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Dire Addio a FaceBook: una Riflessione di Claudia Boscolo @Wu_Ming_Foundt

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Riproduco qui un post molto interessante nella speranza di abbandonare anche io FaceBook o almeno fare “riduzione del danno” e dell’uso. Link Originale da Giap

[Tra i nostri “limiti potenzianti”, tra le constraintes che il collettivo Wu Ming si è imposto per circumnavigarle in modo creativo (es. il non andare in TV), c’è anche il non avere profili né pagine su Facebook. Non abbiamo dunque esperienza diretta di quel che racconta la nostra amica Claudia Boscolo, saggista e studiosa di letteratura. Nondimeno, o forse a maggior ragione, troviamo interessante e meritevole di dibattito la lettera aperta con cui motiva la propria diserzione dal dispositivo zuckerberghiano. Per questo ve la proponiamo. Il titolo qui sopra è nostro, come pure la scelta dell’immagine e la didascalia. Buona lettura. WM]

«ASSENTE!»

di Claudia Boscolo

Sono stata su Facebook per sette lunghi anni, durante i quali ho interagito, ho condiviso, ho riso e ho pianto con tante persone, ho stretto amicizie importanti, ho ritrovato amici del passato che mi mancavano e che mi dispiaceva avere perso, ma sono anche stata contattata da persone da cui per fortuna ero riuscita a svincolarmi. Insomma, al solito, tutto il buono e il cattivo di questa piattaforma, a cui in fondo devo tanto. Sette anni però sono lunghi, e l’energia che ho speso lì dentro è molta, per cui ritengo di dover accomiatarmi con una serie di riflessioni circostanziate.

La mia decisione non è stata estemporanea, e non è dovuta a uno stato emotivo, come ho visto interpretare da alcuni – in modo non sorprendente per me, devo dire: ho scritto qualcosa e studiato libri su Facebook, e so per esperienza che tutto quello che riguarda questo social network viene sempre interpretato come manifestazione di ondate emotive. È raro trovare chi accetti che ci sia anche dietro un ragionamento a freddo.

Il mio ragionamento a freddo riguarda due ordini di questioni, che vado a spiegare, perché secondo me è epoca di una riflessione approfondita sul mutamento antropologico che questo mezzo di comunicazione ha causato, ed è piuttosto miope non prendere atto che questo mutamento non è più in corso, ma è avvenuto, ed è tempo di storicizzarlo, come tutti i mutamenti significativi meritano.

Innanzitutto, c’è la qualità dei rapporti umani che si è come nebulizzata. Da tempo, mesi se non un paio di anni, ho notato che frequentare fuori dalla rete persone che si conoscono indipendentemente dalla rete, ma che per motivi di tempo ci si adatta a vedere quasi esclusivamente su Facebook, comporta un riadattamento, una riscoperta. È come se ogni volta avvenisse una agnizione, un “ma io ti conosco davvero!”, che all’inizio poteva essere simpatico o straniante in un modo non molesto, ma che ora trovo faticoso e il più delle volte irritante. Dover riscoprire ogni volta la corporeità, la fisicità dell’amico che si pixelizzato è per me fonte di una certa inquietudine. Sapere che l’amico conosce stati d’animo intimissimi che rendiamo pubblici, parti di noi che esponiamo pensando di essere in ogni caso inaccessibili, e quindi non c’è più darsi nulla, non c’è più neppure il gusto di raccontarsi le novità, rende i rapporti inerti e stanchi. E comunque, no, non siamo più accessibili su Facebook di quanto lo fossimo prima, il tempo è sempre poco, e le amicizie sempre sacrificate, e non è vero che tenersi al corrente delle cose triviali del quotidiano dà la sensazione di non essersi mai persi. Al contrario, amplifica la perdita.

Ma ancora più inquietante sono gli estranei che immaginano: quante volte vi è capitato di incontrare dal vivo, in certe situazioni, persone che avevate visto solo sulla vostra Home, e all’improvviso queste persone se ne escono con un’idea di voi che non riconoscete, e vi chiedete: perché questa persona dice questo di me? Ecco, per me il fatto di venire identificata con quello che lascio trasparire e che nell’economia della mia vita è assolutamente marginale, è diventato fonte di stress e di episodi spiacevoli. Quando lo stesso evento si ripete più di una volta non è più un evento, è una tendenza, e se si ripete diverse volte diventa una norma. Ne deduco che la norma di Facebook è restituire al mondo un’idea dell’individuo falsata e a volte dannosa: dannosa in termini di immagine pubblica, in termini di rapporti professionali, in termini di rapporti umani. Non menziono neppure le aziende che spiano il profilo social dei propri dipendenti, perché la cosa non riguarda me, non sono dipendente di azienda, non vivo in un contesto corporate, ma so per averne ricevuto conferma da chi invece è inserito in quel quadro sociale, che il comportamento su social è una delle prime fonti di valutazione, a dispetto della resa concreta.

Il secondo ordine di problemi riguarda una dimensione più intellettuale, ed è forse quello che mi sta più a cuore. Dai trending topic di Twitter ai thread infiniti di Facebook, la vita intellettuale e politica del nostro Paese si è trasferita in rete. Abbiamo un premier che diserta la festa nazionale del suo partito ma comunica, male e in maniera inappropriata, attraverso il suo smartphone, pensando di raggiungere milioni di utenti, in realtà raggiungendo solo chi è in grado di parcellizzare i suoi messaggi ed estrarne ciò che importa, ovvero la sua assoluta irrilevanza su un piano internazionale. E questo è l’esempio più clamoroso. Ma lo stesso avviene nella riflessione umanistica e purtroppo nelle scienze. Il valore della rivista scientifica è annullato a favore della divulgazione, dello status, dei 140 caratteri. Su Facebook c’è un gruppo (chiuso) che si chiama L’ordine del discorso, dove avvengono forse le più intense discussioni filosofiche del momento. Ebbene quel gruppo è e deve rimanere chiuso, perché quella è l’unica via per evitare l’incursione di semianalfabeti o del “popolo della rete” la cui abilità dialogica è nulla. Che differenza fa quindi che quel gruppo sia in rete e non su una piattaforma idonea che permetta anche di ritrovare i thread? Secondo me il fatto che sia su Facebook lo svaluta e non lo rende affatto più inclusivo visto che l’ingresso prevede comunque una selezione, e con questa lettera intendo anche rivolgermi a chi lo gestisce perché prenda atto di questa considerazione. Ci sono spazi e tempi per il dialogo intellettuale e ci sono spazi e tempi per la conversazione disimpegnata. A parere mio, Facebook rimane legato al disimpegno e catalizza il disimpegno anche di chi normalmente è impegnato in elaborazioni critiche importanti. In altre parole, fa emergere il lato leggero dell’intellettuale.

Direte, che c’è di male? Niente, non sto elargendo giudizi morali peraltro non richiesti. Quello che vorrei cercare di far passare con questa argomentazione è il fatto che il ruolo degli intellettuali in questo Paese è ridotto al nulla. Non ci sono spazi sui quotidiani, sui settimanali, sulle riviste, non c’è spazio nei luoghi degli incontri. Gli unici spazi sono quelli tradizionali, ovvero l’università nella forma del convegno, le riviste specializzate, gli atti, le collettanee. Delle monografie non parliamo neppure, nessuno sa che escono, a meno che qualche anima buona non le divulghi su Facebook, racimolando qualche like da parte di chi sa già che sono uscite. Facebook non ha modificato nulla dell’assetto tradizionale del lavoro culturale. Per la divulgazione intellettuale esiste in rete un altro spazio molto più efficace che è academia.edu, che frequento con molto piacere e dove incontro le persone con cui ho veramente voglia di confrontarmi e a cui non chiedo mai l’amicizia su Facebook perché non desidero trovarmi davanti a un loro aspetto leggero che confonderebbe la mia percezione della loro solidità argomentativa, che invece mi restituisce quell’ambiente. Rimane il fatto che in Italia oggi lo spazio del confronto intellettuale è ormai inesistente. Non c’è in TV, non c’è in radio, non c’è sui giornali, non c’è ai festival dove si va per sentire chiacchiere e non approfondimenti. La figura pubblica dell’intellettuale non esiste più. Per scovarne bisogna frequentare giri, coltivare amicizie, non è possibile accendere la TV e vedere un filosofo che spiega qualcosa di rilevante, accendere la radio e sentire uno scrittore che parla di qualcosa di significativo, in maniera seria, senza usare lessico accattivante. Tutto questo non esiste più. E parlo anche di programmi che ascoltavo e che non ascolto più perché il livello mi sembra infimo rispetto a dieci anni fa. Se è ancora possibile ascoltare ottima musica, vedere bei film, godere di ottime mostre, il discorso intellettuale è sparito dai media, e per media intendo anche i social media, dove per un periodo sembrava ricomparso. In Italia le riviste online che danno spazio a un dibattito critico vivace e alto si contano sulle dita di una mano di cui è stato amputato qualche dito. Non le nomino qui, ma almeno di una sono molto orgogliosa, perché resiste nonostante tutto.

In questo quadro desolante, Facebook non fa che peggiorare le cose, riducendo l’intellettuale a una macchietta. In questi anni ho constatato che – eccetto qualche raro e illustre caso – le persone con cui intrattengo un dialogo e di cui leggo materiali che ritengo importanti, non hanno un profilo social, o se lo hanno è solo nominale perché non lo frequentano. Questo a me dice tutto quello che c’è da dire sul rapporto tra socialità di rete e produzione intellettuale. È un rapporto che secondo una mia personale stima equivale a zero.

Mi direte che Facebook vi permette di intrattenere relazioni lavorative, di informarvi su progetti ai quali anche voi potreste partecipare, ecc. Vi rispondo che se partecipate a quei progetti è perché fate già parte di un ambiente e perché venite esplicitamente invitati a collaborare. Non si è mai visto un progetto che parta davvero da interazioni in rete. Persino l’ebook sull’educazione anti autoritaria che ho curato non è veramente stato frutto di un “call for papers” lanciato su Facebook: è stato frutto di una selezione fra le varie proposte, selezione che sarebbe potuta avvenire secondo i canali più tradizionali (mailing list, sito, invito esplicito).
In sostanza, le relazioni si mantengono perché c’è un’effettiva frequentazione dello stesso ambiente, e non perché ci si vede e ci si scambia battute su Facebook. Sarebbe il caso di prendere atto di questa realtà e di lasciare da parte le illusioni che cazzeggiare sui social porti davvero qualcosa di concreto nelle propria vita.

Queste sono le riflessioni che per alcuni mesi hanno interessato il mio rapporto con i social. Riflessioni a ben vedere piuttosto trite, un già detto tutto sommato. Per me si trattava di continuare a confondere il privato e il mio lato leggero, che chi mi conosce può apprezzare dal vivo (ne vado piuttosto fiera) con la vita professionale e la seriosità di quello che faccio invece nel mio studio, ogni giorno; oppure di scindere una volta per tutte, di rinunciare al caos in un’ottica più ordinata e strutturata, che è quello che mi caratterizza intellettualmente. Ho scelto l’ordine. Come si può notare l’ondata emotiva ha poco a che vedere con ragionamenti di questo tipo, e spero che una volta per tutte si rinunci ad imputare all’emotività la chiusura di un profilo Facebook.

Un caro saluto a tutti quelli che hanno letto e anche a chi si è stufato dopo la terza riga.

Se in Messico piove sul bagnato: uragani e abbandono

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[Articolo di Caterina Morbiato da Carmilla] Al loro passaggio verso la metà di settembre la tempesta tropicale Manuel e l’uraganoIngrid hanno lasciato una preoccupante scia di devastazione su buona parte della repubblica messicana. Negli stati maggiormente colpiti si contano migliaia di sfollati e centinaia di morti. Sono inoltre decine i paesi rimasti isolati a causa dei danni provocati alle vie di comunicazione. Acqua, viveri, medicine e benzina hanno iniziato a scarseggiare a poche ore dai primi nubifragi, specialmente dove la carenza di beni di prima necessità e servizi è già di per sé strutturale. Con Manuel e Ingrid la natura è tornata a rivendicare ciò che le appartiene, detonando con un’energia vorace che ripaga con la stessa moneta anni di soprusi ambientali fondati sul profitto più bieco e nocivo. E sono soprusi che, si tratti della speculazione edilizia routinaria o dell’ennesima inutile mega opera, stanno sfregiando il pianeta e in Messico come in altri paesi costano la vita a centinaia di persone, vittime di disastri come quello causato dagli ultimi uragani o a causa del proprio impegno contro la distruzione impune del territorio.

Alla forza cieca della natura spesso e volentieri si somma la leggerezza delle autorità in materia di misure preventive. Il governo e la protezione civile messicani non sono stati da meno, travolti ora da numerose critiche per l’evidente indolenza con cui è stata gestita la minaccia meteorologica che gravava sul paese da diversi giorni. La mancata diffusione di un allarme generale, di piani d’evacuazione e d’informazioni su possibili luoghi dove trovare rifugio hanno caratterizzato l’operato dei funzionari pubblici nelle ore precedenti al disastro. Autorità governative scarsamente coordinate tra loro, dunque, e incapaci di rispondere con prontezza al momento di salvaguardare l’incolumità della popolazione, ma celeri nell’approfittare della passerella mediatica che si genera quasi automaticamente quando succedono cataclismi di questo tipo. Disgrazie costantemente “popolari” che, maneggiate a dovere, servono a rinforzare l’immaginario della necessità di un padre della patria pronto ad accogliere sotto la propria ala magnanima quanti lo necessitino, oltre che a distogliere l’attenzione da altri temi delicati che interessano il paese.???????????????????????????????

Non si può non notare con amarezza come gli uragani si siano abbattuti sul Messico con un tempismo perfetto per la classe dirigente, scalzando da telegiornali e principali testate i persistenti conflitti suscitati dal Pacto por México, le larghe intese alla messicana che stanno realizzando l’approvazione accelerata del pacchetto di riforme neoliberiste elaborato  all’inizio dell’anno dal governo di Enrique Peña Nieto, in congiunto con i partiti dell’opposizione. Tra queste lotte, passate mediaticamente in secondo piano per via “dell’emergenza climatica”, ci sono questioni spinose come la lotta dei maestri e delle maestre che in oltre 10mila hanno occupato per 5 mesi – fino al violento sgombero del 13 settembre scorso – lo zocalo, la piazza principale della capitale, in opposizione alla capillare demolizione dell’educazione pubblica e dei diritti lavorativi degli impiegati nel settore, prevista dalla riforma educativa. O l’acceso dissenso contro la riforma energetica e la privatizzazione dell’industria nazionale del petrolio (Pemex) che rischia di essere svenduta a imprese principalmente statunitensi, reiterando la prassi di un colonialismo che di neo ha purtroppo ben poco.

Il disastro causato dagli uragani ha quindi contribuito ad offuscare conflitti già deliberatamente discreditati, in particolare quello degli insegnanti che dall’inizio di settembre ha vissuto un’ulteriore demonizzazione, spinta dalla perversa retorica dei media e del governo che ribadisce acriticamente il “diritto inviolabile2 di ogni messicano a disporre di uno zocalo sgombro e ripulito per poter festeggiare il 15 settembre, giorno dell’independencia, come tradizione vuole. Lo sciacallaggio mediatico scatenato da Manuel e Ingrid, oltre a lucrare sul dolore e fare propaganda sulle forze armate, illustra in maniera limpida la costruzione di una geografia sociale fondata su razzializzazione ed il classismo.

???????????????????????????????Se in Italia le notizie riguardanti le tempeste tropicali si sono limitate alle informazioni sul porto turistico di Acapulco, nello stato di Guerrero, in Messico i maggiori media non hanno fatto troppo di più. Per giorni le informazioni diffuse hanno esclusivamente dato conto della nota località balneare e della capitale di quello stato, Chilpancingo, ritagliando la devastazione di un’intera regione a misura dei suoi principali centri economici. Il fatto che i media abbiano pressoché ignorato il resto delle zone guerrerensi disastrate non è spiegabile con l’isolamento quasi totale generato in seguito alle tormente. L’abbandono che caratterizza queste parti del paese, non a caso tra le più emarginate e indigene, è di tipo coatto e permanente. È di quelli storicamente granitici, esacerbati ma di sicuro non creati da catastrofi ambientali.

Più in là di Acapulco, dei turisti rimasti bloccati e dei gestori di hotel e ristoranti, ci sono zone che, anche in situazioni di emergenza estrema, vengono mantenute nell’oblio. È il caso di regioni come quelle de La Montaña e Costa Chica, dove la maggior parte della popolazione parla una lingua indigena – Naua, Na Savi, Me’phaa o Ñomndaa –  e in cui analfabetismo, mancanza di un sistema sanitario e infrastrutture decenti sono sintomo di una disuguaglianza sociale brutale. “Qui si dice: non piangere per chi muore ma per viene al mondo” spiega Florentino Estrada, maestro elementare della comunità montana di San Lucas, raccontando della sua terra.

Nella scuola dove lavora, buona parte delle bambine e dei bambini perde quasi la metà dell’anno scolastico per seguire i genitori che migrano ciclicamente. Sinaloa, Michoacán e Sonora sono alcuni degli stati verso cui i lavoratori stagionali migrano per trovare impiego nelle grandi aziende agroesportatrici. Nonostante l’enorme ricchezza fatta confluire nelle tasche degli stati ricettori, la popolazione migrante vede costantemente umiliati la propria dignità e i propri diritti. Situazione aggravata dalle condizioni di povertà estrema, dal monolinguismo e dall’appartenenza etnica.???????????????????????????????

Costa Chica e Montaña sono inoltre aree che presentano una grande varietà di risorse naturali associata, va da sé, a piani di espropriazione che, camuffati sotto la potente egida dell’ecologismo istituzionalizzato, calpestano i diritti collettivi delle comunità indigene originarie. Non è casuale che queste regioni siano tra le più interessate dalla Crociata Nazionale Contro la Fame che, secondo la presentazione ufficiale, sarebbe una “strategia d’inclusione e benessere sociale che vuole garantire la sicurezza alimentare di 7.4 milioni di messicani che vivono in condizione di povertà estrema e contribuire al pieno esercizio de loro diritto all’alimentazione”. Ma secondo le comunità coinvolte si tratta di un vero e proprio piano controinsurrezionale imbastito con l’intenzione di fomentare divisioni all’interno delle comunità e annichilirne le esperienze di resistenza e autonomia.

Pubblicizzata come la sfida sociale del governo di Enrique Peña Nieto, la Crociata si avvale dell’impiego di centinaia di elementi dell’esercito e della marina militare, rinomati per la loro efficacia nel “promuovere l’empowerment della cittadinanza e renderla partecipe delle politiche pubbliche”. I soldati, presenti in circa 500 comunità di Montaña e Costa Chica, si stanno stabilendo da diversi mesi con il presunto compito di nutrire la popolazione, costruire mense comunitarie, effettuare visite mediche, e – incredibile ma vero – insegnare alle donne a cucinare per la propria prole. Sfacciata rimilitarizzazione di uno dei territori indigeni che più hanno sofferto le angherie dell’esercito, la presenza castrense dispone inoltre di particolari doti camaleontiche.

???????????????????????????????Con i disastri degli uragani, nel momento in cui potevano effettivamente fare qualcosa di utile, le forze armate sono agilmente evaporate. Mentre la popolazione cercava di stabilire la portata effettiva del disastro e realizzava i soccorsi più urgenti, i militari correvano da una parte all’altra senza fermarsi per fare concretamente qualcosa. In piena sintonia con le autorità governative dei tre livelli (municipale, statale, federale) che, come segnala un comunicato diffuso dal Centro di Diritti Umani della Montaña, Tlachinollan, hanno trattato con discriminazione e indifferenza le autorità comunitarie tradizionali venute ad esigere aiuti, nonostante siano coloro che meglio conoscono il territorio e i danni subiti.

Nelle regioni di Montaña e Costa Chica i danni sono innumerabili. Tantissime comunità continuano ad essere isolate e raggiungibili solo dopo 8 o 9 ore di cammino. Manca l’elettricità, l’accesso ad acqua potabile è difficile e decine di bambini e bambine stanno accusando malattie gastrointestinali, mentre si temono epidemie di colera e interi raccolti sono andati perduti compromettendo la già debole economia della zona. Bisogna inoltre tenere conto di quanto non è stato immediatamente distrutto. Le conseguenze dei cicloni presentano scenari ancora più critici se si pensa che le perdite delle coltivazioni comporteranno nei prossimi mesi scarsità di materie prime e aumento vertiginoso dei prezzi non solo localmente, ma anche negli stati ricettori dei flussi migratori, dove migliaia di ettari sono andati persi.

Montaña e Costa Chica sono però anche zone che da sempre danno filo da torcere al governo, siccome resistono all’avida violenza istituzionale con un inarrestabile fiorire di movimenti sociali, politici e di lotta armata. Per far fronte all’onnipresente divide et imperadel governo, le autorità comunitarie tradizionali delle due regioni hanno deciso di creare ilConsejo de Comunidades Damnificadas de la Montaña de Guerrero dopo essersi riunite in assemblea nella comunità de La Cienega.???????????????????????????????

Il Consejo, che intende funzionare come unica e diretta istanza di dialogo con il governo federale, ha presentato le proprie richieste, insieme a una mappatura minuziosa delle zone colpite, alla ministra dello Sviluppo Sociale (SEDESOL), Rosario Robles, il passato 23 settembre. Tra le priorità segnalate c’è stata la distribuzione di viveri e medicine alle comunità isolate e agli accampamenti degli sfollati e la ricostruzione delle vie di comunicazione, delle abitazioni e degli acquedotti distrutti. Robles ha risposto elogiando il diagnostico elaborato dal Consejo e ha assicurato che gli aiuti verranno mandati al più presto, impegnandosi a riconoscere il nuovo fronte come interlocutore con cui relazionarsi.

 Ad oggi la situazione rimane comunque critica e mentre le denunce di aiuti istituzionali simulati o spettacolarizzati si fanno sempre più vive, in tutto il paese la gente si sta dando da fare per organizzare autonomamente centri di raccolta e spedizione di viveri e materiale utile. Come nel settembre dell’85, quando un terremoto di 8 gradi Richter devastò Città del Messico e per giorni i soccorsi provennero esclusivamente dalla società civile, mentre il governo di Miguel de la Madrid si crogiolava nell’assenteismo più totale. [Foto di Caterina Morbiato]

Nasce la Celac, Comunità di Stati Latinoamericani

[Questo articolo è uscito sul quotidiano L’Unità del 7 dicembre 2011] Il 2 dicembre scorso è nata a Caracas la Comunità di Stati Latino-Americani e Caraibici (Celac), un’organizzazione di 33 paesi dell’America Latina che, considerati nell’insieme, costituiscono il terzo blocco economico mondiale. Per la prima volta, dopo 2 giornate di riunioni tra presidenti e diplomatici, tutti gli stati della regione si sono uniti senza la partecipazione degli Stati Uniti e del Canada in un patto che coinvolge 550 milioni di persone. Le Celac è l’evoluzione del Gruppo di Río, un meccanismo permanente di consultazione politica nato nel 1986, e della Calc, la conferenza regionale su integrazione e sviluppo che quest’anno è stata organizzata dal Presidente venezuelano Hugo Chávez con il fine di  approfondire l’integrazione tra i paesi partecipanti.

Al termine delle sessioni Chávez ha trasmesso la presidenza annuale della neonata Comunità al suo omologo cileno, Sebastián Piñera, che preparerà il suo primo vertice ufficiale nel 2012. E’ stata approvata una Dichiarazione finale e 18 comunicati su temi come l’embargo a Cuba, il narcotraffico, il commercio sud-sud, la difesa della democrazia e dei migranti. L’intenzione è favorire “l’integrazione economica, politica, sociale e culturale” in autonomia rispetto alla OSA, l’Organizzazione degli Stati Americani che storicamente ha retto le relazioni continentali secondo le linee del panamericanismo statunitense.

“Dobbiamo vedere l’Unione Europea come un modello di quello che bisogna fare ma anche di quello che non funziona”, ha dichiarato Cristina Fernández, presidentessa dell’Argentina. “Abbiamo l’opportunità storica di essere protagonisti del XXI secolo” – ha continuato – “con alleanze non solo economiche ma anche politiche”. L’America Latina è riuscita a portare il tasso di povertà al minimo storico del 30% della popolazione nel 2011, ma resta la zona con più disuguaglianze al mondo per l’enorme gap tra ricchi e poveri, quindi l’integrazione “alla europea” è una proposta allettante, inseguita da decenni ma mai realizzata.

La Celac nasce con un ampio consenso, ma è priva di organi permanenti e meccanismi efficaci per le decisioni, prese solo all’unanimità. Si stabiliscono due riunioni annuali dei ministri degli esteri e una dei capi di Stato, oltre alla formazione di gruppi di lavoro per proporre un’integrazione più profonda, ma resta lontana l’idea di un vero blocco commerciale o doganale e non ci sono proposte politiche più concrete al momento. Il testimone passa ai singoli governi che hanno l’arduo compito di dare forma ai principi generali approvati a Caracas in attesa della prossima riunione a Santiago del Cile. Altro articolo, Limes qui.

Fare comunità (di Matteo Dean)

MatteoDeanBrujula.jpgRiprendo da Carmilla un testo che vale la pena rileggere e commentare. [Ho deciso di tradurre in italiano un testo chiamato “Hacer comunidad”, un manifesto dell’’anima e dell’azione che Matteo Dean, amico giornalista recentemente scomparso a Città del Messico, aveva scritto e postato nel suo blog qualche anno fa. Il brano è stato letto da Diego Lucifreddi durante la serata commemorativa del 16 giugno scorso all’Istituto Italiano di Città del Messico in cui s’è provato a ricomporre il puzzle delle tante iniziative di cui Matteo s’occupava in questo lato del mondo. In quel blog, dove trovate il testo originale in spagnolo, si annunciavano e si seguivano le attività comunitarie del barrio di Tepepan in cui Matteo viveva e lavorava a molte iniziative autonome per il quartiere. Quindi “Fare comunità” s’ispira anche a quelle esperienze e ne ha poi a sua volta motivate tante altre con colleghi e compagni nella Gran Ciudad de México. Fabrizio]
Quando il freddo arriva nella terra delle anatre, all’improvviso, senza che nessuno dica niente, senza che vi sia un’assemblea che lo decida, una qualunque di loro si alza in volo. Il becco dritto verso sud e le ali che sbattono con la forza della voglia di stare meglio. Questa prima anatra si alza in volo e, senza che si debba voltare per dirlo, le altre si alzano in volo e la seguono. Non chiederanno mai nulla perché conoscono la ragione del volo. Quando la prima anatra si stanca, si fa da parte e quella dietro di lei la sostituisce in prima linea. E così fino ad arrivare alla meta. Alla fine del viaggio tutti avranno guidato il gruppo e nessuno potrà dire che c’è un capo, un dirigente. Tutti avranno partecipato, tutti avranno diretto di comune accordo.
Dire comunità oggi può significare tante cose. Se da una parte ci raccontano che “comunità” è la società in cui viviamo, che rispettare le leggi e i precetti è fare il bene della comunità, se ci dicono che il funzionario pubblico lavora per la comunità, dall’altra parte possiamo cominciare a pensare (perché ne abbiamo gli strumenti) a un altro concetto di comunità. Questa non è più una cosa che ci viene spiegata e definita dall’alto, che ci dicono cos’è, quanto piuttosto qualcosa che dal basso – proprio da qui, dove ci troviamo – possiamo immaginare e costruire.
La parola comunità e il concetto in essa nascosto hanno un’origine tanto semplice quanto invece è complessa la sua interpretazione. La parola “comune” dà origine a quel concetto. Comune è tutto ciò che ci unisce, tutto quanto ci fa condividere tempo e sogni. Comuni sono i desideri. Comune è l’idea che qualcosa va male, comune è la voglia di rompere con tutto ciò per trasformarlo.
Abbiamo detto rompere? Abbiamo detto trasformare? E come si fa?
L’anatra che si alza in volo non ha la risposta. Nessuno ce l’ha. C’è molto istinto in tutto questo. Quell’istinto che le fa volare verso sud. Quell’istinto che le fa volare verso un luogo caldo dove possano stare bene.
Abbiamo detto ROMPERE. La rottura di quest’ordine di cose che ci dicono chiamarsi società, si fa tutti i giorni. Si fa cominciando dalla voglia di sognare fino alla pratica quotidiana. La rottura risiede precisamente nel sogno di costruire qualcosa di meglio, perché il mondo in cui viviamo vuole che smettiamo di sognare, vuole che ci adeguiamo a quel poco che ci è concesso, che restiamo quieti sottomessi al ritmo della musica che ci vendono, che ci narcotizziamo con le droghe che ci vendono, che ci abituiamo alla vita che ci è permessa. La rottura sta quindi nel sogno di qualcosa di diverso. La rottura oggi è renderci incompatibili con quel sistema, la rottura è scappare dalle sue regole troppo strette per i nostri desideri. Incompatibili, quello siamo.
Abbiamo detto TRASFORMARE. La trasformazione, invece, non si sogna ma si pratica. La pratica della trasformazione è la pratica del comune che ci unisce.

Da quaggiù lo stormo di anatre disegna un bel quadro nel cielo. Se ci fai veramente attenzione, ti rendi conto che disegna una rete. Una rete nella quale ogni anatra rappresenta un nodo di un filo invisibile che le unisce tutte.
Siamo una rete, una rete di individui, di persone, di esseri umani. Siamo una rete di sogni prima di tutto. Siamo una rete di pratiche, forme e punti di vista. Infine siamo una rete di conoscenze. Quello che ci fa rete è la volontà di stare in comune, di condividere le nostre conoscenze per il bene comune. Questo è l’atteggiamento che dobbiamo avere. La volontà di condividere, di cooperare tra di noi e di trovare il modo di condividere con altre persone.
Se durante il volo un’anatra si stanca, se una di loro s’indebolisce, subito altre due la fiancheggiano e l’aiutano a volare, a sostenersi, perché qui non si tratta di arrivare per primi, ma che tutti arrivino alla propria destinazione. La destinazione ci fa comuni. La destinazione è la meta che tutti vogliamo: stare meglio.

La cooperazione tra noi non è altro che la cooperazione sociale, la ricchezza di cui disponiamo per realizzare i nostri sogni. Qui non si tratta di chi possiede le idee, o di chi possiede i mezzi per metterle in pratica, o di chi ha la conoscenza per portarle a termine. La questione è, piuttosto, che quella conoscenza, quei mezzi e quelle idee vengano fuori dalla cooperazione. Tutti abbiamo idee, tutti siamo capaci. Guardiamo alle istituzioni educative come il non plus ultra della conoscenza, quando invece il valore più alto della conoscenza si ottiene dalla sperimentazione, dall’incontro e dalle soluzioni che tra tutti possiamo scoprire.

Questa conoscenza prodotta dalla cooperazione sociale è la vera ricchezza. Vogliamo sentirlo dire con altre parole? Dunque, nessuno sa come alzare un recinto, nessuno sa come si fa una rivista, nessuno sa come si porta a termine un ciclo di film all’aperto, nessuno sa come s’organizza una cena, nessuno sa come si raccoglie il denaro per tutte queste iniziative, nessuno sa come si fa un’inchiesta, nessuno sa come si cambia il mondo. Ma forse tra tutti, provandoci una volta e poi un’altra, troveremo un modo. E quella conoscenza nessuno te la regala. Te la sudi però domani ce l’avrai, pronta per essere usata ovunque. E tutto questo non farà altro che rendere più grande il nostro comune e farà delle nostre idee una ricchezza inestimabile.
Nelle rete che siamo l’unica forma di sopravvivenza è la solidarietà. La solidarietà che tende la mano a chi adesso non ce la fa, che comprende lo sforzo di tutti e lo rispetta. La solidarietà sincera che critica per aiutare, che aiuta per superare, che coopera per crescere, che cresce per cambiare, che cambia per migliorare, che migliora per potere, finalmente, essere felici. Ma questa solidarietà dev’essere sincera e degna. Sincera quando dice le cose, quando esprime dubbi e certezze, quando dà opinioni e quando ascolta. E degna tutte le volte che afferma e difende la sua affermazione. Senza timori perché nessuno è stupido. Senza timori perché nessuna idea è vuota, al contrario, tutto può arricchire, assolutamente tutto. E’ necessario crederci, nient’altro.
Nella Bibbia, meraviglioso libro di storia e filosofia, spettacolare romanzo, incredibile metafora della vita dell’essere umano, si racconta di quando Mosè un giorno decide di ribellarsi agli egizi. La tirannia del faraone chiede troppo al popolo. Ed è così che si decide di disobbedire alle regole del tiranno. Il popolo ebreo decide di sottrarsi al dominio. Esiste il momento della guerra, il conflitto, ma c’è anche il momento della disobbedienza, della detrazione. Il popolo ebreo, racconta la Bibbia, decide di andarsene in un’altra terra, la terra promessa. Inizia così l’esodo. Ognuno raccoglie le proprie cose, si prende le cose che vuole portarsi via, che sono per costruire un nuovo paese in un’altra terra.
L’esodo a un’altra nuova terra. Il nostro è un esodo a un altro mondo. Quello che stiamo facendo è andarcene, sottrarci a questo mondo verso un altro più accogliente in cui possiamo costruire e realizzare i nostri desideri.

Cominciamo a camminare, quindi, iniziamo a camminare verso un altro mondo. Portiamoci i nostri sogni, raccogliamo le nostre idee che sono quelle di tutti noi. E’ una grande responsabilità, quella di cominciare a camminare insieme. Significa tendere la mano a chi è stanco. Significa difenderci dall’esercito egizio che ci perseguita perché significa avere fiducia l’uno nell’altro e far sì che l’altro si fidi di te.