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Messico: il prigioniero politico Alberto Patishtán è libero

patishtan_libre-yaDopo 13 anni di prigionia il professore messicano Alberto Patishtán, indigeno dell’etnia tzotzil detenuto politico nel Chiapas, sarà rilasciato tra poche ore in seguito alla decisione del presidente Enrique Peña Nieto che su twitter ha annunciato la concessione della grazia. Questa possibilità è stata aperta solo pochi giorni fa, il 29 ottobre scorso, da un provvedimento legislativo motivato proprio dal caso dell’insegnante e militante chiapaneco, quindi è la prima volta che si applica in questa modalità. La figura giuridica era prevista dall’articolo 89 della costituzione messicana, ma la legge è venuta a specificarne i termini. La Camera e il Senato hanno approvato una modifica al Codice Penale Federale secondo cui il capo del governo avrà la facoltà di concedere la grazia, chiamata “indulto” nel testo messicano, a una persona  per qualunque delitto di tipo federale o di tipo comune “quando esistono indizi sostanziali di violazioni gravi ai diritti umani della persona sentenziata” e le autorità stabiliscono che “non rappresenta un pericolo per la tranquillità e la sicurezza pubbliche”.

Dopo l’invio del testo da parte delle camere l’esecutivo l’ha promulgato immediatamente. Il documento aggiunge quindi un secondo comma, un comma “Bis”, all’articolo 97 del codice penale e stabilisce che “in modo eccezionale, per iniziativa propria o di una delle camere del parlamento, il titolare del potere esecutivo potrà concedere la grazia” e quando siano state esaurite tutte le altre possibilità giuridiche interne. Quindi la misura prevista dal parlamento è di tipo individuale ed è più simile a una grazia presidenziale che a un’amnistia o a un indulto.

Di fatto non è stata riconosciuta formalmente l’innocenza del professore, ma la violazione dei suoi diritti e del dovuto processo. In questo senso la lotta continua e ora i suoi comitati di appoggio chiederanno la riparazione del danno allo stato. Inoltre ci sono oltre 8mila indigeni detenuti nel paese che potrebbero venirsi a trovare nella stessa situazione del professore del Chiapas perché non hanno avuto un giusto processo o non hanno ottenuto un interprete-traduttore dalle loro lingue materne allo spagnolo. E c’è già chi invoca un’amnistia che superi questa situazione e valga per tutte le persone nelle condizioni del professore tzotzil.

La reale volontà politica di far fronte a questa emergenza della giustizia e del sistema penale si vedrà nei prossimi mesi, se il caso della grazia a Patishtán non rimarrà una semplice eccezione nel triste panorama carcerario messicano. In questo caso molto emblematico la pressione mediatica ha portato a una “risoluzione” accettabile che, come è successo nel marzo scorso con la francese Florence Cassez, aiuterà Peña Nieto a migliorare la sua immagine internazionale come “difensore” dei diritti e delle garanzie individuali. Il presidente, dopo le repressioni violente delle manifestazioni del 2 ottobre, del primo settembre, del 10 giugno 2013 e del 1 dicembre 2012, ha bisogno di mettere sul piatto qualche moneta per i diritti umani. La tenuta di tale immagine, ripulita per l’occasione, si vedrà quando e se verranno affrontati e risolti altri casi meno noti.

Il provvedimento sembra arrivare proprio mentre aumentano le critiche contro il governo per l’assenza di una strategia anticrimine, il che significa che c’è continuità con la gestione precedente e con la politica di militarizzazione del conflitto, e per le decine di migliaia di omicidi e femminicidi di quest’anno (oltre 15mila morti ufficialmente e, secondo la rivista Zeta, oltre 13mila decessi legati ai narcos): serviva dunque un colpo mediatico, senza nulla togliere all’opportunità e giustezza della decisione.

Patishtán era accusato di aver partecipato a un’imboscata in cui morirono sette poliziotti il 12 giugno del 2000 nella località El Bosque, in Chiapas, stato confinante a sud col Guatemala. Segnalato da un testimone, il professore è stato prima prelevato da quattro agenti in borghese senza mandato di cattura, poi imprigionato e malmenato in carcere. Due anni dopo è stato condannato a 60 anni di reclusione per omicidio solo in base alle deposizioni di un testimone. Secondo la Ong Amnesty International il processo è stato ingiusto, “non si sono considerate le contraddizioni nelle dichiarazioni del testimone che avrebbe riconosciuto Alberto e le testimonianze che indicavano che si trovava da un’altra parte”.

Infatti, Patishtán quel giorno stava dando lezioni in una città vicina, ma il suo alibi è stato ignorato dai giudici così come lo sono stati numerosi altri diritti fondamentali dell’ormai ex-detenuto. Il “Profe”, com’è soprannominato Patishtán, s’era inimicato il sindaco di El Bosque e il governatore del Chiapas per il suo attivismo politico e perché era a capo della protesta di un gruppo di cittadini contro l’ondata di omicidi e insicurezza che interessava la loro regione. Dopo la decisione sfavorevole presa dal tribunale il 12 settembre l’unica strada per il Profe era quella di cercare una sentenza favorevole della Corte Interamericana dei Diritti Umani. La Corte avrebbe potuto obbligare lo stato messicano a liberarlo, ma l’efficacia di una sua sentenza sarebbe dipesa comunque dalle possibili interpretazioni del diritto internazionale e avrebbe previsto un iter di vari anni.

In questi anni Patishtán ha insegnato a leggere e scrivere a decine di detenuti, ha lottato per migliorare le loro condizioni di vita e ha fondato il collettivo Voz del Amate che, collegandosi ai movimenti e alla società civile, è riuscito a far ottenere il rilascio di 137 prigionieri. Nell’ottobre 2012 il Profe ha superato un’altra prova, quella contro il cancro: un intervento chirurgico gli ha asportato un tumore al cervello. Ma anche per la sua salute la lotta continua e il Profe è attualmente in cura per asportare un’altra parte di quel tumore. Per questi anni di resistenza Patishtán è diventato un simbolo, ma, nonostante l’appoggio di alcuni parlamentari e di una parte crescente dell’opinione pubblica, non aveva ancora vinto la sfida contro l’ingiustizia. Con la decisione di liberarlo lo stato ammette di aver violato i suoi diritti fondamentali e di non aver saputo condurre un processo giusto nei suoi confronti. I grandi perdenti della vicenda sono il sistema giudiziario e il penale, incapaci di emendare i propri errori e di correggere il tiro. Il perdente è la cosiddetta “fabbrica dei colpevoli”. Patishtán aveva dichiarato di non voler chiedere la grazia, ma questa è arrivata comunque grazie alla nuova norma e alle forti pressioni nazionali e internazionali.

Di seguito un articolo riassuntivo sul caso del profe Alberto Patishtán pubblicato sul quotidiano l’Unità del 20 ottobre 2013 – In PDF a questo Link – Più dettagli a questo link su Carmilla.

Da metà settembre Città del Messico è invasa da gruppi di indigeni che vengono da lontano, dall’estremo sud del paese, per protestare. I manifestanti camminano lungo l’immensa Avenida Central che taglia in due il centro storico o si ritrovano sotto i palazzi del potere. “All’innocente catene e indifferenza, al criminale libertà e protezione, la giustizia c’è per chi se la compra e non per chi se la merita, libertà al Prof. Patishtán”, c’è scritto sui loro striscioni.

Il professore indigeno dell’etnia tzotzil Alberto Patishtán, insegnante di provincia nello stato meridionale del Chiapas, è in prigione da 13 anni per un crimine che non ha commesso.

Il 13 settembre in varie città messicane sono stati centinaia i cortei contro la decisione del tribunale federale della capitale del Chiapas, Tuxtla Gutiérrez, che il giorno prima aveva dichiarato infondato il ricorso degli avvocati di Patishtán che chiedevano la sua scarcerazione.

Patishtán è accusato di aver partecipato a un’imboscata in cui morirono sette poliziotti il 12 giugno del 2000 nella località El Bosque. Segnalato da un testimone, il professore è stato prima prelevato da quattro agenti in borghese senza mandato di cattura, poi imprigionato e malmenato in carcere. Due anni dopo è stato condannato a 60 anni di reclusione per omicidio solo in base alle deposizioni di un testimone.

Secondo la Ong Amnesty International il processo è stato ingiusto, “non si sono considerate le contraddizioni nelle dichiarazioni del testimone che avrebbe riconosciuto Alberto e le testimonianze che indicavano che si trovava da un’altra parte”.

Infatti, Patishtán quel giorno stava dando lezioni in una città vicina, ma il suo alibi è stato ignorato dai giudici. Il “Profe”, com’è soprannominato Patishtán, s’era inimicato il sindaco di El Bosque e il governatore del Chiapas per il suo attivismo politico e perché era a capo della protesta di un gruppo di cittadini contro l’ondata di omicidi e insicurezza che interessava la loro regione.

Dopo la decisione sfavorevole presa dal tribunale il 12 settembre l’unica strada per il Profe è cercare una sentenza favorevole della Corte Interamericana dei Diritti Umani. La Corte può obbligare lo stato messicano a liberarlo, ma l’efficacia di una sua sentenza dipende comunque dalle possibili interpretazioni del diritto internazionale e prevede un iter di vari anni.

“Siamo tutti Patishtán, continueremo a lottare”, gridano gli attivisti dei comitati, le organizzazioni e le persone che, dopo la manifestazione, si sono ritrovati nel cuore della capitale, sotto il monumento all’indipendenza. “Di nuovo vediamo che la giustizia c’è solo per chi ha la pelle bianca e gli occhi azzurri, non per gli indigeni”, dice il figlio del Profe, Héctor Patishtán.

Il vicario dell’arcidiocesi di Tuxtla, José Luis Aguilera, ha espresso solidarietà a Patishtán, definendolo “un prigioniero politico di un sistema afflitto da irregolarità”. Il Profe ha inviato una lettera a Papa Francesco per informarlo della sua situazione. “La mia luce resta accesa non tanto perché io ci veda, ma affinché gli altri s’illuminino”, ha scritto a Bergoglio.

In questi anni Patishtán ha insegnato a leggere e scrivere a decine di detenuti, ha lottato per migliorare le loro condizioni di vita e ha fondato il collettivo Voz del Amate che, collegandosi ai movimenti e alla società civile, è riuscito a far ottenere il rilascio di 137 prigionieri.

Nell’ottobre 2012 il Profe ha superato un’altra prova, quella contro il cancro: un intervento chirurgico gli ha asportato un tumore al cervello. Per questi anni di resistenza Patishtán è diventato un simbolo, ma, nonostante l’appoggio di alcuni parlamentari e di una parte crescente dell’opinione pubblica, non ha ancora vinto la sfida con l’ingiustizia.

Il leader storico della sinistra messicana, Cuauhtémoc Cárdenas, e organizzazioni straniere come il Movimento dei Senza Terra brasiliano, i francesi di Espoir Chiapas e i tedeschi di B.A.S.T.A. difendono la sua causa.

Amnesty ha raccolto sedicimila firme con la campagna “Nessun giorno in più senza giustizia” sostenendo che “il sistema di giustizia messicano è incapace di garantire un processo giusto ed equo, specialmente se le persone accusate sono d’etnia indigena”.

Non a caso proprio qui è nata l’espressione “fabbrica dei colpevoli” per descrivere un sistema opaco e corrotto. Quindi un prigioniero politico scomodo e caparbio come Patishtán sta risvegliando la coscienza del paese sui nodi irrisolti della giustizia.

Ingiustizia Messicana: Alberto Patishtán Resta in Prigione

patish 3La fabbrica dei colpevoli messicana non si ferma mai e il professore Alberto Patishtán ne è vittima da 13 anni, accusato e sentenziato ingiustamente per omicidio. Il primo tribunale collegiale del ventesimo circuito del Chiapas ha dichiarato infondate le prove con cui gli avvocati di Alberto Patishtán, professore messicano d’etnia tzotzil detenuto ingiustamente da 13 anni e condannato a 60 anni di reclusione per omicidio, volevano ottenere il riconoscimento della sua innocenza (link notizia Desinformémonos). La “fabbrica” è una scure inarrestabile, la giustizia dei più forti contro i più deboli, l’ingiustizia perpetrata col sostegno della legge, anzi, ormai senza nemmeno quello. Anche quando sbaglia, anche quando è palese, anche quando un paese si mobilita contro i suoi meccanismi perversi e ne dimostra le nefandezze, fuori da ogni ideologia, la fabbrica dei colpevoli non torna indietro perché sarebbe un ammissione di colpa, un’azione culturalmente inaccettabile.

Dunque è meglio affondare la lama e scavare, punire chi alza la voce, beffarsi degli scioperi della fame e del mondo che ti osserva, incredulo.  Patishtán è un detenuto politico, discriminato per la sua appartenenza a un gruppo etnico indigeno e per la sua militanza politica nella comunità de El Bosque, Chiapas, di cui è originario.

E proprio in questo territorio del Messico profondo e (para)militarizzato, comincia l’odissea dell’attivista che è stato accusato dell’omicidio di sette poliziotti federali, avvenuto il 12 giugno del 2000, nella cosiddetta “strage di Simojovel” (a questo link un racconto dettagliato in italiano). Il 19 giugno il Profe viene praticamente sequestrato mentre va al lavoro da quattro poliziotti in borghese sprovvisti del mandato di arresto. Il giorno dopo viene preso anche due militanti legati all’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, i fratelli Manuel e Salvador López González, anche loro accusato di aver preso parte all’imboscata-strage.

Patishtán è stato malmenato, umiliato, torturato e poi messo agli arresti domiciliari per 30 giorni mentre si “raccoglievano” le prove contro di lui. La presenza degli interpreti delle lingue indigene messicane è quasi un’utopia e “el Profe” non fa eccezione, quindi niente traduzione. Come spesso accade in questi casi, in pratica le condanne dell’attivista si basano sul racconto contraddittorio, nel senso che è stato cambiato in diverse occasioni, di un testimone che prima dice di “non aver riconosciuto nessun partecipante dell’imboscata” e poi sostiene di “aver visto il professore poco prima di perdere i sensi”.

Le prove presentate da Patishtán, che lo avrebbero scagionato dimostrando la sua NON partecipazione all’imboscata e il suo alibi, cioè la sua presenza a una riunione in un altra città chiamata Huitiupan, sono state rigettate. Alla fine non sono state “reperite” le prove contro i due attivisti zapatisti. Invece il Profe è rimasto in galera, ha affrontato processi viziati da numerose irregolaritò e da 13 anni la sua lotta contro l’ingiustizia e gli abusi è diventata un caso internazionale, una battaglia epica e disperata contro la fabbrica dei colpevoli e la burocrazia

Quindi il caso è chiuso in Messico e i motivi veri sono chiari, hanno poco a che vedere con il famigerato rispetto dello stato di diritto. Resta solo la possibilità di un ennesimo ricorso, presso la Corte Interamericana dei Diritti Umani (CIDH), che potrebbe esprimersi a favore de “el Profe”, come viene soprannominato l’attivista Patishtán, ed “obbligare” lo stato messicano a metterlo in libertà, sempre che le istituzioni decidano di ascoltare e applicare le risoluzioni della CIDH che spesso passano inosservate. patish liberoI tre magistrati del tribunale chiapaneco con sede a Tuxtla Gutiérrez, la capitale di questo martoriato stato meridionale del Messico, si sono espressi all’unanimità. Niente dubbi, niente perplessità. Fuori dal tribunale, già da vari giorni, c’era un picchetto di sostenitori e difensori della libertà di Patishtán che non si muoveranno da lì finché un funzionario non si sarà presentato per realizzare una chiara e dettagliata esposizione delle motivazioni della sentenza.

“Né Alberto Patishtán né noi come avvocati chiederemo un indulto all’esecutivo”, ha spiegato Lionel Rivero, avvocato difensore del Profe.  “La decisione è una porcheria per tutti i messicani e non ci arrenderemo” sostiene senza mezzi termini Trinidad Ramírez, del Fronte dei Popoli in Difesa della Terra, che si trovava nell’accampamento di protesta allestito a Città del Messico l’11 settembre scorso. Il Comitato per la Libertà di Patishtán continuerà a lottare per la sua liberazione, rispettando la volontà del professore. Andrea Spotti, in un articolo su Globalist dell’aprile scorso ha ben descritto il contesto della regione in cui si svilupparono e si sviluppano queste vicende:

“Siamo nel Chiapas degli anni successivi all’insurrezione zapatista e la tensione politica e (para)militare nella regione, dove i conflitti locali si moltiplicano, é assai alta. Ad El Bosque, un imponente movimento chiede la destituzione del sindaco Manuel Gómez, priista (membro del PRI, Partido Revolucionario Institucional, al governo attualmente in Messico) accusato di corruzione, nepotismo e abuso di potere; e Patishtán, come spesso accade ai maestri rurali – in molti casi veri e propri intellettuali organici delle loro comunità -, é il portavoce della protesta. Il governo, timoroso che la situazione possa degenerare dando vita a nuove sollevazioni, manda sul posto rinforzi della polizia federale. Durante uno dei pattugliamenti delle forze poliziesche, nei pressi del villaggio di Las Limas, avviene l’imboscata, effettuata da una decina di uomini a volto coperto armati di R-15 e di AK-47. 

Inizialmente, governo statale e federale puntano il dito contro le guerriglie dell’Ezln e dell’Epr (Esercito Popolare Rivoluzionario). Gli zapatisti, attraverso le parole del Subcomandante Marcos, rispondono invece indicando nei gruppi paramilitari legati al Pri  i probabili autori della strage, la quale sarà utilizzata come pretesto per intensificare ulteriormente la militarizzazione della regione. Dopo l’arresto di Patishtán, che scatena immediatamente vivaci proteste nella sua comunità (si arriverà fino ad occupare il palazzo municipale), vengono coinvolti nelle indagini anche due basi d’appoggio dell’Ezln, uno dei quali, Salvador López, sarà arrestato”.

patishtan-12Nel marzo scorso anche la Suprema Corte messicana, che in altri casi s’era dimostrata sensibile a ingiustizie macroscopiche e disposta ad annullare sentenze in base a eventuali vizi di forma dei processi, ha voltato le spalle al Profe ha rigettato il ricorso dei suoi avvocati contro le decisioni dei tribunali del Chiapas. Una recente decisione della Corte Suprema di Giustizia messicana, la quale ha stabilito un orientamento giurisprudenziale in materia di diritti umani, ha aperto la strada all’applicazione interna, a livello costituzionale, dei trattati internazionali che siano considerati migliorativi per quanto riguarda la protezione dei diritti dell’uomo rispetto alle norme vigenti in Messico. Ciononostante l’applicazione di tale orientamento, che potrebbe forse servire a Patishtán una volta ottenuta, eventualmente, una sentenza favorevole della CIDH, è stato depotenziato dalla stessa Corte Suprema con la previsione di eccezioni, casistiche e limiti che hanno fatto parlare addirittura di un retrocesso sul fronte dei diritti. 

In carcere l’attivista ha sempre cercato di rendersi utile, insegnando a leggere a a scrivere ai detenuti analfabeti o fungendo da interprete-traduttore per i compagni di cella che non parlano lo spagnolo. Progressivamente si avvicina agli zapatisti, partecipa alle mobilitazione per il miglioramento delle condizioni di vita in prigione, si fa portavoce degli altri detenuti e nel 2006 entra a far parte della Otra Campaña, l’offensiva politica dell’EZLN, basata sulla VI Dichiarazione della Selva Lacandona, che irrompe nella campagna elettorale e denuncia la corruzione del sistema politico e di tutti partiti che lottano per il potere politico e il controllo dello stato.

Nel 2006, entra a far parte de La Otra Campaña e fonda, insieme agli altri reclusi aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, il collettivo La Voz del Amate che, collegando tra loro le iniziative di resistenza delle carceri del Chiapas con movimenti sociali esterni, negli anni ha fatto ottenere il rilascio di 137 prigionieri. Nell’ottobre 2012 ha subito un intervento chirurgico per l’asportazione di un umore benigno al cervello e ha vinto la battaglia contro il cancro. In questa breve video-intervista del luglio scorso El Profe parla di un’altra dura battaglia, delle sue sofferenze e dell’allontanamento dalla sua famiglia, ma soprattutto ricorda con dignità al Messico e al mondo che “a volte uno deve passare da queste situazioni affinché altra gente si accorga di quello che viviamo” e che il suo caso è solo “uno dei tanti tra quelli di persone che sono detenute ingiustamente in qualunque prigione, molte volte per non saper parlare spagnolo, per non avere soldi o per non saper leggere e scrivere”. Fabrizio Lorusso – Carmilla

Segnalo due raccolte di firme per la libertà di Patishtán: 1) qui LINK e 2) Appello e firme di Amnesty International “Nessun giorno in più senza giustizia”: LINK

Documentario sul caso di Alberto Patishtán: LINK

Hashtag Twitter: #LibertadPatishtan

Comitato Città del Messico Twitter @TodosxPatishtan

Entrevista con Alberto Patishtán, preso político en Chiapas

Ieri il portale messicano Desinformémonos ha pubblicato questa breve intervista al detenuto politico Alberto Patishtán, un professore indigeno d’etnia tzotzil rinchiuso da 13 anni in una prigione dello stato del Chiapas pur non avendo commesso alcun reato. Ingiustamente. La sua storia è ormai un caso internazionale ed è rappresentativa di una realtà giudiziaria molto preoccupante che in Messico è nota come “la fabbrica dei colpevoli”, una macchina burocratica, politica e repressiva che per motivi politici, per incapacità o anche semplicemente per fare numero e mostrare risultati mette in carcere decine di innocenti. Patishtán è uno di questi e proprio in questi giorni, ormai è questione di ore, ci sarà la risoluzione del caso e sapremo se “el profe”, come viene chiamato, potrà uscire o se dovrà ricorrere alle corti internazionali come la Interamericana per i Diritti Umani. A questo link una breve spiegazione del caso del professore Patishtan. Il video è tratto da : Link  1 Desinf. e da Link  2 Vimeo. Sotto la foto e il testo dell’articolo di Desinformemonos.

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México. En un video desde la cárcel de San Cristóbal de las Casas, Chiapas, en la que vive los que pueden ser sus últimos dos días tras las rejas, el preso tzotzil Alberto Patishtán declara que su lucha es porque “no puedo aceptar que me echen la bronca de un montón de delitos, cuando mi conciencia está limpia. No puedo aceptar ni dos días estar preso al no cometer algo”.

Patishtán relata en entrevista concedida en julio de 2013, que el problema político que lo llevó a ser acusado del homicidio de siete policías en el año 2000, inició con la petición de destitución del entonces presidente municipal de El Bosque, en el estado de Chiapas,  y por “reclamar las necesidades de la gente”. Afirma que se encuentra tranquilo ante la próxima decisión del Primer Tribunal Colegiado de Circuito con residencia en Tuxtla Gutiérrez, programada para el jueves 12 de septiembre.

El considerado por la comunidad nacional e internacional como preso político señala que, aunque “sufrió mucho” y perdió familia, “a veces tiene que pasar eso para que otra gente se dé cuenta de lo que vivimos nosotros”. Patishtán se define como “uno de los muchos que estamos presos injustamente en cualquier cárcel, muchas veces por no saber hablar el español, por no tener dinero, por no saber leer y escribir”.

Militante e indigeno in Chiapas? Prigione!

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Lo chiamano il Prof, El Profe. E’ ormai un simbolo delle lotte contadine e dei prigionieri politici in Chiapas e in tutto il Messico. Nel 2000 venne arrestato senza mandato di cattura e poi condannato a sessant’anni di carcere. Condannato a scontare una pena equivalente all’ergastolo per un delitto che non ha commesso, Alberto Patishtán, maestro-contadino di origine tzotzil è un aderente della Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) e rappresenta uno dei tanti casi controversi ed emblematici del sistema di ingiustizia messicano, della fabbrica dei colpevoli e della malagiustizia. Ma è anche un simbolo per le sue lotte che da fuori e da dentro la prigione ha saputo condurre in questi anni a favore delle vittime di abusi giudiziari nel paese e delle popolazioni indigene da sempre ai margini. La famigerata ”Fabbrica dei colpevoli” messicana non si ferma mai.

Su Carmilla abbiamo parlato in più occasioni del caso giudiziario, politico e mediatico della francese Florence Cassez (che era solo una goccia nel mare delle ingiustizie), condannata a 60 anni di prigione (ne ha scontati 7) in Messico e ora rimandata in Francia dopo una sentenza storica della Corte Suprema. Le è stata concessa una revisione o “amparo” (una figura giuridica messicana traducibile come “tutela dei diritti” o “giudizio d’appello”) e l’ha liberata per il mancato rispetto del “giusto o dovuto processo” da parte delle autorità. Non da “solo” 7 anni ma de ben 12 anni un altro caso fa emergere le carenze e gli abusi del sistema penale di questo paese, soprattutto contro i militanti politici (non era il caso di Florence): si tratta del professore indigeno del Chiapas Alberto Patishtán, un attivista che negli ultimi mesi è riuscito a rompere il muro del silenzio che lo circondava.

Questa volta, però, la Corte Suprema messicana ha usato criteri diversi e ha voltato le spalle alla giustizia. Alcuni si salvano, altri no. Magari perché sono prigionieri politici e sono scomodi al sistema, oppure perché sono indigeni e marginali come ha scritto l’attivista e poeta Javier Sicilia, fondatore del Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità in questa lettera. Un racconto dettagliato del caso l’ha fatto Andrea Spotti. Di seguito ho tradotto una sintesi del caso da Desinformémonos.Org e ho inserito un documentario appena uscito in spagnolo sul caso del profe Patishtán (vedi sotto), Fabrizio Lorusso] 

 

Documentario “Alberto Patishtán. Vivere o morire per la verità e la giustizia” di Koman Ilel e il Movimento del Popolo del Bosco per la Libertà di Alberto Patishtán. Testo di Alma Sánchez – Durata 60′ 30” – Anno 2013.

L’attivista sociale di etnia tzotzil Alberto Patishtán Gómez è stato messo in prigione per la morte di sette poliziotti in un’imboscata realizzata da un gruppo armato nel territorio comunale di El Bosque (Chiapas, estremo Sud messicano) nell’anno 2000. Lui non s’è mai dato per vinto e dalla prigione s’è organizzato insieme ad altri detenuti per avere giustizia. E’ diventato un instancabile difensore dei diritti umani ed è il prigioniero politico più emblematico in Chiapas attualmente. Questo documentario ricostruisce, partendo da interviste e testimonianze, i veri motivi che hanno portato Patishtán in prigione. Vediamo come il suo popolo ha lottato per cercare di liberarlo ed anche le ingiustizie che da parte degli organi ufficiali di giustizia sono state commesse contro di lui e, di conseguenza, contro tutti i popoli organizzati del Chiapas.

Aggiornamento sul caso

Il 30 aprile scorso l’avvocato di Patishtán, Sandino Rivero, ha informato che il fascicolo sarebbe arrivato al Tribunale Collegiale (incaricato di dirimere il caso dopo la decisione negativa della Corte Suprema) nel lasso di circa 15 giorni, dopo di che è probabile che la risoluzione sia immediata. Il Centro per i Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas ha reso noto che la campagna internazionale per la libertà del professore tzotzil è riuscita a trasformare l’hashtag #LibertadPatishtan in un trending topic su Twitter. Le lettere inviate sono state 62.935 e hanno superato l’obiettivo di 4.686 lettere, una per ogni giorno di reclusione.

Le lettere recapitate ai magistrati del Primo Tribunale Collegiale di Tuxtla Gutiérrez (capitale del Chiapas), e al magistrato Juan Silva Meza, del Consiglio della Magistratura Federale, sono state 5.986. Intanto gli attivisti Solidarios de la Voz del Amate, i gruppi, collettivi e militanti del mondo intero continuano a esprimersi in favore della libertà del prigioniero politico Alberto Patishtán Gómez e anche i membri della Commissione per i Diritti Umani della Camera dei Deputati proprio nei primi giorni di maggio si sono pronunciati per la sua libertà. Nella stessa settimana il governatore Manuel Velasco s’è recato nella comunità El Bosque per annunciare la costruzione di un campo sportivo e non s’è espresso sul caso Patishtán, anche se qualche settimana prima gli aveva fatto visita nel penitenziario di San Cristóbal de las Casas, in Chiapas.

Patish libertad

Riassunto delle mobilitazioni 

Il 19 aprile scorso il compleanno di Patishtán è stato festeggiato con protesta mondiale. Migliaia di persone hanno manifestato per la libertà de “el profe”, come è chiamato con affetto dai suoi amici e compagni. Le manifestazioni sono state realizzate in tantissimi paesi e città (vedi anche su FB): Tuxtla Gutiérrez, Città del Messico, Tijuana, Guadalajara, Morelos, Spagna, Francia, Stati Uniti, Grecia, Argentina, Italia, Canada, Svezia, Danimarca, Norvegia, Nuova Zelanda, Olanda, Austria, Brasile, Belgio, Regno Unito, Cile, Colombia e Svizzera.

L’organizzazione civile Las Abejas de Acteal ha letto un comunicato in cui ha espresso la sua profonda indignazione per la liberazione (in un processo farsa) dei 15 paramilitari che nel 1997 parteciparono al massacro di 45 indigeni tzotzil [parte della strategia repressiva del governo dell’ex presidente Ernesto Zedillo contro l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, EZLN] ed ha voluto anche esigere la libertà di Alberto Patishtán. Le Abejas hanno precisato riguardo alla giustizia: “Signori magistrati: è vero che voi non avete rispettato i popoli indigeni, ma ad ogni modo vogliamo dirvi como si vedono le vostre azioni a partire dalla nostra visione del mondo indigena tzotzil… Che succede per esempio se un’autorità è corrotta e agisce in modo parziale e favorisce un colpevole? Quello che succederà è che quell’autorità viene rimossa dalla comunità, ma questo non è il peggio. Il peggio è che quelle persone perdono tutto il rispetto e la fiducia che meritavano come autorità”.

Infine inserisco l’ultima lettera di Patishtán datata 13 maggio 2013.

All’Opinione Pubblica

Ai mezzi di Comunicazione Statali, Nazionali e Internazionali

Ai Mezzi Alternativi

Agli aderenti alla Sesta

Alle Organizzazioni Indipendenti

Ai Difensori dei Diritti Umani

Prigioniero Politico della Voz del Amate, Alberto Patishtan Gómez, Aderente alla Sesta, recluso nel “Centro di Riadattamento Sociale” (CeReSo) No. 5 San Cristóbal de Las Casas, Chiapas.

Noi tutti, messicani e messicane, desideriamo vivere sotto il tetto della Giustizia e della Dignità, ma solo vediamo giorno dopo giorno le richieste di quella Giustizia che i nostri fratelli aspettano, così come noi reclamiamo come persone detenute ingiustamente dall’ingiustizia. A quasi 13 anni dall’incarcerazione, di nuovo aspetto la decisione del Primo Tribunale Collegiale del Ventesimo Distretto del Chiapas, questa volta spero che studino e analizzino esaustivamente secondo diritto e che così io possa ottenere la libertà.

Allo stesso modo insisto con il Governatore Manuel Velasco Coello affinché esegua le liberazioni immediate di tutti i miei compagni Solidarios de la Voz del Amate, così come s’era espresso durante la sua visita in questo penitenziario il 18 aprile, così come l’ha dichiarato in altre occasioni questa storia di ingiustizia non deve ripetersi più, deve prevalere la Giustizia, e come esempio deve realizzarsi con i già citati casi perché sono casi di competenza dello stato del Chiapas.

Da ultimo invito la Società Civile e le Organizzazioni Indipendenti Statali, Nazionali e Internazionali a continuare a chiedere la Giustizia vera che tutti e tutte vogliamo.

¡Vivir o Morir por la Verdad y la Justicia!

Fraternamente

Prigioniero Político La Voz del Amate

Alberto Patishtan Gómez (firma)

Penal No. 5, San Cristóbal de Las Casas Chiapas, a 13 de mayo de 2013.

Alberto Patishtán e la fabbrica dei colpevoli in Messico (documentario)

 Da: Desinformemonos.ORG

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Documental de la vida y lucha del preso político de El Bosque, Chiapas

Alberto Patishtán Gómez es un profesor tsotsil, originario del pueblo de El Bosque en los Altos de Chiapas, México. Está recluido en prisión desde el 19 de junio del 2000, sentenciado a 60 años por un crimen que no cometió, y por el que fue acusado como una venganza política, a causa de impulsar la lucha de su pueblo en contra de los abusos del gobierno local.

Este documental aborda la historia de esta injusticia, a la vez que relata cómo Alberto y su pueblo, han logrado siempre mantener en alto la frente y nunca dejar de luchar por democracia, libertad y justicia.

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Una Realización de Koman ilel y el Movimiento del Pueblo de El Bosque por la Libertad de Alberto Patishtán

http://albertopatishtan.blogspot.mx
http://komanilel.org

Fabbrica dei colpevoli in Messico: libertà per Alberto Patishtán

 AlbertoPatishtan[Qualche tempo fa mi sono occupato della spietata e famigerata “Fabbrica dei colpevoli” messicana con il caso molto mediatico della francese Florence Cassez, condannata a 60 anni di prigione (ne ha scontati 7) in Messico e ora rimandata in Francia dopo una sentenza storica della Corte Suprema che le ha concesso una revisione o “amparo” (una figura giuridica messicana traducibile come “tutela dei diritti/appello”) e l’ha liberata per il mancato rispetto del “dovuto proceso” da parte delle autorità. Ora riproduco un articolo di Andrea Spotti da Contropiano.Org su un caso simile, quello del prof. Alberto Patishtàn che è uno dei tantissimi casi, noti e meno noti, che fanno emergere le carenze e gli abusi del sistema di giustizia penale in questo paese. 12 anni d’ingiusta reclusione non sono pochi. Ma questa volta la Corte Suprema ha voltato le spalle alla giustizia.  Alcuni hanno la fortuna di salvarsi, altri no. Magari perché indigeni o perché sono attivisti politici come ha scritto l’attivista e fondatore del Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità Javier Sicilia in questa lettera-link. F. L.]

Una figura simbolo delle lotte contadine e dei dei detenuti politici in Messico, arrestato senza mandato di cattura e condannato a 60 anni di carcere. Condannato a scontare una pena di sessant’anni per un delitto che non ha commesso, Alberto Patishtán, maestro rurale di orgine tzotzil aderente alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, rappresenta senz’altro uno dei casi piú emblematici di malagiustizia messicana, nonché una figura-simbolo della lotta dei detenuti politici e delle tante vittime di abusi giudiziari che popolano le carceri del Paese.

Nel corso degli oltre dodici anni di reclusione, un variegato movimento dentro e fuori i confini nazionali si é piú volte mobilitato contro la sua ingiusta detenzione. A partire dallo scorso 20 marzo, in seguito al rifiuto da parte della Suprema Corte di Giustizia della Nazione di invalidare il proccesso pieno di irregolaritá che ha portato alla condanna, familiari e compagni di Patishtán, insieme a decine di organizzazioni sociali e per la difesa dei diritti umani hanno lanciato una campagna nazionale e internazionale per chiederne l’immediata liberazione e per fare pressione sul Primo Tribunale Collegiale di Tuxla Gutierrez, Chiapas, il quale, nelle prossime settimane, deciderá in maniera definitiva la sorte dell’attivista.

L’odissea giudiziaria di Patishtán inizia il 19 giugno del 2000, quando viene arrestato senza mandato di cattura da quattro uomini in borghese nel suo municipio di residenza, El Bosque, a meno di cento chilometri di distanza da San Cristobal de Las Casas. L’accusa é di essere il responsabile morale e materiale della strage di Simojovel che una settimana prima aveva provocato la morte di sette poliziotti federali.

Siamo nel Chiapas (para)militarizzato degli anni immediatamente successivi all’insurrezione zapatista e in diverse localitá i municipi dichiaratisi autonomi si contrappongono alle autoritá ufficiali, spesso al governo grazie a brogli elettorali. In generale, la tensione politica (siamo a poche settimane dalla elezioni) e militare nella regione é alta, ed anche ad El Bosque é in corso un conflitto tra buona parte della popolazione locale e il sindacoManuel Gómez Ruiz, priista accusato di corruzione, nepotismo e di abuso di potere.

Come succede spesso ai maestri rurali – in molte occasioni veri e propri intellettuali organici delle loro comunitá -, Patishtán diventa il portavoce della protesta. Il movimento, che chiede con azioni pacifiche e attraverso vie legali la destituzione del sindaco, preoccupa il governo, il quale, timoroso che la situazione possa provocare nuove sollevazioni popolari, invia elementi della polizia federale sul posto. Durante uno dei pattugliamenti della zona, nei pressi del villaggio di Las Limas, avviene il violento assalto, effettuato da una decina di uomini a volto coperto armati di AK-47 e di R-15.

Nei giorni successivi all’imboscata, il governo statale e quello federale puntano il dito contro l’Ezln, sospettato di volersi vendicare del massacro di Unión Progreso in cui, due anni prima, erano stati uccisi otto zapatisti; e contro l’Epr (Esercito Popolare Rivoluzionario), il quale peró non é mai stato presente nella zona. Da parte sua, la Comandancia zapatista, attraverso le parole del Subcomandante Marcos, indica nei gruppi paramilitari legati al Pri i probabili colpevoli, e denuncia la strumentalizzazione della strage da parte di governo e mass media, i quali la usano con l’obbiettivo di intensificare la militarizzazione della zona.

A una settimana di distanza dai fatti, l’arresto di Patishtán provoca la risposta della comunitá di El Bosque, che arriverá ad occupare il municipio per protestare contro la sua detenzione. In seguito, vengono accusati dell’imboscata anche due indigeni basi d’appoggio dell’Ezln, uno dei quali, Salvador López González, sará arrestato. Oltre a fornire un capro espiatorio all’opinione pubblica, le detenzioni servono ad eliminare degli oppositori politici; cosa assai comune in Messico, soprattutto in provincia, dove chi fa opposizione alle autoritá locali puó rischiare di finire in carcere con condanne per reati comuni.

Fondamentali per la condanna di Patishtán, che arriva nel giugno del 2003, sono le dichiarazioni di uno dei due sopravvissuti, l’autista Rosenberg Gómez, figlio del sindaco di El Bosque, che sostiene di aver riconosciuto il maestro rurale mentre impugnava un Ak-47 durante l’assalto. Questa versione, tuttavia, non coincide con quella resa dall’altro sopravvissuto, l’agente federale, il quale dichiara che gli aggressori indossavano il passamontagna. Le affermazioni del figlio del sindaco, inoltre, si contraddicono e cambiano nel corso del tempo, tanto che, sulla base delle stesse, López González verrá assolto. Con queste tutt’altro che granitiche prove, al contrario, l’aderente alla Sexta viene condannato, senza che vengano prese in considerazione le molte testimonianze che davano Patishtán lontano dal luogo dei fatti nel momento dell’imboscata.

Le violazioni al giusto processo e ai diritti della difesa, come sostiene l’attuale avvocato Leonel Rivero, sono molteplici, si va dalla detenzione illegale in un hotel di Tuxtla, alla mancanza di un avvocato durante gli interrogatori e di una difesa adueguata durante il processo, passando per l’uso di prove illegali e il tentativo da parte del sindaco di influenzare le indagini inviando foto di Patishtán agli investigatori. Insomma, ce n’é abbastanza da mettere in discussione l’intero castello accusatorio, fondato solamente sulle ricostruzioni farraginose e non confermate del Gomez.

Durante la prigionia nelle carceri del sud-est messicano, Patishtán diventa un punto di riferimento per i detenuti. Come maestro bilingue si rende utile insegnando a leggere e a scrivere agli analfebeti e fungendo da traduttore per i reclusi di origine indigena che in questo modo possono conoscere la loro condizione giuridica e, dunque, difendersi. In questo processo, il Profe, come viene soprannominato, si lega ai detenuti zapatisti e partecipa alle mobilitazioni per il miglioramento delle condizioni carcerarie, diventando uno dei portavoce dei prigionieri in lotta.

Nel 2006, recluso nel carcere di El Amate, entra a far parte de La Otra Campaña lanciata dall’Ezln e fonda, insieme agli altri detenuti aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, il collettivo La Voz del Amate, che nel corso degli anni riuscirá a connettere le lotte nelle prigioni chiapaneche con la mobilitazione delle realtá politiche e sociali che, da fuori spingono per la liberazione dei detenuti. D’altra parte vengono intensificate le iniziative di protesta da parte dei reclusi che praticano, fra le altre cose, digiuni, scioperi della fame, presidi e cortei interni e, nel giro di qualche anno, riescono ad ottenere la liberazione di ben 137 prigionieri.

Quasi tutti, insomma, tranne Patishtán, che, nell’ottobre del 2011 viene invece punito con il trasferimento nel carcere di massima sicurezza di Sonora, a quasi duemila chilometri di distanza dal Chiapas. Quí, vive in condizioni di torutra permanente che il Centro dei Diritti Umani Fray Bartolomé de las Casas documenta e denuncia costantemente. Un anno dopo, in seguito all’ondata di protesta scatenatasi, torna in Chiapas dove viene operato per un tumore all’ipofisi che rischia di compromettergli la vista a causa della nulla attenzione medica ricevuta.

Dopo la delusione prodotta dalla sentenza della Suprema Corte, l’ultima parola, almeno dal punto di vista giudiziario, sulla libertá del maestro indigeno é nelle mani del Tribunale Collegiale di Tuxla Gutierrez che deciderá entro il mese se invalidare o meno il processo. Da questo punto di vista le azioni promosse dalla campagna “Lottando per la #LibertadPatishtan, festeggiamo il suo compleanno” sono assai importanti, infatti, come dimostrato in altre occasioni (Atenco docet) la pressione politica e sociale puó produrre risultati significativi.
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La campagna, che finirá il prossimo 19 aprile, giorno del compleanno di Patishtán, invita uomini e donne solidali con la sua causa ad inviare lettere al Tribunale Collegiale con l’obbiettivo di raggiungere quota 4686, cioé una lettera per ogni giorno che Patishtán ha trascorso in galera. Altre azioni solidali, si possono compiere sui social network, mettendo la foto del maestro sul proprio profilo di facebook (quí le immagini) e retwtittando #LibertadPatishtan ogni venerdí, per tutta la durata della campagna.

Fino al 15 aprile, é possibile anche inviare messaggi all’indirizzo
presoschiapas@gmail.com

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per celebrare i 42 anni del Profe. Lo stesso Patishtán, inoltre, dal carcere numero cinque in cui si trova attualmente rinchiuso, ha convocato a “una nuova tappa di mobilitazioni” davanti ad ambasciate e consolati messicani nel mondo, mettendo in evidenza l’impotanza della solidarietá dei movimenti globali.Per il giorno di chiusura, infine, si invitano i movimenti a portare avanti “azioni di mobilitazione pacifica, in forma simultanea a livello nazionale e internazionale” per chiedere la sua liberazione.

In attesa della sentenza, il maestro non perde la speranza e, insieme ai suoi compagni, continua a mobilitarsi all’interno del penitenziario. Fuori dalle mura, intanto, la campagna #LibertadPatishtan cresce, guadagnando spazio nei media e raccogliendo adesioni in diverse parti del mondo. Sebbene sia difficile prevedere quale sará la decisione dei giudici, possiamo dire che, vada come vada, la battaglia esemplare di Patishtán e degli altri detenuti chiapanechi per riconquistare la loro libertá andrá comunque avanti, perché, per cosí dire, dove non si arriva con il diritto si puó giungere con la lotta.
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