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Mario González y la fábrica de culpables mexicana

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[Fabrizio Lorusso – VariopintoAlDía] El blog de solidaridad con el preso político Mario González, activista estudiantil condenado el 10 de enero pasado a 5 años y 9 meses de prisión por “ataque a la paz pública”, publicó un pronunciamiento el 8 de febrero e invitó a participar en el mitín de apoyo que se realizará durante su audiencia, el martes 11 de febrero a las 11 am, en calle Río de la Plata #48 (cerca de metro Sevilla).

El estudiante anarquista Mario González fue bajado de una camioneta y detenido por la policía, junto a un grupo de compañeros, de manera arbitraria el pasado 2 de octubre, antes de que se incorporara a la marcha de conmemoración de la matanza de Tlatelolco de 1968. La detención fue simplemente preventiva y los cargos fabricados, según explica su comité de apoyo. El caso de Mario ha despertado mucha solidaridad internacional y nacional, por lo cual se sumaron muchas organizaciones, colectivos e intelectuales como Noam Chomsky a las iniciativas de apoyo que constantemente se realizan en la Ciudad de México y en las redes sociales. Además del mitín del 11 de febrero, también se prevé una Jornada político-cultural el 13 de febrero en el CCH Azcapotzalco a partir de las 12.

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“Después de haber sido torturado, incomunicado y de que se le revocara la libertad bajo fianza, a la cual tenía derecho, Mario ha debido permanecer preso desde el 2 de octubre de 2013 hasta ahora, sin pruebas en su contra y sujeto a abusos de las autoridades penitenciarias”, detalla el mensaje del comité de apoyo para la libertad de González, pues en efecto todo el proceso se basa en testimonios contradictorios de oficiales de la policía quienes ni siquiera lo identificaron como autor de los hechos.

Mario mantuvo una huelga de hambre de 59 días como protesta contra su detención ilegal a partir del 8 de octubre. El 10 de enero, la juez Marcela Ángeles Arrieta emitió su condena, “bajo consigna y órdenes del gobierno del D.F.”, según el mensaje lanzado en el blog. Adrián Ramírez López, director de la Limeddh (Liga Mexicana para los Derechos Humanos) dijo en conferencia de prensa que el delito de “tentativa de ataques a la paz pública” no existe y por tanto, la acusación es una “aberración” del sistema jurídico.

La Limeddh anunció que interpondrá una denuncia penal ante la Procuraduría General de Justicia del Distrito Federal (PGJDF) contra del gobierno capitalino, cuya responsabilidad cae en Miguel Ángel Mancera, por los delitos de tortura: mantienen que los elementos de la policía dieron a Mario González descargas eléctricas en costillas y en la parte baja de la espalda del lado izquierdo, además de insultarlo y amenazarlo, y también lo golpearon en el rostro con la mano abierta, luego en las piernas y en el estómago. La descripción de los hechos por el Dr. Ramírez de la Limeddh igualmente detalla que después lo empujaron dentro de una patrulla con otras tres personas y les quitaron el teléfono. En el hospital cerca de General Anaya le revisaron el brazo, pues estaba muy hinchado, y como producto de la tortura reportó múltiples lesiones, principalmente en el brazo derecho (luxado) y la pierna izquierda. Sin embargo, estas lesiones no fueron certificadas por la autoridad ministerial, ni por la Comisión de Derechos Humanos del Distrito Federal.

Carta de Mario González del 10 de febrero de 2014

Twitter @FabrizioLorusso

Mario e gli altri: criminalizzazione della protesta sociale a Città del Messico

mario libre[di Andrea Spotti da Carmilla] A poco più di tre mesi dalla sua detenzione Mario Gonzalez è stato condannato. Lo studente anarchico, detenuto a margine del corteo contro la riforma educativa e in memoria della strage del ’68 in Piazza Tlatelolco dello scorso 2 ottobre, è stato ritenuto colpevole del reato di “Attacco alla Pace Pubblica” dalla giudice Marcela Arrieta, che lo ha sentenziato alla pena di 5 anni e 9 mesi da scontare nel carcere di Santa Martha Acatitla, sito nella zona sudorientale della capitale messicana. La sua vicenda, attorno alla quale è cresciuto in questi mesi un movimento di solidarietà dentro e fuori i confini nazionali, è indicativa del clima repressivo che si vive a Città del Messico dall’insediamento del sindaco Miguel Angel Mancera a questa parte.

In sintonia con il presidente Enrique Peña Nieto, che sin dall’inizio del suo mandato, cominciato nel dicembre 2012, ha dovuto far fronte alle proteste popolari, il governatore di centrosinistra sta portando avanti una governance autoritaria che ha ridotto drasticamente gli spazi di agibilità politica per i movimenti sociali nella capitale. Questi, infatti, sono sottoposti a una vera e propria persecuzione poliziesca e giudiziaria, la quale, secondo quanto denunciano varie organizzazioni per la difesa dei diritti umani, rischia di mettere in discussione le stesse libertà costituzionali.

Arrestato su un autobus pubblico mentre si recava al corteo insieme ad altri otto compagni, Mario rappresenta un classico caso in cui le autorità si occupano di costruire il colpevole a tavolino. Quello dei giovani in questione, in altri termini, è stato un arresto preventivo fatto con lo scopo di fornire un capro espiatorio all’opinione pubblica alla fine dell’ennesima manifestazione terminata in disordini e duramente repressa dalla polizia locale che, per l’occasione, era guidata personalmente dal primo cittadino.

Noti all’autorità per la loro partecipazione alle lotte in difesa della scuola pubblica e per il loro attivismo all’interno di organizzazioni studentesche d’ispirazione anarchica, i fermati si prestavano perfettamente ad essere usati per svolgere il ruolo dei “violenti di turno”. Il contesto è quello di una massiccia campagna di criminalizzazione delle componenti più radicali dei movimenti messicani, dai professori della CNTE (Coordinadora Nacional Trabajadores de la Educación) al Bloque Negro, orchestrata ad arte da governo locale e media mainstream, e orientata a creare un clima di tensione intorno alle mobilitazioni contro le riforme strutturali che hanno animato la città durante tutto l’autunno.

manceraDello studente ventitreenne e della sua odissea giudiziaria si era occupato Fabrizio Lorusso un paio di mesi or sono, documentando il drammatico sciopero della fame che stava portando avanti per chiedere la propria liberazione. Grazie a questa forma di lotta, Mario è riuscito a rompere la cappa di silenzio e indifferenza che aleggiava sulla sua ingiusta detenzione. Tuttavia, dopo 56 giorni senza ingerire alimenti, è stato costretto a interrompere il digiuno a causa del drastico deterioramento delle sue condizioni di salute che minacciava di mettere a repentaglio la sua stessa sopravvivenza. Dal 22 novembre è ricoverato nell’ospedale Torre Medica, da dove verrà trasferito a Santa Marta (uno dei penitenziari più violenti della città) appena recuperate le forze.

A questo proposito, durante la conferenza stampa del 15 gennaio scorso, Raquel Ramirez, appartenente alla squadra di medici del movimento della Sexta zapatista che segue il caso, ha denunciato la scarsa qualità dell’attenzione clinica prestata a Mario da parte del personale medico dell’ospedale. Quest’ultimo, oltre a violare costantemente il diritto all’informazione del paziente e dei suoi familiari, omettendo di comunicare i risultati delle analisi cui viene sottoposto, pare infatti più intenzionato a farlo aumentare di peso per inviarlo il prima possibile dietro alle sbarre, che a fornigli un’alimentazione adeguata alla sua condizione. Il risultato di questa scelta nutrizionale è che la massa grassa nel corpo di Mario cresce molto di più di quella muscolare, il che, lungi dal rappresentare il percorso corretto per recuperare il peso-forma del giovane, potrebbe complicare ulteriormente il funzionamento del suo metabolismo, già colpito da una pancreatite acuta e reso vulnerabile dall’abbassamento delle difese immunitarie provocato dallo sciopero della fame.

Se l’arresto è avvenuto in violazione di ogni garanzia (gli imputati hanno dichiarato di essere stati per ore vittime delle torture fisiche e psicologiche praticate dagli agenti, prima di essere presentati al pubblilco ministero), il processo ha avuto poco a che fare con i crismi stabiliti dal cosidetto stato di diritto, come denunciato dai legali di Mario, Guillermo Naranjo e Lizbeth Lugo, della de la Liga de Abogados Primero de Diciembre. Dal loro punto di vista, il percorso processuale è stato caratterizzato da molte “anomalie e irregolarità”, oltre ad essere stato viziato ab origine dalla volontà politica di dare un castigo esemplare a Mario al di là della sua effettiva responsabilità.

In effetti, l’intero castello accusatorio si basa esclusivamente sulle contraddittorie testimonianze dei poliziotti che hanno effettuato gli arresti i quali, dopo aver inizialmente dichiarato di essere stati testimoni oculari dei danneggiamenti provocati dal presunto lancio di artefatti esplosivi da parte degli imputati, hanno poi cambiato versione, sostenendo invece di essere giunti sul posto solo dopo aver ricevuto la chiamata di un automobilista, di cui si sono in seguito perse le tracce. Anche la criminalizzazione mediatica, inoltre, ha inciso nel processo. Tanto che tra gli elementi citati per giustificare la “pericolosità sociale” di Mario, e dunque la necessità della sua detenzione preventiva, si trovano anche alcuni servizi giornalistici di TvAzteca e MilenioTv. Insomma, dal punto di vista della difesa, l’unica cosa che il processo è riuscito a dimostrare è l’estraneità di Mario e gli altri processati ai reati di cui li si accusa.

no-a-la-criminalizacion-de-la-protesta-socialNonostante non abbia rappresentato una sorpresa per il giovane avvocato, la sentenza è “assurda e contraddittoria”, dal momento che condanna l’imputato per un reato che implica l’aver provocato danni a cose o persone senza però riuscire a dimostrare che i presunti vandalismi abbiano effettivamente avuto luogo e che, proprio per questo, è costretta ad assolvere Mario dall’obbligo di risarcimento dei danneggiamenti provocati (al contrario di quanto abitualmente accade in situazioni del genere). Ma non solo. La sentenza è anche “indignante” e “contraria al diritto”; poiché si accanisce nei confronti dello studente castigandolo con una pena decisamente eccessiva, se si considera che si tratta di un reato non grave e della sua prima condanna.

Questo accanimento, d’altra parte, si giustifica con l’intenzione – tutta politica – della giudice di impedire la richiesta di pene alternative e imporre la detenzione carceraria come unica opzione possibile. Contro questa prospettiva, i legali di Mario presenteranno appello, anche se non si dichiarano fiduciosi nell’autonomia del Tribunale Supremo di Giustizia del Distretto Federale (TSJDF), il quale ha dimostrato di subordinare la sua azione agli interessi politici del capo del governo della capitale.

Quello di Mario, purtroppo, non è un caso isolato. Altre condanne a 5 anni e nove mesi per il reato di Attacco alla Pace Pubblica (frutto di processi altrettanto discutibili secondo gli avvocati difensori) si sono abbattute sul fotografo indipendente Josè Alejandro Bautista, arrestato da un gruppo di agenti in borghese mentre documentava la mobilitazione del 2 ottobre; e su Rigel Barrueta, fermato invece durante il #1Dmx. A questi verdetti, bisogna poi aggiungere i quasi tre anni più multa appioppati agli studenti Gonzalo Amozurrutia, Pavel Noriega e Juan Velàzquez, detenuti all’interno di una stazione della metro, a conclusione della giornata di mobilitazione del #1S. Sono in attesa di giudizio, infine, circa trenta imputati con storie simili (alcuni dei quali si trovano in stato di privazione della libertà) che a breve dovrebbero ricevere la sentenza per gli stessi capi d’accusa e per i quali, stando le cose in questi termini, è difficile essere ottimisti.

Al di là della questione giudiziaria, è l’insieme della strategia di governo dell’amministrazione Mancera a preoccupare movimenti sociali e organizzazioni per la difesa dei diritti umani (tra gli altri, l’Associazione Nazionale Avvocati Democratici, Article 19, Limeddhh e Centro Prodh). In rotta con la tradizione progressista della città, il suo governo sta nei fatti lavorando alla normalizzazione dell’anomalia rappresentata dalla capitale – storicamente posizionata all’opposizione rispetto al governo centrale – per inibire la possibilità stessa della protesta, nel pieno della stagione delle (contro)riforme strutturali lanciata dal presidente Peña Nieto, il cui stampo liberista ha prodotto e produce mobilitazioni che hanno finito spesso per invadere le strade della metropoli, principale punto di visibilità delle lotte nel paese.

L’atteggiamento aggressivo e provocatorio messo in campo dalle forze dell’ordine locali durante i cortei (che quasi sempre finiscono con numerosi feriti e arresti indiscriminati); oltre che la scelta di bloccare il libero accesso delle manifestazioni a Plaza de la Constituciòn, cuore pulsante della città, trasformata nel giro di un solo anno in un recinto invalicabile per i movimenti, sono esempi concreti del radicale cambiamento nella gestione del conflitto operato dall’amministrazione di Mancera.

A questa svolta nella gestione della piazza, corrispondono le trasformazioni legislative messe in essere dal parlamento locale, come il Protocollo di Controllo delle Moltitudini, approvato in seguiro agli scontri di piazza del primo dicembre 2012, e la recente riforma del codice penale della capitale, i quali aumentano le pene per i reati legati a manifestazioni e proteste, allargando i margini legali per l’intervento repressivo da parte delle forze di polizia.

Vanno segnalate, infine, due leggi che si propongono di regolare lo svolgimento delle manifestazioni a Città del Messico, proposte da un deputato del partito di destra, il PAN (Partido Acciòn Nacional), e dallo stesso capo del governo cittadino, con l’obiettivo generale di imporre dei limiti alla possibilità di organizzare mobilitazioni nella capitale del paese. Si va dalla messa al bando dei blocchi stradali, alla proibizione di manifestare in zone specifiche della città, come il centro storico e le principali arterie cittadine, dal divieto di svolgere iniziative prima delle 11 e dopo le 18 a quello di organizzare proteste contro leggi già votate dal parlamento, per fare solo qualche esempio.

Questa situazione, con la quale si sta cercando di sancire a livello legale quanto imposto di fatto nel corso degli ultimi mesi a suon di manganellate, lacrimogeni lanciati ad altezza uomo, denunce e sentenze esemplari, non promette nulla di buono per il futuro della democrazia e della partecipazione a Città del Messico e nel resto del paese, poiché rischia di mettere in discussione l’esercizio di diritti fondamentali quali quello all’opinione e alla manifestazione del dissenso da parte della cittadinanza.

#MarioLibre: 54 giorni di sciopero della fame in Messico

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Da 52 giorni lo studente e attivista ventitreenne Jorge Mario González García sta facendo uno sciopero della fame nel penitenziario oriente di Città del Messico e le sue condizioni di salute stanno diventando drammatiche. Mario è stato catturato dalla polizia della capitale messicana loscorso due ottobre. Quel giorno ci sono stati oltre 100 arresti, in maggioranza arbitrari, e forti scontri tra i manifestanti e la polizia in diverse zone della città durante la manifestazione commemorativa della strage di stato del 2 ottobre del ’68 in Piazza Tlatelolco. Mario è sotto processo per “attacchi alla pace pubblica” che sarebbero stati provocati durante la manifestazione del #2OctMX. Si tratta di una fattispecie giuridica piuttosto generica che si presta a interpretazioni e manipolazioni e in cui può rientrare una varietà di comportamenti: infatti, viene usata comunemente da parte delle autorità per arrestare le persone che partecipano alle manifestazioni di piazza e i dissidenti politici senza badare troppo alla forma e al rispetto dei diritti. Mario è stato arrestato insieme ad altri dieci compagni dalla polizia della capitale nel pomeriggio del 2 ottobre, prima che cominciasse la manifestazione, quando il gruppo si trovava su un bus. E’ stato sicuramente un arresto preventivo, al di fuori di qualunque idea di “stato di diritto”.

In una retata della polizia, i ragazzi sono stati catturati e identificati e poi sottomessi a vessazioni e torture. Sono stati picchiati e aggrediti anche con scariche di pistole elettriche, nonostante non abbiano opposto resistenza all’arresto. Più tardi, solo varie ore dopo, Mario è stato presentato in questura ed è stato messo a conoscenza delle accuse contro di lui. Mario è perseguitato dalle autorità ormai da tempo perché è anarchico e ha preso parte a vari movimenti e atti di contestazione in passato: ha partecipato alla riforma dei piani di studio delle scuole superiori CCH (Colegios Ciencias y Humanidades) dipendenti dalla UNAM (Universidad Nacional Autónoma de México), al movimento studentesco che negli ultimi anni s’è inimicato le autorità universitarie e ha ricevuto una denuncia, poi lasciata cadere perché era stata fabbricata, per aver presumibilmente danneggiato un negozio nel contesto di una manifestazione studentesca. Ha anche partecipato nel 2013 all’occupazione del rettorato della UNAM che ha scatenato un conflitto tra l’università e gli studenti delle scuole secondarie, anche se alla fine tutte le “questioni” legate alla sua militanze sono state risolte a livello giudiziario senza ulteriori problemi.

L’8 ottobre scorso, dopo il pagamento di una cauzione, tutti i prigionieri del 2 ottobre sono usciti. Anche Mario ha messo piede fuori dal penitenziario, ma è arrivata subito la beffa: appena uscito dal Reclusorio Oriente è stato di nuovo arrestato perché considerato “socialmente pericoloso”. Da allora ha cominciato uno sciopero della fame che ha deciso di mantenere fino alle ultime conseguenze. Nel frattempo le autorità e una parte dei mass media hanno declassato la protesta a un semplice “digiuno” per sminuirne la portata.

La cattura e l’imprigionamento di Mario González, come lui stesso ha scritto in un comunicato apparso il 27 novembre sul blog del suo comitato di sostegno, sono “delle cose assurde”, delle “enormi menzogne”, visto che le autorità “si rifiutano di riconoscere ciò che è ovvio: che questa non è altro che una vendetta politica”. Inoltre, denuncia González, ex alunno della scuola superiore CCH Naucalpan: “Qui e anche nel reclusorio sono stato costantemente torchiato per iniziare a mangiare, ma ho potuto continuare lo sciopero della fame comunque”. Con questa protesta Mario cerca di uscire di prigione e di affrontare in libertà il suo processo.

Nell’udienza del 26 novembre il giudice Marcel Ángeles Arrieta non ha risolto la sua situazione giuridica come ci si aspettava dato che non ha concesso all’imputato la libertà e ha rimandato la decisione al 10 dicembre anche se per quella data lo stato fisico del prigioniero potrebbe risultare compromesso permanentemente. Inoltre la giudice considera che Mario ha un profilo di “alta pericolosità sociale” per cui, malgrado i capi d’accusa siano per crimini “non gravi”, deve restare in carcere.

Mario libre 1Il difensore di Mario, l’avvocato dell’associazione Liga Primero de DiciembreGuillermo Naranjo, ha sottolineato come durante l’udienza non si siano potute presentare le prove in difesa di Mario, non si è arrivati a nessuna conclusione e meno a una sentenza perché i poliziotti chiamati dal PM che avrebbero dovuto testimoniare contro lo studente non si sono presentati, pur essendo stati avvisati per tempo. “Nessun poliziotto si vuol prendere la responsabilità di farlo condannare. Lui semplicemente si trovava dove sono successi i fatti, lì dicono che c’erano varie persone e in seguito ricompare in questura col PM che gli appioppa accuse e responsabilità”, ha spiegato Naranjo.

Il principio della presunzione d’innocenza è stato accantonato e neutralizzato a favore di una non dimostrata “pericolosità” del prigioniero, e questo rappresenta un retrocesso evidente nella difesa dei diritti umani nel paese, soprattutto perché non ci sono elementi chiari nell’accusa e meno ce ne sono per poterlo condannare e rinchiudere. Pertanto lo stesso avvocato sospetta che il processo si stia allungando oltremodo perché Mario starebbe “sfidando” l’autorità con il suo sciopero della fame.

Naranjo spiega in questo modo la situazione: “Purtroppo, e questo prova che c’è una linea da seguire, il magistrato ha fissato una nuova udienza per il 10 dicembre, dimenticando che Mario è immerso in un processo sommario e che la data doveva essere fissata nei cinque giorni successivi per poter essere posticipata, nonostante lei sapesse che Mario sita facendo lo sciopero della fame. Se non si presentano di nuovo, i poliziotti dovranno pagare una multa, ma a noi non interessa questo, ci interessa che si porti a termine l’udienza. Che bisogno c’è di spostare due volte l’udienza di qualcuno che è accusato di un delitto sommario, non grave, perché i poliziotti non sono venuti? Sarà che non possono sostenere quanto dicono?”.

Il 27 novembre in conferenza stampa la madre di Mario González, Patricia García Catalán, ha rilasciato alcune dichiarazioni contundenti sulla battaglia di suo figlio: “La mia posizione di fronte alla decisione di mio figlio di portare avanti uno sciopero della fame è di rispetto e solidarietà totali, mio figlio è un uomo molto cosciente e autocritico. E’ un militante sociale, una persona con ideali, con progetti e davvero penso che dal momento del suo arresto, che è stato arbitrario, hanno provato a generare in lui indignazione. Perché trattarlo così se lui non fa male né colpisce nessuno? Quel che ha fatto è semplicemente alzare la voce e dire ‘adesso basta’”.

Tanto Patricia García come suo figlio hanno detto che la giudice María de los Ángeles Arrieta, responsabile del caso, ha sostenuto che per dargli la libertà sarebbero dovuti arrivare degli ordini “dall’alto”. Pertanto la famiglia di Mario, le reti social, la stampa indipendente e i cittadini si stanno mobilitando affinché “dall’alto” si proceda a rispettare i diritti umani e si correggano gli errori (probabilmente in mala fede) del sistema penale, della polizia e della sua famigerata macchina giudiziaria: la “fabbrica dei colpevoli”.

Mario libre 3Isabel Varela, una professoressa che ha dato lezioni a Mario, ha attribuito la responsabilità di questi abusi a “Miguel Ángel Mancera, sindaco di Città del Messico; a José Narro Robles, rettore della UNAM, perché cinque giorni prima del suo arresto lo aveva minacciato tramite un documento presentato dall’avvocato generale dell’università; al procuratore di giustizia della capitale per non fare il suo lavoro come deve; alla Commissione dei Diritti Umani della capitale che ha fatto finta di niente e che nulla ha fatto per Mario; alle giudici Celia Marín Sasaki e Marcela Ángeles Arrieta e al direttore del Reclusorio Oriente, Ermilio Velázquez, che ha contribuito alla tortura più grande ai danni di Mario”.

Effettivamente lo scorso 22 novembre lo studente è stato trasferito, contro la sua volontà, dal carcere all’ospedale del quartiere di Tepepan e lì i dottori hanno cercato di farlo mangiare con la forza. Mario, invece, ha resistito, continua con la sua protesta e non ha accettato l’alimentazione artificiale. Il medico dell’attivista, Sebastián Ponce, ha descritto così le sue condizioni a 50 giorni dall’inizio dello sciopero della fame: “Mario González è debilitato fisicamente, con una pressione arteriale bassa, dolori di stomaco e nausea; diminuzione drastica del peso e sensazione di freddo per la perdita di grasso e massa muscolare; ha perso 15 kg e se continua così nei prossimi giorni presenterà un danno epatico, renale e circolatorio, il che potrebbe compromettere il suo stato emodinamico e quindi la sua vita”.

Su YouTube si sta diffondendo un video intitolato ¡Mario libre! Súmate a la exigencia per  “esigere la libertà di Mario González, che è stato arrestato arbitrariamente sul trasporto pubblico il #2octMX”. Si moltiplicano anche le iniziative per le strade e i picchetti di protesta, mentre su Twitter l’hashtag #MarioLibre è il riferimento per informarsi e diffondere iniziative su questo caso che sta diventando un banco di prova e una spina nel fianco per il sistema di giustizia e per lo stesso sindaco di Città del Messico, Miguel Ángel Mancera. Blog di Mario:http://solidaridadmariogonzalez.wordpress.com/

Altri articoli in italiano: Andrea Spotti su PopOff.Globalist & Radio Onda D’Urto

¡Mario libre! : Sigue la huelga de hambre de Mario González Preso político del #2OctMX

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[De Revista Variopinto al Día] Desde hace 50 días, el estudiante y activista de 23 años Jorge Mario González García está en huelga de hambre y sus condiciones de salud se están volviendo dramáticas. Mario fue detenido por la policía de la Cd. de México el pasado dos de octubre. Ese día que hubo más de 100 arrestos, en su mayoría arbitrarios, y fuertes choques entre manifestantes y policías en repetidas ocasiones durante la tradicional megamarcha de conmemoración de la matanza de Estado del 68 en Tlatelolco.

Mario está bajo proceso por “ataques a la paz pública” en los disturbios que se cometieron durante la marcha del #2OctMX. Se trata de una figura jurídica bastante general en la cual puede entrar de todo, pues es la más utilizada para detener sin mucho esfuerzo a las personas que participan en las manifestaciones o a los disidentes políticos. Mario fue aprehendido con otros diez compañeros por la policía capitalina en la tarde del 2 de octubre, antes de que empezara la marcha, cuando el grupo se trasladaba en un microbús. Fue una detención preventiva, fuera del estado de derecho, sin más.

En un retén policiaco, fueron detenidos e identificados y, luego, sometidos a vejaciones y torturas, pues fueron golpeados y agredidos con choques de pistolas eléctricas, pese a que no se resistieron al arresto. Más tarde, Mario fue presentado a la agencia del Ministerio Público para enterarse de las acusaciones en su contra, lo que ocurrió todavía varias horas después.

Mario es perseguido hace tiempo por la autoridad, ya que se involucró en la reforma de los planes de estudio de los CCH y en el movimiento estudiantil que se enemistó a las autoridades universitarias y policiacas. Tuvo una denuncia que finalmente no procedió por supuesto robo a una tienda de autoservicio, dentro de una manifestación estudiantil, y también participó en la ocupación de rectoría de la UNAM, pero todos los asuntos relacionados con sus acciones de militancia ya estaban resueltos frente a las autoridades.

El 8 de octubre, tras el pago de una fianza, todos los detenidos del 2 de octubre salieron. Mario también salió pero fue una ilusión: justo afuera del Reclusorio Oriente del DF, fue arrestado otra vez porque considerado “socialmente peligroso”. Desde entonces él se mantiene en huelga de hambre, una protesta que las autoridades han tratado de tener a menos, al llamarla simplemente “ayuno”.

La aprehensión y el encierro de Mario González, como él mismo expone en un comunicado en el blog de su comité de apoyo, son “un absurdo”, una “enorme mentira”, ya que las autoridades “se niegan a reconocer lo obvio: que esto no es más que una venganza política”. Además, denuncia González, quien fue estudiante del CCH Naucalpan: “Aquí como en el reclusorio he sido constantemente hostigado para que empiece a comer, pero he podido mantener la huelga de hambre”. Con la protesta Mario pretende salir de prisión y encarar el juicio en libertad.

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En la más reciente audiencia del día 26 de noviembre, la jueza Marcel Ángeles Arrieta no resolvió la situación jurídica, pues no concedió la libertad al imputado y pospuso la decisión al día 10 de diciembre, aunque para esas fechas el estado físico del preso podría estar comprometido permanentemente. Además, la jueza considera que Mario tiene un perfil de “alta peligrosidad social” por lo cual, aun cargando con imputaciones por delitos no graves, debe permanecer en la cárcel.

El abogado defensor de Mario, Guillermo Naranjo, destacó que en la audiencia no se permitió la presentación de todas las pruebas de Mario, no se llegó a conclusiones y no se dictó sentencia, porque los policías que se constituyeron como testigos del Ministerio Público ni siquiera estaban presentes, aun habiendo sido avisados con tiempo.

“Ningún policía se avienta la responsabilidad de aprehenderlo. Simplemente está en el lugar de los hechos, refieren que había varias personas y posteriormente aparece en la agencia del Ministerio Público ya imputándole responsabilidades”, comentó Naranjo.

El principio de la presunción de inocencia es menospreciado y arrinconado en pos de una no demostrada “peligrosidad” del preso, y esto representa un retroceso evidente en la defensa de los derechos humanos en el país, pues no hay elementos para acusarlo y menos para condenarlo y dejarlo encerrado. Por lo tanto, el mismo abogado sospecha que el procedimiento se esté alargando indebidamente porque Mario estaría retando a la autoridad con su huelga de hambre.

Naranjo así explica la situación: “Lamentablemente, y esto corrobora que hay una línea, la juez dicta una nueva audiencia para el 10 de diciembre, olvidando que Mario se encuentra en un proceso sumario y que la fecha de audiencia tenía que ser dictada dentro de los cinco días siguientes para poder ser diferida a pesar de que ella sabe que Jorge Mario se encuentra en huelga de hambre. Si vuelven a faltar, a los policías se les impondrá una medida de apremio consistente en una multa, sin embargo, a nosotros no nos interesa si les imponen una multa, nos interesa que se lleve a cabo la audiencia. ¿Qué necesidad hay de que alguien a quien se le está acusando de un delito sumario, un delito no grave, se le haya tenido que diferir dos veces la audiencia porque los policías no se presentaron? ¿Será que los policías no pueden sostener su dicho?”.

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En rueda de prensa, el 27 de noviembre la madre de Mario González, Patricia García Catalán, hizo unas declaraciones contundentes sobre la lucha de su hijo: “Mi postura como madre ante la decisión de mi hijo de llevar una huelga de hambre es de solidaridad y de respeto total, mi hijo es un hombre muy consciente y muy autocrítico. Es un luchador social, una persona con ideales, con proyectos y realmente considero que desde el momento de su detención, que fue arbitraria, generaron en él indignación. ¿Por qué tratarlo así si él no daña ni afecta a nadie, lo que hizo fue simplemente levantar la voz y decir ‘ya basta’”.

Tanto Patricia García como su hijo expresaron que la juez María de los Ángeles Arrieta, responsable del caso del preso político, sostuvo que para darle la libertad, tenían que llegar “órdenes de arriba”. Por tanto, la familia de Mario, las redes sociales, la prensa independiente y los ciudadanos se están movilizando para que “arriba” se proceda a respetar los derechos humanos y se corrijan los desaciertos del sistema penal, de la policía y de su notoria maquina judicial, la “fábrica de culpables”.

Isabel Varela, una profesora que dio clases a Mario, atribuyó responsabilidades a  “Miguel Ángel Mancera, jefe de Gobierno del Distrito Federal; a José Narro Robles, rector de la UNAM, porque cinco días antes de su detención lo había amenazado a través de un documento presentado por el abogado general de la universidad; al procurador de Justicia del Distrito Federal por no procurar la justicia como debe ser su tarea; a la Comisión de Derechos Humanos del Distrito Federal que se ha hecho de la vista gorda y que nada ha hecho por Mario; a la magistrada de la quinta sala Celia Marín Sasaki; a la juez Marcela Ángeles Arrieta, y al director del Reclusorio Oriente, Ermilio Velázquez, quién contribuyó, a hacer la tortura más grande para Mario”.

En efecto, el pasado 22 de noviembre, el estudiante fue trasladado, contra su voluntad, del reclusorio a la torre médica de Tepepan y allí los doctores trataron de forzarlo a comer, mientras que Mario mantuvo su voluntad firme de seguir en la protesta y no recibir alimentación artificial. El médico del estudiante, Sebastián Ponce, describió sus condiciones a 50 días de ayuno: “Mario González se encuentra debilitado físicamente, con presión arterial baja, dolor estomacal y mareos; disminución drástica del peso y sensación de frío por la pérdida de masa y grasa muscular; y que actualmente tiene una disminución de 15 kilos de peso por lo que de continuar así el proceso, en los siguientes días comenzará a presentar daño hepático, renal y circulatorio, lo que podría comprometer más su estado hemodinámico y en consecuencia su vida”.

En YouTube se ha difundido un video titulado ¡Mario libre! Súmate a la exigencia para “exigir la libertad de Mario Gonzalez, quien fue detenido de manera arbitraria en el transporte público el #2octMX”, se multiplican también las iniciativas en las calles y los plantones de protesta, mientras que en Twitter el hashtag #MarioLibre es la referencia para informar y difundir acerca de este caso que ya se está convirtiendo en un desafío importante y un cuestionamiento para el sistema de justicia y el mismo Jefe de Gobierno del Distrito Federal, Miguel Ángel Mancera.  Fabrizio Lorusso Twitter @fabriziolorusso

Blog de Mario:  http://solidaridadmariogonzalez.wordpress.com/