America Latina

Il Brasile e il paradosso Marina

 25/12/2010  Etiquetas: , , , , , , , , , ,

di Alessandra De Luca
Silva.jpgVista dall’Europa Maria Osmarina Marina Silva Vaz de Lima, meglio conosciuta come Marina Silva, è semplicemente la candidata Verde che, con il 19,3% di preferenze, alle ultime elezioni brasiliane si è frapposta a sorpresa fra Dilma Rousseff, la ex guerrigliera candidata di Lula e futura vincitrice, e il “moderato” José Serra. E’ stata lei l’ago della bilancia delle elezioni presidenziali di uno Stato, il Brasile, che occupa quasi il 50% di tutta l’America Latina e che fa parte del BRIC, il gruppo di paesi dalle economie più emergenti ed aggressive del pianeta. Il fatto è che Marina oltre a essere Verde è anche evangelica. Appartiene per l’esattezza all’Assembléia de Deus, la setta pentecostale più diffusa in Brasile che, con i suoi 8 milioni e mezzo di seguaci, ha votato in larghissima parte per lei assieme a tutti gli altri evagélicos. Il Brasile è attualmente il paese col maggior numero di pentecostali al mondo, primato che si è conquistato scalzando persino gli Stati Uniti che, se invece parliamo di evangelici in generale, continuano a detenere un primato assoluto: 44 milioni contro i 27,6 del Brasile.

A quanto pare, i deputati evangelici nel Parlamento brasiliano formano un gruppo trasversale che al momento del bisogno vota compatto sui temi etici controversi, come l’aborto, la ricerca sugli embrioni e i matrimoni gay… ma mi pare evidente che questo non è solo un problema del Parlamento brasiliano.
A guardarlo da qui questo fenomeno sembra uno dei tanti goffi ed ingenui tentativi delle società americane, soffocate dal materialismo, di riappropriarsi di una qualche spiritualità. Forse questo poteva valere quache decennio fa, ora la questione tende a diventare sempre più complessa.
Nel Portoghese brasiliano la parola evagélicos indica genericamente correnti protestanti dette pentecostali e neopentecostali, oltre a gruppi minori e svariate sette. Quella dei pentecostali prese piede negli Stati Uniti all’inizio del ‘900 e si diffuse anche in America Latina; i neopentecostali invece sono apparsi negli anni ’70. I primi sono contraddistinti da un grande fervore che si traduce in esperienze estatiche, miracolistica e concentrazione sul Vangelo. I secondi, invece, hanno rituali decisamente spettacolari ma non miracologeni. La loro dottrina sospinge i fedeli verso la ricerca della prosperità materiale oltre che della grazia interiore e la loro strategia di evangelizzazione passa per il controllo e l’utilizzo dei media.
Visti i tempi, difficilmente si dichiara a cuore aperto che questi evangelici sono estremisti e fondamentalisti: si fidano solo del testo sacro e dell’interpretazione che loro stessi, senza mediazioni, ne danno. Questo tipo di religiosità nasce nel protestantesimo nordamericano a cavallo fra il XIX e il XX secolo e le derive sono ormai rintracciabili, col tramite delle religioni, anche nelle ideologie politiche di ogni dove. Attitudine che descrive bene Joe Bageant attraverso i protagonisti de La Bibbia e il fucile. Cronache dall’America profonda, un libro che si prefigge di spiegare ai non statunitensi-bianchi-proletari chi sono costoro e cosa li spinge ad assumere, in nome di Dio, atteggiamenti talvolta aberranti ed autodistruttivi agli occhi del resto dell’umanità.
Nel capitolo intitolato Il regno occulto, una teocrazia nel nome del sangue di Gesù, Bageant ci spiega cosa sta alla base di manifestazioni di fervore religioso come ad esempio i programmi televisivi incentrati sulla figura di improbabili motivatori – i Chuck&Nora di Corrado Guzzanti, se ve li ricordate – illuminati dalla parola del Signore. Per lui, dietro questa parvenza di religiosità ingenua e settaria si nasconde un’insidia, perché queste chiese fondamentaliste da decenni sono l’unica forma di comunità rimasta tale in gran parte dell’America profonda. Si organizzano con proprie strutture di assistenza, scuole, università, ma soprattutto un sacco di soldi, per formare la classe dirigente che dovrà prendere il potere ed instaurare una teocrazia, così da dichiarare guerra ai non cristiani nel nome di Gesù. Molti di questi fedeli, laureatisi in pseudo-università a suon di creazionismo, si infiltrano nei centri nevralgici del potere della nazione più potente del Mondo. Mi rendo conto che tutto ciò si presenta come un’ennesima teoria inverosimile e cospirazionista, ma a leggere Bageant la cosa non sembra così assurda anzi, ci si convince del fatto che questa realtà andrà tenuta in seria considerazione nei prossimi anni, se non altro per il peso che potrebbe via via assumere nella sfera politica americana e conseguentemente mondiale, come già sta accadendo con i Tea Party e Sarah Palin.
Ora: che nesso può esserci fra l’ex cinema di Salvador de Bahia che al momento ospita la mega Igreja Universal do Reino de Deus (a guardarla fa impressione) senza distinguersi davvero da un centro commerciale se non per le scritte a caratteri cubitali e ciò che afferma Bageant riguardo all’esercito di fondamentalisti del suo paese? Pare che l’attrattiva di queste chiese evangeliche risieda nella forza della comunità e nella scelta del singolo di sentirsi parte di essa. E’ un fenomeno che in Europa non ha mai fatto breccia, motivo per cui da qui fatichiamo a tracciarne le sfumature. Negli Stati Uniti si tratta di volontà di coesione in una società in cui la tua classe sociale sembra non esistere più nei media tradizionali, in cui ipocritamente rientri nella definizione di classe media, sottointendendo che se non sei ricco abbastanza è colpa tua. In Brasile invece la comunità diventa un bacino che offre al singolo la speranza di partecipare ad una nuova ricchezza spirituale e materiale, ma anche democratica, mai prima raggiunta e diffusa con equità. Sono tutti e due paesi in cui oltre il 90% della popolazione dichiara in qualche forma di credere in Dio (si veda a proposito del Brasile il documentario Fé di Ricardo Dias), ma la differenza di prospettive è netta. Negli Stati Uniti la comunità evangelica rappresenta lo strumento per combattere il declino e l’isolamento, la speranza di continuare a coltivare il sogno americano scippato alla classe lavoratrice dal precariato e dall’indebitamento.
In Brasile l’adesione amplifica le singole voci che finalmente vogliono diventare protagoniste ed avere il diritto di autodeterminarsi, non per salvarsi dal declino ma per prendere parte ad una ascesa. La religiosità diventa un fondamento culturale, a prescindere dalla religione che si professa, e questa è una caratteristica che si riscontra un po’ in tutta l’America Latina, un’area culturale abituata a ricevere ed assorbire tutto a modo proprio. Solo apparentemente, infatti, il continente aderisce incondizionatamente alle sollecitazioni che provengono da fuori, con il tempo queste vengono regolarmente digerite e diventano cose a sé stanti, con caratteristiche diverse dall’originale. Tutto all’apparenza rimanda a qualcosa di conosciuto, ma poi si rivela altro, dal conosciuto si parte per arrivare al nuovo.
Il sincretismo religioso si può considerare prassi un po’ in tutto il Continente: la stessa conversione alla fede cristiana in epoca coloniale portò solo parzialmente ai risultati sperati dagli Europei, che pure seppero usare la mano pesante. Le vecchie credenze non vennero scalzate o dimenticate ma si andarono man mano a fondere con le nuove. Un esempio? Ad ogni Orixà, gli dei del Candomblé afrobrasiliano, corrisponde un Santo cristiano, sono solo diverse forme di manifestazione della divinità: tutto può rientrare all’interno di questa Cosmogonia, tutto contribuisce ad arricchire la visione precedente, ma non è possibile eliminarla o sostituirla completamente. Tutto ciò marca una delle profonde diversità fra le culture di Nord e Sud America: la differente spiritualità, cui corrisponde una ben diversa visione del mondo, potrebbe portare a dei risultati imprevedibili o addirittura opposti le due nazioni che tanto entusiasticamente stanno adottando la medesima religione. dilma.jpgOgni società adatta la religione ai propri bisogni, a partire da ciò una religione può nascere dal bisogno o essere accolta per sopperire ad una mancanza. Ma Marina Silva è ciò di cui un paese laico e decisamente tollerante come il Brasile ha bisogno in questo momento? Non lo possiamo sapere. Un dato di fatto è invece che, altro particolare un po’ angosciante, diversi agenti della CIA possono vantare posizioni influenti nel Partito dei Verdi brasiliano, dal momento che gli Stati Uniti da tempo sono interessati alle problematiche ecologiche del bacino amazzonico. Durante il ballottaggio la CIA ha corteggiato i leader e gli attivisti Verdi cercando di farli pendere per lo schieramento del conservatore Serra ed offrendo in cambio posizioni presso il futuro governo.
La Rousseff è comunque riuscita ad attrarre i sostenitori di Marina Silva, visto che quest’ultima ha ricoperto la carica di Ministro dell’Ambiente nel governo del presidente Lula fino al 2008. Sembra che i ministeri, i servizi segreti, l’esercito e l’industria brasiliani siano pesantemente infiltrati dagli agenti statunitensi. Il paese fra circa 20 anni potrebbe imporsi come contrappeso geopolitico agli Stati Uniti nell’emisfero occidentale, dunque mentre il Dipartimento di Stato USA riduce la rappresentanza diplomatica in tutto il mondo, in Brasile la amplia.
Ma neppure questi elementi chiudono la partita in senso negativo: se negli USA le chiese fondamentaliste sono praticamente tutte di ultradestra (si tratta di un terreno scivoloso e incomprensibile per i liberal metropolitani e quindi sono state abbandonate a loro stesse e lasciate nelle fauci dei repubblicani così come gran parte dei bianchi proletari che le affollano), Marina Silva sicuramente non lo è: ha iniziato la sua lotta politica al fianco di Chico Mendes, il famoso raccoglitore di caucciù che divenne uno dei primi grandi politici ambientalisti del pianeta terra, ha militato per trent’anni nel Partido dos Trabalhadores di Lula ed è stata l’unica candidata a schierarsi pubblicamente contro l’estradizione di Cesare Battisti. Non si può etichettare dunque come una persona di destra, oppure “cristiana” e basta. E’ profondamente ambientalista perché, essendo figlia di seringueiros, ovvero raccoglitori di caucciù, ha pagato sulla propria pelle la miseria e la desolazione apportata dall’uomo e dallo sgretolarsi dell’ecosistema in Amazzonia. Il tema politico al centro delle sue campagne è lo Sviluppo sostenibile. Allo stesso tempo dai 15 anni, orfana e malata di epatite e di malaria, si è rifugiata in un convento religioso ed è scampata alla miseria ed all’analfabetismo grazie a ciò: ha imparato a scrivere solo a 16 anni.
Come definire quindi Marina Silva? Una pericolosa pedina degli estremisti evangelici? Una politica manovrata dai servizi segreti USA? Oppure una donna forte sorretta dalla fede ma con vedute laiche, che conosce la sofferenza profonda del suo Paese e saprebbe contribuire a portarlo alla concretizzazione del sogno di giustizia sociale e prosperità verso cui aspira? Marina, nelle attuali vesti di Senadora, dichiara di essere contraria all’aborto ma favorevole ad un referendum che possa consentire alla maggioranza di decidere, è contraria al matrimonio fra omosessuali ma pronta a riconoscere dal punto di vista legislativo e dei diritti le coppie di fatto (posizioni molto più aperte di quelle dei cattolici trasversali qui da noi), si mette in polemica con il Vescovo della sua stessa chiesa accusandolo di confondere il palco dei comizi elettorali con il pulpito. Eppure riesce a tenere sempre un atteggiamento pacato ed aperto, mai tracotante. Marina ha sofferto e porta sul corpo ogni giorno i segni delle malattie e degli stenti, ma si è riscattata ed ha una forza interiore fuori dal comune. E’ una donna che ha lottato per l’emancipazione e vede le cose da un altro punto di vista. Potrebbe farcela. O forse no.
 

Di:  In Categoria: America Latina

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