Messico, ormai solo i blog raccontano la narco-guerra

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Tra dicembre e marzo sono 4.250 i morti legati alla criminalità organizzata nel Paese –  – In 12 anni 122 omicidi e 324 aggressioni contro giornalisti. Ora anche i blogger rischiano la vita – Dal settembre 2011 in Messico si sono intensificati gli attacchi ai blog che si occupano di narcotraffico stampa pdf

Lucy è una ragazza messicana. Quando aveva diciassette anni ha deciso di aprire un blog. Era il 2010, nasceva El Blog del Narco. Grazie ai materiali inviati dai lettori e dagli stessi narcotrafficanti il sito racconta la violenza della guerra messicana contro le droghe e ha superato le 25 milioni di visite al mese nel 2012.

Senza mediazioni né censure il sito dà visibilità agli scempi e alla terribile quotidianità del conflitto, pubblicando testimonianze, foto, articoli e video nell’anonimato più assoluto. Il livello di truculenza non ha eguali: decapitazioni, torture, minacce, sicari in azione, vendette in diretta, rastrellamenti dell’esercito e sparatorie tra polizia federale e gangsters sono all’ordine del giorno.

Il Blog del Narco (o Bdn) è solo uno dei narco-blog nati in questi anni. Esistono anche mund0narco.com, tierradelnarco.com o narcotraficoenmexico.blogspot.mx, che insieme costitutiscono un unicum della rete, ancora avvolto dal mistero. Alcuni narco-blog famosi, come Al Rojo vivo o NarcoViolencia.Com, sono durati solo pochi mesi perché aprire pagine nelle reti sociali o siti con contenuti scottanti può costare la vita.

L’esempio più emblematico è stato il brutale assassinio di una blogger nel settembre 2011  Si parlò in quel momento di veri e propri narco-attacchi ai social network e tra i blogger si diffuse la paura. La vittima usava il nickname Nena (bambina/ragazza) de Laredo, e collaborava con dei report anonimi al portale nuevolaredoenvivo.blogspot.mx di Nuevo Laredo, città frontaliera a nord di Monterrey. La pagina diffonde denunce sulla delinquenza locale servendosi di chat tematiche: la sala generale per le denunce, la 1 per allarmi urgenti, la 2 per le situazioni d’insicurezza e la 3 per i furti d’auto.

Il blog è gestito probabilmente da militari, come ricordava il messaggio che i narcos del cartello degli Zetas hanno lasciato sul cadavere della donna: «Io sono la Nena di Laredo, sono qui per i miei reportage e i vostri e, per quelli che non ci credono, mi è successo questo per le mie azioni e per essermi fidata della marina e dell’esercito».

I media tradizionali sono sempre meno disposti a raccontare nei dettagli le trame della narcoguerra e il sistema d’impunità e corruzione che sta sotto. «La democrazia è la vera vittima degli attacchi ai media e ai giornalisti, senza informazione non c’è democrazia», sostiene il reporter messicano Genaro Villamil, e sottolinea che «si tratta di aggressioni da parte del potere politico regionale o della criminalità, in genere legata alla politica».

Il Bdn ha riempito il vuoto mediatico nei momenti più duri del conflitto e continua a farlo, dato che l’emergenza non è finita. Lucy non è il vero nome della sua ideatrice, ma è lo pseudonimo scelto presentarsi al quotidiano inglese The Guardian in un’intervista il 3 aprile scorso. «Vivo nel Nord del Messico, sono giornalista, donna, single, senza figli e amo il mio paese», ha specificato la ragazza che non può rivelare la sua identità, avendo ricevuto minacce di morte dai cartelli.

Lucy e il suo web master, sempre in movimento e in incognito per far perdere le proprie tracce tanto ai narcos come al governo, hanno raccontato tutto in un libro appena uscito negli Usa che s’intitola Morire per la verità: Infiltrati nella violenta guerra contro le droghe in Messico. Nel 2011 due collaboratori del blog furono uccisi e appesi da un cavalcavia con un messaggio: «Sarete i prossimi, Bdn».

«Quando ho finito il libro», dichiarato Lucy, «ho potuto respirare. Avevo paura di morire prima, ma ora è qui su carta come testamento di cosa abbiamo sofferto in Messico in questi anni di guerra», ha rivelato. L’offensiva militare lanciata dal Presidente Felipe Calderón all’inizio del suo mandato nel dicembre 2006 e la reazione dei narcos hanno fatto oltre 80mila morti e 27mila desaparecidos in sei anni.

Nei primi cento giorni del neoeletto presidente Enrique Peña l’agenda politica e mediatica è stata dominata dalle riforme strutturali e dal patto di governo tra i partiti principali, ma la strategia militare e i livelli di violenza restano punti preoccupanti: 4250 morti legati alla criminalità organizzata nei primi 4 mesi (dicembre 2012-marzo 2013) sono una cifra altissima, seppur in calo rispetto ai periodi precedenti.

Il Presidente è stato prudente nelle sue uscite ufficiali, evitando le altisonanti dichiarazioni di guerra cui era solito il suo predecessore e che servivano solo a gettare legna al fuoco. Un tasso di omicidi più che raddoppiato in sei anni (da 10 a 25 ogni 100mila abitanti), il progressivo sfaldamento del tessuto sociale e la perdita di controllo da parte dello Stato in ampie zone del Nord del paese sono lì a dimostrarlo.

Peña ha contato sull’aiuto delle principali emittenti televisive, TeleVisa e Tv Azteca, in genere poco propense alla critica e alla ricerca della verità. Anche i piccoli giornali locali sono costantemente sotto la minaccia dei narcotrafficanti per cui sono sempre meno le voci non ancora silenziate.

La copertura mediatica della violenza nel paese è scesa del 50% nel 2013 e le parole «cartello» e «criminalità organizzata» sono quasi sparite dalle cronache, secondo uno studio dell’Osservatorio sui processi di comunicazione pubblica della violenza citato da The Guardian.

Per il periodo 2000-2012, la Article 19, una Ong che difende la libertà d’espressione, riporta 122 omicidi, 138 minacce e 324 aggressioni contro giornalisti in Messico, un paese che negli ultimi anni è stato ai primi posti nella classifica della pericolosità nell’esercizio di questa professione in compagnia di Iraq, Pakistan, Libia, Somalia e Siria. Nel primo trimestre del 2013, dopo il cambio di governo, sono state denunciate 51 aggressioni, 12 in più dello stesso periodo del 2012.

La guerra non è finita e, per ora, nemmeno s’intravede la luce in fondo al tunnel. Il Blog del Narco e il lavoro di Lucy continueranno a ricordarcelo.

Twitter @FabrizioLorusso

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/narcotraffico-naracoblog-messico#ixzz2SAVXHNet

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