verbali, e quindi alla violenza da parte dello stato manifesta in realtà una degenerazione del suo potere, del suo controllo, perché sennò potrebbe utilizzare metodi istituzionali o canalizzare i conflitti in un altro modo. In tempi recenti questo fenomeno è aumentato: c’è un’incapacità totale delle istituzioni.
Non è un caso che l’utilizzo dei militari come atto di forza da parte degli ultimi presidenti, svelava in realtà la loro debolezza e quella della macchina democratica nel suo complesso. Sia Calderon (del Partito di Azione Nazionale, PAN), sia l’attuale presidente Peña Nieto (PRI), hanno mancato di una legittimazione popolare forte, essendo stati eletti entrambi attraverso processi elettorali viziati: nel primo caso con brogli conclamati, commessi ai danni del leader del centro-sinistra Andres Manuel Lopez Obrador, e nel secondo grazie alla enorme influenza delle televisioni.

Negli ultimi anni si è assistito al rafforzamento di alcune aree di azione dello stato, e ad una contemporanea pesante perdita di controllo su altre e su altri territori. Di fatto non si tratta di uno stato totalmente disgregato (cioè in tutte le sue aree e funzioni e in tutti i territori), ma piuttosto va a macchie, sia territoriali che di competenze, che vengono abbandonate, generando proteste. E’ uno stato che abdica a molte sue funzioni e tradisce il mandato rivoluzionario e costituzionale. Dall’altra parte lo stato abdica anche perché non può controllare l’uso legittimo della forza in tutte le sue aree.

Consideriamo per esempio l’importazione di armi dagli Stati Uniti, che invadono i territori e diffondono la possibilità di attacchi, violenza ecc. Il problema del narcotraffico è sicuramente per lo stato il problema numero uno. C’è però anche il problema delle autodefensas. E in generale c’è il fatto che lo stato è incapace di mantenere il controllo a tutti i livelli, soprattutto per via della corruzione e per la disgregazione del partito stato e della sua ideologia (nazionalismo rivoluzionario,ndr): dalla crisi del debito dell’82, il PRI ha subito una pesante mutazione ideologica e antropologica, fino alla sconfitta nel 2000, e al ritorno al potere nel 2012 totalmente trasformato e pienamente neo-liberale.

Questo passaggio, politico e ideologico, ha implicato molte perdite dal punto di vista della governance, anche sul piano locale. In sostanza, fino agli anni ’80 c’era stata la “dittatura perfetta”, con il PRI al potere a tutti i livelli in tutto il paese. In seguito, con la perdita di questo potere politico, l’apertura economica, l’arrivo della globalizzazione, lo stato che si ritrae e il risveglio della società civile (pensiamo allevantamiento zapatista ma anche alla protesta contro i brogli elettorali di Salinas de Gortari nel 1988), possiamo intravedere un’apertura democratica che però è sempre stata estremamente precaria. A questa instabilità aggiungiamo poi la presenza di gruppi guerriglieri, come l’Ejercito popular revolucionario (Epr), di stampo guevarista, e la criminalità comune e organizzata, legata al narcotraffico come al traffico di armi, alla tratta di persone o di bianche.

Ma il monopolio della forza è sottratto anche da settori dello stato stesso. E’ qui che si può a pieno titolo parlare di fallimento della sovranità, perlomeno in alcuni territori o in alcuni settori dove la polizia, municipale o statale, o settori della polizia, operano come cartelli del narcotraffico o come bande criminali.policia-mexico

Hai citato prima il “problema delleautodefensas”. Che relazione c’è tra questa ritirata dello stato e le recenti esperienze sorte a Guerrero e nel Michoacan?

Il vero precedente dei gruppi di autodifesa è quello della tradizione secolare di polizie municipali nelle comunità rurali a forte base indigena. Queste tradizioni non hanno un legame diretto con i gruppi di cui si parla oggi, ma hanno un forte valore simbolico, vengono rievocate.
Nel 1995, c’è stata poi la nascita della CRAC (Coordinadora Regional de Autoridades Comunitarias) nello stato del Guerrero. In generale, ogni polizia municipale ocomunitaria cerca espedienti giuridici che spingano il cittadino a tutelarsi da sè: dove lo stato non adempie alle sue funzioni in questo senso, entrano in gioco i cittadini. Certe costituzioni statali, e quella federale, riconoscono questo principio.
Va considerato che la maggior parte esperienze di auto-organizzazione popolare di questo tipo sono avvenute sulla costa del Pacifico (Oaxaca, Guerrero, Michoacan e più a nord fino al Sinaloa), zone che sono chiamate tierras calientes. “Calde” in due sensi: per ragioni climatiche, tanto da fornire le terre migliori per la coltivazione di marijuana, oppiacei ecc. E, di conseguenza, “calde” perché “violente”.

Quali narcos operano in questa zona?

Nei primi anni 2000 nel Michoacan c’erano gli Zetas, nati come gruppo armato dal cartello del Golfo, che si sono resi indipendenti tra il 2007 e il 2011 come cartello autonomo e hanno iniziato un’espansione con altri business, ben peggiori del narcotraffico per la popolazione. In effetti, il narcotraffico in sè è in qualche modo tollerato, e fintanto che c’è una ripartizione del controllo sui territori la situazione può anche rimanere relativamente controllata. Questo non vale per altre attività criminali che gli Zetas portarono avanti in questa zona: estorsioni alla popolazione, sequestri, case da gioco, giri di riciclaggio del denaro sporco, ecc. Si sono poi susseguiti diversi cambi di potere: gli Zetas furono scacciati dalla Famiglia Michoacana, dalla cui scissione interna sono poi nati i Caballeros Templarios.
E’ contro i Caballeros Templarios che, nel 2011, scoppia il “caso Cheran”. In questa località del Michoacan i narcos cominciano a disboscare ed espropriare i terreni. La comunità di Cheran, però, coesa e organizzata secondo gli usos y costumbresindigeni, riesce a reagire e a recuperare il controllo su questi boschi nonostante il totale disinteresse dello stato.
Ecco che arriva il terzo “modello” dei gruppi di autodifesa: dopo i gruppi tradizionali e l’esperienza della CRAC in Guerrero, il modello-Cheran. Questo è particolare perché si tratta di un municipio autonomo e con forte base indigena, con una lunga tradizione di resistenza, e dove si sviluppa un’idea molto forte di autonomia, basata sulla gestione dei beni comuni, in questo caso i boschi.
Bisogna considerare che anche i gruppi di narcos rivendicano in qualche modo per se stessi il ruolo di “mafiosi buoni” in difesa della popolazione. In un certo qual modo sono anche loro degli “autodefensas” contro il narco precedente (la Familia contro gli Zetas, i Caballeros contro la Familia o contro il cartello di Sinaloa…) o contro lo stato inadempiente. Almeno cosi tendono ideologicamente a definirsi. Qui arriviamo alle autodefensas più recenti, ispirate davvero da un’idea di ribellione insicurezza generalizzata.

Per una storia e una geografia della narco-guerra si può consultare questo link.

Quanto e’ marcato il confine tra le autodefensas “vere” e quelle che non lo sono? Effettivamente quello dell’auto-organizzarsi la sicurezza è un tema spinoso: pensiamo alle molto declinazioni che il termine “self defense” ha nell’immaginario statunitense, o a esperienze “bizzarre” e “agghiaccianti” come quelle delle ronde padane a Milano. Quanto è netto il confine in questo caso tra i narcos che rivendicano il loro ruolo di autodefensa e di protezione della popolazione e i gruppi di autodefensas per cosi dire “autentici”?

A volte il confine è labile. C’è da dire che i primi gruppi che nascono sono degli oggetti non ben identificati, non si capisce bene all’inizio chi siano i leader, e per alcuni mesi rimangono in un alone di mistero e vengono screditati dalla propaganda nazionale che li accusa di essere anche loro parte del narcotraffico. Soprattutto i gruppi vicini al dottor José Manuel Mireles di Tetalpatepec, che nascono il 24 febbraio 2013, e che poi sono la nuova ondata di autodefensas di cui oggi si parla molto. Inizialmente c’era il sospetto che fossero collusi con i narcos. Poi però si è visto chiaro che la loro azione era di contrasto al narco ed era efficace: sono riusciti a liberare addirittura più di 30 comuni. Sembra pure che ci sia un buon coordinamento tra di loro e, anche se ci sono stati scontri armati, sono riusciti a fare in modo da limitare il numero limitato di vittime.

Perché c’erano dei sospetti su questi gruppi? Perché erano ben armati, avevano camion, strutture, divise ecc. Chiaro, c’era un apporto comunitario, ma questo non basterebbe a spiegare la loro disponibilità di armi. E’ vero però che c’erano armi già presenti sul territorio, alcune sottratte ai narcos o a gruppi della polizia municipale corrotti che venivano cacciati dalle comunità. Alcune armi sono state procurate attraverso fondi di imprenditori locali, di piccoli e medi proprietari terrieri, alcuni dei quali sono loro stessi autodefensas. Altre provengono dagli Stati Uniti o da sequestri fatti ai narcos degli stati vicini e forse altre ancora vengono da membri che erano in cartelli della droga e che si riconvertono come autodefensas. C’è poi anche un finanziamento dalle comunità michoacane immigrate negli Stati Uniti e che hanno mostrato solidarietà a questo movimento.
Dopo il primo anno di esistenza di questi gruppi, e quindi nell’inverno scorso, si sono intensificati i momenti di tensione tra autodefensas e narcos. Man mano che gli autodefensas sottraevano territori ai Templarios, questi reagivano sfidandoli e provocandoli per farli uscire allo scoperto e attaccarli. Ciononostante, hanno finito per ritirarsi sulla costa o fuori dallo stato: la lotta è quindi stata efficace. E con il successo è arrivata anche l’attenzione mediatica. Molti giornalisti hanno iniziato a intervistare le autodefensas e piano piano è emersa una visione meno sbilanciata rispetto alla propaganda statale che tendeva a screditarli. Si è dunque capito di più chi erano gli autodefensas, ed è emerso il fatto che in molti casi, soprattutto nei gruppi più coerenti, si trattava davvero di gruppi di cittadini che si sostituivano efficacemente allo stato per combattere i narcos.

be256-brindan-apoyo-a-familia-atacada-por-grupo-armado-en-guerreroHai detto prima che molti finanziamenti e armi arrivavano daempresarios della zona, che per loro ragioni erano contro il controllo dei Templarios. A questo punto viene da chiedersi quale sia la composizione sociale predominante di questi gruppi di autodifesa, e anche le presunte o reali finalità politiche.

Ci sono diverse correnti anche dentro alle autodefensas. Chiaramente c’è la componente del piccolo proprietario, o dell’imprenditore. Non stiamo parlando di veri e propri latifondisti, ma di un vasto ventaglio di classe media, di cui alcuni possono permettersi di finanziare militarmente i gruppi. Si tratta di componenti sociali miste. Non si può definire la questione degli autodefensas come vera e propria lotta di classe, né come componente omogeneo. E’ una nebulosa di gente vessata dai narcos a tutti i livelli, dal piccolo negoziante o commerciante, a quello che aveva una proprietà più grande espropriata dai narcos ecc. Certo è che versano in uno stato d’abbandono istituzionale. Mireles per esempio è un dottore, dipendente pubblico, con qualche piccola proprietà.

Quali sono le differenze principali tra questa “nebulosa di gente” nel Michoacan e la situazione di Cheran, dove invece la componente sociale sembra più omogenea, e la posizione politica più chiara e definita? E quali con quella di Guerrero?

A Cheran abbiamo una componente di classe più accentuata, o perlomeno una forte componente identitaria, indigena. Questa situazione però è particolare ed è limitata a un municipio. Nel caso degli autodefensas invece si tratta di una coalizione molto ampia, che è partita da un certo numero di municipi e si è espansa fino a liberarne più di trenta. Cheran è rimasta autonoma rispetto agliautodefensas e continua il suo processo in maniera propria. Nel caso di Cheran credo si possa parlare più nettamente di polizie comunitarie, come nel Guerrero. Qui invece vengono usati entrambi i termini: polizie comunitarie e autodefensas.

A Guerrero sono proliferate altre esperienze, slegate dalle CRAC, di polizie municipali. Queste polizie municipali, a differenza delle autodefensas, erano povere: si trattava di gruppi di contadini, spesso indigeni, male organizzati, con pochi mezzi di trasporto e perlopiù solo armi bianche (bastone, machete…). Anche in questo caso si trattava, in assenza dello stato, di difesa dalla delinquenza organizzata, perlopiù costituita da elementi del cartello di Sinaloa e altri cartelli minori. La loro è però una storia molto meno “di successo”, anche mediatico dico, e la repressione dello stato e gli arresti nel loro caso sono stati più pesanti. Al contrario, i gruppi di Michoacan fin da subito avevano mezzi discreti: camionette, pick up, armi di grosso calibro, armi d’uso esclusivo dell’esercito. Quindi ci sono differenze di tipo sociale e altre organizzative: gli autodefensas emettono comunicati, sono un gruppo più o meno coeso, mentre nel caso delle polizie municipali non si è mai arrivati a un grado di coordinamento. Al momento a Guerrero sono finiti questi esperimenti più spontanei e autonomi, e rimangono solo le CRAC, che sono più strutturate, esistono dagli anni ’90 e godono di riconoscimento legale.

E per quanto riguarda i rapporti con lo stato quali differenze si notano tra il caso di Guerrero e quello di Michoacan?

A Guerrero la relazione tra stato e polizie comunitarie è stata di pura e semplice repressione. Molto più ambiguo è il caso di Michoacan, dove ci sono stati tentativi di cooptazione delle autodefensas. Lo stato a Michoacan non ha mai avuto consenso, anzi ne hanno avuto di più addirittura i Templarios durante un certo periodo, perché almeno offrivano qualche servizio di base e qualche sicurezza, la risoluzione dei conflitti. Un esempio è il caso del giudice per molti tipi di conflitti: in molte comunità tale ruolo veniva svolto da un Templario, e ora dall’autodefensa: in generale da chi detiene un potere e un consenso reale.
All’inizio del conflitto tra narcos e autodefensas, lo stato latitava. Solo quando si vide che i municipi liberati dagli autodefensas continuavano ad aumentare, nel gennaio 2014 lo stato federale decise di agire in modo più netto: prima è intervenuto con la polizia federale, poi ha commissariato lo stato, negando i poteri al governatore. Venne nominato un commissario, Alfredo Castillo, e fu addirittura incarcerato l’ex governatore ad interim per nessi col narcotraffico, arrivando in qualche modo ad ammettere la corresponsabilità di magistratura e stato.
In quanto agli autodefensas, lo stato ha tutelato alcuni leader e incarcerato altri, come Ippolito Mora, che ora è uscito ma che per i tre mesi cruciali di negoziazioni è stato in carcere. Ovviamente il criterio della magistratura in Messico è sempre stato totalmente politico, e dipende spesso dalla congiuntura: tollera magari per anni gruppi armati sul territorio, come i narcos, ma non tollera per due mesi gruppi di cittadini che si fanno vedere alla luce del sole come gli autodefensas.
C’è quindi una strategia di cooptazione selettiva, che è un’antica strategia del partito-stato quindi non è niente di nuovo. Ma viverla nuovamente e vederla ritornare, col ritorno al potere del PRI, con i mezzi che ci sono oggi, è allo stesso tempo più interessante e più drammatico. E ciò accade in un momento in cui leautodefensas hanno un consenso popolare, e in buona parte anche mediatico, tale che lo stato non può permettersi di limitarsi a reprimerli, come aveva fatto coi “disgraziati” di Guerrero.
Quindi l’ambiguità dello stato si lega più a un’incapacità di controllo della situazione, oltre che, ma questa è una speculazione più “giornalistica”, alla volontà di cercare un riassetto delle dinamiche narcos-stato-autodefensas nella regione. Voglio dire, Peña Nieto non ha davvero cambiato strategia rispetto alla militarizzazione della regione avvenuta con Calderon. Ha solo smesso di parlarne, e questa si è una strategia mediatica. Piuttosto, la strategia si è affinata: stato per stato, dove scoppiano conflitti grossi, si cerca ora di negoziare. A Michoacan il possibile obiettivo è instaurare una negoziazione tra un nuovo gruppo di narcotrafficanti (sia alcuni ex Templarios sia il cartello Jalisco Nueva Generacion, che è un braccio di quello di Sinaloa, e che in parte è già presente e attivo nel Michoacan), e gli autodefensas, che però dovrebbero rientrare nell’alveo della legge, attraverso la loro incorporazione nella Nueva Fuerza Rural.
Occorre, secondo la strategia statale, distinguere i gruppi di autodifesa in “buoni” e “cattivi”. Lo stato ha capito chi erano i leader più propensi a farsi cooptare. La politica è sempre quella del bastone e della carota. Ora la carota è andata ai gruppi del Comandante Cinco e di Papà Pitufo, che hanno accettato di integrarsi alla Nueva Fuerza Rural, con uno stipendio da poliziotto, sui 4-500 euro, e hanno sostituito la polizia regolare in alcune zone. Quanto ai narcos la sostituzione deiTemplarios con Jalisco Nueva Generacion è utile allo stato in quanto garantisce il controllo di certe attività: questi infatti sono più focalizzati sul narcotraffico rispetto che su estorsioni o altre attività più invasive del tessuto sociale. Ricordiamo che Michoacan è lo stato delle metanfetamine, e il porto di Lazaro Cardenas è il principale porto del Pacifico dedito a smercio di droga dalla Colombia e da altrove. E’ quindi uno stato strategico, e lasciarlo nelle mani del cartello di Sinaloa o affini implicherebbe un nuovo riassetto locale più utile forse alle autorità federali.
In tutto questo però gli autodefensas di Mireles sono risultati impermeabili ai tentativi di cooptazione, rivelandosi la parte più genuina del movimento. Per loro si è resa necessaria repressione e incarcerazione, come è accaduto al loro leader, che si trova in prigione a Hermosillo, Sonora, dallo scorso luglio. Il punto di discordia in realtà non è ideologico: quelli di Mireles non hanno mai rifiutato la negoziazione con lo stato tout court, la loro piattaforma non è rivoluzionaria o sovversiva delle istituzioni. La loro idea era reintegrarsi ma quando la sicurezza fosse stata garantita, quando fosse stato ristabilito lo stato di diritto e fossero stati scarcerati una quarantina di autodefensas arrestati mesi fa e incarcerati i capi Templariosliberi. Questo, agli occhi dell’opinione pubblica, lo rende coerente. Anche perché rispetto ai sospetti iniziali (cioè che le autodefensas potessero degenerare in delinquenza organizzata: estorsioni, violenza sommaria, gestione della violenza; o in paramilitarismo alla colombiana, del tipo delle Autodefensas Unidas de Colombia, che in realtà hanno finito per difendere solo grandi latifondisti e imprenditori e avere commistioni con la narco-politica) i gruppi di Mireles hanno dato prova di coerenza: non ci sono state queste degenerazioni e Mireles si è quindi guadagnato la stima di larga parte dell’opinione pubblica.

?????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????Che rapporti politici hanno leautodefensas all’esterno dello stato del Michoacan?

Gli autodefensas hanno sviluppato rapporti e raccolto sostegni, sia nel resto del Messico che altrove. Un canale di supporto importante è rappresentato dalle comunità messicane, spesso michoacane, emigrate negli Stati Uniti. Per tramite loro si sono sviluppate ingenti raccolte fondi, oltre che una attività di sensibilizzazione e di informazione sulla vicenda.
In Messico invece, gli autodefensas (tutti fino a maggio, e soprattutto il gruppo rimasto indipendente dalla Nueva Fuerza Rural in seguito) hanno sorprendentemente raccolto adesioni e consensi politici trasversali a tutti i partiti. Lo stesso Mireles è stato un politico per tutta la vita, non l’ha mai negato. Ha fatto politica localmente prima nel PRI, poi si è avvicinato a PRD e Partido del Trabajo, ha aspirato a cariche municipali. Non è uno che viene dal nulla. Questo indubbiamente rappresenta un’ambiguità.
Anche tra i giornalisti sono stati raccolti consensi trasversali, almeno in una certa fase. E soprattutto sono state cercate delle alleanze dirette, soprattutto a giugno in occasione della creazione del Frente Nacional de Autodefensas, in opposizione alla governativa Guardia Rural. C’è stata una grande assemblea a Città del Messico, in cui hanno partecipato personaggi di tutti i tipi: alcuni totalmente rispettabili, da Padre Solalinde, che si occupa di diritti umani per i migranti, alla giornalista Sanjuana Martinez; altri molto discutibili, come il Generale Gallardo, un personaggio ambiguo che ha lottato per costituire una commissione per i diritti umani dei militari (non proprio un paladino della giustizia sociale!), e un sindaco-sceriffo del PAN. Alcuni poi non hanno aderito ma avevano partecipato alle riunioni preparatorie sono quelli del Movimiento por la Paz con Justicia e Dignidad, che sono vicini, per ispirazione, al movimento zapatista e il cui leader è il poeta pacifista Javier Sicilia, che nel 2011 ha guidato un impressionante movimento sociale per la pace contro la guerra ai narcos. Lui non ha aderito al Frente Nacional, in primo luogo perché è armato, cosa che se non rimane temporanea creerebbe dei problemi rispetto alla sua impostazione pacifista (anche gli zapatisti infatti adesso si sono mossi su un terreno più nonviolento), e poi per totale incompatibilità appunto con alcuni dei personaggi che partecipano al Frente.

Qual è la struttura organizzative delle autodefensas?

Io direi che prevale il verticismo in una struttura con regole democratiche. Il coordinamento delle autodefensas, che però si è sciolto con la nascita della Fuerza Rural e del Frente, era formato dai leader di ogni municipio e votava a maggioranza alcune decisioni di base. Il Frente, poi, era l’idea di ricreare una coalizione generale (e intersettoriale, quindi con coalizioni vaste) di tutte le autodefensas, tanto che aveva adottato l’hashtag, sull’esempio di #Yosoy132, di #yosoyautodefensa. Ma il progetto s’è arrestato con l’arresto di Mireles.

Come si può spiegare la guerra al narco come strategia politica di lungo periodo del governo Calderon, tenendo conto dei rapporti stato-narco, e delle faglie interne all’uno e agli altri, delle infiltrazioni e delle cooptazioni, anche con i gruppi di autodifesa? E cosa è cambiato con Peña Nieto? Qual è in definitiva la vera natura della guerra ai narcos?

Negli ultimi 7-8 anni la retorica bellicista è stata il prodotto di esportazione del Messico. Ora l’idea è di esportare altro: le famose riforme strutturali, di cui quella principe è quella che privatizza il settore energetico, e che si accompagna alla consueta retorica di un Messico che viaggia verso il primo mondo, cosa già ampiamente sentita in passato, nell’88, nel ’94… e ora nel 2013-14.
La retorica è dunque cambiata. Sicuramente va individuato un doppio binario: da un lato le lotte intestine dei narcos, presenti già dalla fine degli anni ’80, sono degenerate negli anni ‘2000, con la crisi del PRI. Infatti, fino ad allora i narcosavevano nel PRI l’interlocutore politico assoluto, a tutti i livelli, e ciò aveva garantito una relativa tranquillità. L’equilibrio politico si era rotto già da metà-fine anni ’80 (nascita del PRD come scissione di sinistra del PRI e crescita del PAN, ndr), ma si era lentamente ricostruito durante la presidenza di Salinas de Gortari. Con la sconfitta parlamentare del PRI nel 1997 e la perdita della presidenza nel 2000, tale equilibrio è definitivamente crollato, anche perché persino a livello locale l’egemonia del partito era tramontata. Durante la presidenza Fox (2000-2006) e i primi due anni di quella Calderon, la situazione era quindi precaria per via del quadro politico in evoluzione e delle lotte tra i narcos.
In questo quadro la famosa “guerra al narcotraffico”, con i suoi corollari di militarizzazione e di repressione della società, ha rappresentato da un lato uno strumento dell’ingerenza USA in Messico (più o meno richiesta, piu’ o meno cercata), e dall’altro il tentativo dello stato messicano (e di quello americano attraverso le sue agenzie e i suoi finanziamenti) non di reprimere totalmente, ma di controllare e dare una stretta a tutti i movimenti sociali, in primis quello zapatista in Chiapas, che periodicamente ritorna oggetto della repressione paramilitare(come nel caso dell’omicidio di Galeano nel maggio scorso). Inoltre, tra le ragioni dell’inizio della guerra al narco in grande stile, abbiamo la congiuntura specifica verificatasi all’inizio della presidenza Calderon: una situazione economica al di sotto di quasi tutti i paesi latinoamericani; la corruzione in tutti gli apparati, per cui si hanno pezzi di stato, e soprattutto di polizia, infiltrati da narcos, pezzi di polizia che agiscono come narcos essi stessi (con sequestri, commercio di stupefacenti ecc.); infine una crisi di legittimità politica fortissima, dovuta a elezioni truffate e a un tentativo di svuotamento di potere dell’istituto della presidenza attuato dal PRI a fine anni ’90, quando già presagiva la sua sconfitta e tentava cosi di rendere zoppi i governi altrui. E’ dunque in una situazione di estrema debolezza e fragilità del governo messicano che Calderon ha deciso di impiegare in modo massiccio i militari, anche in funzioni che non dovrebbero essere le loro (suscitando quindi anche proteste tra i militari stessi, molti dei quali hanno finito per appoggiare Obrador). E’ tuttavia ovvio che, utilizzando la strategia della violenza e quindi dell’uso di militari, non si ricostruiscono le istituzioni in crisi ne’ il tessuto sociale. Cosi la militarizzazione non ha fatto altro che aprire il vaso di pandora: ha scardinato tanti meccanismi locali che si mantenevano ancora, ha fatto in modo che i militari cominciassero ad essere percepiti come necessari dalle amministrazioni locali.
narcoguerraAdesso, con il ritorno del PRI, si è un po’ attenuata questa esigenza dell’uso della mano militare, perché i meccanismi di neo-corporativismo e la maggior consuetudine del PRI al governo gli hanno permesso di ri-centralizzare il potere ricorrendo a dispositivi più politici e meno militari: si è preso un potere di amnistia, di mandare comisionados come a Michoacan e di appropriarsi temporaneamente dei governi locali senza passare dal voto, ecc.
Ora i morti e i desaparecidos sono leggermente diminuiti (ma rispetto ai numeri ci sono balletti impressionanti tra governo, istituti di statistica e riviste indipendenti, che in generale sono più affidabili e danno numeri più alti: la rivista Zetas di Tijuana, molto affidabile, ha calcolato un numero di morti legati al narcotraffico nel primo anno di Peña Nieto di 23.000, appena sotto la media degli anni di Calderon). La situazione quindi non è tranquilla, come il governo sta propagandando all’estero. E, mentre la situazione a Michoacan e Guerrero è lungi dall’essere risolta, altrove si stanno iniziando ad aprire altre crepe: negli stati del Tamaulipas e di Veracruz, dove la strategia da parte del potere politico sarà sempre quella di un riassestamento, con un’uscita di scena degli Zetas e il ritorno di altri cartelli più esclusivamente legati alla più tradizionale e meno invasiva attività del narcotraffico…
Probabilmente i morti della narco-guerra continueranno lentamente a scendere, ma il tipo di pacificazione che si profila sembra più una nuova paz mafiosa (cosi è chiamato il periodo che precedette l’odierna narco-guerra, ndr), che, senza affrontare le questioni reali (non è prevista, per esempio, nessun tipo di legalizzazione della droga), possa reggere quel tanto che basta da permettere al PRI di continuare a vincere le elezioni.

Il presidente impossibile

Tarquini Angelucci Mujica presidente impossibileNadia Angelucci e Gianni Tarquini – Il presidente impossibile. Pepe Mújica, da guerrigliero a capo di stato,Nova Delphi Libri, pp. 224, € 12,50

Il Presidente Impossibile è la prima biografia italiana di José “Pepe” Mújica, ex guerrigliero che oggi è presidente dell’Uruguay. Ma è anche un testo utilissimo per capire la storia dell’America Latina e particolarmente dei paesi del Cono sud come il Cile, l’Argentina, il Brasile, il Paraguay e, appunto, il più piccolo di loro: l’Uruguay. Questo saggio, scorrevole come un romanzo e appassionante come un diario, chiarisce, trattando il caso di un paese specifico, il percorso e il ruolo di quelle sinistre latinoamericane che, dopo gli anni dell’autoritarismo supportato dagli USA e la restaurazione democratica, sono diventate forze di governo, ma che restano ancora le “grandi incomprese” dei mass media e del mondo politico occidentali. Gli autori di questo saggio, insieme a Rachele Masci e Manfredo Pavoni, conducono da anni Bucanero, un programma radiofonico di controinformazione sull’America Latina che va in onda su Radio Popolare Roma la domenica alle 12 e 30 ed è uno dei pochi spazi dedicati a questa regione. L’America Latina, l’autoritarismo, la repressione, le dittature, il militarismo, il populismo, le guerriglie, la lotta de los de abajo e la consolidazione democratica sono tutti argomenti al centro di questa biografia che sa andare ben oltre la vicenda personale e politica di Pepe Mújica.

Il Presidente impossibile è una voce che è composta a sua volta da tante altre voci, da interviste, documenti, testimonianze e articoli ben organizzati e narrati con fluidità. Il libro racconta a fondo l’Uruguay, è una storia e un diario di un paese da tre milioni di abitanti, incastonato tra due stati-continente come l’Argentina e il Brasile. Una realtà in cui il movimento guerrigliero, i Tupamaros in primis, aveva una connotazione nettamente urbana ed era considerato anomalo, soprattutto rispetto all’esperienza cubana e alfoquismo guevariano che avevano fatto della selva, dei contadini e delle montagne i loro alleati principali.

“Negli anni settanta la sinistra non parlamentare d’Italia era retrovia di molti movimenti rivoluzionari. Ospitammo e sostenemmo materialmente militanti delle lotte armate provenienti da tutte le parti del mondo”, spiega Erri De Luca nel prologo. Grazie all’approfondimento storiografico sull’Uruguay, che parte dagli anni ’30, e poi alla cronaca della nascita, dell’auge e del declino delle sinistre extraparlamentari, delle iniziative antagoniste e del conflitto armato negli anni ’60 e ’70, il testo va definendo anche un ottimo punto di partenza per una riflessione sugli anni della lotta armata in Italia, sui legami internazionali dei movimenti, sui loro militanti e sui diversi epiloghi delle loro lotte.

Un saggio su Mújica, personaggio estremamente mediatizzato e quindi, in qualche modo, “normalizzato”, incorporava il rischio di diventare apologetico e scontato. Invece Tarquini e Angelucci, da giornalisti esperti di America Latina e osservatori attenti delle vicende uruguaiane, non sono caduti nella trappola e sono riusciti a mettere in evidenza luci ed ombre di un uomo politico carismatico, perseverante, pragmatico e atipico, specialmente se paragonato ai rappresentanti di classi politiche abituate a magniloquenze, formalismi ed espressioni prive di contenuto e di coraggio.

La trasformazione operata da stampa mainstream e reti sociali sulla figura José Mújica, divenuto in pochi mesi un’icona mediatica globale, cioè il “presidente più povero del mondo” che dà in beneficenza il 90% del suo stipendio, ha il difetto, tra gli altri, di far passare in secondo piano l’operato del suo governo e di banalizzare o rendere folclorica la sua storia e la sua complessità politica. E infine svia l’attenzione da quanto è stato fatto concretamente in Uruguay dai partiti raggruppati nel Frente Amplio Progresista e da quello che manca ancora da fare.

Tarquini e Angelucci ci riportano nel paese reale, c’immergono nella sua evoluzione e nelle sue problematiche, in cui il Frente Amplio, la coalizione di governo, da oltre 40 anni (precisamente dal 1971) riesce a tenere insieme cattolici progressisti ed ex guerriglieri, socialisti, comunisti e anche correnti d’ispirazione liberale e democristiana. Dopo essere stato proscritto durante la dittatura (1973-1985) e dopo quasi vent’anni d’opposizione, ilFrente ha conquistato la maggioranza parlamentare e la presidenza della Repubblica in due occasioni, nel 2004 con Tabaré Vázquez e nel 2009 con Pepe Mújica. Come forza di governo ha dovuto fare i conti con la crisi internazionale e il predominio dell’ideologia neoliberale, all’esterno, e con le opposizioni del Partido Colorado e del Nacional e con la sfida delle riforme, all’interno.

Di nuovo dal prologo di Erri De Luca: “Pepe Mújica è il compagno che ognuno avrebbe voluto a fianco e che molti hanno conosciuto sotto diversi nomi. La sua vicenda prima che politica è sentimentale, perché fondata sul primo sentimento che affiora alla coscienza: la giustizia”. Facendo uso di un gran numero di fonti giornalistiche e documentali, gli autori hanno ricostruito la gioventù del presidente, col suo fervore politico e l’adesione alla lotta armata nel Movimento di Liberazione Nazionale-Tupamaros, e poi i lunghi anni in carcere durante la dittatura, il suo amore per la terra, le cose semplici e soprattutto per la moglie, anche lei ex guerrigliera, Lucia Topolansky. Propongono anche scorci della loro vita attuale in campagna, nei dintorni della capitale Montevideo, vicini ai contadini, al mondo rurale e dei lavoratori.

Jose Mujica“La battaglia che stiamo perdendo contro il capitalismo è in realtà la battaglia contro il consumismo. E’ quella di questa società dei consumi che indirizza i nostri giovani in strada a cercare con qualsiasi mezzo ‘ciò che si usa oggi’, quel particolare tipo di cellulare, la marca di scarpe sportive alla moda. Ciò comporta che una persona qualsiasi che magari ha la sfortuna di arrivare a malapena a potersi procurare il necessario per vivere, s’indebiti per comprarsi il televisore al plasma. E questo a causa de mezzi di comunicazione di massa che s’incaricano di generare desideri travestiti da necessità; i genitori non sanno come negare ai figli quei prodotti che i pubblicitari si incaricano di vendere”, ha spiegato Lucia Topolansky in un’intervista esclusiva di pochi mesi fa che è stata inclusa nel volume.

“Il tema della terra e il legame di questa con l’uomo, che hanno segnato la vita di Mújica sin dalla sua infanzia, contribuiscono alla sua elaborazione politica e trascendono dal piano personale a quello pubblico”. Demetrio Mújica, padre di Pepe, era di origini basche e morì quando suo figlio aveva 8 anni. Sua moglie, Lucy Cordano, veniva da una famiglia contadina di migranti italiani: suo nonno arrivava, infatti, dalla zona di Rapallo in Liguria. Il nome del Movimento di Liberazione Nazionale uruguayano MLN-Tupamaros s’ispirava a Tupac Amaru II, ovvero a José Manuel Condorcanqui, meticcio andino-spagnolo discendente di Tupac Amaru, ultimo sovrano inca che fu giustiziato a Cuzco nel 1781 per aver organizzato la più imponente rivolta indigena contro gli spagnoli e che disse: “Domani tornerò e sarò milioni”.

Negli anni sessanta e settanta il conflitto è scandito dalle azioni armate, dalle “carceri del popolo”, dall’ampio sostegno popolare, dagli espropri proletari, dalle azioni dimostrative ma anche dai sequestri, come quello dell’agente FBI Dan Mitrione, che degenerò nell’omicidio dell’agente, e dalle fughe epiche, come quella da Punta Carretas nel 1971. Parallelamente, però, s’acuisce la controffensiva dello stato coi processi, le condanne, le incarcerazioni, e infine con la stretta finale contro i Tupamaros che porta al loro smantellamento e all’imprigionamento di tutti i leader, compreso Mújica. Questi, dopo vari arresti e fughe, viene catturato e rinchiuso definitivamente nel 1972. Alla fine dell’esperienza della lotta armata, nel contesto della Guerra fredda e delle svolte autoritarie in quasi tutto il sottocontinente latinoamericano, comincia una dittatura militare che dura dal 1973 al 1985. E’ l’epoca del Plan Condor, operazione regionale volta alla repressione sistematica di ogni dissidenza coordinata dai regimi dittatoriali sudamericani e dalla CIA, cui aderiscono, oltre alla cupola militare dell’Uruguay, anche quelle del Brasile (al potere dal 1964), del Cile di Pinochet (dopo il golpe del 1973), dell’Argentina (dal 1976), della Bolivia (governata dai militari dal 1964) e del Paraguay, che  viveva nella tirannia dal 1954.

Il centro del capitolo “Sepolti vivi” è l’esperienza della prigione e della dittatura, sia dal punto di vista del popolo e della società, che provava a resistere all’autoritarismo, alla repressione del dissenso e alla “politica” delle desapariciones, sia da quello dei “sepolti”, cioè di quei guerriglieri e quelle guerrigliere cui era stato riservato il carcere duro e che rischiavano d’impazzire o d’ammalarsi, come effettivamente accadde in alcuni casi.

Il libro dedica uno spazio di digressione, preziosissimo e necessario, al caso delle rehenas(ostaggi) della dittatura, cioè undici donne prigioniere la cui vita carceraria fu particolarmente dura, resa impossibile cinicamente dal regime che così intendeva “dare l’esempio”: il martirio di alcuni serviva per tutti. Le storie e le testimonianze dei detenuti uomini della dirigenza guerrigliera tupamara sono note da anni, mentre per quanto riguarda le donne c’è stato un silenzio trentennale, interrotto solo nel 2012 da Marisa Ruiz e Rafael Sanseviero con il libro Las rehenas. Historia oculta de once presas de la dictadura(Ed. Fin de Siglo, Montevideo). Tarquini e Angelucci ci parlano della resistenza di queste donne e delle condizioni della loro reclusione, ci raccontano della “grammatica terrorista” dello stato uruguayano che, nel suo delirio totalitario e intimidatorio, prevedeva “l’appropriazione del corpo delle persone alla mercé di un potere abusivo”. Espressione di ciò furono il regime d’isolamento carcerario assoluto, la sottoalimentazione, la disidratazione, le sevizie, le violenze, le percosse, le sessioni  di tortura e la rotación, ossia lo spostamento coatto e continuo del prigioniero tra varie caserme.

Appena uscito dal carcere, nel marzo 1985, Mújica si riappropria della sua vita familiare, personale, sociale e politica. Va a stare da sua madre per un po’. Rincontra l’attuale moglie, Lucia Topolansky, anche lei finita in prigione dal 1972 al 1985, e da allora non se ne separa più. Con lei riprende la militanza politica. Dieci anni dopo diventa il primo ex tupamaro a diventare deputato. In seguito nel governo di Tabaré Vázquez ricopre la carica di ministro dell’agricoltura e nel 2009 diventa candidato presidenziale per il Frente e vince le elezioni. Il libro non indugia nei trionfalismi e si dedica a spiegare i cinque anni di governo di Mújica, che quest’anno volgono al termine, così come i suoi provvedimenti, i discorsi ormai storici del presidente guerrigliero, ma anche i suoi limiti e le critiche che gli sono state rivolte da destra e da sinistra.

Chi è, infine, José Pepe Mújica? “E’ un vecchio che ha sulle spalle parecchi anni di carcere, e qualche proiettile in corpo”, ha dichiarato lui stesso, “e che si sente molto felice, tra le tante ragioni, di contribuire a rappresentare umilmente chi non c’è più e dovrebbe esserci […] Chi non coltiva la memoria, non sfida il potere. E’ questo lo strumento per costruire il futuro che, in ogni caso, è nostro perché non hanno potuto sconfiggerci”.

Il libro fa parte della collana Viento del Sur di Nova Delphi Libri. Un vento che il giornalista e accademico argentino Adolfo Gilly ama descrivere con queste parole, citate in apertura deIl presidente impossibile: “Da Genova a Buenos Aires, le città sono nostre. Ancora una volta osiamo pensare e immaginare il socialismo, una società di persone uguali e libere, contro questa barbarie senza senso e senza pietà che è il mondo globale del capitale: ecco il messaggio che possiamo leggere in questo nuovo vento del Sud”. Fabrizio Lorusso @Carmilla

Link:

L’Uruguay del Frente Amplio – Intervista a Monica Xavier (presidenta del Frente)

L’anno di Mújica e dell’Uruguay

Difendere la terra: la lotta dei maya in Guatemala

[Riporto questo articolo di Marco Cavinato dal Guatemala – CarmillaOnLine]

Gatemala mundo mineriaIn Guatemala le popolazioni che si organizzano di fronte agli interessi delle grandi imprese stanno frenando l’espansione dello sfruttamento minerario, idroelettrico e delle monocolture che distruggono le loro terre e la loro forma di vivere. Dal 2008 le comunità hanno raggiunto una coordinazione a livello nazionale, grazie alla quale gruppi di lingua e cultura differenti si sostengono a vicenda nelle lotte territoriali e si ritrovano unite nel reclamare con forza la Consultapopolare come diritto fondamentale per la propria autodeterminazione, lottando per il riconoscimento di questa contro una classe politica che cerca di delegittimarla con ogni mezzo. I conflitti nei territori indigeni legati alla terra e alla difesa delle risorse comunitarie in Guatemala hanno profonde radici storiche. La rivoluzione del 1944 portò a elezioni libere e democratiche che furono vinte da Jacobo Arbenz, il presidente che verrà ricordato per aver nazionalizzato buona parte delle terre del paese e averle redistribuite alla popolazione nullatenente. Le terre in questione fino ad allora appartenevano principalmente alla United Fruit Company, la multinazionale statunitense che commerciava banane e frutta tropicale in tutto il continente (l’attuale Chiquita).

Uno dei maggiori azionisti della compagnia, John Foster Dulles, era il fratello del capo della CIA: la compagnia ha avuto un ruolo e una responsabilità diretta nel golpe organizzato dal governo di Eisenhower nel 1954 che ha riportato il territorio guatemalteco nelle mani di governi fantoccio ma soprattutto delle multinazionali statunitensi. Con i governi che si sono susseguiti da allora le cose non sono cambiate.

Soprattutto negli anni settanta e ottanta, con il pretesto di una minaccia comunista e in piena Guerra fredda, i governi al potere si sono resi responsabili di centinaia di massacri, 200mila morti o scomparsi (più dell’80% indigeni maya) e 450mila sfollati: il conflitto, conclusosi ufficialmente nel 1996, ha rappresentato la fine di tutti i movimenti sociali e indigeni di protesta.

Guatemala2 minerasNonostante i livelli estremi di violenza di quegli anni e la lor eredità di sangue, emerge oggi un nuovo fermento sociale che attraversa il paese: uno dei casi più emblematici è l’organizzazione dei popoli maya d’Occidente (dipartimenti di Huehuetenango, San Marcos, Quetzaltenango, Quiche, Sololá, Totonicapán) che si sta estendendo a tutto il territorio. In Guatemala sono ufficialmente riconosciute 24 etnie e 22 di queste sono di origine maya. Le ricche risorse minerarie ed energetiche del Guatemala sono sfruttate quasi esclusivamente da imprese straniere e transnazionali che, di fatto, contribuiscono a renderlo uno degli stati più poveri del pianeta. Negli ultimi decenni si è registrato un aumento significativo delle concessioni per l’estrazione mineraria, per le centrali idroelettriche e  delle monocolture come la palma africana o la canna da zucchero. Lo sfruttamento minerario, dell’energia idroelettrica e del petrolio del paese vengono riassunti dall’espressione ‘’modello estrattivista’’.

Per capire meglio come le popolazioni, attraverso la Consulta, possano sfidare l’attuazione di questo modello, ho incontrato Francisco, uno dei leader della resistenza della zona di Huehuetenango, membro del Consejo Huista (in lingua k’iché’ si scrive wuxhtaj e vuol dire fratelli) e del CPO, il Consejo de Pueblos Maya de Occidente. La zona di Occidente, da dove viene Francisco, è stata la prima a far rivivere l’assemblea popolare ponendola come alternativa alla politica dei partiti ‘’che sono sempre dalla parte delle ricche imprese e mai della gente’’.

È significativa l’esperienza della resistenza dei maya k’iché’ della zona di Sipakapa contro la compagnia mineraria Marlin, di proprietà dell’impresa canadese GoldCorp (pare però che dietro ai canadesi si nascondono grossi interessi statunitensi, tanto per cambiare).
Dagli anni novanta GoldCorp ha cominciato a comprare concessioni e licenze per scavare in un territorio sempre più esteso, speso grazie a raggiri e approfittandosi della povertà materiale delle comunità della zona. Preoccupati dalla volontà dell’impresa di espandere la sua proprietà al loro municipio, le donne e gli uomini di Sipakapa si sono mobilitati manifestando alle autorità il loro totale rifiuto di qualsiasi tipo di scavi che avrebbero distrutto le loro montagne.

È nata così a Sipakapa la prima consulta popolare del Guatemala riguardante l’insediamento di progetti minerari nel giugno del 2005. Nonostante non sia arrivato alcun riconoscimento da parte dalle autorità verso questo esercizio democratico e popolare che ha visto la partecipazione della quasi totalità della popolazione, la gente si è opposta con fermezza agli intenti d’ispezione dell’impresa, semplicemente bloccandogli il cammino. Come ricorda una donna di Sipakapa, “il potere dell’impresa sono i soldi, però noi abbiamo il potere di non farli entrare’’.

L’esperienza di Sipakapa ha messo in allerta varie comunità minacciate dall’interesse delle imprese per le loro abbondanti risorse: è così che hanno iniziato a crearsi le consulte in vari territori abitati dalle popolazioni maya. Nel 2008 è nato quindi il Consejo de los Pueblos Mayas de Occidente, che collega le lotte delle comunità in tutto il paese (la O dell’acronimo viene ormai letta come ‘’Organizados’’, perché non è più un fenomeno ristretto solo alla zona di Occidente). Il CPO nasce come parte del movimento indigeno internazionale, e ha anche l’obiettivo della ricostituzione dell’identità originaria dei popoli maya visto che ‘’dalla colonizzazione a oggi abbiamo subito un’espropriazione della nostra forma di vivere, di pensare e della nostra spiritualità’’.

Nei municipi di Huehuetenango e San Marcos l’esperienza della Consulta diventa presto una realtà imprescindibile, la partecipazione è mediamente del 90% mentre alle elezioni politiche non va a votare più del 40% dei membri delle comunità. È importante ricordare però che nelle comunità dove le imprese operano già da tempo le cose sono più difficili per chi si oppone a queste: a mezzora da Sipakapa si trova San Miguel Ixtahuacán, dove ho incontrato Maudilia, Umberto e Crisanta, dell’organizzazione ‘’Defensores de la Madre Tierra’’ che mi hanno parlato della situazione nel loro municipio.

GoldCorp in questa zona ha iniziato le negoziazioni nel 1996, e ha ottenuto la licenza per iniziare i lavori di estrazione nel 2005. Da allora ha comprato tutto e (quasi) tutti.
“Dal principio hanno dato moltissimi soldi alla municipalità, hanno finanziato la costruzione o la ristrutturazione di scuole e chiese, senza mai farsi mancare il loro ritorno di pubblicità”.
Arrivare in una comunità contadina in mezzo alle montagne, in cui la gente vive da anni del raccolto delle proprie terre, e portarvi palate di soldi ha ostacolato la formazione della Consulta, perché sembra che letteralmente GoldCorp sia stata in grado di distribuire abbastanza quetzales (la moneta guatemalteca) da poter rendere la distruzione della montagna e l’inquinamento delle acque dei problemi trascurabili per la maggior parte della gente.

Guatemala 50 consultasIl legame tra l’impresa e la municipalità a San Miguel è indissolubile da anni: “E’ l’impresa a formare e a scegliere i maestri delle scuole e i medici delle cliniche”, mi spiegano. In una zona dove la disoccupazione è altissima GoldCorp paga piuttosto bene i giovani laureati per andare nelle comunità a convincere la gente ad accettare i nuovi progetti. Organizza grandi feste invitando i gruppi locali più apprezzati e offrendo da mangiare, per questo la gente sembra fare più fatica ad accorgersi che per la prima volta una generazione di bambini non ha imparato a nuotare perché il fiume è inquinato (anche se qualcuno continua a lavarci la verdura).

I Defensores de la Madre Tierra hanno organizzato un “tribunale di salute”: un fine settimana di visite gratis in una clinica ai cittadini di San Miguel per stabilire e quantificare malattie e danni derivati dalla contaminazione dell’aria e dell’acqua. Il lunedì GoldCorp ha organizzato un grande evento regalando un assegno gigante corrispondente a centinaia di migliaia di euro al sindaco con festa annessa. Intanto muoiono gli animali che si abbeverano al fiume Cuilco e tre ragazzi sono paralitici da quando hanno nuotato nelle sue acque.

Fortunatamente però le imprese non sono ancora riuscite a far entrare il loro denaro ovunque.
La Consulta nasce come risposta comune al modello estrattivista che da decenni si è imposto in Guatemala. Si tratta di una vera e propria espropriazione messa in atto da imprese straniere sempre protette dal governo. Questa espropriazione “è territoriale ma anche ideologica, perché distrugge le basi fondamentali della nostra visione del mondo, colpendo la terra e l’acqua che per noi rappresentano la vita”.

Il modello estrattivista è un’espropriazione totale perché estrazione mineraria, del petrolio e sfruttamento dell’energia idroelettrica sono fortemente connessi. Infatti, come dice Francisco, “senza energia non ci sono miniere”. Oggi sono 80 i municipi che hanno istituito la propria Consulta, e se per il governo guatemalteco era facile svincolarsi dalle pretese della popolazione di una sola zona, “organizzati a livello nazionale abbiamo molta più forza”. Per i maya il territorio è qualcosa di imprescindibile, fortemente legato alla propria vita e alla propria spiritualità. “La terra è tutto, è la nostra vita. Senza la nostra terra non siamo niente”.

È quindi lo stesso modo ancestrale di vivere la terra che obbliga moralmente chi non ha perso la spiritualità tipica di questo popolo a organizzarsi per difenderla. È fondamentale in questo contesto notare come grazie alla Consulta le comunità siano riuscite a organizzarsi soprattutto in maniera preventiva  di fronte agli interessi estrattivi: per esempio nel caso delle miniere le mobilitazioni iniziano già quando la comunità diviene  consapevole di un interesse da parte dell’impresa, prima che venga concessa  la semplice esplorazione: questo spesso ostacola qualsiasi forma di ispezione, bloccando sul nascere  gli intenti di sfruttamento minerario.

guatemala2“L’esercizio del diritto alla Consulta per noi è fondamentale: la Consulta è giusta, legittima e legale”. Questo strumento si è trasformato nella strategia centrale della resistenza delle comunità, tanto condivisa per tre ragioni principali. Innanzitutto l’assemblea è una pratica ancestrale dei popoli maya per i quali la partecipazione è sempre stata fondamentale, “le decisioni della nostra gente sono sempre state collettive, mai individuali”. Un’altra ragione è il conflitto interno che ha fatto sanguinare il paese: tanto orrore così recente ha reso la maggioranza dei sopravvissuti (sono molti quelli che sono dovuti scappare e che sono tornati in questi anni) allergici alle armi e scettici rispetto a qualsiasi forma di lotta violenta.
Va inoltre considerato il fatto che lo stato del Guatemala nella sua costruzione storica ha escluso ed emarginato gli indigeni dal principio, nonostante questi rappresentino circa il 40% della popolazione totale, quindi fino a che non ci sarà una seria riforma dello stato, è facile intendere la sfiducia delle popolazioni originarie verso le istituzioni.

Razzismo e discriminazione contro gli indigeni continuano a essere forti in Guatemala e, nonostante i livelli di partecipazione alla Consulta siano largamente maggiori rispetto alle elezioni politiche, questa non è stata riconosciuta dal governo, che però in alcune occasioni ha cercato di regolamentarla organizzando forme di Consulta gestite dai partiti: “Abbiamo sempre detto ‘no’, che la Consulta è l’espressione della nostra autodeterminazione e la devono organizzare le popolazioni senza intermediari”, spiega Francisco con orgoglio. Il CPO si sta mobilitando in vari modi per il riconoscimento ufficiale della Consulta, che rappresenta solo un primo passo contro il modello estrattivista: “Stiamo lavorando alla ricerca di alternative politiche e economiche al modello neoliberale. Cerchiamo anche di capire come affrontare il potere e l’aggressività delle imprese che con vari mezzi entrano nelle comunità per dividerle internamente. Il governo è sempre dalla loro parte, e cerca in tutti i modi di criminalizzare la nostra lotta accusandoci di essere terroristi e nemici dello sviluppo”.

La repressione contro chi si organizza contro gli interessi delle multinazionali delle miniere non si ferma solo alle persecuzioni legali. Da una parte queste hanno portato a vari arresti di membri del CPO negli ultimi anni, visto che solo qui, nella zona di Huehuetenango, due militanti del Consejo sono stati uccisi negli ultimi tre anni. Ma d’altra parte, denunciano nelle comunità, “sono sempre più frequenti le aggressioni fisiche come forma diresponsabilizzare i nostri leader, che poi sono gli stessi che vengono accusati di terrorismo” e, ancora una volta, il doppio gioco della criminalizzazione-aggressione diventa lo strumento per combattere la resistenza organizzata contro i grandi interessi.

guatemala1All’inizio di agosto nel Congresso Nazionale Indigeno (CNI) messicano, organizzato dall’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale) nel caracol de La Realidad, in Chiapas, è stato riassunto senza mezzi termini uno dei concetti chiave per il sottocontinente latinoamericano: “La guerra contro i popoli indigeni dura da più di 520 anni e il capitalismo è nato dal sangue dei nostri popoli. In questa nuova guerra di conquista neoliberale la morte dei nostri popoli è la condizione di vita di questo sistema’’. Nei territori del Guatemala segnati dal dolore, dal sangue e dalle ingiustizie le popolazioni originarie si sono riprese la parola in un processo di resistenza che qui viene anche definito di re-esistenza. Comunità con lingue e culture differenti sono guidate dalla consapevolezza che solo organizzate e soprattutto unite possono far fronte agli interessi dei poteri forti, perché nella lucha conta molto di più ciò che si ha in comune e, in questo caso, si tratta soprattutto dell’interesse per la difesa delle proprie terre e della propria vita.

Comunidad caribeña rechaza a República Dominicana por conflicto con Haití

PROTESTA FRENTE AL TRIBUNAL CONSTITUCIONAL DE REPÚBLICA DOMINICANA

[De Revista Variopinto] La Comunidad del Caribe (o Caricom), mecanismo de integración regional de la Cuenca del Caribe, suspendió la petición de adhesión de la República Dominicana al grupo de países caribeños a causa de las medidas racistas y discriminatorias que este país ha estado implementando contra los vecinos haitianos y demás comunidades extranjeras. Muchos acuerdos de integración regional en el mundo, por ejemplo la Unión Europea o el Mercosur, incluyen cláusulas que impiden la incorporación de países, o bien los expulsan temporal o permanentemente, si estos pierden la calidad de democráticos o si sus leyes y prácticas son violatorias de los derechos humanos.

El 23 de septiembre pasado la Corte Constitucional Dominicana dictó una sentencia que ordena retirar la nacionalidad dominicana a todos los ciudadanos, nacidos después de 1929, que desciendan de personas nacidas en el extranjero. De esta forma, estos ciudadanos podrían llegar a ser expulsados y a quedarse sin nacionalidad, con base en el hecho de que sus padres o abuelos se consideran, ahora, como si hubieran estado simplemente “de paso” en la isla en la época en que empezaron a radicar allí. Esta decisión afecta potencialmente a más de 210,000 descendientes de haitianos en la República Dominicana. La suspensión de la entrada del país a Caricom fue votada por 15 países vecinos este martes 26 en un encuentro mantenido en Trinidad y Tobago.

Según la Comunidad del Caribe la sentencia de la Corte dominicana es “discriminatoria”, pues “excluye en forma retroactiva a miles de ciudadanos dominicanos, mayoritariamente de ascendencia haitiana”. El mandatario dominicano, Danilo Medina, dijo que no habría deportaciones a consecuencia del fallo. Sin embargo, su homólogo de Haití, Michel Martelly, denunció la deportación, ya consumada, de 300 personas de origen haitiano que básicamente son extranjeros en Haití, no cuentan con una familia y ni hablan el idioma. Las riñas diplomáticas y políticas entre los dos países que comparten la isla de La Española son endémicas, pero recientemente han llegado a extremarse por motivo de la sentencia.

El día 19 de noviembre sus delegaciones, con el apoyo del gobierno venezolano, sostuvieron reuniones en caracas, comprometiéndose a mantener abierto el diálogo. Sin embargo, la negociación se estancó después de unas declaraciones de Martelly, quien acusó a Medina de no tomar ningún tipo de acción contra las deportaciones y provocó la cancelación de la cita siguiente, prevista para el día 30, por parte de la delegación dominicana. La República Dominicana estima en 500mil las personas nacidas en Haití que radican en su territorio.

Kamla Persad- Bissessar, presidenta de Caricom y primera ministra de trinidad y Tobago, se declaró intencionada a involucrar en el asunto también a otros órganos supranacionales como la Asociación de Estados del Caribe (AEC) y la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños (CELAC) para respaldar las sanciones de Caricom. De hecho, el ex Secretario de la AEC, Normal Girvan, afirmó que “la Caricom tiene la oportunidad de evitar una catástrofe humanitaria”. Asimismo, la Comisión Interamericana de Derechos Humanos (CIDH) irá a la República Dominicana en diciembre para tratar la misma problemática, ya que la sentencia menosprecia las recomendaciones emitida en el pasado por la misma CIDH acerca de las leyes migratorias dominicanas.

La decisión discriminatoria de la Corte dominicana representa una etapa más de una larga historia de tensiones fronterizas, económicas, culturales y raciales dentro de La Española, entre la francófona Haití y la “hispana” República Dominicana. Por lo tanto, no parece tan fácil que se legue a una conclusión satisfactoria del conflicto en tiempos breves, aun con la presión internacional. El 6 de noviembre cientos de personas realizaron actos públicos y marchas en la capital Santo Domingo para sostener el fallo de la Corte y lanzaron la idea de construir un muro en la frontera, según el ejemplo de la valla erigida por Estados Unidos a lo largo del Río Bravo.

Las “reivindicaciones” de la gente en las plazas de Santo Domingo son las mismas que se escuchan en otras latitudes en contra de los extranjeros y migrantes, en contra de los “otros”, quienes son acusados, desde siempre, de acapararse trabajos y oportunidades, de apropiarse de recursos públicos que, supuestamente, estarían quitando a los residentes nacionales. Así, Emilio Santana, integrante de la Guardia Nocturna de San Juan en la República Dominicana, llamó al presidente a intervenir para “evitar que, de manera silenciosa y masiva, los haitianos se apoderen del territorio” dominicano y también arremetió en contra de “esas ONGs que negocian con la pobreza de los haitianos y que son unos destruye patria”. El nacionalismo revive e identifica el peligro en el “enemigo” foráneo, con el diferente y el negro.

Finalmente, la Caricom exhortó a la comunidad internacional para que apoye la aprobación, en la República Dominicana, de “medidas urgentes para asegurar que la decisión de la Corte no se aplique”. Hasta que no se tomen medidas “creíbles inmediatas”, dentro de un plan general para solucionar la problemática de las nacionalidades en la República Dominicana, no habrá marcha atrás en la decisión de la Comunidad caribeña. Fabrizio Lorusso   Twitter @fabriziolorusso

L’etanol contro gli indigeni in Brasile: documentario

Il lato oscuro del verde o All’ombra di un delirio verde. [Il documentario, di 30 minuti, è del 2011 ma vale la pena, è in portoghese ma è chiarissimo…F.L.] Nella regione del Mato Grosso del Sud (stato del Brasile che confina con la Bolivia e il Paraguay, nel Sud-Ovest del paese), alla frontiera col Paraguay, l’etnia indigena più popolosa in Brasile lotta silenziosamente per il proprio territorio per cercare di contenere l’avanzata di grossi nemici.

Espulsi dal continuo processo di colonizzazione, oltre 40mila Guarani Kaiowá vivono oggi in meno dell’1% del loro territorio originale. Sulle loro terre si trovano migliaia di ettari di canna da zucchero piantati da multinazionali che, d’accordo con i governanti a livello nazionale, presentano al mondo l’etanolo come il combustibile “pulito” ed “ecologicamente corretto”.

Senza terra e senza foresta i  Guarani Kaiowá convivono da anni con un’epidemia di denutrizione che colpisce soprattutto i bambini. Senza alternative per la sussistenza, adulti e adolescenti sono sfruttati nelle piantagioni di canna in lunghissime giornate di lavoro.

Nella catena di produzione del combustibile “pulito” sono costanti le azioni di controllo fatte dal Ministero del Lavoro che attestano l’uso di lavoro minorile (infantile) e situazioni di schiavitù.  Nel pieno del delirio da febbre per l’oro verde (com’è chiamata la canna da zucchero), i gruppi dirigenti degli indigeni che affrontano il potere che s’impone su di loro trovano spesso la morte fazendeiros (proprietari terrieri).

Approfondimenti: da Vermelho 1.   Vermelho 2.     Vermelho 3.   http://www.thedarksideofgreen-themovie.com

Tempo: 29 min
Países: Argentina, Bélgica e Brasil
Narração: Fabiana Cozza
Direção: An Baccaert, Cristiano Navarro, Nicola Mu
thedarksideofgreen-themovie.com

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darksideNa região Sul do Mato Grosso do Sul, fronteira com Paraguai, o povo indígena com a maior população no Brasil trava, quase silenciosamente, uma luta desigual pela reconquista de seu território.
Expulsos pelo contínuo processo de colonização, mais de 40 mil Guarani Kaiowá vivem hoje em menos de 1% de seu território original. Sobre suas terras encontram-se milhares de hectares de cana-de-açúcar plantados por multinacionais que, juntamente com governantes, apresentam o etanol para o mundo como o combustível “limpo” e ecologicamente correto.
Sem terra e sem floresta, os Guarani Kaiowá convivem há anos com uma epidemia de desnutrição que atinge suas crianças. Sem alternativas de subsistência, adultos e adolescentes são explorados nos canaviais em exaustivas jornadas de trabalho. Na linha de produção do combustível limpo são constantes as autuações feitas pelo Ministério Público do Trabalho que encontram nas usinas trabalho infantil e trabalho escravo.
Em meio ao delírio da febre do ouro verde (como é chamada a cana-de-açúcar), as lideranças indígenas que enfrentam o poder que se impõe muitas vezes encontram como destino a morte encomendada por fazendeiros.

À Sombra de um Delírio Verde

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In the south region of Mato Grosso do Sul, in the border of Brazil and Paraguay, the most populous indigenous nation of the country silently struggle for its territory, trying to contain the advance of its powerful enemies.

Expelled from their lands because of the continuous process of colonization, more than 40,000 Guarani Kaiowá live nowadays in less than 1% of their original territory. Over their lands there are now thousands of hectares of sugarcane planted by multinational enterprises that, in agreement with the government, show ethanol to the world as an environment friendly and “clean” fuel.

Without the lands and the forests, the Guarani Kaiowá have been coexisting for years with a malnutrition epidemic that reach their children. With no alternative of subsistence, adults and kids are exploited in the cane fields in exhausting working days. In the production line of the “clean” fuel, the Federal Public Prosecutor constantly sues the owners of the plants because of the child labor and the slave labor found there.

Amid the delirium of the green gold fever (the way people call sugarcane), indigenous leadership that face the imposed power many times find as their fate the death ordered by the big farmers.

Ficha técnica:
Título Original: À Sombra de um Delírio Verde Documentário (The Dark Side of Green)
Gênero: Documentários
Produção: Argentina, Bélgica, Brasil
Tempo de Duração: 29 min
Ano de Lançamento: 2011
Direção, produção e roteiro: An Baccaert, Cristiano Navarro e Nicolas Muñoz
Narração em Português: Fabiana Cozza
Música composta por Thomas Leonhardt

DarkSideofGreen