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Quando la democrazia muore lentamente. Recensione de “Democracia em vertigem” (Netflix)

foto Lula.pngDi Dario Clemente

In un periodo in cui il noto distributore di contenuti audiovisuali sembra impegnato in una guerra fredda attualissima, occupandoci, e preoccupandoci, le serate con evil russians di ogni tipo (Stranger Things, Chernobyl, Trozky), così cattivi da essere francamente noiosi, vero peccato mortale, il film brasiliano di denuncia “Democracia em vertigem” viene a scompaginare le carte. Produzione propria uscita da un paio di settimane, ci ricorda che Netflix è anche una piattaforma per operazioni coraggiose, come “Sulla mia pelle”, film sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi che nessun altro voleva distribuire.

Breve riepilogo (2 ore) per coloro che non fossero stati attenti alle altre disgrazie gialloverdi, quelle brasiliane, ma anche a chi si fosse legittimamente perso per strada data la quantità di trame e personaggi degna di una soap opera, anzi, di una telenovela, il film della giovane Petra Costa andrebbe visto come contrappunto ideale della serie “O mecanismo” (sempre su Netflix), prodotto formato “Carabinieri” su una pulitissima ed eroica Mani Pulite brasiliana che non è mai esistita. Qui invece si adotta il punto di vista di un militante di sinistra, lei stessa, figlia di due agitatori politici che hanno trascorso gran parte della dittatura (1964-1985) in clandestinità. Organizzando la struttura narrativa attorno alla metafora di una giovane democrazia brasiliana in bilico, giovane come lei, che nel 2002 ha potuto votare per la prima volta e festeggiare l’inatteso successo dell’ex leader sindacale Lula da Silva, la Costa riesce a far accomodare da subito lo spettatore al focolare di quello che è prima di tutto un dramma personale e famigliare. Dopotutto Petra si chiama così in onore di un compagno di militanza dei genitori, assasinato da un commando durante la dittatura.

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Le strategie delle destre in Brasile

di Fabrizio Lorusso – Da Carmilla

nao vai ter golpe (1)In Brasile da circa tre anni l’offensiva contro l’esecutivo di Dilma Rousseff, presidentessa eletta per un secondo mandato nel 2014 col 51% dei voti, e il governativo Partido dos Trabalhadores (PT) è alimentata da fattori congiunturali, come la caduta del PIL (-3,8% nel 2015) e delle esportazioni (14,1%), l’inflazione (10,6%) e la svalutazione della moneta nazionale, il Real (del 48,3%), ma anche da elementi strutturali e da una strategia basata su tre pilastri: il politico, il mediatico e il giudiziario. Tutti vengono a sovrapporsi e ad allacciarsi con la difficile situazione economica.

Golpe Soft?

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