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Le strategie delle destre in Brasile

di Fabrizio Lorusso – Da Carmilla

nao vai ter golpe (1)In Brasile da circa tre anni l’offensiva contro l’esecutivo di Dilma Rousseff, presidentessa eletta per un secondo mandato nel 2014 col 51% dei voti, e il governativo Partido dos Trabalhadores (PT) è alimentata da fattori congiunturali, come la caduta del PIL (-3,8% nel 2015) e delle esportazioni (14,1%), l’inflazione (10,6%) e la svalutazione della moneta nazionale, il Real (del 48,3%), ma anche da elementi strutturali e da una strategia basata su tre pilastri: il politico, il mediatico e il giudiziario. Tutti vengono a sovrapporsi e ad allacciarsi con la difficile situazione economica.

Golpe Soft?

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La destra in Paraguay: Horacio Cartes nuovo presidente

Cartes-celebracion-banderadi Fabrizio Lorusso @CarmillaOnLine – Domenica 21 aprile il Paraguay ha scelto il suo presidente, ha rinnovato il suo parlamento e 17 governatori ed ha cambiato colore politico. Migliaia di camicie rosse rumoreggianti hanno invaso le strade della capitale Asunción per festeggiare la vittoria di Horacio Cartes del Partido Colorado (PC). Ma l’apparenza spesso inganna e i “rossi” non erano militanti comunisti o del PT brasiliano, né erano simpatizzanti del neoeletto presidente venezuelano Nicolás Maduro o del progetto socialista dello scomparso comandante Hugo Chávez. Infatti, il PC si colloca decisamente a destra nel panorama politico del paese sudamericano, è stato al governo per 61 anni e ha sostenuto la dittatura di Alfredo Stroessner tra il 1954 e il 1989.  Solo nel 2008 la candidatura di Fernando Lugo, sostenuto dal conservatore Partito Liberale Radicale Autentico (PLRA) e da altre formazioni di area progressista (diciamo, socialdemocratica), riuscì a dare un governo diverso al paese, anche se poi già dai primi mesi il fronte comune di centro-sinistra si sfaldò e si cominciò a sentir parlare di possibili colpi di Stato più o meno “istituzionali”. Cosa che, di fatto, accadde puntualmente l’anno scorso.

Questa volta, però, Horacio Cartes, milionario imprenditore cinquantaseiennem in politica solo dal 2009, ha ottenuto il 45,8% dei suffragi e s’è imposto sul principale rivale, Efraín Alegre del PLRA, fermo al 36,9%. L’affluenza è stata del 68,6% su 3,5 milioni di cittadini aventi diritto al voto (e su un totale di 6,5 milioni di abitanti). E’ la più alta nella storia democratica del paese che ha realizzato sei elezioni in 23 anni di democrazia. Nettamente staccate le coalizioni progressiste Avanza País, al 5,88%, e Frente Guasú, con il 3,32%. Tra le file del Frente milita anche l’ex presidente e sacerdote Fernando Lugo che ha ottenuto un seggio al senato. Cartes, proprietario dell’omonima holding di 24 compagnie e laureato negli USA in meccanica aeronautica, possiede aziende nei settori più disparati: dalle sigarette al commercio di carne e bevande, dall’abbigliamento ai trattamenti contro l’obesità. Immancabile anche il suo interesse per il calcio: dal 2001 Cartes ha vinto sette campionati con il Club Libertad.

Cartes

Nel giugno 2012 Lugo ha accusato Cartes, e in generale tutto il PC, di aver cospirato contro di lui, siccome venne deposto con un “giudizio politico”, un procedimento sommario previsto dalla Costituzione ma mai applicato in Paraguay. I colorados e i liberali hanno giudicato e destituito il presidente in meno di 24 ore, sostenendo che fosse il responsabile di una mattanza di contadini e poliziotti nella località di Curuguaty nonché del clima d’insicurezza nel paese.

Come espresso dal discorso tenuto da Lugo all’indomani di questo vero e proprio golpe istituzionale, il sostegno di entrambi i partiti storici e anche del Vaticano in questa torbida operazione fu palese e mirava a garantire la continuità dell’establishment tradizionale.

I Capi di Stato di mezza America Latina, specialmente quelli dei paesi membri del Mercosur (Mercato Comune del Sud) come l’Argentina, il Brasile, la Bolivia e l’Uruguay, presero posizione contro il colpo di Stato e sospesero il Paraguay dai blocchi commerciali regionali per violazione delle clausole democratiche.

All’inizio del mandato di Lugo l’entusiasmo popolare per la vittoria di un “uomo nuovo” e per le promesse di riforma agraria e redistribuzione della ricchezza era alle stelle, ma scemò lentamente. L’opposizione parlamentare dei colorados e il ripensamento dei liberali, sempre più ostili al cambiamento promosso dall’outsider “sinistroide” e alla sua vicinanza con alcuni presidenti della regione come il brasiliano Lula, il boliviano Morales e il venezuelano Chávez, hanno sterilizzato l’azione di governo fino alla defenestrazione finale.

Il neoeletto Cartes resterà in carica fino al 2018, ma non potrà contare su una maggioranza parlamentare. Alla Camera sono disponibili ottanta seggi, mentre al Senato sono quarantacinque. Le stime dei risultati per la camera non sono definitive, ma quelle per il senato indicano percentuali del 36% per il PC, del 30,6% per i liberali in alleanza con i democratici progressisti, del 9,6% al Frente Guasú, del 5% ad Avanza País, mentre il resto va ad altri piccoli partiti.

Panorama commerciale america latinaPer questo da subito Cartes ha lanciato un (classico) appello all’unità nazionale e all’alleanza almeno tra i partiti maggiori per “migliorare la situazione del Paraguay, correggere il tiro e aprire nuove strade che vogliamo tutti”, ha affermato. “Dobbiamo lavorare per tutti i paraguayani perché siamo stati votati anche da elettori di altri partiti ed è un messaggio per l’unità”, ha aggiunto fiducioso.

Le priorità per i primi mesi di governo (i fatidici e tanto mediatizzati “cento giorni”) sono senza dubbio la lotta alla povertà, un fenomeno che interessa circa il 60% della popolazione (di cui il 20% almeno in stato di vera e propria indigenza o miseria), e la riforma agraria, visto che secondo l’ultimo censimento nazionale l’85,5% delle terre sono in mano al 2,06% degli abitanti, una vera e propria classe di latifondisti.

Di fatto, il 15 giugno dell’anno scorso, fu la degenerazione violenta di un conflitto tra polizia e contadini per l’occupazione di alcuni terreni nella comunità di Curuguaty che provocò 17 morti (sei poliziotti e undici contadini) e fu poi usata dai partiti per spodestare Fernando Lugo e mettere al suo posto Federico Franco del PLRA come presidente ad interim. Ad oggi le responsabilità della strage non sono state ancora chiarite dai magistrati.

Altre 4 accuse piuttosto strumentali vennero rivolte all’ex presidente: aver autorizzato alcuni partiti di sinistra a tenere una riunione politica presso una base militare nel 2009; aver permesso l’occupazione di terre appartenenti a dei brasiliani da parte di un gruppo di senza tetto; aver evitato l’arresto di membri di un gruppo guerrigliero e la firma di un accordo internazionale senza l’approvazione del parlamento. Il “processo” relativo a queste accuse e a quella più grave relativa ai fatti violenti di Curuguaty è stato condotto sommariamente, senza possibilità di contraddittorio o replica, dalle camere e non da un giudice previa investigazione. Con un tempismo sospetto l’Ambasciata statunitense ad Asunción ha aumentato significativamente il suo personale nell’ultimo anno prima delle elezioni di domenica 21 aprile.

Riguardo la giornata elettorale l’Unione Europea e la OSA (Organizzazione Stati Americani) hanno accettato i risultati pur denunciando la mancanza di adempimento delle legge elettorale, la cooptazione massiccia di votanti da parte dei funzionari di partito, la violazione della legge che proibisce la divulgazione degli exit polls e, infine, l’irregolarità del comportamento del vicepresidente del Tribunal Supremo de Justicia Electoral (TSJE), Juan Manuel Morales, che domenica, prima della chiusura dei seggi, ha di fatto compromesso i risultati dichiarando pubblicamente che il rivale di Cartes, Alegre, “dovrà accettare le tendenze” che davano la vittoria allo stesso Cartes.

Panaroma politico america latinaA livello interno (ma anche internazionale in realtà) Cartes dovrà cercare di svincolarsi dalle accuse di legami col narcotraffico che, anche da dentro il suo partito, gli sono state rivolte a più riprese, malgrado non vi siano formalmente processi aperti contro di lui.

L’oppositore Efrain Alegre ha denunciato le connessioni del vincitore con il narcotraffico, oltre ad aver ricordato in campagna elettorale (con lo slogan “Contro il Paraguay delle mafie”) i tre mesi di detenzione che nel 1985 Cartes scontò per una questione di traffico di denaro.

Nel 2000 un piccolo aeroplano, immatricolato in Brasile e carico di cocaina e marijuana, venne ritrovato in una sua proprietà in territorio paraguayano, nella zona della frontiera col Brasile nota come “il prossimo Messico” ma formalmente chiamata Pedro Juan Caballero. In questa regione uno zio del politico, Juan Domingo Viveros Cartes, è stato arrestato più volte dagli anni 80 al 2012 per aver pilotato velivoli che trasportavano droghe. Cartes era amico di Fahd Jamil, noto nella triplice frontiera Paraguay-Argentina-Brasile per i suoi traffici illeciti e condannato a 30 anni in contumacia da un tribunale brasiliano per traffico di stupefacenti, evasione fiscale e riciclaggio. Jamil è stato in seguito graziato dalla Corte Suprema brasiliana, ma intanto l’amico di vecchia data è tornato prima delle elezioni, dopo 7 anni di silenzio, per “complimentarsi” con Cartes per la sua candidatura.

Inoltre nel 2004 l’impresario fu indagato in Brasile da una commissione parlamentare in quanto proprietario della Banca Amambay, accusata di riciclaggio di denaro sporco dopo la pubblicazione di un reportage basato sui report dell’agenzia antidroga americana, la Drug Enforcement Administration (DEA),  e confermati da filtrazioni di WikiLeaks. Vi sarebbero quindi informazioni abbondanti nei documenti di Wikileaks riguardanti Cartes e le operazioni che lo legano al riciclaggio di denaro, al finanziamento del commercio di stupefacenti negli USA, in Brasile e Argentina, e al contrabbando di alcool e tabacco. Al riguardo le accuse di contrabbando provengono da una Commissione Parlamentare di Indagine brasiliana che ha indicato come l’azienda di Cartes Tabesa (Tabacalera del Este SA, di proprietà del nuovo presidente e della sua sorella minore Sarah) sia una di quelle che introducevano illegalmente le sigarette paraguayane in Brasile.

[Nota finale. La cartina del “Panorama politico dell’America Latina” è puramente indicativa, serve solo a dare un’idea “cromatica” dei governi del subcontinente. Personalmente non considererei “di centro” il governo messicano, ma lo farei sfumare più nel blu che nel giallo. C’è stato un po’ di daltonismo nel dipingere la mappa!]

Destra, sinistra, populismo, economia

Breve post work in progress. Semplificando un po’ (tanto anche, ma per capirci rapidamente). La destra, si dice con un’astrazione, di solito taglia (o promette di farlo) la spesa (sociale e/o pubblica) e le tasse;

la sinistra, si dice, alza la spesa (sociale e/o pubblica) e le tasse;

il “populista” taglia le tasse e alza la spesa (non necessariamente per o in favore di tutti), ma come fa?

Debito, oppure spremitura estrema e “nazionalizzata” di una risorsa naturale o di una grande industria statale; raramente lo fa con imprese statali efficienti o con una crescita sostenuta dell’economia in generale che generi più risorse (anche se in realtà potrebbe farlo, ma è difficile).

Il “populista” appare di destra o di sinistra a seconda del discorso e la retorica che adotta per motivare le sue politiche (ideologia) e dei gruppi che lo sostengono, non molto per la sostanza e i contenuti reali. Può funzionare? Dipende. A volte. Dura molto? Dipende.

Gli economisti non danno risposte sempre chiare né possono prevedere alcunché (salvo margini di errore, probabilità precondizioni, supposizioni reali e non, ipotesi, controipotesi…….). Rispondono di preferenza a ogni domanda: “dipende” e le sue varianti linguistiche o con sinonimi (tecnica da me appresa, ma poi usata solo con criterio e moderazione, al corso di microeconomia in Bocconi al primo anno).

Esempio/domanda.

a) E’ populista l’azione di nazionalizzare (statalizzare), come in Argentina, il 51% della compagnia petrolifera YPF che apparteneva in maggioranza alla spagnola Repsol?

b) O è populista solo il discorso che afferma che lo si fa “per nazionalismo e per argentinizzare l’economia” e per porla al servizio dell’interesse nazionale?

c) O entrambe le opzioni?

Rispondo: dipende. E’ l’eterno dilemma di chi si occupa di America Latina e della sua storia, di Venezuela, di Cuba, di Argentina, di Bolivia in questi ultimi anni. Ma perché no, anche d’Italia in questi ultimi anni…

E’ una categoria, l’economista, che spesso serve per speculare la mattina e ricredersi la sera :) La cosa vera è che, dal canto loro, tacciano di populista qualunque cosa che non risponda fedelmente ai dettami della dottrina economica in voga (anzi, quasi sempre di quella neoclassica) e anche questo, a volte, è fare del populismo “all’inversa”.

Direi che anche il sacro Monti ne fa, almeno un po’, sottilmente. Ma anziché basare la credibilità delle sue affermazioni sull’espressione della volontà popolare, sui bagni di folla e i comizi, sul nazionalismo, sull’eccesso mediatico o sull’immagine di leader forte, lo fa con il discorso o la retorica più potente e credibile e legittima affermatasi negli ultimi 60 anni: l’economia, dea immateriale e materiale, onnipresente, anzi ubiqua, e surrealisticamente “razionale”, quindi giusta, corretta.

Dal Manifesto. Valerio Evangelisti: compagni che sbagliano (neofascismo in Italia)

«Il diritto di manifestare liberamente e pacificamente è una pietra angolare della democrazia: deve essere difeso e garantito sempre, indipendentemente dal giudizio che si dà sui contenuti o sui promotori delle singole manifestazioni». Bella frase, in apparenza, quella che apre l’appello di un po’ di radicali e di gente di sinistra a favore di un corteo ora vietato. Peccato che si riferisca a una manifestazione del Blocco studentesco, emanazione di Casa Pound. E che il divieto sia intervenuto dopo che sindacati, associazioni antifasciste, partiti e singoli cittadini lo avevano invocato in rappresentanza di una Roma democratica. Dopo la mobilitazione degli studenti di sinistra dell’Università di Roma, dopo l’uscita di un video che denuncia che cos’è realmente la “Giovinezza al potere” (la parola d’ordine dell’iniziativa dei giovani neonazi italiani). E dopo un appello sottoscritto da Alberto Asor Rosa, Erri De Luca, Marco Tullio Giordana, Margherita Hack e altri 250 tra docenti, ricercatori, registi, giornalisti e scrittori.
Dove vivono, gli appartenenti alla sparuta pattuglia dei sostenitori del diritto a manifestare del Blocco studentesco? Non sanno che l’Italia è ormai ai primi posti, in Europa, per la frequenza e la gravità degli agguati xenofobi? Non leggono le cronache? Non hanno visto il filmato in cui i giovani neonazi del Blocco aggrediscono a cinghiate (la loro arte marziale si chiama “cinghiamattanza”) un corteo di studenti medi, salvo prenderle all'”arrivano i nostri” dei centri sociali, per poi trovare riparo dietro i cordoni della polizia?
Esiste in questo paese un’emergenza neofascista, cresciuta sotto la protezione del “partito dell’amore”. Si è affermata la libertà totale di insultare l’extracomunitario, il gay, l’ebreo, il “diverso”. Ogni settimana vanno a fuoco negozi di bengalesi, sudamericani, stranieri in genere (spesso con il permesso di residenza, o con la cittadinanza italiana). I giornali filogovernativi riciclano firme di fascisti e nazisti notori, tranquillamente ammessi in un contesto che si pretenderebbe “liberale”. Da Ciarrapico in giù, la melma nera dilaga. Se dal piano delle idee si passa all’attività pratica, troviamo in primo piano proprio i promotori della manifestazione che era prevista per oggi. Innocenti “teorici”? Basta ascoltare le canzoni di cui si dilettano: puri incitamenti al razzismo e alla violenza cieca contro il più debole – contro chi, per povertà e condizione di sfruttato, non può e non sa difendersi. La fedina penale di alcuni di questi “teorici” è lunga quanto un verbale condominiale, e comprende solo crimini abietti.
Non è un problema solo italiano. Su Internet sono reperibili filmati girati nei paesi in cui il dilagare della melma nera non è stata bloccata per tempo, come in Russia o in altri paesi dell’Est. A parte bastonature e accoltellamenti di immigrati e di ebrei, esecuzioni di giudici e giornalisti, ecco l’impiccagione tra le betulle di due poveracci dalla pelle scura, l’assassinio a freddo di un gay a coltellate. Ciò non ha nulla a che vedere con il Blocco studentesco o con Casa Pound? D’accordo. Però la cultura è la stessa. Ciascuno a casa propria, preserviamo l’identità nazionale, non lasciamoci “invadere”, difendiamo le nostre città dalla sporcizia umana. Più qualche invettiva di rito contro il Fondo monetario internazionale e il “signoraggio bancario”. Se questa visione del mondo dovesse prosperare, anche qui conosceremmo tragedie e delitti.
Le anime belle che difendono il diritto dei neonazi a manifestare, quasi si trattasse di una placida congrega di semplici ideologi, paiono ignorare questa realtà. Ignorando che la libertà di manifestare non può essere anteposta e contrapposta ad un principio fondante della nostra democrazia come l’antifascismo.