La Bolivia lacerata, tra golpe e nuove elezioni

Le divisioni tra movimenti indigeni, ecologisti, femministi e le politiche del governo, hanno creato uno spazio fertile per l’avanzata del fascismo. Una frammentazione interna al «proceso de cambio» che si ripercuote anche nelle elezioni del prossimo maggio

Di Alessandro Peregalli

Da Jacobin Italia

boliviaPiù di due mesi dopo la drammatica caduta di Evo Morales, e tre prima delle nuove elezioni convocate per il 3 maggio, la Bolivia prova a leccarsi le ferite e ancora fatica a comprendere del tutto quel che le è successo. Il periodo di maggior stabilità politica di tutta la sua storia indipendente, infatti, si è dissolto come neve al sole in 21 giorni, tanto breve è stato il tempo trascorso tra il 20 ottobre, giorno delle elezioni politiche e presidenziali, e il 10 novembre, quando Morales, da un rifugio nel Chapare, si è dimesso da presidente su richiesta dell’esercito, ed è poi fuggito in esilio in Messico. Com’è possibile che un progetto politico così solido ed economicamente di successo sia crollato come un castello di carte?

L’escalation della violenza

Il sociologo boliviano René Zavaleta sosteneva che in Bolivia la società è forte e lo Stato è molto debole. Questa riflessione può aiutare, in parte, a dar conto della rapidità con cui si è dissolta l’egemonia masista: il Mas, infatti, nato come Strumento Politico creato dai movimenti sociali, e nello specifico dal movimento dei coltivatori di coca della regione del Chapare (il suo nome ufficiale è Mas-Ipsp, Movimento Al Socialismo-Strumento Político para la Sovranità dei Popoli), una volta giunto al governo è poco a poco scivolato verso una logica di auto-riproduzione nel potere, imponendosi di fatto su quegli stessi movimenti a favore dei quali avrebbe dovuto governare. Non è mia intenzione, in questo momento, analizzare e soppesare gli ottimi risultati che sono stati raggiunti in 14 anni di governo masista, e i «tradimenti» che quest’ultimo ha inferto alla sua base sociale e ai movimenti, argomenti tra l’altro esposti in maniera molto chiara da Enrico Padoan proprio su queste pagine. È però indubbio che, nel tempo, la logica del potere ha catturato il processo: il Mas si è fatto Stato.

Ma lo Stato in Bolivia è debole, cioè, per dirla con lo scrittore Fernando Molina, le sue norme non si fanno rispettare attraverso procedimenti regolati o astratti, ma dipendendo dai rapporti di forza del momento. Lo Stato governa solo e quando la società glielo permette: questo è stato vero nei primi anni Duemila in occasione del ciclo di lotte (Guerra dell’Acqua, Guerra della Coca, Guerra del Gas) che dopo aver fatto cadere due governi neoliberisti ha portato Morales alla presidenza; ed è stato vero anche due mesi fa, quando i movimenti legati al governo non sono accorsi in difesa del loro leader (sono scesi in strada solo dopo le sue dimissioni, venendo brutalmente repressi dal nuovo governo). Coerentemente con quest’assunto, Molina ha anche constatato che la Bolivia è il secondo paese al mondo con più linciaggi, una tipica forma di resa dei conti che si esprime come vendetta sociale non mediata né regolata dallo Stato. E la pratica del linciaggio è stata il terreno su cui si è giocato il conflitto boliviano, poi sfociato nel colpo di Stato civico-poliziesco-militare.

Secondo Mar, attivista di un collettivo femminista chiamato Desarmar la Guerra, ci sono state tre fasi di acuta violenza in Bolivia, in parte sovrapposte tra loro e ognuna con caratteristiche geografiche specifiche: la prima ha avuto il suo epicentro a Santa Cruz e Cochabamba, e per protagonisti la Unión Juveníl Cruceñista, gruppo fascista legato all’imprenditore Luis Fernando Camacho, e la Resistencia Juvenil Cochala, gruppo paramilitare di motoqueros pagato dall’opposizione per attaccare indigeni e masisti e generare terrore. Queste bande si sono rese responsabili anche degli attacchi simbolici alla whipala, la bandiera dei popoli originari divenuta simbolo dello Stato Plurinazionale, e hanno agito indisturbate finché non hanno convinto la stessa polizia ad ammutinarsi. Tra i loro crimini più efferati c’è stato l’assalto alle abitazioni di ministri, sindaci e deputati del Mas e il sequestro delle loro familiari con la minaccia di stupro per costringere le autorità masiste a dare le dimissioni dalle proprie cariche.

Contemporaneamente, un secondo fulcro di violenza ha avuto per protagonisti gruppi armati dal Mas, e l’epicentro nelle città di La Paz e in particolare a El Alto: con una polizia ammutinata, e un esercito ancora rinchiuso nelle caserme, questi grupos de choque, composti principalmente da cocaleros e minatori, hanno affrontato i blocchi messi in atto dai manifestanti che protestavano contro il fraude [le presunte frodi elettorali operate dal governo Morales, Ndr]. E hanno radicalizzato le loro azioni a partire dal 10 novembre, giorno delle dimissioni di Evo, assaltando, o minacciando di assaltare, negozi e case di tutti gli abitanti che non fossero scesi in strada contro il golpe, fino all’intervento dei militari che sono intervenuti su ordine di Jeanine Añez, prima ancora che si auto-proclamasse presidente.

Infine, il momento culminante della violenza è stato quando gli stessi militari, tra il 15 e il 19 di novembre, nelle località di Sacaba, nel Chapare, e di Senkata, nell’altipiano paceño, hanno aperto il fuoco sui manifestanti che stavano realizzando blocchi stradali, ammazzando 25 persone. In generale, i morti certificati dalla Corte interamericana dei diritti umani per tutto il periodo della crisi boliviana sono stati 36.

Il dibattito nel femminismo

Il collettivo anarco-femminista Mujeres Creando ha proposto un’analisi della crisi e del ciclo di violenza che ha investito la società boliviana a partire dalla polarizzazione tra due machos, rappresentati da Evo Morales e Luis Fernando Camacho. Il primo si sarebbe impadronito del proceso de cambio, avrebbe imposto la centralità della sua figura di caudillo e, nei giorni della crisi, avrebbe soffiato sul fuoco della polarizzazione e della divisione razziale mandando nelle strade i suoi gruppi del terrore. Il secondo si sarebbe a sua volta appropriato di una mobilitazione democratica, avrebbe favorito la violenza della classe media contro gli indigeni e dato espressione alle pulsioni reazionarie e patriarcali del fanatismo religioso, tanto nella sua componente cattolica come nelle sue varie declinazioni evangeliche e pentecostali, simboleggiate dalla sua famosa frase sul «ritorno della Bibbia nel Palacio Quemado».

Adriana Guzmán, indigena aymara e femminista comunitaria antipatriarcale, sostiene invece che questo conflitto non è soltanto una disputa tra machos. Vederla esclusivamente in questo modo sarebbe proprio il limite di certo femminismo «biologista», che si concentra nella figura del macho, senza vedere che la posta in gioco reale è tra due progetti di società incompatibili tra loro: uno è quello di dominio razziale dell’élite, e l’altro un processo che va molto oltre Evo e il Mas e che, pur con tutte le sue contraddizioni, raccoglie l’eredità di decenni di lotte indigene per il buen vivir.

Questo tipo di discussione è diventata, negli ultimi anni, paradigmatica della sinistra latinoamericana, spaccata a metà tra l’appoggio più o meno critico e la radicale ostilità verso i cosiddetti governi progressisti. Questo dibattito ha avuto tradizionalmente al centro il tema dell’estrattivismo. Di fatto, un vasto spettro di movimenti ecologisti sovrappongono alla rappresentazione dei due machos proposta da Mujeres Creando la disputa coloniale per il dominio sui territori: con Camacho che rappresenterebbe gli interessi imperialisti americani sulle risorse boliviane, prima fra tutte l’immenso giacimento di litio scoperto di recente nel Salar di Uyuni, e Morales che rappresenterebbe quelli del capitalismo cinese, il tutto relegando i popoli indigeni a vittime sacrificali di una comune matrice estrattivista.

Al di là dei giudizi politici che si possono trarre, è evidente come la Bolivia sia solo l’ennesimo caso in cui una lacerazione interna alla sinistra ha creato uno spazio fertile per l’avanzata del fascismo. La violenta repressione comandata dal governo di Evo nel 2011 ai danni degli indigeni del Tipnis, che lottavano contro la costruzione di una grande opera, e la postura di alcuni settori ecologisti o di sinistra che di fronte a quello che chiamano il «dictador» hanno più o meno velatamente appoggiato il canditato neoliberista Carlos Mesa o addirittura espresso simpatia verso i motoqueros di Cochabamba, sono il segno tragico di questa divisione.

Le prospettive incerte di una società divisa

Oggi la Bolivia è un paese dilaniato, diviso letteralmente in due parti tra masisti e antimasisti. Lo dicono i muri di La Paz, che sono un susseguirsi di scritte contro la politica di Morales («Evo ecocida», «Evo narco») o le figure emergente di Camacho e di Jeanine Añez («Facho Camacho», «Añez golpista»). E lo dicono le innumerevoli discussioni e liti che scandiscono il passare del tempo in piazza 14 de Septiembre, nel centro di Cochabamba. Ma la Bolivia è divisa anche all’interno di ognuno dei due fronti.

Nell’ex opposizione, profondamente eterogenea socialmente al proprio interno (va dall’élite bianca e latifondista dell’Oriente alle classi medie dei maggiori centri urbani fino alle cooperative di minatori e a organizzazioni popolari, indigene ed ecologiste che con il tempo si sono separate dal proceso de cambio), si è per ora affermata la fazione più reazionaria e fanaticamente religiosa, ma l’emergere di tutta una serie di vecchi e nuovi leader politici la mantiene in una situazione di forte frammentazione politica in vista delle elezioni. Quel che è certo, è che il governo che oggi si presenta come di «transizione» sta in realtà operando a 360° per portare avanti cambiamenti materiali e simbolici sufficientemente forti da smantellare l’impalcatura dello Stato Plurinazionale e consolidare al vertice un nuovo blocco di potere costituito, secondo Molina, dagli alti ufficiali dell’esercito e della polizia, da magistrati, mezzi di comunicazione, dirigenti universitari e istituzioni delle classi medio-alte come i nuovi gruppi paramilitari, le associazioni imprenditoriali, le confraternite religiose. Il tutto garantito da una repressione capillare e da una politica persecutoria verso gli avversari politici, molti dei quali si trovano in esilio o rifugiati nell’ambasciata messicana, senza ricevere alcun salvacondotto.

Sull’altro fronte, quello del proceso de cambio, la frammentazione non è da meno. A profonde fratture storiche che dividono le organizzazioni come la Csutcb e Bartolina Sisa, anticapitaliste e legate alla cosmovisione aymara del buen vivir, con fazioni più corporative e desarrolliste come i sindacati dei minatori e gli stessi cocaleros, dispute incrociate di tutti i tipi si sono aggiunte nei giorni del golpe: tra chi è fuggito all’estero, come lo stesso Morales e il vicepresidente Álvaro García Linera, e chi è rimasto sotto i colpi della repressione; tra chi ha armato i grupos de choque e chi dal Parlamento ha tentato di negoziare con i golpisti una soluzione istituzionale al conflitto. L’ultima grande lacerazione interna si è verificata sulla scelta dei candidati da presentare alla prossime elezioni. Il cosiddetto Pacto de Unidad tra tutti i movimenti sociali e sindacali ancora legati al proceso de cambio aveva infatti deciso di «recuperare» il Mas, imprimendogli una svolta a sinistra, e candidare l’ex ministro degli Esteri aymara David Choquehuanca alla presidenza e il giovane dirigente cocalero Andrónico Rodriguez come suo vice. Alla base della decisione, la consapevolezza che sotto un regime golpista non ci sarà spazio per elezioni limpide e democratiche, ma che una forte candidatura popolare è la strategia migliore per accumulare la forza necessaria per resistere al fascismo e allo smantellamento dello Stato Plurinazionale. Tuttavia, lo scorso 19 gennaio, da Buenos Aires (dove si è trasferito il vecchio stato maggiore del Mas), con una decisione unilaterale Evo Morales ha ancora una volta silenziato la scelta della base e ha imposto la candidatura di Luis Arce, un professore moderato, di classe media, che da ministro dell’economia era stato l’autore del «miracolo economico» (ma capitalista ed estrattivista) boliviano. La sua speranza è recuperare con i voti quella guida dello Stato che gli è stata tolta con la forza delle armi.

Quello Stato, tuttavia, che in Bolivia non è niente, mentre la società è tutto.

 

 

 

 

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