Messico: 3 anni dopo #Ayotzinapa e la notte di #Iguala da @ilmanifesto

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Alla scuola “Isidro Burgos” di Ayotzinapa, nello stato messicano del Guerrero, si vivono giornate concitate. I due terremoti dell’8 e 19 settembre che hanno sconvolto il centro e il sud del Messico, facendo in totale 450 vittime, hanno obbligato i genitori dei 43 studenti desaparecidos a rivedere i piani e le attività previste a tre anni dalla sparizione forzata dei loro figli.

“Capiamo il vostro dolore perché da tre anni non sappiamo nulla dei nostri 43 figli e sappiamo che i nostri fratelli a Città del Messico ci hanno teso la mano e aperto le porte della città per la nostra battaglia per cui abbiamo deciso di ristrutturare il nostro piano d’azione e sospendere alcune attività che erano state programmate”, recita il comunicato inviato in solidarietà coi terremotati dal Comitato dei genitori di Ayotzinapa. Da un mese a questa parte in tutto il paese i solidali del movimento realizzano attività culturali e di protesta in vista della fatidica data del 26 settembre in cui è prevista la XXXVI Giornata d’Azione Globale per Ayotzinapa, ma l’intensità delle iniziative è diminuita in seguito al sisma che ha paralizzato centri importanti come Puebla, Cuernavaca e Città del Messico e ha catalizzato gli sforzi della gente sulla solidarietà e gli aiuti per le vittime. 

ayotzinapa 3 años“Sono passati tre anni e non abbiamo risposte concrete, il governo non ha interesse ad arrivare alla verità sui nostri figli e punta a stancarci, ma non ci arrenderemo”, spiega per telefono Cristina Bautista, madre di Benjamín, uno dei 43 studenti. “Abbiamo sempre perseverato con le nostre proteste per le strade, l’altro ieri eravamo all’aeroporto internazionale di Acapulco per volantinare e sensibilizzare i viaggiatori, poi abbiamo occupato un casello autostradale come strategia per farci sentire e questo andrà avanti fino a che i nostri figli non saranno presentati in vita”, precisa Cristina.

La notte tra il 26 e 27 settembre 2014 un gruppo di studenti della Scuola Normale di Ayotzinapa, che si trovava nella vicina città di Iguala, subì una serie di aggressioni dalla polizia in combutta con membri del narco-cartello dei Guerreros Unidos. L’attacco contro i ragazzi, monitorati dalle autorità mediante il Centro di Controllo C4, durò più di quattro ore e vi presero parte la polizia locale, la federale, la statale e l’esercito, le cui unità erano presenti e non intervennero in loro difesa, anzi si dedicarono a vessarli. Il saldo fu di quaranta feriti, sei persone uccise, tra cui tre studenti, e 43 desaparecidos.

Nei giorni dopo la strage il caso Ayotzinapa ha fatto il giro del mondo e ha esposto il governo del presidente Enrique Peña Nieto allo scrutinio internazionale e alle critiche di una società indignata che ha articolato un movimento imponente nelle piazze. “Dopo la notte di Iguala nello stato del Guerrero è scoppiata una vera e propria insurrezione col movimento per i 43, con il boicottaggio del voto del giugno 2015 e coi gruppi di polizia comunitaria”, spiega al Manifesto Ludovic Bonleux, autore del documentario Guerrero.

Ma mentre per le strade si chiedeva “verità e giustizia per i 43” al grido di “vivi li han portati via, vivi li rivolgiamo”, il Procuratore Generale della Repubblica, Jesús Murillo, fabbricava una narrazione tossica, la cosiddetta “verità storica”, costruita con l’uso della tortura e la manipolazione delle prove per limitare al solo ambito locale le responsabilità e coprire il governo.

“Dopo la camminata pacifica nella capitale il 26, ci riuniremo ad Ayotzinapa per cercare nuove strategie e la battaglia proseguirà, altrimenti passa la idea che il governo può ammazzare o far sparire la gente e non succede nulla per cui noi insistiamo sui quattro punti che gli esperti della Commissione Interamericana dei Diritti Umani han chiesto al Messico di chiarire”, spiega Cristina. “Il ruolo del 27° battaglione dell’esercito a Iguala, la sorte di 25 studenti condotti nella vicina città di Huitzuco da federali e polizia locale, i tabulati telefonici dei cellulari dei ragazzi, usati anche dopo la loro sparizione, e la pista del traffico di droga tra Iguala e Chicago come movente del crimine, per sapere questo continuiamo a lottare”, conclude.

“Il costo sostenuto dal governo messicano per non aver indagato sulla sparizione forzata dei 43 è inferiore al prezzo che dovrebbe pagare se uscisse la verità”, ha dichiarato David Fernández, rettore dell’Università Iberoamericana in prima linea sul caso Ayotzinapa. Anche questo 26 settembre il reclamo per le violazioni ai diritti umani e i crimini di lesa umanità riecheggia in Messico grazie al coraggio dei genitori dei 43 studenti e degli altri 32mila desaparecidos a cui non importa il prezzo da pagare per ottenere verità e giustizia.

 

 

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