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Trenitalia e licenziamenti: nuovo appello per Dante De Angelis

Riporto l’appello dell’amica Annalisa (e centinaia di italiani!) e spero si possa diffondere adeguatamente anche attraverso questo blog e i suoi lettori.

Una videointervista a Dante De Angelis:

PETIZIONE FIRMA

http://firmiamo.it/campagnadisolidarietaperdantedeangelis

INFO

http://bellaciao.org/it/spip.php?article20725

http://it.geocities.com/cen_doc_lotta/archilotte/ferrovieri250506.htm

Vi pregherei per quanto vi sia possibile, di partecipare e di darne diffusione. Mi sembra molto importante. Grazie.

Il licenziamento di Dante De Angelis non può essere un problema esclusivamente di chi sta scioperando per farlo riassumere, i ferrovieri e il sindacato di base, ma deve interessare tutti coloro che del treno ne fanno un mezzo di trasporto importante. Vi chiediamo pertanto di partecipare  a questa protesta per la giustizia e la sicurezza di tutti i viaggiatori,  diffondendo quanto più possibile questo volantino e inviandolo agli indirizzi indicati.  La richiesta è rivolta soprattutto ai pendolari che possono riprodurlo  e lasciarlo in giro sulle panchine delle stazioni, nei bar e “casualmente” dimenticarne qualcuno sui sedili dei treni.(A.M)
Spett.le Direzione
Trenitalia Spa
Ferrovie
dello Stato S.p.a.
Piazza della Croce Rossa, 1 – 00161 Roma
Roma, maggio 2009
Siamo donne e uomini che utilizzano con convinzione il treno per gli spostamenti interurbani.
Il treno da sempre è considerato, a ragione, un mezzo di trasporto poco inquinante, compatibile con l’ambiente e sicuro. Più sicuro degli altri mezzi di trasporto; ciò è quanto emerge infatti dalla storia del trasporto su rotaia.
Noi, viaggiatori e cittadini di questo paese, desideriamo  che il treno continui a mantenere queste  sue caratteristiche.
I lavoratori delle ferrovie, sappiamo, stanno facendo di tutto perché il treno mantenga e migliori queste sue prerogative, soprattutto, per quanto attiene alla loro attività, la SICUREZZA.
Sappiamo che, grazie alle loro lotte sindacali, i ferrovieri hanno raggiunto importanti innovazioni a vantaggio della sicurezza, una delle più significative è stata l’aver conquistato il “Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza” (Rls), come espressione della sorveglianza e verifica degli stessi lavoratori al buon funzionamento delle macchine e delle procedure.
Noi viaggiatori ci sentiamo sicuri, in un certo senso protetti, sapendo che chi produce il trasporto ferroviario, allo stesso tempo vigila con attenzione per tutelare la salute e l’incolumità di chi lavora e chi viaggia.
Ci è sembrata questa conquista un gran passo avanti di civiltà, purché il “Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza” (Rls), operi nel rispetto della verità.
Invece… un giorno veniamo a sapere che uno di questi “Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza”, uno dei più attivi e attenti, svolgendo il proprio lavoro di macchinista (quello che conduce il treno) e discutendo con i suoi compagni di lavoro, si era accorto di alcune anomalie che potevano compromettere la sicurezza di chi lavora e di chi viaggia e -giustamente- l’ha prontamente segnalato all’Azienda Trenitalia.
Si poteva pensare che questo macchinista fosse stato proposto per un premio, così sarebbe successo in un paese civile, così doveva accadere  in un paese democratico… invece… è stato licenziato! Si chiama Dante De Angelis.
Sembra un racconto dell’orrore, o forse del terrore. Terrore e intimidazione con cui i dirigenti di Trenitalia cercano di ridurre al silenzio i ferrovieri, con la minaccia di licenziamento, mettendo a repentaglio la loro e la nostra sicurezza.
Ma ancor più preoccupante ci sembra la motivazione del licenziamento: “è venuto definitivamente meno il rapporto di fiducia”. Con queste parole Trenitalia ha licenziato Dante De Angelis.
Noi viaggiatori vorremmo, anzi,  esigiamo,  di poter avere fiducia nella correttezza dei dirigenti di Trenitalia quando è in gioco la salvaguardia dell’incolumità di chi lavora e chi viaggia. Non riusciamo a comprendere quale altra fiducia la dirigenza di Trenitalia pretenda dai ferrovieri. O forse confonde fiducia con omertà?
Da quel 15 agosto del 2008, giorno in cui il ferroviere macchinista e Rls Dante De Angelis è stato licenziato per aver detto la verità su alcuni pericoli incombenti, (poi puntualmente verificatisi), noi viaggiatori sui treni italiani
NON CI SENTIAMO PIU’ SICURI.
E non ci sentiremo sicuri,  né cittadini di un paese civile,  fino a quando  Dante De Angelis non verrà reintegrato in servizio e finché non venga sanzionata l’attività antisindacale di Trenitalia lesiva dell’incolumità di chi lavora e di chi viaggia.
Il nostro auspicio, che è anche una precisa richiesta, è che l’Amministratore delegato di Trenitalia Spa Mauro Moretti e tutta la dirigenza facciano un sostanziale passo indietro e riconoscano il proprio errore.
Annalisa Melandri
per un gruppo di viaggiatori delle Ferrovie di Roma Trastevere

Appello di un gruppo di italiani in Messico: in favore del pluralismo e contro la xenofobia

Vi riporto l’appello lanciato da un gruppo di docenti e intellettuali italiani in Messico riguardo ai fatti di Milano dello scorso 14 settembre, in cui è stato brutalmente ucciso un giovane italiano di origini africane. Riteniamo che sia importante diffondere tanto in Italia come in Messico alcune verità che vengono regolarmente occultate dai mass media globali e locali e che riguardano il nostro paese d’origine, così spesso stilizzato e idealizzato qui all’estero nel bene e nel male.
Informazioni tratte da: http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/cronaca/milano-razzismo/aggredito-sprangate/aggredito-sprangate.html (Milano, giovane di colore ucciso a sprangate
fermati i due aggressori: padre e figlio)

La versione originale in spagnolo è stata pubblicata dal giornale messicanao La Jornada del 21 settembre eccovi il link: 

Nei giorni scorsi, a Milano, s’è verificato un grave delitto in cui ha perso la vita un giovane africano di 19 anni, assasinato durante un litigio con i proprietari di un locale pubblico.

Questo ragazzo, insieme a un paio di amici, ha rubato, presumibilmente, alcune scatole di biscotti ma i padroni del locale hanno creduto che si trattasse di un furto più consistente di denaro e hanno raggiunto i giovani iniziando un pestaggio in cui uno di loro ha perso la vita.  

In seguito a questa triste notizia, vari professori dell’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico (Ufficio Culturale dell’Ambasciata d’Italia) e altri italiani all’estero desiderano porgere le più sentite condoglianze ed esprimere la propria solidarietà alla famiglia della vittima, prendendo così le distanze dall’atmosfera d’intolleranza e xenofobia che si stà tristemente diffondendo nel nostro paese, anche quando accademici, docenti e mediatori culturali promuovono la cultura del rispetto e della comprensione reciproca.

Desideriamo che nella nostra Italia prevalgano i valori della tolleranza, della generosità e della solidarietà umana, che sono quelli che promuoviamo e ritroviamo giorno dopo giorno qui in Messico.

Luisa Montoni, Diego Barboni, Gianfranco Marano, Francesca Caregnato, Stefania Zoccatelli, Matteo Dean, Brando Torri, Fabrizio Lorusso, Serena Mellini, Marco Galeotti, Manuela Derosas, Manuela Loi, Carlo Almeyra, Edoardo Mora, Diego Lucifreddi, Donatella di Benedetto et al.

Da http://www.emigrazione-notizie.org/news.asp?id=5625 

ECCO QUI ULTERIORI APPROFONDIMENTI !!

 
 
 
News, foto, video dal corteo dal corteo di Milano, PER ABBA E CONTRO IL RAZZISMO uno speciale di GlobalProject in diretta dalla piazza, in continuo aggiornamento dal pomeriggio di Sabato 20. Anche dopo il corteo stiamo continuando ad aggiornare questo articolo con tutti i materiali fotografici e video raccolti nel corteo. Tornate quindi a visitare questa pagina, per visualizzare gli ultimi aggiornamenti non dimenticare di “rigenerare la pagina”

  Contenuti Multimediali:
Fotogallery dal corteo
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 Minivideo
[ Guarda ]

Hai scattato delle foto? Spediscile alla casella di posta [ 20sett@gmail.com ]

X la Cronistoria  guarda: http://www.globalproject.info/art-16948.html

 

Milano – Sabato 20 Settembre

Per Abba e contro il razzismo, Manif Sauvage,un corteo meticcio si riprende la città !

una moltitudine incontrollabile invade la città dichiarandola “zona libera dal razzismo”

 

Articolo su Repubblica: spot Aquarius abusa di Bella Ciao…

Vi passo il link su Repubblica dell’articolo di Marina Zenobio sull’uso di Bella Ciao per uno Spot di Aquarius – Coca Cola in Messico. (Titolo: Messico, “Bella ciao” in uno spot
Gli intellettuali: “Cambiate musica”)

Iniziativa d’opposizione promossa dal collettivo AlterIta Messico (Manuela Derosas, Carlo Almeyra, Matteo Dean, Fabrizio Lorusso, Edoardo Mora, Diego Lucifreddi, Barbara Origlio, Andrea Cirelli).

 

http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/esteri/spot-bella-ciao/spot-bella-ciao/spot-bella-ciao.html 

Aquarius Coca Cola Bibita pubblicizzata

E’ uscito anche il video della pubblicità incriminata con la “pamplonada”…

 

 

 

I fannulloni della cultura italiana all’estero (risposte all’articolo dal sito del SOLE24-ORE)

Riporto l’articolo di Riccardo Chiaberge apparso sul sito del Sole – 24ore e che ha scatenato un dibattito interessante sugli Istituti Italiani di Cultura operanti all’estero e sugli italiani all’estero in generale. Seguono due commenti significativi…

Se rischiamo di essere estromessi dagli europei di calcio, come ci piazzeremo nelle Olimpiadi dell’arte e della creatività? L’equivalente della squadra azzurra, in questi campi, è la rete degli Istituti italiani di cultura. Sono ben 88 sparsi in altrettante città di tutti i continenti, da Tirana a Caracas. Dovrebbero essere un punto di riferimento per i nostri connazionali all’estero e una piattaforma di lancio per scrittori, artisti, cantanti.
Ma non fanno bene né l’uno né l’altro mestiere. I dieci istituti più importanti, come Londra, New York o Parigi, sono retti da direttori «di chiara fama» che restano in carica da due a quattro anni. Alcuni si mostrano all’altezza della loro fama, altri no. Ma procurano comunque un danno limitato. Il vero problema è il personale, gli «addetti culturali» e i «contrattisti» che lavorano (o dovrebbero lavorare) alle loro dipendenze.
Gli addetti culturali (due o quattro per ogni sede, di cui molti ex-professori d’inglese o tedesco delle scuole medie in soprannumero, presi in carico dalla Farnesina e spediti nel mondo), per lo più sanno poco della cultura del loro paese e meno ancora del paese in cui si trovano, ma vengono pagati come superesperti (otto-diecimila euro al mese) e si comportano da impiegati statali. Il direttore di un importante istituto racconta di aver convocato una riunione un pomeriggio alle 16,30 con due suoi «addetti» e questi dopo 25 minuti si sono alzati, perché era finito il loro orario giornaliero: «Se no facciamo straordinari e poi ce li deve dare come recupero». Il contratto prevede 36 ore e 17 minuti la settimana di presenza. Ogni minuto in più va a sommarsi al già cospicuo «monte ferie» (42 giorni se la sede è «disagiata», cioè extraeuropea: come se stare a Tokio o a New York comportasse disagi tremendi).
Alcuni di questi signori girano il mondo da vent’anni, cinque anni a Londra, cinque a Buenos Aires, e magari non parlano nemmeno la lingua del posto. Sono i Rom della cultura, un’emergenza per l’erario che il ministro Brunetta dovrebbe affrontare con la stessa «tolleranza zero» che si usa per i campi nomadi. Poi ci sono gli stanziali, legati indissolubilmente a una sede finché morte non li separi: chiamati «contrattisti», sono impiegati che guadagnano circa la metà degli «addetti». Molti sposano indigeni o indigene e si fanno una famiglia in loco, perdendo ogni legame con la lingua e la cultura d’origine. Se gli nomini Ozpetek, Saviano o Cattelan, sgranano gli occhi: loro sono rimasti fermi ai tempi di Pavese e Sofia Loren. Molti non si prestano nemmeno più a fare gli interpreti, ruolo che cedono volentieri ai giovani locali, disposti a lavorare 10-12 ore al giorno per mille euro mensili.
Ci sono per fortuna le eccezioni, funzionari colti e volonterosi, che fanno onore al Paese. Ma devono remare controcorrente in un oceano di mediocrità e di fannullaggine. E i direttori non hanno nessun potere di promuoverli, come non ne hanno di licenziare gli ignoranti. Così, invece di esportare il made in Italy artistico e letterario, diffondiamo nel mondo due prodotti tipicamente nostrani: la burocrazia e l’incultura.

 

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RISPOSTE DAL MESSICO:

Fabrizio Lorusso

Ieri sera, alla luce dei fatti, l’Italia ha passato il turno per i quarti di finale dell’europeo e, simultaneamente, alcuni commenti hanno ridimensionato i toni dell’articolo del Sig. Chiaberge.
E’ decaduto, quindi, il paragone calcistico che ci inviava al campo santo anche all’estero per essere stati troppo inefficienti in BEN 88 Istituti Italiani di cultura sparsi nelle BEN 200 nazioni del globo.
Rimane sulla rete la provocazione fannullona e piccante di una penna ardita e poco informata nel senso che, forse, proprio perchè le realtà sono molte e variegate, allora è difficile conoscerle tutte adeguatamente e “fare di tutte le erbe un fascio”. A questo servono le continue segnalazioni e risposte sul blog che stanno integrando gli interventi di tipo più riflessivo con preziose testimonianze dirette su quanto avviene all’estero tra noi italiani che qui costruiamo un’altra Italia, spesso più rinnovata e creativa di quella che rimane sul territorio a ipotizzare identità fuorvianti e fantasiose per i famigeratio “italiani all’estero”.

A fronte delle diversità delle situazioni nazionali degli Istituti di Cultura, l’improbabile generalizzazione del Sig. Chiaberge lascia intravvedere una posizione ideologica avversa al settore pubblico tout court piuttosto che una sana e produttiva volontà di critica dell’operato di funzionari precisi e politiche culturali specifiche che vengono solo vagamente abbozzate nel suo post. Come si possono trovare esempi di sperperi ed eccessi, che vanno segnalati adeguatamente, si devono anche trovare (e sicuramente in maggior quantità) tutta una serie di iniziative di promozione e diffusione culturale che fanno onore al nostro paese e che vengono orchestrate e gestite da numerose figure profesionali.

Tra questi contiamo i direttori, gli addetti culturali, i contrattisti MAE, tanto vituperati nell’articolo, ed anche il personale contrattato in loco, i docenti di linguacultura italiana e tutti i portatori d’interesse legati all’istituzione.
Ciascuna di queste persone apporta forze e risorse differenti, sotto condizioni profondamente diverse, alla causa della promozione culturale dell’Italia all’estero. Possiamo provare a distinguere, elencare, documentare e capire chi siano e che cosa fanno in ogni paese senza cadere in generici esercizi d’opinionismo?
Come già molti interventi hanno implicitamente segnalato, a fronte di ogni anedotto, reale o fittizio, raccontato circa l’inettitudine del dipendente pubblico e volto a rafforzarne lo stereotipo di “fannullone”, potremmo citarne altrettanti che lo ribaltano.
Allora diciamo basta alle mezze verità e raccontiamo anche i successi e non solo gli eccessi per non cadere nel qualunquismo e nel catastrofismo ideologico anti-statalista.
Lo Stato sbaglia e il mercato, anche.

A volte, però, i dati e le ricerche serie ci aiutano a sbagliare un po’ meno e andrebbero citati un po’ di più quando si questiona il funzionamento di un sistema. Cito l’articolo: sono i Rom della cultura? Un’emergenza per l’erario? Sposano indigene e indigeni? Tolleranza zero?
Sig. giornalista,
Ma quali dolci fraseggi rimasticati e diffusi da qualche mese soprattutto dalle TV e, in questa occasione, dalla rete, deve mai scorgere il mio occhio sullo schermo oggi?

Non prendo le difese di chi non fa nulla e vive sulle spalle degli altri, cosa deprecabile che sì accade in numerosi contesti lavorativi; ciononostante, un post (o articolo) su un giornale serio e competente dovrebbe arricchire realmente le conoscenze e mettere a fuoco i punti d’osservazione del lettore, non propagare stereotipi. Infine, mi piacerebbe che potessimo affrontare il problema della spesa pubblica da un’altra angolazione senza valutare le scelte matrimoniali dei contrattisti (categoria di cui non faccio parte).

In attesa di una Sua pronta risposta, porgo distinti saluti.
Fabrizio Lorusso ( https://fabriziolorusso.wordpress.com )

(professore di linguacultura italiana in Messico)

Gentile signor Chiaberge,
leggo il suo articolo e l’unica sensazione che provo è quella della “tristezza”. Tristezza dettata dalla constatazione del fatto che la stampa italiana è ancora intrisa di cotanta frequentazione con il luogo comune e con suo cugino, lo stereotipo. Di questi tempi, poi, in cui parlare di “pubblico” equivale a bestemmiare e solo il “privato” appare come cammino che porta alla salvezza, il suo “pezzo” appare come un assist (spero involontario) per la testa di qualche centravanti di sfondamento, voglioso di metterla nel sacco del servizio pubblico.
Sono il presidente del Comites del Messico, istituzione a suffragio universale che, come lei sicuramente saprà, rappresenta gli interessi dei connazionali residenti in un determinato Paese di fronte al proprio Governo. Rappresento, insieme agli altri consiglieri, una collettività che si misura ogni giorno con funzioni e, ovviamente, disfunzioni dell’Italia in Messico.
In tanti anni, l’Istituto Italiano di Cultura ha attraversato -come ogni cosa umana- diverse fasi, alcune delle quali anche negative per quanto riguarda il proprio livello di “produttività” e le relazioni con gli italiani qui residenti; attualmente, però, grazie anche all’opera costante e infaticabile di un gruppo di professionisti assolutamente all’altezza del compito affidato loro, il “nostro” istituto rappresenta un punto di riferimento sicuro per la Cultura italiana in Messico. Negli ultimi mesi, sotto la guida di Davide Scalmani (nelle sue funzioni di reggente) e dell’esperto accademico Franco Avicolli, e grazie alla forza di propulsione generata dalla professionalità di un gruppo straordinario di docenti, l’Istituto Italiano di Cultura ha dimostrato con i fatti che quanto lei scrive non risponde alla Verità, semmai a una delle molte realtà che si possono incontrare in giro per mondo.
Ora, capisco che il gusto della crociata a volte sia assolutamente irresistibile, è comprensibile anche se l’informazione, per essere tale, dovrebbe esserne immune e dedicarsi piuttosto alla ricerca dei fatti e non degli aneddoti. È vero che esistono funzionari e dipendenti pubblici che ci rappresentano all’estero che non fanno il proprio lavoro, professori, direttori, consoli e perfino ambasciatori, ma di lí ad affermare che sono tutti uguali, che buttiamo via i nostri soldi, che solo le eccezioni ci salvano da una situazione insostenibile, beh, caro signor Chiamberge, ce ne corre.
Lei col suo sfogo da terza crociata, non fa che alimentare il pregiudizio, la sfiducia del cittadino nelle istituzioni, l’idea liberista del dipendente pubblico come sanguisuga e parassita. Con lei saranno d’accordo certo quelle centinaia di migliaia di persone che criticano tutto, che parlano male delle biblioteche comunali ma non ci hanno mai messo piede, che gridano a mari e monti che i loro istituti di cultura non funzionano, ma non sanno nemmeno quale sia il loro indirizzo.
Il fatto che siate molti non cambia la sostanza.
Alla luce dei fatti messicani e conoscendo altre importanti realtà che fanno grande l’Italia nel mondo, io credo invece che lei debba delle scuse a quanti, facendo fronte a una politica culturale dei nostri governi –questa sí disastrosa- riescono sempre e comunque a rendere presente l’Italia nei Paesi dove operano.
Chieda scusa, perfavore, a tutti quei lettori, docenti, direttori (di chiara fama e non), esperti, bibliotecari, telefonisti che, malgrado l’inettitudine di una patria spesso cieca, sorda, inefficiente e disinformata, mantengono vivo nei Paesi dove operano il mito dell’Italia… Sí, proprio il mito, perché loro, che –malgrado lei dica il contrario- conoscono perfettamente la cultura contemporanea del nostro Paese, sono gli unici che fanno qualcosa –insieme alle molte associazioni culturali presenti sul territorio- perché questa cultura arrivi ai nostri anfitrioni, ben al di là di Giotto, di Beppino Di Capri e del neorealismo italiano.
La sa una cosa? Il suo articolo non fa che confermare un dubbio che molti noi hanno maturato da quando vivono all’estero: che se c’è qualcuno che dovrebbe riempire un vuoto culturale, questi siete voi italiani in Italia che, voi sí fermi alle navi transoceaniche e alle valigie di cartone, avete un’idea dell’Italia all’estero totalmente distorta e frutto, non me ne voglia, di una sacrosanta ignoranza.
Sabato prossimo il Comites del Messico, grazie allo straordinario appoggio dell’Istituto Italiano di Cultura, inaugurerà l’esposizione pittorica, fotografica e scultorica degli “Artisti italiani in Messico”. Una briciola della nostra vita culturale italiana in questo grande Paese, la dimostrazione di come esista un mondo italiano che si sviluppa a vostra insaputa, prigionieri come siete dei votri pregiudizi e della tristissima cultura delle crociate.

Un saluto cordiale,
Paolo Pagliai
Presidente Comites del Messico

Sig. Chiaberge:
le scrivo dal Messico, dove svolgo le mie attivitá professionali: giornalista, ricercatore e docente di linguacultura italiana presso l’Istituto Italiano di Cultura di Cittá del Messico. questa mattina mi son svegliato alle cinque e mezzo per poter raggiungere la sede dell’Istituto e offrire i miei servizi da contrattista in qualitá di docente. mi sveglio sempre una mezz’ora prima del dovuto per avere il tempo di sfogliare i giornali consultabili su internet. da questa parte del mondo, la fortuna vuole che si “viaggi” 7 ore indietro rispetto al fuso (o fusi?) italiano. questo mi permette, oggi 18 giugno, di poter conoscere immediatamente sveglio gli esiti del dibattito presso il Senato dell’ennesimo emandamento governativo al cosidetto pacchetto sicurezza. e mi domando, ancora una volta, da buon italiano che risiede e vive all’estero, com’e´possibile che in Italia si facciano cose cosí. e sempre sorge la tentazione di chiedermi con che faccia spiegheró ai miei studenti – che curiosi lo sono rispetto l’Italia, assetati di cultura e informazioni – che in Italia le cose vanno a rotoli. badi bene, non da un mese e mezzo a questa parte, ma da diversi anni. dacché, per esempio, la cultura che lei dice trovare sicuro asilo in patria e venir disprezzata e banalizzata all’estero, in realtá s’é trasformata nella cultura di chi comanda a colpi di spot televisivi, di insulti incrociati e assolutamente bipartisan e che fonda le proprie radici nell’egoismo miope di un popolo cui piace sentirsi tale, ma che nulla ha come nazione. e poi ci ripenso. e giungo in aula, con rinnovato entusiasmo e disposto a proporre e riproporre e difendere quell’Italia di cui ho effettivamente il ricordo. ma stia sicuro che non é il ricordo di una Sofia o di un Cesare, ma piuttosto é memoria, memoria di un’Italia che aveva i valori della pace, della giustizia, che parlava al mondo con il linguaggio della solidarietá e che, a chi in questi anni l’ha denigrata non all’estero ma in patria, non ha mai dato troppo credito ed ha continuato a vivere con dignitá.
é morto Stern qualche giorno fa. il sergente sulla neve. ma se lo ricorda costui? quello sí un uomo di cultura che peró, come tutte le persone colte, ha saputo essere umile e direi anche eroico nel suo silenzio. un’latra razza questa – in questo caso la categoria é utile. ed invece ci ritroviamo nel mondo di chi ha poco o nulla da dire, ma apre bocca – e mette mano alla tastiera del computer – ogni volta che qualcuno gli dice di farlo, riempendo pagine e spazi di dibattito con idee altrui.
non ho molto altro da dire, visto che il collega Paolo Pagliai ha riassunto egregiamente un pensiero comune tra coloro che vivono in Messico e qui costruiscono una comunitá italiana aperta e in continuo dialogo con la differenza che ci ospita. devo solamente aggiungere un ulteriore riconoscimento al personale – di ogni grado e livello – che lavora presso l’IIC della capitale azteca. deve infatti sapere – prima di voler fare d’ogni era un fascio…o proprio quello che vuol fare? – che tra mille difficoltá, presso l’IIC messicano si é riusciti a ristabilire quel che in Italia si va invece perdendo, ovvero un quadro democratico di funzionamento e nell’ambito del lavoro – dalla situazione contrattuale sino all’accademica – e nell’ambito della produzione culturale, che ha permesso di offrire un modello di riferimento del made in Italy che non parla solo di marchi e business, ma piuttosto di capacitá e creativitá poste al servizio del benessere e la crescita della collettivitá, italiana e messicana.
Matteo Dean

p.s.: lascio a questo spazio un ultimo commento sul tono e la prospettiva del suo “pezzo”. mi piacerebbe chiamarla collega, visto che anche a me tocca l’onere – e non il vanto – di scrivere e comunicare; ma ho difficoltá a trovare similitudini con chi oggi assume toni francamente discriminatori e razzisti – che son di moda laggiú in Italia, per caritá, non le rimprovero incoerenza sociale, assolutamente – utilizzando terminologie che non le appartengono e che offendono – ma questo forse non lo sa – le popolazioni indigene di queste terre. purtuttavia lei non ha colpe: di questi tempi, a difendere una categoria come la nostra, “italiani emigranti” ma pur sempre migranti, si rischia la galera per simpatie extraitaliane.

p.s.2: non si sconvolga, la parola “linguacultura” non l’ho scritta male. é solamente un concetto glottodidattico che si sta sviluppando tra coloro che nell’insegnare la propria lingua agli stranieri, han capito che la lingua non si separa dalla cultura – come invece accade alcune volte a coloro che usano la lingua senza tenere cultura alcuna.

Gentile dott. Chiaberge,
contrariamente a quanto da lei ipotizzato, la squadra azzurra entra nei quarti di finale dei Campionati europei, dopo una bella partita con la Francia. La musa Eupalla, capricciosa e imprevedibile, come avrebbe detto il suo grande collega Gianni Brera, le ha forse voluto mandare un segnale di moderazione. La squadra non è poi così male, ha dato prova di volontà, di cuore e di buone capacità. La squadra degli addetti culturali degli Istituti Italiani di Cultura, che secondo le sue parole è l’equivalente della nazionale di calcio nel campo delle “olimpiadi dell’arte e della creatività”, potrebbe sorprenderla in un modo analogo se solo volesse conoscerla. Siamo una buona squadra, potremmo piazzarci bene nel campionato mondiale degli addetti culturali. Abbiamo perso qualche partita, ma anche giocato molto bene in altre.
Forse sarebbe bene pensare due volte prima di scrivere cose di cui poi ci si potrebbe vergognare. Anche perché io mi ricordo che lei, non più di tre anni fa, moderò con sapienza una tavola rotonda al Ministero degli Affari Esteri sull’identità culturale italiana. In quella occasione nulla disse circa l’inettitudine degli addetti alla promozione culturale, che oggi invece lei vuole far diventare il capro espiatorio della cultura italiana.
Su questo suo blog si legge una bella frase di Norberto Bobbio, secondo cui compito degli intellettuali è seminare dubbi. Molti giornalisti italiani stanno invece oggi seminando la tempesta della stigmatizzazione. Funziona. Individuare un nemico che ci impedisce di essere quello che la nostra vanità ci suggerisce che potremmo diventare, attribuire l’origine della nostra frustrazione a una qualche forza esterna, facilmente isolabile ed etichettabile (non importa chi, ebrei, rom, impiegati pubblici, addetti culturali) ha sempre funzionato per giustificare orribili misfatti.
Sono convinto che molti degli apprendisti stregoni che rimescolano il calderone mediatico facendo ribollire queste forze oscure sono mossi dalla volontà di cambiare l’Italia in senso modernizzatore. Non voglio invece pensare che siano semplicemente i violinisti di una campagna orchestrata che punta all’abolizione della neutralità del settore pubblico per procurare facili sistemazioni ai figlioli della casta.

Le note dolenti di Bella Ciao ! su Carta…

Ecco il link all’articolo sulla rivista Carta in PDF (bello).

http://www.carta.org/attachments/pdf/0000/1014/12note.pdf

Le noti dolenti di Bella Ciao!

Ecco l’articolo su BELLA CIAO in MESSICO tratto dalla rivista carta (in PDF)

http://www.carta.org/attachments/pdf/0000/1014/12note.pdf

Duomo Milano Bella ciao

Comunicato alla stampa sull’uso di Bella Ciao in Messico

Bella Ciao! vs. Coca-Cola

……………. Liberta' 

Anonimi fruitori del mezzo televisivo, ci hanno informato che una nota multinazionale ha recentemente realizzato uno spot televisivo il quale, per promuovere il suo nuovo prodotto, utilizza le melodie di una conosciuta canzone popolare italiana, Bella Ciao!. Detto spot é attualmente trasmesso dai canali televisivi commerciali messicani ed argentini. Già l’appropriazione di una melodia popolare per le finalità di lucro ci appare come una scelta discutibile sotto il profilo di sottrazione di un bene collettivo messo a disposizione del guadagno del privato. Ma il caso specifico ci indegna per i protagonisti di questa storia. Da un alto la Coca-Cola Company, dall’altro Bella Ciao!La prima é una nota multinazionale degli alimenti e delle bevande, che ha saputo in questi anni diventare una delle imprese a livello globale più presenti e ricche; e che ha dimostrato di esserci riuscita a scapito delle comunità  produttive e di consumatori dove é presente. La seconda é una canzone del vasto canzoniere della guerra partigiana contro il regime fascista e contro l’occupazione nazista in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale. La canzone di per sé cantata solo in certi territori liberati dalla lotta partigiana ha tuttavia assunto il ruolo di protagonista nel secondo dopoguerra, attraversando lotte e movimenti sociali che in Italia hanno costruito la sudata democrazia che oggi, ancora una volta, si rimette in gioco nell’attuale crisi politica italiana. E seppur meno cantata nell’Italia di oggi, negli ultimi vent’anni Bella Ciao! ha attraversato mari e monti per imporsi come canto delle resistenze e le lotte per la democrazia e contro ogni fascismo nel mondo. Oggi Bella Ciao! si canta in spagnolo in tutta l’America Latina, riuscendo a rompere i muri avendo conquistato anche una celeberrima traduzione inglese negli USA. Non ci sorprende la scelta di Coca-Cola Inc.. Non é la prima volta, né sarà l’ultima, che il capitale globale rappresentato da questa e molte altre imprese si appropri illegittimamente di note, linguaggi, modi, saperi e desideri che la collettività esprime con i suoi strumenti. Non vogliamo però farci sorprendere dal facile tentativo di dimenticare, lasciar perdere, far passare. Non accettiamo che Bella Ciao! possa essere associata ad una impresa le cui pratiche commerciali e lavorative sono oggetto di molteplici denunce per violazioni dei diritti umani in diverse parti del mondo; un’impresa che impone un modello di consumo assolutamente pericoloso per la salute collettiva; un’impresa, infine, che diffonde una visione della vita assolutamente falsa e senza memoria. La memoria che abbiamo noi é un’altra: é quella della dignità, la pace, la libertà, la speranza che le nota di Bella Ciao! esprimono. Per questo continueremo a camminare sulle note di Bella Ciao! nella costruzione di una società più giusta e libera. AlterITA -collettivo di professori di linguacultura italiana in Messico- (Carlo Almeyra, Andrea Cirelli, Matteo Dean, Manuela Derosas, Fabrizio Lorusso, Edoardo Mora, Barbara Origlio) Per aderire, visitare: http://www.alteritamessico.blogspot.com  

Prime adesioni (su oltre 200 pervenute fino ad ora):

  1. Dario Fo (Nobel per la Letteratura, Italia)
  2. Franca Rame (Attrice e scrittrice, Italia)
  3. Valerio Evangelisti (Scrittore, Italia)
  4. Ascanio Celestini (Attore e scrittore, Italia)
  5. Confederazione COBAS – Italia
  6. Alfio Nicotra (giornalista, Italia)
  7. Rosario Ibarra (Senatrice e difenditrice dei diritti umani, Messico)
  8.  Guillermo Almeyra (Giornalista, Argentina)
  9. Hector de la Cueva (Alleanza Sociale Continentale)
  10. Jose’ Maria Calderón (Dir. del Centro Studi Latinoamericani, UNAM, Messico)
  11. Angel Guerra Cabrera (giornalista, Messico)
  12. Luciano Valentinotti (artista italiano, Messico)
  13. REBOC Red Boicoteo Coca Cola

Leggi gli articoli sul caso qui:

Articolo in spagnolo sulla Jornada, quotidiano messicano

http://www.jornada.unam.mx/2008/03/23/index.php?section=opinion&article=016a2pol

Comunicato italiano  http://www.selvas.org/newsMX0208.html 

Articolo in spagnolo riportato dal giornale Clarín Cile

http://www.elclarin.cl/index.php?option=com_content&task=view&id=10848&Itemid=2626

Articolo apparso anche sul Manifesto di Alessandro Portelli

http://alessandroportelli.blogspot.com/2008/03/bella-ciao-e-la-pubblicit-della-coca.html

Articolo in italiano su Emigrazione Notizie

http://www.emigrazione-notizie.org/news.asp?id=4515&mese=2&anno=2008

Ma in Messico, che ci fa Bella Ciao con la Coca?

Cosa direste se, tanto per fare un esempio, l’inno nazionale italiano o la marsigliese venissero storpiati e poi utilizzati per pubblicizzare in televisione un prodotto di una nota multinazionale americana, non propriamente tra le più nobili e apprezzate nel mondo? Bene, forse ad alcuni l’iniziativa farebbe semplicemente sorridere mentre per altri risulterebbe un terribile insulto o uno scherzo di cattivo gusto.

Qualcosa di simile sta succedendo in Messico con il nuovo spot di una bibita energetica, venduta anche in Italia, che risponde al nome di Aquarius e che sta diffondendo candidamente in TV la musica e le parole della nostra “Bella Ciao!” in versione ska – punk. Su numerosi blog e forum on-line in lingua spagnola, gruppi di entusiasti adolescenti e video ammiratori, quelli che si dedicano a votare su Internet le “reclame più belle dell’anno”, si sfidano per indovinare il titolo della canzone e poterla possedere scaricandola, “alguien sabe el titulo de la cancion del espot? La quiero…”. Intanto altri tristemente rispondono con un pizzico di compiacimento che sì, sanno tutto di lei, “se llama Bela Chau!, la publicidad es genial”. Poco geniale e divertente sembrerà a chi ancora ricorda e conosce il significato della resistenza, delle sue lotte, i suoi caduti e i suoi simboli. Una proposta promozionale che sarebbe stata improbabile e scandalosa in Italia, in terra azteca sta aprendo mercati senza grandi opposizioni e senza una dovuta opera di controinformazione in proposito. Il bombardamento mediatico dello spot sta trasformando la nota canzone partigiana, memoria di avvenimenti lontani ma vivi, in un anonimo balletto da spiaggia, successo dell’estate consumabile sotto il sole del tropico come fosse un soft drink amaro e banale. Il problema è che, sebbene non si tratti formalmente di un inno nazionale, la canzone ha assunto nel tempo un ruolo simbolico e affettivo fondamentale per la memoria storica italiana e non solo. In tutta l’America Latina da tempo si ascoltano e si ballano le sue note in italiano e anche nella versione tradotta all’inglese la quale riesce, in qualche modo, a servirsi della “lingua globale” per scavalcare ermetiche frontiere, guadare fiumi militarizzati e varcare muri artificiali e ideologici. I valori di libertà e speranza che il testo e la musica di Bella Ciao! rappresentano sono, ancora oggi, un baluardo contro tutte le repressioni e le tirannie da cui questa fetta di mondo è stata costantemente minacciata. Già di per sé, l’appropriazione di una melodia popolare per finalità di lucro appare come una scelta discutibile visto che promuove lo sfruttamento di un patrimonio collettivo per un puro e semplice guadagno privato. Ma in questo caso, inoltre, non si possono trascurare i protagonisti di questa sgradevole storia pubblicitaria: da un lato abbiamo la sottomarca Aquarius della Coca-Cola Company la quale, dopo essere diventata fieramente il baluardo di un modello consumista spinto al massimo in tutti gli angoli del globo, sta cercando di ripulire la sua immagine sbandierando una presunta responsabilità sociale, tutta da costruire, nei paesi in cui opera, nonostante le sue condotte siano state, in passato, alquanto discutibili e tendenzialmente monopolistiche; dall’altro c’è la canzone della resistenza partigiana contro l’occupazione nazi – fascista degli ultimi tragici anni del Secondo Conflitto Mondiale in Italia. Se da un punto di vista puramente commerciale può essere vero quanto afferma il quotidiano argentino La Nacion che, parlando del nuovo marketing della multinazionale di Atlanta, sostiene che ormai “la componente emozionale e, quindi, irrazionale è fondamentale per commercializzare le marche ed è la piattaforma di campagne con una creatività orientata alla trasmissione dell’intangibile”, sicuramente è deprecabile come tale ragionamento (o meglio tale dogma) si stia così facilmente estendendo a tutte le realtà umane, sociali e storiche che non hanno molto a che vedere con il business per se. L’uso commerciale delle tracce insostituibili della memoria collettiva mondiale è, in fondo, una pratica radicata, una tentazione facile per il marketing soprattutto ora che, con la globalizzazione dell’economia e la rivoluzione nelle telecomunicazioni, servono ed urgono dei modelli interculturali cui attingere e, perché no, dei nomi e dei simboli da trasformare in marche.

Alcune di queste forse, una volta, erano il patrimonio di qualche popolo o cultura locale, e racchiudevano una porzione di un mondo ormai dimenticato. Oppure sintetizzavano cosmovisioni che vengono oggi vituperate nell’ambito di una cultura a senso unico e diventano, quindi, molto più facili da sfruttare e omologare per altri fini, come se fossero degli asset gratuiti pronti per l’uso col minimo sforzo: l’economicità dell’operazione è servita.E’ il caso della campagna recentemente diffusa in Spagna per Aquarius dall’agenzia Mrs. Rushmore la quale utilizza il nome, già famoso a livello internazionale, di una Radio Comunitaria di Buenos Aires, chiamata “La Colifata”, per tentare di creare un’associazione tra l’ideale di successo dello sportivo e dell’atleta, target degli spot, e le ammirevoli iniziative  intraprese da questo gruppo di operatori sociali. La stazione radio “La Colifata”, fondata il 3 agosto 1991 dal Dottor Alfredo Olivera con lo scopo di aiutare la riabilitazione dei pazienti dell’ospedale neuropsichiatrico “Josè Tiburcio Borda” di Buenos Aires, è riuscita nel giro di pochi anni ad acquisire una frequenza FM (la 100.1) e ottenere ascolti nell’ordine del milione. Il progetto di radio comunitaria, avviato per il recupero delle persone colpite da patologie psichiche e neurologiche, è stato copiato in altri paesi come la Francia e la Spagna ed ha ottenuto notevoli risultati in termini di integrazione degli ex pazienti nella società e cooperazione con l’ospedale psichiatrico di provenienza.

Quasi nello stesso periodo nasce la bibita Aquarius. Era il 1992 e probabilmente nessuno poteva immaginare che i destini di due progetti così diversi si sarebbero incontrati in uno spot pubblicitario che, sebbene abbia ricevuto una calda accoglienza del pubblico spagnolo, rappresenta comunque un esempio in più del processo di appropriazione mediatica e commerciale messo in atto da numerose multinazionali per rigenerarsi grazie al lavoro sociale svolto e sofferto, in fin dei conti, da altri soggetti inizialmente emarginati e snobbati da tutti. In pratica, una marca commerciale internazionale ha voluto stabilire un nesso ed arrivare a identificare molti dei suoi caratteri distintivi con quelli di un’altra sorta di “marca”, La Colifata, che però incarna valori veri e vissuti, non solo propagandati, che sono legati a esperienze di tipo sociale, partecipativo e autogestito. La Coca-Cola Inc. ha scelto in diverse occasioni di contrattare delle agenzie pubblicitarie esterne per realizzare campagne adatte al “mercato latino”, cioè gli hispanos residenti negli U.S.A. e gli abitanti dell’area latinoamericana con l’aggiunta all’occorrenza anche della Spagna e del Portogallo. Ed è così che la neonata Agenzia Santo di Buenos Aires è stata incaricata del lancio messicano (e prossimamente in Argentina) di questo soft – drink ibrido, l’Aquarius, che assomiglia ad un mix tra acqua tonica, energy drink e vecchie conoscenze come sprite e fanta dai sapori un po’ più adulterati del solito.

L’agenzia responsabile dello spot che usa Bella Ciao!, la Santo, è sul mercato da circa due anni ma è già diventata una delle più aggressive ed innovatrici in Sudamerica con clienti “di spicco” come Unilever, il giornale argentino “Clarin” e la stessa Coca-Cola. La reazione della società civile in Messico è stata, per ora, irrilevante e l’incarico di diffondere l’informazione su Bella Ciao!, i suoi significati e l’uso indebito che se ne sta facendo, è stato rilevato da alcuni gruppi organizzati di italiani all’estero come il collettivo AlterIta che sta sensibilizzando l’opinione pubblica e raccogliendo le firme affinché tutti possano manifestare il proprio dissenso attraverso il suo blog all’indirizzo  http://alteritamessico.blogspot.com/. Si stanno anche raccogliendo tra intellettuali, sindacalisti, accademici e personalità di spicco le adesioni a un comunicato stampa che verrà presto diffuso nei media messicani e italiani con il fine di non dimenticare e semplicemente lasciar perdere come spesso accade quando l’apatia conquista i cuori e la memoria.

Un blog argentino dove si parla della “riscoperta” della canzone

http://www.zavalablog.com.ar/2008/01/28/bella-ciao/

Per ascoltare la canzone: http://boomp3.com/m/bdf6a4bb54ba