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#Avenida Miranda Puntata 36. Evo Morales, il presidente che ha tradito gli indigeni

Bolivia-Morales24 mag. – Questo giovedì, 24 maggio, Pérez Gallo intervista il ricercatore boliviano Pavel López, che racconta il grande tumulto antiliberista che si è avuto in Bolivia tra il 2000 e il 2005 e il successivo periodo di governo del leader “cocalero” Evo Morales. Arrivato al potere sulla spinta delle rivolte dei movimenti sociali indigeni e contadini, il presidente di origini aymara ha secondo López tradito le aspettative, non solo depotenziando il nuovo processo costituente e trasformandolo nello strumento del suo potere personale, ma anche costruendo un modello economico che ha portato l’attacco alla natura e ai popoli indigeni a livelli ancora più alti che nel periodo neoliberista. In ultimo, il recente disconoscimento del risultato di un referendum popolare, che aveva bocciato la possibilitá di Morales di essere rieletto per la quarta volta, è secondo López fonte di preoccupazione per la tenuta democratica del Paese.

Qui il PODCAST!

Evo e Dilma o il Washington Consensus (W.C.)?

Domenica il Brasile voterà tra due modelli di società ed economia, mentre la Bolivia ha già scelto il presidente cocalero Evo Morales

washingtonconsensus

La sigla W.C. in inglese non è una provocazione e, anche se profondamente allusiva, indica il Washington Consensus, cioè il “consenso” sul top ten delle misure di politica economica (e quindi sociale), pensate per i paesi in via di sviluppo, che si basa sull’agenda neoliberista definita negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso e si formalizza nel 1989, come lista di raccomandazioni, per mano dell’economista John Williamson. Prima del W.C. c’era il P.B. o Plan Baker, formulato nel 1985 dal Segretario del Tesoro americano James Baker per combattere la crisi internazionale provocata dall’esplosione del debito e l’insolvenza di numerosi paesi latinoamericani. Faccio notare che se oggi al posto di “latinoamericani” scriviamo “mediterranei”, il discorso fila liscio uguale e così via, ad libitum, con tutte le sostituzioni geografiche e regionali che ci vengono in mente.

W.C.

Il W.C. era (ed è) un programma che prevedeva la riduzione del ruolo dello stato nell’economia, le liberalizzazioni, le privatizzazioni, l’apertura agli investimenti esteri, il controllo della spesa pubblica, in genere equivalente a tagli nello stato sociale o drastiche “razionalizzazioni” del welfare, l’annullamento del deficit di bilancio, la deregulation (dei settori economici e soprattutto del lavoro) e la protezione della proprietà (privata) e che è stato adottato, più o meno fedelmente, da decine di governi del mondo su “consiglio”, o meglio, sotto pressione o ricatto, del Fondo Monetario Internazionale, del governo statunitense e del suo Dipartimento del Tesoro, della Banca Mondiale, tra gli altri, e in Europa della famosa troika economica: FMI, BCE, Commissione dell’Unione Europea.

Quindi il piano era stato pensato da illustri menti e istituzioni, fondamentalmente statunitensi, per essere applicato nei paesi “indisciplinati”, “in ritardo”, emergenti, in via di sviluppo e simili, ma è finito per diventare un sacro verbo globale, astorico e universalmente valido, in base al quale giudicare la bontà di riforme e sistemi, di economie e società, di monete e coscienze. Ma la medicina neoliberale, specialmente nelle sue versioni più integraliste, non ha funzionato, non ha sortito gli effetti promessi, non ha ravvivato la crescita né generato sviluppo. Ha, piuttosto, esacerbato i problemi del capitalismo tanto nei paesi industrializzati quanto negli altri.

In America Latina, in opposizione alle soluzioni preconfezionate dal Nord del mondo, negli anni 2000 diversi governi, all’interno di quella che è stata definita “ondata progressista”, hanno palliato, modificato, ridisegnato e, in alcuni casi, stravolto i diktat politico-economici della “saggezza economica convenzionale”, ottenendo eccellenti risultati in termini sociali e macroeconomici, nonostante le critiche dei money doctors e dei tecnocrati ortodossi, nonché di gran parte dei mass media internazionali.

Sul Brasile: stampa e corruzione

A tal proposito durante la campagna per il primo turno elettorale in Brasile del 5 ottobre mi sono capitati tra le mani due reportage tendenziosissimi, sorprendenti in quanto pubblicati da una rivista tradizionalmente di sinistra e molto seguita in Messico: Proceso. Il giornalista, Andrés Carvas, negli unici due articoli presenti sul numero 1978 (28 settembre 2014) del settimanale, cita ripetutamente come fonte la famosa rivista Veja, tra le più reazionarie e mistificanti del paese sudamericano. Carvas traccia un commuovente e apologetico profilo di Marina Silva, la “figlia nera delle Amazzoni” e presunta “rottamatrice della vecchia politica”, basandosi molto sull’emotività e poco sui fatti per descrivere il percorso della candidata last minute del conservatore PSB (Partido socialista brasiliano), scelta dopo la morte, lo scorso 13 agosto, del precedente candidato Eduardo Campos in un incidente aereo. I reportage sottolineano poi il tremendo livello di corruzione della classe dirigente brasiliana e questo è un punto importante da evidenziare, senz’ombra di dubbio: la compravendita di voti in parlamento e la scarsa trasparenza del finanziamenti ai partiti, con in testa lo scandalo del mensalão (mensilità), scoppiato nel 2005 ma ancora attuale, e la corruzione legata all’impresa petrolifera statale Petrobras, hanno minato le basi del progetto costruito dal PT. Nell’edizione 1981 della rivista Carvas sposa totalmente la visione del PSDB (Partito Social-Democrazia Brasile) e del suo ex presidente Fernando Henrique Cardoso che ha dichiarato che i votanti del PT e di Dilma sono degli “ignoranti”. Un’illazione di berlusconiana memoria se sostituiamo “ignoranti” con “coglioni”. A partire da un’affermazione simile costruisce un pezzo contro il presunto assistenzialismo dei governi progressisti brasiliani criticando il programma di sostegno alle famiglie più povere chiamato Bolsa Familia che Lula e Dilma hanno esteso ma non hanno creato. L’iniziatore del programma fu infatti lo stesso Cardoso negli anni ’90.

Dilma Aecio MarinaI dati più attendibili sulla corruzione e i processi aperti contro parlamentari, al di là degli scandali mediatici, parlano di un problema etico, dai risvolti anche penali, che coinvolge tutti i partiti. Per i delitti elettorali, tra il 2000 e il 2007 (unico periodo disponibile), il PT si colloca al numero 10 del ranking con dieci parlamentari (2,9% del totale) sospesi dal Tribunale Elettorale, mentre i primi tre partiti, che raccolgono il 67% dei casi, sono nell’ordine i DEM (Democrátas), PMDB (Partito Mov. Demo. Brasile) e PSDB. Per i reati penali e civili, inclusa la corruzione, nel settembre 2013 il panorama dei primi partiti della lista era il seguente: PMDB – 11 senatori e 42 deputati sotto processo; PSDB – 5 e 15; PT – 4 e 26; PR (Partito della Repubblica) – 4 e 14; DEM – 1 e 9. Le indagini in totale erano 542 per 224 parlamentari di tutto lo spettro politico. Insomma, si tratti del PT o di altri partiti della coalizione di governo o dell’opposizione, la situazione è generalizzata, il che non toglie di certo gravità a una situazione che interessa un terzo degli eletti.

Ad ogni modo l’ascesa messianica e provvidenziale dell’evangelica Marina pareva aver spostato l’ago della bilancia in favore delle destre. Invece, contro i pronostici che prevedevano un pareggio tecnico tra Dilma Roussef, del PT (Partito dei lavoratori), e Marina, il 5 ottobre quest’ultima è stata sconfitta (21,32% dei voti) alle urne. Al ballottaggio del 26 ottobre ci saranno, dunque, Aécio Neves (33,55%), del conservatore PSDB (Partito socialdemocratico brasiliano), e Dilma (41,59%). La sua coalizione ha conservato la maggioranza alla camera e al senato in un parlamento che, però, è più frammentato (28 partiti alla camera e 16 al senato e, rispetto al 2010, più seggi per quelli più piccoli) (mappa dei risultati). La vittoria finale dell’ex guerrigliera è in bilico perché il fronte anti-Dilma e anti-PT mette insieme sezioni trasversali del mondo politico e dell’opinione pubblica e non è facile prevedere dove andranno a parare i voti presi da Marina al primo turno. La maggior parte di questi, ma non tutti, dovrebbero confluire su Aécio Neves. Il voto di protesta e del cambiamento, sintetizzato in slogan semplici ed efficaci come “Fora PT”, è diventato il cavallo di battaglia dell’opposizione e sta facendo dimenticare gli scandali in cui il candidato Aécio è coinvolto. E’ indagato per la costruzione di un aeroporto superfluo, utilizzato praticamente come scalo privato dalla sua famiglia, nella città di Claudio (stato di Minas Gerais). L’aerostazione, inoltre, si trova proprio sul terreno espropriato allo zio del candidato alla presidenza durante il suo mandato come governatore della regione (2003-2010), a soli 6 km da una delle sue proprietà. S’investiga anche sulla possibilità che l’aeroporto sia stato utilizzato come scalo di rifornimento di un elicottero carico di cocaina poco prima che, alle 14:17 del 24 novembre 2013, il pilota di un elicottero con 445 kg di coca a bordo venisse catturato in fragrante in un aeroporto vicino.

E la Bolivia di Evo…

In Bolivia, Evo Morales, che era da mesi il candidato alla presidenza favorito in tutti i sondaggi contro il democristiano Jorge Quiroga e Samuel Jorge Doria Medina della Unidad Democrática, governerà per i prossimi 5 anni, avendo ottenuto al primo turno il 61% dei voti e un’ampia maggioranza in parlamento lo scorso 12 ottobre. Si avvia quindi al suo terzo periodo da presidente.

Visitai il paese andino nel 2005, prima che il MAS (Movimento al Socialismo) di Evo Morales arrivasse al potere, e poi di nuovo a inizio 2013, dopo 8 anni di governo del presidentecocalero. Malgrado la povertà che, seppur in diminuzione, tocca circa la metà dei boliviani, progressi del paese andino, la migliore organizzazione e distribuzione delle risorse e l’estensione dei diritti sociali (salute, pensione, educazione) sono visibili e concreti. Il paese cresce ininterrottamente da 10 anni, più che nei precedenti 30, ha ridotto il debito esterno, la povertà estrema (dal 38% al 20%) e la disuguaglianza (indice Gini in diminuzione del 3,5% annuo da almeno un lustro), ha aumentato le riserve internazionali e le risorse sono state destinate alla salute, alle classi e ai settori della popolazione più deboli e alle infrastrutture. L’inflazione è stabile sotto al 5% e le riserve monetario sono tra le più alte al mondo se rapportate al pIL (48%).

Evo-Morales-e1324943221587-655x416La partecipazione popolare alle elezioni del 2009, le prime dopo l’approvazione della nuova costituzione che prevede la possibilità di rielezione per il “Presidente dello Stato Plurinazionale” e il meccanismo del ballottaggio, fu altissima, del 95%, e Morales conseguì il 60% delle preferenze, vincendo al primo turno. C’è chi tira fuori la parola “populismo” o parla di nuovi “regimi autoritari”, ostili al mercato e alle imprese, per creare spauracchi per gli investitori stranieri e, anche se questi in realtà stanno facendo comunque grossi affari in America Latina, la retorica fa presa, almeno nei mass media. La stragrande maggioranza dei partiti delle sinistre socialdemocratiche europee, ormai incapaci di fare autocritica e guardare con occhi diversi al continente latinoamericano, spesso seguono a ruota il mainstream(dis)informativo che, con un tono che spesso suona razzista e un discorso che sprofonda nella superficialità, rende folclorici e stereotipati interi paesi del Sudamerica, i loro rappresentanti ed esperimenti politici, e infine i loro progressi economici, politici e sociali.

Le tanto temute espropriazioni boliviane, vituperate per anni dalla stampa mondiale, hanno senza dubbio aumentato il controllo dello stato nell’economia, ma si sono concentrate nei settori veramente strategici come le telecomunicazioni, lo sfruttamento delle risorse naturali e l’energia, in cui soprattutto sono state rinegoziate le concessioni. Restano aperte molte questioni: dal narcotraffico alla giustizia, dalle relazioni più tese con paesi vicini come il Brasile e il Cile agli sprechi e i nepotismi nell’azienda energetica statale YPFB. D’altro canto il controllo dell’inflazione e un trattamento “diplomatico” delle élite proprietarie, autonomiste e conservatrici della regione di Santa Cruz hanno permesso a Evo di mantenere un buon livello di governabilità: nel panorama delle sinistre latinoamericane è stato descritto come un personaggio dalla retorica “chavista”, legata a quella del defunto ex presidente venezuelano Hugo Chávez, e una prassi “lulista”, cioè più moderata, vicina a quella dell’ex presidente brasiliano Lula da Silva e fondata su politiche di redistribuzione della ricchezza e stabilità macroeconomica. Si tratta comunque di una sinistra di governo, di un modello più sociale ma pragmatico, con estensione della democrazia, della partecipazione e dei diritti, un sistema non rivoluzionario, anche se di rottura rispetto al neoliberismo ortodosso.

Modelli economico-sociali latinoamericani

Tanto a Evo Morales come a Lula e a Dilma Rousseff sono piovute critiche da destra, essendo stati accusati di essere dei sinistroidi populisti, assistenzialisti e anti-mercato, e da sinistra. In questo caso le accuse si scagliano contro questi leader troppo “socialdemocratici” o “vicini al capitale”, giudicati neoliberisti e autoritari, anche rispetto alla loro stessa storia politica e ai loro partiti di riferimento. In effetti, tanto nelle grandi città come nelle campagne, il persistere delle condizioni di esclusione, derivate dall’intersezione tra l’emarginazione di classe, demografica, geografica, di genere e quella etnico-razziale, così come da uno sviluppo in parte basato sulle grandi opere infrastrutturali e una “modernizzazione” a tappe forzate, ha portato i movimenti sociali alla protesta, non solo nel 2013 e 2014 in Brasile durante la Confederation Cup e il mondiale, ma già da molti anni e in tanti altri territori di quel paese e dell’intera America Latina.

Sebbene le contraddizioni strutturali del sistema, a volte chiamato capitalismo periferico o capitalismo postmoderno, riemergano e generino scontento, rispetto all’integralismo del Washington Consensus, le politiche economiche e sociali di Dilma ed Evo, ma soprattutto i loro risultati concreti, si differenziano, soprattutto se comparate con quelle dei loro predecessori e dei loro rivali nelle recenti giornate elettorali. Sono numerose le etichette, più o meno note e azzeccate, che hanno provato a classificare il modello: neo-sviluppismo (“desarrollismo”) o social-sviluppismo, socialdemocratico, neokeynesiano, neoliberale dal volto sociale, capitalismo includente e delle pari opportunità, socialismo del secolo XXI (anche se questa definizione è stata applicata soprattutto al Venezuela di Chavéz, che la coniò, alla Bolivia e all’Ecuador). In un’intervista recente a MVS Noticias (Messico) il presidente uruguayano José Mujica, per esempio, ha paragonato il Frente Amplio, la sua coalizione politica, con il PT brasiliano per ispirazione e politica economica. C’è un po’ di verità e di capacità esplicativa in ciascuna di queste descrizioni. Però da sole non riescono a riassumere la complessità di intere società, economie e ideologie e, quindi, vengono utilizzate di volta in volta per sottolineare, esaltare o denigrare alcuni aspetti delle esperienze politiche latinoamericane piuttosto che altri, per far risaltare semanticamente, ma anche ideologicamente, alcuni contenuti rispetto ad altri.

consenso washingtonCirca 40 milioni di persone, il 20% della popolazione, sono uscite dalla povertà in Brasile in un decennio grazie all’espansione delle politiche sociali, a partire dal primo governo Lula (2002-2006), e a una congiuntura economica particolarmente favorevole che è stata sfruttata per redistribuire reddito verso le classi più povere. D’altro canto il governo è stato criticato aspramente per gli sprechi e la corruzione legati ai mondiali e per l’aumento del costo della vita. Ciononostante la “recessione tecnica” di quest’anno, con un PIL fermo o leggermente in discesa, non aiuta Dilma Rousseff. Inoltre l’universalizzazione dei diritti sociali e del welfare e la fine delle discriminazioni razziali e di classe, tratti dominanti del sistema, paiono ancora lontani dalle agende politiche.

Le proteste del 2013 e 2014 hanno evidenziato anche il malcontento della classe media. Una parte di questa, che deve proprio ai governi petistas la sua crescita e prosperità e che oggi sembra preoccuparsi più del conto in banca, dei biglietti aerei e della carta di credito che dell’ampliamento dei diritti sociali e civili, è scesa in piazza “per la prima volta” per lanciare slogan “né di destra né di sinistra” contro i partiti, il governo, l’inflazione, la corruzione e le spese dei Mondiali, ma ha finito per fare il gioco delle forze più reazionarie, nel senso che ha sovrastato lo sforzo dei movimenti sociali organizzati che, in realtà, ben prima avevano acceso la miccia o s’erano scollati dal PT, seppur da una prospettiva diversa e più coerente, essendo portatori di rivendicazioni, programmi e visioni del mondo differenti, che non vedono novità sostanziali nel “nuovo” modello di sviluppo brasiliano.

Numeri per economisti

Riporto alcuni dati interessanti, raccolti in una serie di presentazioni organizzate dall’UNAM (Universidad Nacional Autónoma de México), in cui i relatori hanno mostrato i risultati dei due governi Lula (2002-2006-2010) e di Dilma Roussef (2010-2014) e li hanno comparati con quelli degli esecutivi di destra precedenti: José Sarney del PDMB-Partido do Movimento Democratico Brasileiro (1985-1990), Fernando Collor del PRN-Partido da Reconstrução Nacional (1990-1992), Itamar Franco del PRN (1992-1994), e in particolare Fernando Henrique Cardoso del PSDB (1995-2002). I sondaggi preelettorali mostrano una situazione di grande incertezza, con un pareggio tecnico tra Dilma e Aécio. Potrebbe essere la fine di un ciclo durato 12 anni e vale quindi la pena fare un bilancio.

Tra il 2002 e il 2013 la disoccupazione urbana è scesa dal 12,2% al 5,4%, il salario minimo reale è cresciuto del 75%, i beneficiari della previdenza sociale sono passati da 18,9 milioni di persone a 27 e il numero netto di persone con contratti formali di lavoro è aumentato di 20 milioni. Nei sette anni del governo Cardoso si sono creati 627mila posti di lavoro all’anno. La spesa sociale pubblica è cresciuta dal 12,7% del PIL al 16,8% e l’indice di Gini, che misura la disuguaglianza, è migliorato, scendendo da 0,59 a 0,53. La povertà è diminuita dal 34,4% al 15,9%, mentre quella estrema è passata dal 15% al 5,2%.

neoliberalismoIl Prodotto Interno Lordo per capita è passato da 3.100 a 9.828 dollari e l’economia brasiliana è saltata dal 14esimo posto al 7° nel mondo. Le riserve internazionali si sono decuplicate (da 37 a 375,8 miliardi di dollari), gli investimenti esteri diretti sono passati da 16,6 a 64 miliardi di dollari. L’attenzione al settore educativo s’è moltiplicata con l’inaugurazione e il rafforzamento dei programmi ProUni, Pronatec e Scienza senza frontiere. Il governo Cardoso non ha creato né università federali né scuole tecniche, mentre negli ultimi 12 anni ne sono state fondate rispettivamente diciotto e duecento quattordici e gli studenti universitari sono aumentati da 583mila a un milione e 87mila. La tanto temuta inflazione che Lula e Dilma avrebbero generato in realtà è sempre stata contenuta, tra il 4% e il 6%, e in aumento nel 2014 con un valore del 6,6%.

Il periodo e le medie qui considerate si sviluppano in tre fasi: 2003-2006, “enfasi nella stabilizzazione”; 2008-2012, “misure anticicliche e rafforzamento del modello”; 2012-2014, “frenata”, pressioni di mercato e mediatiche. La tenuta del modello, la sua eventuale radicalizzazione, continuazione o diluizione dipendono dai risultati del ballottaggio del 26 ottobre e, in caso di vittoria di Dilma Roussef, dalla volontà politica di consolidare il progetto del PT, magari tornando indietro alle origini del partito e alle prime fasi dei governi di Lula, ma soprattutto dall’agibilità e tenuta della variopinta e frammentata alleanza parlamentare che la dovrebbe sostenere. A livello internazionale la proposta di Neves punta tutto sull’avvicinamento con Stati Uniti e Europa e sull’accantonamento dei progetti integrazionisti latinoamericani, dal Mercosur alla Unasur e la Celac, che sono stati, invece, i pilastri della politica estera dei governi petistas, insieme alla costruzione di una relazione più simmetrica e paritaria con il Nord del mondo. In caso di vittoria, Dilma dovrà affrontare una situazione più difficile che in passato, non solo a livello economico e sociale, ma anche politico, data la tendenza più conservatrice e qualunquista del legislativo: un’alleanza costruita nuovamente intorno al PT potrebbe ottenere la maggioranza in parlamento, nonostante la caduta del partito di riferimento da 88 a 70 deputati su un totale di 513, però dovrà fare i conti con l’avanzata dei legislatori evangelici, dei rappresentanti dei proprietari terrieri e degli apologeti del razzismo, dell’omofobia e della discriminazione che s’è registrata al primo turno. In caso di vittoria del progetto neoliberale puro di Aécio Neves, non ci sarebbe una maggioranza chiara di governo ma aumenterebbero i margini di negoziazione con questi settori retrogradi e intransigenti.

di: Fabrizio Lorusso – @CarmillaOnLine

Intervista. Bolivia, Oscar Olivera: l’opposizione ai tempi di Evo

evopresidente.jpgIl noto leader sociale boliviano Oscar Olivera – che preferisce essere definito “ex dirigente sindacale ed attivista sociale” – in questa intervista spiega la sua posizione critica verso il governo di Evo Morales, le contraddizioni e i pericoli che scorge attualmente in Bolivia e le prospettive del sindacalismo e del movimento autonomo.
Oscar Olivera fu uno dei principali attivisti durante la guerra dell’acqua di Cochabamba contro le privatizzazioni nel settore idrico e in seguito è stato un personaggio fondamentale nelle battaglie per la difesa del gas boliviano in seguito alle quali i movimenti sociali e il partito MAS (Movimiento al Socialismo) hanno aumentato i loro consensi, in buona parte dirottati in favore del candidato Evo Morales. Evo è stato eletto per la prima volta presidente della Bolivia il 18 dicembre 2005 ed è stato votato per portare a termine un secondo mandato anche nel dicembre 2009. In entrambi i casi l’ex leader sindacale cocalero s’è imposto con maggioranze importanti (45% nel 2005 e 63% nel 2009) convogliando su di sè il voto delle classi disagiate e delle popolazioni indigene. Che ne è stato delle sue origini e del concetto di autonomia dei movimenti? Quali aspettative sono state tradite dal “presidente Aymara”?

La frammentazione del movimento: “Con noi o contro di noi”

Nel governo della Bolivia esistono un discorso ed una pratica completamente divergenti. Si fomenta l’individualismo e si penalizza la presa di decisione comunitaria. I movimenti sociali sono nella quasi totalità subordinati al governo. È vigente la consegna “con noi o contro di noi”. Inoltre, non è solo il fatto che ti ignorano o che non esisti come era fino a poco tempo fa. No, adesso, dopo le ultime elezioni, il governo sembra dire: “sì, esisti, e ti distruggo perché tu non esista più”. E allora c’è una forte campagna di disprezzo, di calunnie, molto bassa, molto dannosa, contro alcuni referenti sindacali o sociali che hanno una posizione fortemente autonoma.

Credo che ci siano fattori distinti. Da un lato c’è una attitudine generale e dall’altro la presenza di quadri medi nel governo che operano questo tipo di politica. Quando Evo Morales arrivò al governo, io ero preoccupato per come lui è. Nel profondo, è una persona con i propri legittimi obbiettivi. Ad esempio, ha sempre voluto fare il presidente. Evo fu tra i promotori del referendum del gas nel 2004. Molti eravamo contrari perché ritenevamo che la consulta fosse una trappola. Lui no, trattò con il governo di allora tutto per poter accedere allo stesso governo.

Credo che in quella occasione, Evo usò la gente. Non mi sembra molto onesto, molto leale, avere sempre utilizzato quella capacità di seduzione, tipica sua, per attrarre la gente, usarla e poi scartarla, anche in malo modo. È un caudillo e qui non c’è alcuna orizzontalità del potere, non c’è la minima intenzione di offrire il potere alla gente. Qui il potere è concentrato in una sola persona, e quella è Evo Morales. Lui decide tutto, dà persino il beneplacito ai candidati sindaco in questo paese.

Inoltre, si è circondato di gente che è molto accondiscendente con lui, cosa che gli piace molto. Ho visto attitudini persino servili verso il presidente. Non importa quale passato abbia suddetta persona, se asseconda quello che dice il presidente va bene. In cambio, un compagno che non si è mai venduto, che mai s’è sottomesso, o un settore che è stato ribelle, che è sempre stato autonomo, quello non è tollerato. Credo che sia un misto di carattere personale insieme ad una rete di personaggi per niente qualificati che sono lì, nel governo.

Ad esempio, io non posso più comunicare con lui. L’ultima volta fu due anni fa, adesso neanche mi parlano. Sembra che per il governo io sia vietato. E sembra che l’unica forma per dirgli che siamo qui, che qui insistiamo, qui continuiamo, non sono le lettere pubbliche che gli abbiamo inviato o i messaggi che gli abbiamo fatto arrivare da altre persone, ma la mobilitazione. Ad esempio, il governo ha organizzato un evento per ricordare i dieci anni della “guerra dell’acqua” (nell’aprile del 2010). Un evento di parte dove sono arrivate cinquecento persone e nel quale si è fatto capire che le conquiste di dieci anni fa sono state il risultato di un gruppo, di un settore.

Invece, alcuni giorni dopo abbiamo organizzato una manifestazione a cui hanno partecipato più di diecimila persone e abbiamo rivendicato che non è stata una parte a vincere, ma che è stato il risultato della costruzione collettiva, di un tessuto sociale molto forte, molto generoso, molto trasparente e senza alcuna discriminazione. Tutto questo non esiste più. C’è stata molta frammentazione e cooptazione da parte del governo attuale. Dall’altro lato, sono stati disprezzati tutti quelli che non hanno voluto far parte di quel gioco.

Credo che la gente che si trova negli apparati abbia paura del potere che sta in basso. È successo che quando ci siamo mobilitati, si sono spaventati perché hanno visto che è stata la base sociale quella che ha manifestato, la base sociale di tutto il processo che portò Morales alla presidenza, quella stessa base che per prima si mobilitò nella “guerra dell’acqua”. Il cancelliere David Choquehuanca, che non ho mai visto in alcuna battaglia, da nessuna parte, s’è preso il lusso di denigrare la manifestazione dicendo che era una manifestazione dell’estrema destra.
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È una mancanza di rispetto e mi indigna che un funzionario che non ha mai avuto il coraggio di mostrarci la faccia si permetta di infamarci. Inoltre, se si considera che il MAS [Movimento al Socialismo, partito di Evo Morales, ndt] nelle ultime elezioni ha perso nelle zone urbane, dovrebbero cercare di avvicinarsi a quella gente, a questa base sociale che fu la stessa che votò per loro ma che ha manifestato con noi. C’è una cecità assoluta, superbia, disprezzo della propria gente.

La politica del lavoro in Bolivia

Il progetto di riforma del codice del lavoro in Bolivia – presentato il primo di maggio del 2009 – ha due grandi svantaggi per i lavoratori. Il primo ha a che vedere con la criminalizzazione dello sciopero, della protesta. Si stanno introducendo nuove regole, come per esempio il fatto che qualsiasi decisione presa dal sindacato deve avere una maggioranza di due terzi, quando ancora adesso è sufficiente il 50 per cento più uno; inoltre si propone che in caso di sciopero, i lavoratori che non sono d’accordo e che vogliono lavorare lo possano fare.

Nel caso che un dirigente sindacale o un altro lavoratore cerchi di impedire che si interrompa lo sciopero, aggredendo fisicamente o anche solo verbalmente, questa persona può essere perseguita penalmente. Inoltre, la proposta esclude i lavoratori del settore pubblico dal diritto allo sciopero, cioè, tutti i lavoratori dell’acqua, luce, telefonia, comunicazioni, sanità e tutto l’apparato amministrativo non potranno scioperare. In questo modo, si attacca direttamente l’unità sindacale e la possibilità di azione unitaria.

Queste proposte manifestano una visione individualista del soggetto lavoratore. Noi vogliamo che venga mantenuta la visione collettiva, che siano i sindacati quelli che in modo organizzato rappresentino i lavoratori. Abbiamo qui un’ideologia precisa che si sta infilando dentro il governo attraverso i tecnocrati. Ad esempio, la nuova legge anticorruzione che è stata approvata poco fa introduce la delazione come metodo. Voglio dire, si continua a fomentare l’individualismo, la sfiducia nell’altro a scapito della collettività, della comunità.

Non c’è un discorso ufficiale per la promozione di queste proposte. Io credo che ci sia gente che si sia infilata, che si sia intrufolata nel governo. Ad essi interessa ottenere soldi, risorse finanziarie, perché ci sia stabilità macroeconomica. Il mondo del lavoro, come l’acqua, non rientrano nei loro interessi. Allo stesso modo, non sono interessati alla vita quotidiana della gente. Per molti settori sociali, dopo cinque anni di gestione di questo governo, non solo le cose non sono cambiate ma sono peggiorate.

Noi abbiamo due cose in questo momento. La prima è la lotta ideologica contro il governo, contro l’individualismo, la delazione, la criminalizzazione della protesta, poiché quello che neanche i governi militari seppero fare, questo governo lo sta facendo. C’è gente che s’è messa nel governo e, in maniera molto sotterranea, sta negoziando con i poteri economici, con gli imprenditori. Il progetto sulla politica del lavoro deve essere stato concordato con la parte padronale, non c’è altra spiegazione. Però siccome Evo Morales ha un’immagine molto forte, uno pensa che tutto quello che fa va bene.

La seconda è cercare di resistere e conservare il poco che è rimasto di quella legge generale del lavoro che ha più di 60 anni, che sì, è diventata qualcosa di contraddittorio, disordinato, però non per questo devono imporci qualcosa di involutivo come è il nuovo progetto. Ad esempio: questa legge (la proposta del governo) legalizza il lavoro esternalizzato. Nelle catene di montaggio, i lavoratori stabili e quelli in subappalto lavorano gomito a gomito senza nemmeno conoscersi. Esiste il lavoratore con tutti i diritti e poi “l’esternalizzato”. Non lo chiamano neanche compagno. Perfino il linguaggio ti separa, ti divide, ti frammenta, ti discrimina.

La comunità e il sindacato

Ora, noi abbiamo radici ancestrali che si richiamano al concetto di comunità. Questo sentire e agire della comunità sta andando perso e noi vogliamo recuperarlo. Dal nostro punto di vista, il sindacato può essere una replica urbana della comunità, dove nessuno possa frammentarci né dividerci, dove le decisioni vengano prese collettivamente e attraverso il consenso, dove ci sia una rotazione delle responsabilità e la revoca dell’incarico, alla fine tale e quale funziona nelle comunità andine.

Urbanizzazione accelerata, corruzione e narcotraffico a Cochabamba

A Cochabamba ci sono tre problemi. Il primo è un processo di urbanizzazione molto accelerato. Lo Stato ha stabilito che la terra e il suolo sono un affare. In questo modo sono state favorite attività criminali di urbanizzazione: aree agricole, parchi di sviluppo forestale, ecc. Tutto questo è in relazione con il tema dell’acqua. Nella città esistono circa diecimila pozzi che vengono alimentati dai corsi d’acqua che scendono dalle montagne. Ora, questi pozzi stanno seccando, hanno livelli molto bassi, cosa che obbliga a ulteriori perforazioni. Di fronte a questa situazione, non c’è chi possa fermarla poiché tutto è promosso tanto dal governo nazionale quanto da quello locale.

Il secondo problema è il tema della corruzione. Poiché questa “istituzionalità” corrotta non è stata cambiata, molti compagni che andarono a “cambiare lo stato”, a “rendere orizzontale” il potere, a creare una “istituzionalità partecipativa e aperta alla gente”, si sono lasciati trasformare dallo stato e sono diventati corrotti. Un esempio è il caso di chi doveva essere il successore di Evo Morales e che oggi si trova in carcere: Santos Ramírez Valverde.
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E il terzo tema è il narcotraffico che qui a Cochabamba sta perseguitando le comunità. Ed è paradossale, perché quando c’era la DEA (l’agenzia antinarcotici degli Stati Uniti) il problema era maggiormente sotto controllo. Questo è un problema molto grave che bisognerà affrontare poiché ci sono settori degli stessi produttori di foglia di coca che stanno entrando nel business del narcotraffico. E continuando così può essere che la foglia di coca che portò Morales al governo potrebbe essere la stessa che ce lo tolga. (Nella foto: Oscar Olivera)

Discorso anticapitalista e pratica incoerente

Esistono molte contraddizioni tra il discorso anticapitalista e anti-imperialista e le forme di sviluppo promosse che hanno un alto contenuto capitalista. Il caso della miniera San Cristóbal è esemplare, come il piano dell’IIRSA [Iniziativa per l’Integrazione dell’Infrastruttura Regionale Sudamericana, ndt]. Ovvero, quello che non hanno potuto fare quelli di destra lo sta facendo questo governo insieme a Lula (presidente del Brasile). Queste contraddizioni tra il discorso e l’azione concreta non permettono al governo di nascondere le cose che stanno accadendo qui. Il governo dice che tutto questo è per mettere assieme le risorse finanziarie per le necessità della gente e per stabilire un grado di equilibrio con la natura.

Però, nelle comunità, dove la gente si oppone, il governo discredita immediatamente chi protesta o, nel suo caso, lo sostituisce con altri leader inviati dal governo. In altri casi, lo Stato è completamente assente, cosa che provoca che la gente voglia risolvere i problemi da sola. È anche per questo che in questi cinque anni ci sono stati più di 60 morti. È il caso, ad esempio, di Huanuni dove c’è stato uno scontro tra le comunità che lavoravano le miniere con le cooperative e i lavoratori sindacalizzati: per la disputa di un giacimento, nell’ottobre del 2006, 4 mila abitanti delle comunità, gente molto giovane, si scontrarono con i sindacalizzati con il risultato di 17 morti.

Il movimento autonomo
È un momento molto difficile per il movimento in Bolivia. Per cominciare non ci sono spazi per l’autonomia. Né indigena, né municipale, né niente. C’è una forte immagine di Evo Morales che non permette l’esistenza di una voce autonoma. Ma la gente non è stupida e si rende conto che non va bene, sebbene non si azzardi ad alzare la voce, poiché ci sono certe condizioni repressive.

Con questo governo vedo molto difficile qualsiasi spazio di autonomia. È paradossale, poiché questo processo fu avviato dalle autonomie, nessuno ci diceva cosa dovevamo fare, era una decisione collettiva tra noi ed eseguivamo le cose. Adesso non accade più. Dall’autonomia siamo passati alla subordinazione assoluta.

Rispetto a questo governo c’è molta speranza sia qui che in molte parti del mondo. Il governo utilizza un linguaggio guevarista, marxista, antimperialista che porta a relazioni che ci preoccupano. Ad esempio, la relazione tra Hugo Chávez del Venezuela, il presidente iraniano Ahmadineyad e il governo della Bolivia. Prima di stringere amicizie, si dovrebbe vedere cosa succede in quei paesi. Ad esempio, in Iran c’è una forte repressione contro il movimento operaio e contro le autonomie dei movimenti sociali.

Sono così pessimista che non credo che l’attuale governo di Morales riuscirà a sopravvivere per i cinque anni (del suo mandato). Ci sarà una specie di disillusione tra la gente. Mi diceva un vecchio combattente contadino di qui, del barrio 1° maggio, una zona molto impoverita: “Queste vittorie elettorali del MAS (Movimento al Socialismo), questa immagine ottimista del governo, sono il frutto del nostro sforzo; però tutto questo si sta trasformando in una festa per i ricchi di sempre”.

Nonostante comincino ad esserci scontento e delusione tra la gente, lo stesso che si registra anche nei risultati elettorali che tanto interessano al governo, quello che è certo è che la gente si sente in qualche modo ricattata, perché se questo viene rovesciato, la domanda è: “Cosa viene dopo?”. Se questo cade, sarà una festa per la destra, che potrà dire alla gente: “Avete avuto il marxista, il guevarista, l’indigenista… e cosa avete fatto?”. E se tutto cade a pezzi, come sempre pagheremo noi che stiamo in basso.

Prospettive personali e collettive

Essere indigeno non è una questione di volto, di tratti, di colore della pelle, di vocabolario, ma è un problema di attitudine. L’indigeno è generoso e rispettoso della gente, è trasparente. E questo governo, sebbene dica di essere indigeno, fa esattamente il contrario: autoritario e sprezzante verso chi non la pensa come lui. Per questo non ho voluto assumere nessun incarico statale, perché credo che quello che vivi nella tua esperienza quotidiana ti fa cambiare la tua visione delle cose e le tue inclinazioni.

Ho pensato cosa fare in questo contesto. Ho parlato con i miei compagni e abbiamo discusso cosa doveva fare adesso Oscar Olivera, questa figura che ha ancora un’ampia base sociale. E abbiamo deciso che sarei andato nel più profondo. Ho scelto di andare verso la profondità di questa base sociale e cercare e stabilire lì una nuova trincea di lotta che mi permetta di sommergermi un’altra volta nella vita quotidiana della gente, nelle sue preoccupazioni e da lì ricostruire un tessuto sociale di fronte al possibile crollo.

Ho abbandonato gli spazi pubblici (riferimento al Tavolo 18 che venne organizzato in “alternativa” al Vertice sul Cambiamento Climatico organizzato dal governo boliviano nell’aprile di questo anno). Ho pensato “meglio che me ne vada alla base e che lavori lì facendo quello che più mi piace: parlare con la gente, capire le preoccupazioni della gente, andare nelle fabbriche ad informare i lavoratori”. Forse la mia ultima attività pubblica è stata la Fiera dell’Acqua, visto che l’esposizione pubblica mi sottopone agli attacchi di disprezzo del governo e questo comincia ad esaurirmi.

Volevo tornare in fabbrica, ma l’azienda non ha più voluto. Allora mi sono fermato qui, organizzando la scuola sindacale e popolare. Abbiamo trasformato questo luogo (l’intervista si svolge nel Complesso Produttivo di Cochabamba) in un centro sociale di formazione, informazione, organizzazione e scambio di saperi aperto a tutta la gente, a tutti i lavoratori, i nuovi e i vecchi, gli uomini, le donne. È quello che cerchiamo di costruire qui: uno spazio molto autonomo e molto critico e che abbia la capacità di preparare la gente perché vada nelle comunità, nei quartieri, a costruire questa autonomia.

Tutto questo con la prospettiva di pensare che la soluzione (ai problemi) si trova nella gente, non passa più nella politica per come è concepita e praticata oggi. Mettere la nostra gente negli apparati statali non serve a niente. È definitivamente un inganno. Al contrario, la soluzione passa per l’autogestione. Qui in città, ad esempio, abbiamo alcune fabbriche che vogliamo occupare e autogestire. Vedremo.

Da www.carmillaonline.com (traduzione a cura di paolo@28maggio.org)

di Matteo Dean

Matteo Dean é un giornalista italiano residente in Messico e collabora con il quotidiano messicano La Jornada, la rivista settimanale Proceso, Desinformémonos, L’Espresso, RaiNews24, Il Manifesto e GlobalProject, tra le altre. L’Intervista a Oscar Olivera “L’opposizione ai tempi di Evo” (in castigliano) è stata pubblicata sul sito messicano Desinformémonos il giorno 1 agosto 2010 – http://desinformemonos.org/2010/08/oscar-olivera-la-oposicion-en-tiempos-de-evo/