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[Artículo publicado el 24 de marzo de 2016 en la página 5 del diario mexicano La Jornada – link – Pánico en Bruselas – El corazón enfermo de Europa – Por Fabrizio Lorusso*]
El balance preliminar de dos atentados suicidas reivindicados por el Estado Islámico (EI) en el aeropuerto y en el Metro de la capital de Bélgica es de 32 muertos y 270 heridos. En la mañana cundió el pánico por la amenaza yihadista, pero de nuevo se trata de armas, redes y terroristas locales.

El objetivo fue el centro de un viejo continente acorralado por el estancamiento económico, producto de un modelo que ha ido abatiendo los derechos sociales y laborales sin ofrecer el tan esperado crecimiento, y la crisis de los migrantes y refugiados forzados a huir de guerras en las que varios países occidentales tienen implicaciones directas. Por primera vez empiezan a temblar los palacios de la Unión Europea (UE).

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Lampedusa, 3 0ttobre 2013: Un Documentario sui Giorni della Tragedia

Il 3 ottobre del 2013 a mezzo miglio dalle coste di Lampedusa vicinissimo al porto, una barca naufragava con a bordo 540 persone circa, la maggior parte di nazionalità eritrea, provocando 366 morti accertati e circa 20 dispersi presunti. Pochi giorni dopo la tragedia veniva votato in larga maggioranza al Parlamento Europeo “Eurosur”, un sistema di sorveglianza delle frontiere marittime e terrestri dell’Ue con uso di droni. In pochi mesi veniva lanciata la missione militare Mare Nostrum, alla quale avrebbero fatto seguito le missioni Triton e Mos Maiorum.

Da quella data, le istituzioni ed i media con la RAI in testa, stanno cercando di occultare quello che e’ accaduto veramente in quei giorni costruendo una narrazione dei fatti che tende ad assolvere le forze preposte ai salvataggi e a screditare i soccorritori. Inoltre, come ogni anno, il 3 Otobbre 2015 Lampedusa sarà teatro di una nuova commemorazione finanziata da istituzioni italiane ed europee e dalle forze militari italiane.

Come ogni anno saremo in piazza, per opporci all’ennesima passerella istituzionale che ha lo scopo di occultare i crimini europei in materia di migrazione, per denunciare la progressiva militarizzazione di Lampedusa e del Mediterraneo e per aprire le indagini per mancato soccorso per la strage del 3 ottobre 2013.

PROPONIAMO che il 03/10/2015 si organizzino delle proiezioni del film inchiesta di Antonino Maggiore sul 3 ottobre 2013 e che il film (on line dal giorno 03/10/2015 con sottotitoli in inglese) venga diffuso il più possibile: per chiedere di aprire un’indagine per mancato soccorso sulla strage del 03/10/2013 e aprire una discussione sulle connessioni tra gestione delle migrazioni e militarizzazione.

SCARICA IL COMUNICATO IN PDF >> 3 Ottobre Volantino per proiezione (1) – EVENTO SU FB >> https://www.facebook.com/events/579546615517008/

Per avere il film con sottotitoli in inglese e organizzare una proiezione scrivete a askavusa@gmail.com. La lista delle proiezioni sarà resa nota sul blog di Askavusa https://askavusa.wordpress.com e di PortoM https://portommaremediterraneomigrazionimilitarizzazione.wordpress.com

Titolo: Lampedusa 3 ottobre 2013 i giorni della tragedia – Autore: Antonino Maggiore – Produzione: Libera Espressione – Anno: 2013 – Durata: 55 min – Musica: Achref Chargui / Giacomo Sferlazzo

LampedusaIl Comunicato (link): Il 3 ottobre del 2013, a mezzo miglio dalle coste di Lampedusa, una barca naufragava con a bordo 540 persone circa, la maggior parte di nazionalità eritrea. L’affondamento provocò 366 morti accertati e circa 20 dispersi presunti, i superstiti furono 155. I sopravvissuti dicono che tra le 3.00 e le 3.30 due imbarcazioni, di cui una con un faro molto potente e simile ad una vedetta militare, si avvicinarono alla loro barca puntandogli i fari addosso. Dopo questa operazione le due barche si allontanarono lasciando nel panico le 540 persone.

Una di loro, per fare dei segnali di aiuto, diede fuoco ad alcune coperte che, cadendo a terra, provocarono un incendio. Le persone, impaurite, si mossero bruscamente e la barca si ribaltò. Verso le 6.30 un gruppo di persone che si trovava in barca nella zona della Tabaccara per una battuta di pesca notò i naufraghi e diede l’allarme, mentre altre barche civili e pescherecci si portarono sul posto caricando a bordo la maggior parte dei superstiti.

Secondo le testimonianze dei soccorritori la Guardia Costiera arrivò in ritardo di un’ora circa sul luogo del naufragio, a meno di un miglio dal porto. La Guardia Costiera non ha mai rilasciato comunicazioni sul 3 ottobre del 2013. Non e’ stata aperta un’indagine per mancato soccorso e il 36enne tunisino Khaled Bensalem è stato condannato a diciotto anni di reclusione e una multa di dieci milioni di euro per naufragio colposo e “morte provocata come conseguenza di un altro reato”, ma egli si è sempre dichiarato un semplice passeggero.

Inoltre il comune di Lampedusa e Linosa si è costituito parte civile nel processo e i soccorritori, unici testimoni oculari, sono stati da subito estromessi dalle indagini. Da quella data le istituzioni ed i media stanno cercando di occultare quello che e’ accaduto veramente in quei giorni costruendo una narrazione dei fatti che tende ad assolvere le forze preposte ai salvataggi e a screditare i soccorritori.

Pochi giorni dopo la tragedia veniva votato in larga maggioranza al Parlamento Europeo “Eurosur”, un sistema di sorveglianza delle frontiere marittime e terrestri dell’Ue. In pochi giorni veniva lanciata la missione militare Mare Nostrum, alla quale ha fatto seguito Triton. Quindi, ancora una volta, le migrazioni fornivano un pretesto per aumentare il livello di militarizzazione del Mediterraneo e di Lampedusa.

Il 3 ottobre 2015 si ripeterà la vergognosa farsa organizzata dal Comitato 3 Ottobre in collaborazione con diverse associazioni “umanitarie”, il comune di Lampedusa e Linosa, e forze militari. Tra i partecipanti si trova anche la cooperativa Auxilium, che da anni gestisce centri di detenzione per migranti facendo profitto e malaffare sulle persone già in fuga da guerre e carestie.

Se l’anno scorso tra i finanziatori c’era Soros e la sua Open Society, quest’anno a farsi promotori del 3 ottobre a Lampedusa ci sono tutte quelle ONG, associazioni umanitarie e culturali che attraverso la retorica dei diritti umani, della bontà e dell’accoglienza fanno da apripista e spesso giustificano gli attacchi imperialisti (NATO, USA, UE), come quello in Libia del 2011 o quello in Siria di oggi.

Lampedusa diviene sempre di più un palcoscenico e la sua “vocazione” turistica si trasforma, sotto la pesante influenza esterna, in “vocazione” all’emergenza e alla militarizzazione. Ogni giorno di più si vedono lampedusani in divisa (Croce Rossa, Misericordie), aumentando la dipendenza economica dell’isola rispetto alla gestione dei flussi migratori. Lampedusa e il mediterraneo diventano quindi il terreno di prova per gli apparati militari, come ci dimostra l’imminente esercitazione Trident Juncture (la più imponente dopo la caduta del muro di Berlino) che partirà proprio il 3 ottobre da Italia, Spagna e Portogallo.

Uno dei temi scelti dal comitato 3 ottobre per questi giorni è la memoria. La memoria è però un atto politico: si sceglie cosa ricordare e spesso i ricordi vengono creati per finalità politiche. Quello che sta accadendo attorno al 3 ottobre è proprio questo: la creazione di una memoria completamente slegata dalla realtà e funzionale ai piani imperialisti di NATO, USA ed UE; una memoria creata insieme ai governi che sfruttano queste persone, chiamate “migranti”, nei loro paesi di origine; memoria creata insieme a chi provoca le migrazioni (Apparati militari – fondazioni – banche – multinazionali); memoria creata insieme a chi gestisce i centri di detenzione per migranti come le Misericordie.

Noi lampedusani dobbiamo chiederci cosa vogliamo fare, se riprenderci in mano le sorti di questa comunità o se vogliamo abbandonare l’isola a questo manipolo di personaggi arroganti, viscidi e menzogneri che la stanno rendendo una base militare, un carcere e un palcoscenico sul quale creare immagini e narrazioni. A cosa aspiriamo? A divenire carcerieri? A cucinare per le forze armate? A fare le comparse sui film di propaganda dello Stato?

Chiediamo a tutti i lampedusani di essere in piazza Brignone il giorno 3 ottobre 2015 alle 21.30 per guardare insieme il film inchiesta di Antonino Maggiore “Lampedusa 3 Ottobre, i giorni della tragedia” e dare un segnale di dissenso contro tutto quello che stanno facendo alla nostra isola.

Chiediamo a tutti coloro che condividono la nostra analisi e le nostre proposte di condividere il film inchiesta di Antonino Maggiore sul 3 ottobre 2013 (in onda dal 3 ottobre 2015 > https://www.youtube.com/watch?v=IvYCa-hEqYM) e partecipare alle proiezioni che abbiamo organizzato in diverse città (qui troverete la lista https://askavusa.wordpress.com/3-ottobre-2013- 3-ottobre-2015/)

• Contro la militarizzazione di Lampedusa e di tutti i territori; • Per lo smantellamento dei radar (8 a Lampedusa) e delle antenne ad uso militare e la regolamentazione delle antenne ad uso civile; • Per lo smantellamento del centro di detenzione per migranti e la creazione di un ospedale attrezzato sull’isola; • Per aprire un’inchiesta per mancato soccorso sulla strage del 3 ottobre 2013; • Per mettere al centro della discussione pubblica le connessioni tra migrazioni, militarizzazione dei territori e sistema economico; • Per i diritti negati dei Lampedusani e dei Linosani. Collettivo Askavusa Senza Paura! _______________________________________________________Blog Askavusa > https://askavusa.wordpress.com/ Mail Askavusa > askavusa@gmail.com Canale You Tube di Libera Espressione-Lampedusa on line > https://www.youtube.com/user/lampedusaonline Per contattare Antonino Maggiore > liberaespressionelampedusa@gmail.com Campagna raccolta fondi per Askavusa > https://www.produzionidalbasso.com/project/portom-spazio-di-lottamemoria-e-storie-di-mare/ Evento FB Proiezione simultanea 3 ottobre 2015 > https://www.facebook.com/events/579546615517008

Trailer del documentario:

¿Fue legal el referéndum separatista de Crimea?

Putin Obama

[de: Variopinto – Fabrizio Lorusso] Ucrania dice que no, y el derecho internacional parece suportar su posición. Estados Unidos, Japón y la Unión Europea también dicen que no, pero Rusia y el Parlamento de Crimea dicen que sí, el referéndum en que, el pasado domingo 16 de marzo, el 97% de los votantes de Crimea decidieron ser parte de Rusia y no de Ucrania sería legítimo. La afluencia fue alta, votaron el 82.71% de los ciudadanos empadronados. Ahora, Rusia y Crimea, o bien su Parlamento local, establecerán modos y tiempos de la anexión. El presidente ruso Vladimir Putin se friega las manos, pero el gobierno de Kiev, respaldado por Europa y EEUU, define la consulta como “ilegal” y no reconoce los resultados.

Los argumentos a favor de la ilegalidad de la consulta estriban de la rapidez e inmediatez del proceso, ya que, por contraste, el referéndum sobre la independencia de Escocia del Reino Unido, a realizarse en el próximo mes de septiembre, lleva dos años de debates y organización. Así, la opinión pública ha podido formas sus opiniones cabalmente, no en tan solo dos o tres semanas, con la presencia de tropas extranjeras o paramilitares en las calles y con una crisis política nacional e internacional en curso. Es probable que la mayoría rusa (el 60% de la población de Crimea) en la región votaría para estar con Rusia de todos modos, incluso si el proceso de organización del referéndum tomara unos meses más, por lo tanto, se argumenta, no cabe tanta prisa para esta decisión muy trascendente.

Finalmente, según la constitución ucraniana la escisión de un territorio no puede ser votada únicamente por los habitantes de aquél, sino que hace falta una expresión popular de todo el país. Según Kiev y la UE, esta consulta del 16 de marzo es producto de una ocupación militar, pero, según Rusia, fue el instrumento legítimo con el cual los ciudadanos de Crimea determinaron su destino, siguiendo el derecho internacional como se hizo en Kosovo, por ejemplo. Además, según Putin, el gobierno de Kiev no puede declarar la ilegalidad de ese voto popular porque el mismo ejecutivo sería ilegal, pues no ha sido reconocido por Rusia, que apoya al líder “destituido por las plazas” Viktor Yanukovych come presidente de Ucrania. En cambio, en Escocia el gobierno británico concordó con los escoces los términos de la consulta y respetará el resultado, lo cual, desde un principio, no fue cierto para Crimea. Allí, la única supervisión del voto fue la de las fuerzas militares o para-militares ligadas a Rusia, definidos por los rusos como milicias de autodefensa y considerados por Ucrania como militares rusos, en realidad. No hubo, entonces, observadores internacionales y los de la OCDE no fueron admitidos.

El voto se hizo con urnas transparentes, así que se podía ver para qué opción elegía cada quien, anulando la condición del voto secreto. El referéndum se hizo, además, para confirmar una decisión ya tomada por el Parlamento local, apoyada por el primer ministro Sergei Akysyonov, quien se autodeclaró líder de Crimea a finales de febrero, después de la entrada en escena de las fuerzas armadas pro-rusas. Faltó una campaña electoral adecuada y una cobertura mediática equitativa, pues de hecho muchos medios dejaron de operar. La OCDE y los países del G7 no han reconocido el referéndum, EEUU y la UE han impuesto sanciones contra activos, empresas y políticos de Rusia y Crimea, así que la escalada “estilo Guerra fría” está en curso.

El derecho internacional es algo ambiguo al respecto, ante la posibilidad de adquirir un territorio por parte de un estado extranjero: eso puede pasar si el territorio es nuevo, o sea, recién descubierto o deshabitado; con la firma de un contrato de cesión, como pasó justamente entre Rusia y Ucrania en 1954; o bien, con la ocupación pacífica de una zona por un largo periodo de tiempo. No parece haber cabida, entonces, para la modalidad del referéndum, organizado en un territorio semi-ocupado, sin el consentimiento de su gobierno central.

Queda cierto que el actual gobierno de Kiev se instaló de manera ilegítima, según lo que afirma el Parlamento y los líderes de Crimea, y de hecho su ascenso fue, sin duda, controvertido. Además, en Kosovo en 2008, la comunidad internacional sí reconoció la declaración unilateral de independencia de la Asamblea de esa entidad.

Básicamente, Putin aduce motivos substanciales, en defensa de un resultado que, finalmente, lo favorece, mientras que Obama y sus aliados alegan vicios graves en la forma, los modos y los tiempos en que se realizó la consulta. Existen espacios para la diplomacia aún, pero el camino parece cada vez más “cuesta arriba”.      Twitter @FabrizioLorusso

Luto nacional en Italia: más de 200 migrantes mueren ahogados

migrantes

En la madrugada de este 3 de octubre, Italia tuvo que olvidarse temporalmente de sus problemas políticos internos, de sus crisis de gobierno y de las recientes condenas de Berlusconi, para despertar dentro de una pesadilla humanitaria sin precedentes.

Entre 200 y 300 migrantes de Eritrea, Somalia y Ghana fallecieron como consecuencia de un dramático accidente durante su navegación en un barco que había salido de Libia el día 2 octubre, aproximadamente a las 5 de la tarde. En él viajaban 500 migrantes en total y, doce horas después, se encontraban ya a pocas millas de la costa de Lampedusa, isla sureña de Italia.

Al amanecer, los migrantes prendieron un fuego para señalar su presencia a bordo y pedir ayuda a las autoridades y a los pescadores que iniciaban sus actividades en los alrededores. Sin embargo, el fuego desató un incendio imparable que causó el hundimiento del barco y la muerte de centenares de hombres, niños y mujeres. De los 500 africanos, sólo 155 han sido rescatados, por lo cual la cifra oficial de las víctimas no es definitiva y podría legar a más de 300 personas.

El lunes pasado otros 13 inmigrantes, de un total de 200 a bordo, habían muerto frente a la costa de Ragusa, en Sicilia, porque sus “coyotes”, es decir los criminales dueños del barco en que viajaban, los habían obligado a echarse al mar a latigazos.

Hoy, Italia tendrá un día de luto nacional. Algunos políticos del centro-izquierda italiano, como Nichi Vendola y Cecile Kyenge, Secretaria para la Integración, han levantado sus voces contra la Ley Bossi-Fini que establece el delito de inmigración clandestina, criminalizando al migrante como tal, y castiga incluso a los que ayudan a los extranjeros a ingresar al país. Por eso, los barcos de pescadores, a veces, llegan a ignorar las señales de las embarcaciones en dificultad.

Desde 1988 a la fecha, las estadísticas nos muestran la realidad de un “mar de la muerte”, ya que en las aguas del Mediterráneo han fallecido en promedio entre 6 y 7 personas al día durante más de dos décadas. Esta tragedia es enorme, pero es simplemente la punta de un iceberg.

Y es que la migración y sus protagonistas, en sus viajes de la (des)esperanza, suben por el eje Sur-Norte y tienen que pasar por desiertos y guerras, persecuciones, campos de refugiados, prisiones y chantajes de todo tipo para poder llegar a las costas del norte de África y de allí, otra vez, viajar por barco, apiñados como animales, hasta las islitas como Lampedusa, tierra de pescadores y de muchos Ulises modernos, perdidos en su odisea sin fin. Lampedusa es parte de Sicilia, de Italia y de Europa. Es el extremo meridional y marítimo del continente, pero parece otro mundo.

El gobierno italiano, en esta ocasión como en otras, ha tratado de llamar la atención de la Unión Europea acerca del fenómeno de la migración a través del Mediterráneo, ya que esta emergencia permanente tendría que considerarse como un problema común, no sólo italiano, pues Italia representa una puerta de entrada para todos los países de la Eurozona que, sin embargo, no se hacen responsables por lo que ocurre en esta frontera mortífera e invisible.

La agencia Frontex, creada en 2004 justamente para patrullar las fronteras europeas y hacer operaciones de rescate marítimo, ha padecido recortes presupuestales cada vez mayores y simplemente no opera en el Mediterráneo como se había previsto en un principio.

Por un lado, Italia pide ayuda a Europa, pero, por el otro lado, ha sido omisa o, cuando menos, ambigua: en abril de 2012, la Secretaria de Gobernación Anna María Cancellieri, firmó un acuerdo con el Consejo de transición de Libia, después de la caída de Gadafi, que permitía a las autoridades italianas interceptar a las personas que pedían asilo político y entregarlos de vuelta a los soldados líbicos, sin considerar, pues, ni siquiera el derecho a la condición del “refugiado”. De: Revista Variopinto al Dia  – Fabrizio Lorusso – Twitter @FabrizioLorusso

Nessun essere umano è illegale

di Matteo Dean  (da Carmilla)

1mayo06USA6.jpg[Propongo la traduzione di un articolo di Matteo Dean, un amico di cui Carmilla ha ospitato numerosi contributi. Matteo è recentemente scomparso in un incidente stradale ma i suoi articoli e il ricordo restano e lottano con noi. Come giornalista italiano residente in Messico Matteo s’è sempre occupato dei problemi della migrazione nei due continenti che erano, ciascuno alla propria maniera, le sue due “case”, l’Europa e l’America. Questo pezzo è stato pubblicato in spagnolo sull’inserto domenicale Jornada Semanal del quotidiano messicano La Jornada il 10 luglio scorso. Fabrizio Lorusso]

Ancora oggi il titolo di questo articolo continua ad essere la frase più usata dai movimenti sociali in solidarietà coi migranti di tutto il pianeta. L’ovvietà di quello slogan è tanto immediata quanto incompiuta. Da quando la migrazione in quanto fenomeno economico e sociale venne inserita nell’agenda di sicurezza nazionale in differenti paesi, soprattutto del cosiddetto “nord” del mondo, la criminalizzazione dei migranti è stata una costante. E non si tratta solamente di articolate e certe volte assurde campagne mediatiche ma, superando qualsiasi considerazione di tipo etico, delle politiche pubbliche che cercano di affrontare il fenomeno. In questo senso il caso europeo è particolarmente interessante.

Oltre all’enorme quantità di norme nazionali e continentali che cercano di regolare il fenomeno migratorio – come sostengono i loro promotori – o meglio reprimerlo e controllarlo – come dicono gli oppositori – c’è un aspetto di queste politiche pubbliche che è necessario segnalare e denunciare non solo per la loro assoluta mancanza di rispetto delle leggi fondamentali su cui si poggia (o dovrebbe poggiare) lo stato di diritto ma anche per il loro manifesto carattere inumano. Mi riferisco ai Centri d’Identificazione ed Espulsione che possiamo anche chiamare Centri d’Internamento per Stranieri (i famosi CIE). Ad ogni modo questi centri non sono altro che centri di detenzione per migranti privi di documenti, del tutto simili a quelli che in altre parti del mondo sono chiamati Stazioni Migratorie. L’apparente disputa sul modo di chiamare questi spazi non è triviale, infatti dal loro nome passa la costruzione dell’immaginario collettivo riguardo l’opportunità di rinchiudere degli esseri umani la cui unica responsabilità è quella di non avere i documenti che giustifichino la loro permanenza su un determinato territorio.

La detenzione amministrativa. Il Observatori del Sistema Penal i els Drets Humans (OSPDH), della Universidad de Barcelona ha definito i CIE come “strutture pubbliche di carattere non penitenziario per la detenzione, la custodia e la messa a disposizione dell’autorità giudiziaria degli stranieri soggetti a una procedura di espulsione dal territorio nazionale”. Da parte loro le leggi nazionali di ogni paese membro dell’Unione Europea non si trovano d’accordo sulla definizione di che cosa siano esattamente questi spazi. Ciononostante tutte le legislazioni sono d’accordo sul fatto di rifiutare la penalizzazione della “mancanza di documenti” per la permanenza legale. D’altro canto, però, c’è una convergenza anche per quanto riguarda la prassi di “trattenere amministrativamente” chi non possiede questi documenti.
Il concetto di “detenzione amministrativa” è stato introdotto in sequenza in tutto il continente europeo a partire dagli anni ottanta attraverso le diverse legislazioni nazionali. Lo stato spagnolo per esempio ha introdotto tale norma – chiamata “internamento” – con la Legge Quadro 7/1985 sui diritti e le libertà degli stranieri. In Italia invece questa figura legale è stata introdotta solamente nel 1998 con la Legge 40/98 che andava a modificare la prima legge sulla migrazione del 1990.

In generale tutte le norme hanno in comune il fatto che la “detenzione amministrativa” ha la funzione di trattenere il migrante senza documenti “quando non è possibile rendere esecutiva l’espulsione accompagnando [lo straniero] alla frontiera o non è possibile espellerlo perché deve essere soccorso o sono necessarie ulteriori verifiche sull’identità o la nazionalità, oppure è necessario un tempo di attesa per ottenere i documenti per il viaggio [di ritorno], o per mancanza di un mezzo di trasporto adeguato”. Analizzando questo concetto, molti osservatori e analisti continuano a segnalare quantomeno come sorprendente il fatto che si possa privare una persona della libertà per assicurare un’eventuale sanzione amministrativa. E’ lì dove troviamo secondo i critici le maggiori contraddizioni. Considerando che, in pratica, la condizione del migrante senza documenti non è perseguibile penalmente, ci si chiede come sia possibile togliere la libertà per questioni amministrative, per un delitto che potrebbe anche assimilarsi a un’infrazione del codice della strada.
Brutale, fredda e orwelliana.

Ancora oggi sono poche le persone che sono potute entrare in un CIE che non fossero appartenenti alle forze dell’ordine, membri del governo e del parlamento o migranti detenuti. Anche se i CIE non sono formalmente delle carceri e i migranti sono trattenuti in qualità di “ospiti”, la verità è che questi non possono uscire dalle strutture dei CIE. Oltre a questo bisogna segnalare che, sebbene le strutture di detenzione in generale sono date in gestione a imprese private – in molti casi organizzazioni della stessa società civile europea più inclinate a gestire l’esistente anziché cercare di cambiarlo – sono i governi nazionali che s’occupano della sicurezza nei CIE. In altre parole anche se i migranti formalmente potrebbero uscire dai Centri, dato che secondo la legge sono passibili di sole sanzioni amministrative, esistono comunque muri, fili spinati videocamere e centinaia di poliziotti frapposti tra loro e la libertà.

Questi controlli, però, non solo impediscono ai migranti di esercitare il diritto alla libera circolazione ma precludono anche a noi che stiamo fuori, noi cittadini o migranti “regolari”, la possibilità di entrare e sapere che cosa succede veramente lì dentro. L’informazione è talmente scarsa da gridare allo scandalo. Infatti sono all’ordine del giorno le denunce di abusi contro i detenuti da parte della autorità, così come l’assenza di servizi, i tentativi di ribellione e di fuga – spesso riusciti – e anche i maltrattamenti, le molestie psicologiche e sessuali. La lista potrebbe continuare e rompere il muro del silenzio che circonda questi spazi che la società civile europea, nelle sue componenti solidarie con la causa dei migranti, non esita a definire come “campi di concentramento”.SANY0003.jpg
Non li chiamerei “campi di concentramento” in quanto i nazisti pensavano di annichilire la persona fino alla sua eliminazione fisica. “Nei CIE non si arriva a tanto”, dice Fabrizio Gatti, un giornalista italiano che nel 2005 riuscì a introdursi in un CIE facendo finta di essere un immigrato mediorientale e in seguito denunciò gli abusi cui sono soggetti i detenuti. “Mi piacerebbe che se domani si scrivesse una storia della migrazione, questi luoghi venissero chiamati con la loro brutale, fredda e orwelliana sigla: CIE. Questa sigla dice tutto”. Effettivamente sembra proprio così dato che i centri di detenzione per migranti rappresentano quasi un mondo a parte in cui nessuno sa che cosa succede e come. Dinnanzi a tutto ciò la rete euro africana delle organizzazioni civili per i diritti dei cittadini migranti, la Migreurop, ha organizzato quest’anno la seconda visita ai CIE della Germania, dell’Italia, della Francia e della Spagna come conseguenza della lunga campagna lanciata a livello continentale dal titolo piuttosto chiaro: per il diritto di ispezione nei luoghi di confino.

Nonostante le difficoltà di tipo amministrativo, alcuni rappresentanti della società civile europea, accompagnati da alcuni deputati di diversi paesi, hanno potuto visitare alcuni dei CIE esistenti nella UE. Le conclusioni della carovana che è stata in questo viaggio-missione per l’Europa dal 7 marzo all’uno aprile sono chiare e non lasciano adito a dubbi: “L’obiettivo di questa seconda campagna della rete Migraeurop, che ha chiesto nel 2010 la chiusura dei centri di internamento di cittadini stranieri dentro e fuori dall’Europa, era rendere note le condizioni di confino dei migranti e la violazione sistematica dei loro diritti. Le differenti visite realizzate hanno permesso di mettere in evidenza le loro difficoltà materiali e nell’accesso ai diritti così come la mancanza di trasparenza su quanto in realtà sta succedendo dentro i centri. Rendendo così manifesti gli effetti nefasti e repressivi dell’arresto dei migranti, la conclusione delle differenti visite non fa altro che confermare l’illegittimità dei fermi e la necessità di chiudere i centri di confino, proprio come hanno dichiarato senza giri di parole alcune delegazioni al termine della loro visita”.

Repressione Vs. Controllo. Malgrado la diffusione di retoriche anti-migrante sparate a voce alta dai leader politici europei a livello continentale e anche locale, i quali sperano in questo modo, e in parte ci riescono, di raccogliere voti e consensi, le politiche europee sul tema migratorio non hanno l’intenzione di reprimere tout court i flussi di immigrati che da molte zone del pianeta arrivano al territorio della UE. Al contrario i muri che si alzano e le leggi che si producono, così come i centri di detenzione che si costruiscono, hanno la funzione primaria di controllare i migranti. Diventano una specie di filtro darwiniano in cui tutti questi strumenti selezionano i migranti, li separano tra capaci e non, adatti o no, per svolgere il lavoro che – pur con gli indici di disoccupazione del vecchio continente – è abbondante per i cittadini di seconda categoria in cui si trasformano gli stranieri senza documenti della UE.

Un prova di questo è costituita dalle decine di CIE che la UE, tramite accordi bilaterali, ha fatto costruire in territorio africano. In Libia, a Tunisi, in Marocco, tanto per citare alcuni esempi, i CIE sono nati negli ultimi anni come strutture per contenere i flussi migratori diretti verso il vecchio continente. Con una chiara dinamica di esternalizzazione delle frontiere – tipica anche nell’emisfero americano, basti pensare al confine tra Messico e Stati Uniti – la UE non cerca solamente di frenare quello che la stampa presenta come “un’invasione” di “illegali, clandestini o senza documenti” ma prova altresì a riprodurre in terra straniera – e pertanto lontano dagli sguardi indiscreti delle società nazionali – gli spazi adatti al contenimento e alla selezione del nuovo “esercito di riserva”, di reminiscenze marxiane, che è sempre necessario per coprire posti abbandonati in produzione dai loro pari europei. .SANY0066.jpg Non si tratta quindi di reprimere l’immigrazione per reprimerla. Non si tratta nel modo più assoluto di impedire che milioni di esseri umani che scappano dalla povertà, dalle guerre, dalle repressioni o che semplicemente vogliono cambiare vita, riescano a stabilirsi nella UE. Si tratta semplicemente di formare progressivamente un contingente di persone che costituiscano una riserva di mano d’opera a basso costo. D’altra parte è gioco forza anche che quella forza lavoro a costo infimo possa pure divenire oggetto di ricatti e minacce capaci di trasformarsi, di conseguenza, in un gruppo di soggetti utilizzabili all’occorrenza secondo le necessità di padroni e governi.
Inoltre i CIE e la loro distribuzione territoriale svolgono un altro compito: quello di far sfumare il potenziale di coesione tra i migranti. Un esempio è la pratica costante dei trasferimenti di cui sono oggetto i migranti spostati da un CIE all’altro.

In questi ultimi mesi di presunta “emergenza migrazione” nella UE i flussi di tunisini – tanto per menzionare un gruppo nazionale vituperato dalla stampa europea quest’anno – sono stati separati, divisi e inviati in località differenti. Si tratta in effetti di spezzare vincoli, nessi possibili tra comunità di migranti che si riconoscono prima di tutto per la loro nazionalità ma anche per la destinazione imposta con la reclusione nei CIE. E’ forse possibile affermare che i CIE sono l’ultimo territorio europeo che un migrante calpesta sulla via dell’espulsione. Questa affermazione sarebbe vera fino a un certo punto. Infatti, malgrado la propaganda sulle espulsioni e le deportazioni di massa – per cui la famigerata Direttiva sui rimpatri del 2008 sarebbe il principale strumento di riferimento – la UE non possiede strumenti e mezzi (prima di tutto economici) concretamente per deportare le grandi masse di esseri umani stipati nei CIE. La soluzione, quindi, passa dal rilascio di “decreti di espulsione” che il cittadino migrante deve rispettare, cui deve adempiere “con mezzi propri”. Dunque che faranno questi cittadini? L’opzione unica diventa l’inserimento nel mercato del lavoro in nero della Unione Europea.

Il ritorno del Presidente Manuel Zelaya in Honduras dal Nicaragua: manifestazioni e coprifuoco

Pueblo de Honduras pide el regreso de Manuel Zelaya por onlyforyoung Ibarra Ecuador
HONDURAS, 24/JULIO/2009

La situación de los manifestantes camino a la frontera de Nicaragua.
La situazione dei manifestanti in direzione della frontiera col Nicaragua (a sud di Tegucigalpa, la capitale dell’Honduras).
Desde anteayer, miles de manifestantes desde diversos puntos del país se han movilizado hacia la frontera de Nicaragua, muchos de ellos no han logrado burlar los cientos de retenes militares que hay en las carreteras de todo el país, muchas personas han tenido que rodear montañas para poder avanzar, otros se encuentran detenidos en carceles debido al sorpresivo toque de queda (6pm-6am) aplicado ayer por la tarde a las zonas rurales, varios grupos fueron arrestados en las carreteras al no poder encontrar un sitio donde pasar el toque de queda. Los retenes militares confiscan buses, hacen registros, decomisan tarjetas de identidad, e incluso decomisan los alimentos que los peregrinos llevan para el viaje a la frontera.
Pero la gente lejos de desmoralizarse, siguen avanzando hasta el último reten en el Departamento del Paraíso. En testimonios ofrecidos a la Telesur, los viajantes hablan de su derecho cívico a manifestarse, condenan el golpe de estado, hablan de las dificultades para trasladarse en un país que se supone es libre y democrático, y afirman emocionados que recibiran a el presidente Zelaya, cuando cruze la frontera.
Una comisión internacional de observadores de derechos humanos, que estan presentes en el país, investiga y condenan los abusos que el régimen golpista hacen desde el 28 de Junio, entre ellos es la ilegalidad de los toques de queda, y las detenciones masivas generadas por esta orden represiva impuesta por el gobierno de facto de Micheletti Bain.
HONDURAS, 24/JULIO/2009

Se impone toque de queda desde las 12 del medio día en zonas rurales.
Si impone il coprifuoco dalle 12 nelle zone rurali.

Ya empezó la policía y militares a reprimir a los manifestantes que se encuentran en los diferentes retenes, con bombas lacrimojenas, y disparos dispersan a los manifestantes, en el departamento del Paraíso, ya se reportó un herido por disparos del ejército. Los arrestos masivos se reaundan en otros retenes donde personas que han caminado desde distintas partes del país para intentar burlar el anillo militar que desde ayer reprime el avance de los manifestantes.  Foto: http://www.flickr.com/photos/37354857@N04/

el pueblo ve a Zelaya en las alturas por laclase.info

Hoy, en la frontera Honduras-Nicaragua/Oggi frontiera Honduras-Nicaragua: il ritorno del presidente Zelaya in patria avvenuto via terra dal Nicaragua

viernes, 24 de julio de 2009, 02:22
Amigas, amigas:
el Ejército y la policía han vuelto a disparar sobre los manifestantes que se dirigían a la frontera con Nicaragua a recibir al Presidente José manuel Zelaya.
El toque de queda se ha implementado en todos los departamentos fronterizos con El Salvador y Nicaragua a las 12 del mediodía, lo que significa que miles de manifestantes han sido rodeados.
Dos heridos de bala. Me informan que están estables.
La Primera Dama, Xiomara Castro de Zelaya, acompaña a los manifestantes.
En Tegucigalpa, se vive una tranquilidad tensa, similar a un frente de guerra interno al que le llegan noticias de combates. Las radios -a excepción de radio Globo y otras pocas valientes emisoras- siguen con su programación de variedades.
César Indiano, supuesto novelista, ha comparecido esta mañana en canal 10 (del golpista Rodrígo Wong Arévalo) y ha dicho que los revoltosos merecen sus heridos y sus muertos.
De igual forma se ha expresado el escritor Juan Ramón Martínez, reconocido alentador del Golpe de Estado a través de su columna de opinión en el diario la Tribuna de Tegucigalpa: ´”El golpe contra Villeda Morales se perpetró en la madrugada con un saldo de 23 muertos y unos 50 heridos producto del enfrentamiento entre las fuerzas militares y la guardia civil bajo el mando del presidente derrocado. En ese entonces, López Arellano ostentaba el rango de coronel. En este golpe a Zelaya apenas han muerto unos cuantos revoltosos”.

Continua lo sciopero generale in Honduras.
El paro nacional continúa: paro de hospitales, de oficinas gubernamentales, tomas de carreteras, protestas ante el Tribunal Superior Electoral que hace el sorteo para la ubicación de la fotografía de candidatos presidenciales 2009

HONDURAS, 24/JULIO/2009
ATENCION!!! 2:30 pm Hora de Honduras.
EL PRESIDENTE CONSTITUCIONAL DE HONDURAS ENTRA A HONDURAS!!!

Articolo molro completo coi fatti:

http://www.ipsnoticias.net/nota.asp?idnews=92824