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#LottoMarzo come e perché partecipare allo sciopero delle donne

Sciopero donne 8 Marzo 2017Di Cassandra Velicogna (ripreso da carmilla on line)

E se le donne non lavorassero più? Cosa succederebbe?
L’otto Marzo si terrà uno sciopero internazionale delle donne. I sindacati italiani hanno recentemente dato la copertura per i settori pubblico e privato, ma la mobilitazione non è dedicata solo alle lavoratrici classicamente intese. L’idea di uno sciopero delle donne è partita dalle compagne argentine, impegnate a combattere l’incremento della violenza sulle ragazze nel loro Paese e da subito ha convinto le donne polacche, già mobilitate per il diritto all’aborto e quelle di mezzo mondo. In Italia non siamo da meno, forti di un riaccendersi del movimento femminista che già era dilagato per le strade di Roma il 26 novembre scorso. Le ragioni della protesta italiana non sono difficili da intuire. Continua a leggere

Scritto Sulla Tua Terra, Romanzo di Mauro Libertella

caravan_libertella_cover (Small)Presentio qui un estratto dal romanzo di Mauro Libertella, Scritto sulla tua terra, traduzione di Vincenzo Barca, Caravan Edizioni, 2015, pp. 112, € 9,50.

Mio padre è morto quattro anni fa, un mezzogiorno di ottobre, nella casa in cui adesso vivo io. Mi ricordo di quel momento con particola- re nitidezza, perché qualche secondo prima che smettesse di respirare capii che il suo conto alla rovescia era arrivato, letteralmente, al respiro finale. Fu un istante insieme dolce e drammatico: io inginocchiato sul pavimento, lui disteso sul suo letto, incosciente da ore. Con mio zio e mia sorella gli davamo da prendere un liquido medicinale che serviva a integrare le proteine del cibo che da giorni aveva smesso di mangiare. La scena era terribile, perché il decadi- mento fisico si imponeva in tutta la sua evidenza; era molto magro, prostrato e con lo sguardo perso nel vuoto. E tuttavia ricordo un’atmosfera lieve e tenera, senza stonature. Beveva a piccoli sorsi da un bicchiere di vetro che gli tenevamo inclinato all’altezza della bocca: era un automa in quel suo ultimo gesto di sopravvivenza. Prendine ancora un po’, prendine ancora un po’, gli chiedevamo ostinati, ripetendolo come una supplica. L’ultimo sorso gli spezzò il respiro, che già era un filo tenue e fragile. Così lo vidi morire, con la testa appoggiata al cuscino e gli occhi chiusi. Immagino che sia stato un bel modo per andarsene, in mezzo ai suoi libri e nella sua casa, dove negli ultimi anni aveva cominciato a morire poco a poco.

Ricordo di essere arrivato all’ospedale una mattina d’inverno e di essermi perso per i corridoi fino a ritrovarmi davanti al Pronto Soccorso. Gli avevano assegnato il letto in fondo, contro la finestra, e lui aspettava seduto, vestito, guardando la strada, con la borsa ai piedi. Quella mattina si era svegliato con dei dolori, aveva preparato la borsa ed era andato in autobus all’ospedale. Mi aveva chiamato da un telefono pubblico quando gli avevano fatto capire, con parole un po’ evasive ma risolute, che doveva restare lì qualche giorno per poter studiare bene la situazione. Quando lo vidi da lontano, in fondo a quella camerata piena di letti, mi sembrò un emigrato che arrivava con la sua valigia dalla vecchia Europa. C’era qualcosa di anacronistico nei suoi abiti, e la sua faccia era invecchiata con una rapidità impressionante. Era un uomo forte, autosufficiente, ma era anche un uomo solo su un letto, che guardava fuori da una finestra.

Ci abbracciammo, chiacchierammo un po’, e, come sempre, prevalse un clima segnato dall’ironia e dai giochi di parole. Non sapeva che cosa aveva. Non gli avevano detto niente. Con la scusa di una telefonata, lo lasciai un momento sdraiato e andai a cercare un medico. Dal modo in cui uno di loro mi salutò quando gli dissi che ero il figlio del paziente del letto in fondo ebbi il sospetto che le cose andassero male. Era giovane, alto, con una barba vagamente incolta e i lineamenti induriti dalla notte in bianco in ospedale, e si vedeva che era nervoso. Mi fece un discorso molto veloce, una o due volte mi toccò la spalla e non andò troppo per il sottile. Mi disse che non sapevano “a scienza certa” quale fosse il quadro, che sarebbe stato troppo affrettato da parte sua sbandierare una diagnosi che non poteva poggiare su garanzie o certezze, ma che mio padre aveva del liquido nei polmoni, e che questo quasi sempre è un sintomo di cancro. Sopraggiunse un silenzio orribile, densissimo, e quando ero sul punto di svenire, e il giovane dottore avrebbe dovuto farmi forza, mi disse come stavano le cose: “Non abbiamo ancora fatto le analisi, ma ti posso già dire che è in stato avanzato”.

Come tornare al letto di mio padre dopo quella notizia e abbracciare nuovamente la logica del buonumore? Andai in bagno, mi sciolsi in un pianto fatto di raffiche brevi, mi lavai la faccia e attraversai di nuovo il lungo corridoio fino al punto in cui lui mi aspettava. Mi chiese che cos’avevo fatto e gli diedi una risposta impacciata, probabilmente inverosimile. Quando vidi che si era stancato gli dissi di dormire un poco, che lì lo avrebbero curato, e ne approfittai per andarmene. Chissà, forse aveva intuito che sapevo cos’aveva e preferì non rispondermi male per delicatezza. Non lo so. So di certo che mi ritrovai per strada frastornato, presi un autobus e mi sedetti sul sedile in fondo. Me lo immaginai mentre dormiva in uno di quei letti sperduti dell’ospedale e in quel momento mi resi conto che mio padre sarebbe morto.

Avrò avuto dodici, tredici anni quando cominciai a intuire la propensione all’alcol di mio padre. Lo vedevo sempre con un bicchiere in mano e una bottiglia vicino, ma tra l’innocenza propria dell’età e la sua tendenza a nascondere il vizio, non diedi troppo peso alla ripetitività della cosa. Mi capitò a volte di prendere un sorso della sua coca cola e di essere sorpreso, assaggiandola, dal guizzo inatteso di un whisky.

Quando abitavamo tutti insieme, i miei genitori, mia sorella e io, lui teneva una damigiana enorme in un mobile della cucina, e qualunque testimone attento avrebbe potuto notare come tutti quei litri di vino rosso diminuissero alla velocità con cui si scatena uno tsunami. Forse da bambino pensavo che mio padre avesse tanta sete. Da grande capii che era un alcolista. Con il passare degli anni la dipendenza si fece più grave e, verso il 1996, decise di andare agli Alcolisti Anonimi. Tutte le sere, dopo il lavoro e prima di venire a casa per cena, guidava fino alla sede di un ospedale pubblico, nel Barrio Norte, dove si teneva il gruppo di autoaiuto. A volte quando tornava ci raccontava qualche aneddoto, ma non si dilungava mai troppo. In quei mesi cenava con succo d’arancia; ne beveva bicchieri su bicchieri come se all’improvviso fosse stato colto da una sete invincibile. L’avventura con gli Alcolisti Anonimi durò poco più di un anno, ma papà aveva ricadute sempre più frequenti e arrivò a nascondere bottiglie di whisky e di cognac nei cassetti della sua scrivania o in mezzo alla roba nell’armadio. Alla fine, un giorno disse basta al gruppo di autoaiuto. Dopo pochi mesi i miei si separarono.

A questo punto comincia quello che chiamo il crollo. Si trasferì in un monolocale a tre isolati dal parco Las Heras. Era un appartamento piccolo e deprimente, che piano piano si riempì di bottiglie. Usciva poco, e io e mia sorella andavamo a trovarlo due volte alla settimana, un’abitudine che durò per anni. Non me lo disse mai, ma era ovvio che aveva già deciso di cominciare ad affrontare i suoi ultimi anni rinchiuso, quasi senza soldi, fumando e bevendo quantità incredibili di alcol, e portando a termine i suoi scritti. Il suo corpo cominciò a debilitarsi rapidamente, e il viso invecchiò per la cattiva alimentazione e la vita sedentaria. Soffriva di diabete da oltre vent’anni e sapeva che non avrebbe retto a lungo i traumi di quel tipo di vita. Per questo si potrebbe dire che si lasciò morire a poco a poco, consapevolmente, come una scelta. Qualcuno mi ha detto una volta: «Tuo padre si è suicidato a rate». La frase non mi piace.

Nonostante si impegnasse a salvaguardare le forme (non corrispondeva all’immagine canonica dell’‘ubriacone’), la trasformazione divenne man mano molto nitida. Come se si fosse rotta una diga e l’acqua avesse cominciato a correre con una forza tremenda e incontrollabile. La mancanza di denaro, che era diretta conseguenza dello stesso sintomo, rendeva la situazione particolarmente angosciosa. Spesso mi chiamava per farsi prestare dieci o venti pesos per comprarsi qualche tramezzino. Un giorno mi accorsi che con i soldi che gli davo si comprava bottiglie di whisky e pacchetti di sigarette. Con il passare dei mesi cominciò a perdere l’appetito. Quando ci vedevamo per cenare insieme, mangiava appena due o tre bocconi, con laboriosa lentezza; il resto era solo idratazione. Siccome conservava il buonumore di sempre, all’inizio il quadro non era così impressionante. Con gli anni mi resi conto che il buonumore e il dispiego di retorica montavano man mano che le bottiglie di vino o di whisky si vuotavano. Di giorno non lo vedevo mai, e quindi si potrebbe dire che, negli ultimi lunghi anni, non vidi mai mio padre sobrio. A volte, se lo incontravo per caso di pomeriggio in qualche bar, potevo vedere che le sue mani tremavano.

Dopo due anni passati in quel monolocale, si presentò l’opportunità di cambiare aria. Mio padre e suo fratello Juancho erano proprietari di un appartamento di due vani nel quartiere di Palermo, e quando il contratto degli affittuari terminò insistemmo perché si trasferisse lì. Dopo molti tentennamenti, alla fine cedette. Il cambiamento era di per sé splendido e la nuova sistemazione prometteva un futuro di primavere e resurrezioni, ma ben presto risultò chiaro che la sua era una decisione imperativa, senza ritorno, e che non era condizionata da un semplice cambiamento abitativo. Dei due ambienti, conquistò solamente il soggiorno, dove collocò un grande tavolo di legno con la macchina da scrivere, una libreria appoggiata alla parete e un letto all’altra estremità.

* * *

[Un giovane uomo al capezzale del padre morente. Un padre che è stato uno scrittore di culto dell’avanguardia argentina, Héctor Libertella. Mauro, il figlio, lo assiste in ospedale, nei suoi andirivieni tra vita e morte, e poi a casa, dove alla fine quest’uomo, consumato nel corpo ma sempre sul ciglio dell’ironia, esalerà l’ultimo respiro. Nello stesso appartamento in cui il padre muore, il figlio, quattro anni dopo, scriverà il suo primo libro, tirando le fila di un rapporto complicato con un padre straordinario. Una scrittura trasparente quella del giovane Libertella, un’emozione misurata con cui ricostruisce i percorsi geografici e letterari del genitore, in una Buenos Aires racchiusa in poche strade del centro, per poter finalmente seppellirlo in pace. Mauro Libertella è nato nel 1983 in Messico, dove i suoi genitori si erano esiliati durante la dittatura. Vive a Buenos Aires. “Mi libro enterrado” è il suo primo romanzo.] Da CarmillaOnLine

DanteSka di Giuseppe Ciarallo. Il Libro.

Questa è l’intervista di Fabrizio Lorusso, umile autore di questo blog, a Giuseppe Ciarallo, autore di DanteSka, Edizioni paginauno, 2011. “Illustrata dalle tavole di Manlio Truscia,  DanteSka è una satira irriverente e viscerale che si scaglia contro l’arroganza dei potenti; è la risata che li seppellirà”.

Partiamo dal titolo, perché e cos’è DanteSka?
Innanzitutto c’è da dire che il titolo del libro, per esteso, è “DanteSka ApocriFunk – Hip Hopera in sette canti”, dall’editore semplificato in copertina in DanteSka. Non sfuggirà il fatto che nel titolo completo sono riportati i nomi di tre generi musicali, lo Ska, il Funk e l’Hip Hop, che rimandano senza alcun fraintendimento al ritmo che ho voluto imprimere alle mie quartine, e che ritenevo indispensabile per accompagnare una forma letteraria che immaginavo di non immediata fruizione, per disabitudine al linguaggio poetico, da parte del lettore. Non nascondo che ho avuto l’idea folle di voler conquistare a questo particolare linguaggio proprio quella fetta di popolazione più restia ad avvicinarvisi, i ragazzi dell’età di mia figlia, quei giovani ai quali una scuola sempre più impoverita di mezzi e ingessata nei programmi è riuscita a far detestare la poesia. La domanda che mi sono posto è la seguente: perché un ragazzo oggi trova pallosa un’opera scritta in versi, e poi ascolta il Rap, che altro non è che una canzone fatta da rime, spesso banali e mal ritmate? Allora, così come ho scritto nella prefazione, ho pensato a DanteSka come una mini Commedia del terzo millennio, o un rap medievale, indifferentemente.

Qual è il legame, se c’è, con la Commedia?
Reputo la Divina Commedia una delle opere più alte che l’ingegno umano abbia mai espresso. Il viaggio all’inferno di Dante è un percorso che ogni essere umano sogna di fare, a maggior ragione uno scrittore. Pensa al contesto: accompagnati da un personaggio che rappresenta il proprio punto di riferimento umano, letterario, morale (io per il mio viaggio ho scelto Dostoevskij), e che quindi regala una certa tranquillità e sicurezza, si attraversano luoghi terrificanti (e di conseguenza affascinanti) con la sicurezza di riuscire, alfine, a riveder le stelle. Nelle desolate plaghe si possono cacciare con giustificata cattiveria tutti i nostri nemici o le persone che non sopportiamo. Bello, no? Scrivere DanteSka è stato per me un piacere immenso e un privilegio raro, un liberatorio togliersi  decine di sassolini dalla scarpa.

Cos’è per te la satira e perché ce n’è bisogno anche oggi?
La satira politica non solo è sempre necessaria, ma indispensabile. E’ un elemento importante di ogni società, un vero e proprio indicatore di democrazia. Sbaglia chi pensa che la satira sia un puro e semplice deridere il potere. La satira non è indirizzata contro il potere tout court, ma contro quel potere, qualsiasi esso sia, che non opera nell’interesse del popolo che guida e del quale, non dimentichiamolo, dovrebbe essere un servitore e non un padrone. Nella situazione attuale, soprattutto nel nostro Paese, c’è una grossa confusione di ruoli e non si riesce più a distinguere, ad esempio, il governo dalle opposizioni, spesso assiepati entrambi sulle stesse opinioni (in economia, sul problema del lavoro, nella subalternità alla Chiesa cattolica, nel cavalcare il cavallo di battaglia del securitarismo). Pertanto il ‘potere’ da mettere alla berlina ha cambiato le sue forme, si è reso meno individuabile, non è più monolitico come in passato ma si mostra con sfaccettature del tutto inaspettate. Faccio un esempio.
Oggi il potere, in Italia, è costituito chiaramente dalla destra al governo; ma la sinistra, del tutto innocua e incapace di fare la benché minima opposizione, e che anzi spesso rincorre la destra sulle sue stesse parole d’ordine, non può che essere, in qualche modo, identificata come un’altra faccia della stessa medaglia. Entrambi gli schieramenti, in fondo, non fanno altro che mantenere e procrastinare il più a lungo possibile lo stato attuale delle cose, nel quale il popolo sta continuando a pagare un prezzo altissimo.
Scagliarsi contro il potere, con la satira ma anche politicamente, vuol dire non guardare in faccia a nessuno, inchiodando i responsabili della tragedia in atto, siano essi di destra o di sinistra poco importa, alle loro responsabilità, stando sempre molto attenti a non cadere nelle tentazioni qualunquistiche che sono sempre in agguato.
C’è poi un’altra funzione, cui la satira assolve, molto ben definita da Michail Bacthin: le dittature odiano, più delle critiche, la satira, perché il riso – e le pernacchie, le caricature, le parolacce – “abbassando” i potenti, riportano l’equilibrio nelle comunità. Ecco, DanteSka vuole essere un esempio di satira irriverente e viscerale, un Hellzapoppin’ letterario, un antidoto all’arroganza dei potenti o sedicenti tali, insomma, la classica risata che ‘li seppellirà’.

Come mai hai scelto la scrittura in endecasillabi?
Prima di rispondere a questa domanda voglio fare una piccola premessa. Come ho sempre sostenuto, io sono e rimango rigorosamente uno scrittore di racconti. E voglio altresì  sgomberare il campo da ogni malinteso: non mi ritengo un poeta (non per snobismo ma per l’estremo rispetto che il termine merita) anche se ho voluto raccontare una delle mie storie con un linguaggio diverso, quello della poesia.
Detto questo, i motivi che mi hanno spinto a cimentarmi con questa specifica forma sono molteplici. Il primo motivo, banalmente, è che mi piace scrivere in questo modo. Mi piace Dante, il suo Inferno soprattutto, mi piace il ritmo e la musicalità che bisogna creare per la buona riuscita di una quartina. Mi piace la versatilità che tale forma poetica offre: ogni verso può essere una storia a sé stante, autoconclusiva, o il tassello di un mosaico più ampio. Mi piace l’attenzione che questo tipo di composizione richiede per ogni singola parola. Scrivere in prosa può anche diventare, a lungo andare, una pratica in qualche modo abitudinaria.

Quando invece vuoi raccontare una storia sapendo di avere a disposizione quattro righe, ognuna delle quali può contenere un numero limitato di parole, le cui sillabe sommate non possono eccedere il numero di undici, be’, la meticolosità e l’attenzione con cui scegli i singoli termini deve essere assoluta. Non solo, la ricerca delle rime alternate (che riduce drasticamente il numero delle parole utilizzabili) e soprattutto il rispetto della disposizione degli accenti all’interno dell’endecasillabo (utili a mantenere il ritmo della frase) danno l’idea di quanto lavoro certosino ci sia dietro questo tipo di opere. Il desiderio, quindi, di sudare su ogni singola sillaba, la voglia e la gioia di fare fatica nel partorire e distillare ogni specifica parola.
 
Che personaggi ritrai in DanteSka?
DanteSka è stata concepita, originariamente, per essere un unico e più breve canto totalmente incentrato sul nostro attuale Presidente del Consiglio: un uomo che, per quella che è la mia visone della vita, è l’incarnazione di tutto ciò, nulla escluso, che io detesto, e che, sempre secondo il mio parere, ha rappresentato per il mio popolo un deleterio “gnab gib” (big bang al contrario) scaraventandolo subdolamente in un neo Medio(cre) Evo. In seguito, a freddo, ho capito che la barbarie in corso non poteva essere opera di un sol uomo e mi sono messo a frugare nella melma della politica, del giornalismo, dell’editoria, della cosiddetta società (in)civile alla ricerca dei complici, per convenienza o per ignavia, poco importa, da scaraventare all’inferno in compagnia del “nemico pubico n. 1”.

Puoi segnalarci qualche perla/verso del libro?
Ben volentieri. Penso che l’incipit ben introduca l’ambiente e la storia che voglio narrare, che inizia, peraltro, da un madornale equivoco da parte del narratore.

Libando birra scura oltr’ogni abuso
seduto in un locale tra i più loschi
al nettare d’Irlanda il becco aduso,
leggevo, attento, “Donne” di Bucoschi.

Al par dello scrittore americano
per non voler cercar nell’uovo il pelo,
anch’io vissuto avevo in modo strano
senza capir l’altra metà del cielo.

Mentr’ero immerso in tutti ‘sti pensieri
mi sento picchiettare sulla spalla,
mi giro e su di me due occhi severi
m’inchiodan come fossi una farfalla.

La bianca e folta barba incorniciava
un tondo viso burbero e sagace,
la fronte alta e spaziosa all’uomo dava
un’espressione energica e tenace.

Dallo stupore  ci restai di sasso,
d’acchito non credetti agli occhi miei:
Carletto Marx mi stava a men d’un passo,
pensai: Che fo? Gli do del tu o del lei?

“Maestro, quale gioia e che emozione!
Averla qui con me è straordinario.
Il padre, è lei, d’ogni rivoluzione,
guerriero del riscatto proletario.

Scrivendo “Il Manifesto” e “Il Capitale”
con Federico il mondo ella ha cambiato,
del comunismo ha posto l’ideale
nel cuore d’ogni povero e sfruttato.”

“Figliolo, credi a me, sei tutto scemo!
Non ho capito se ci sei o ci fai.
Tu forse non volevi esser blasfemo
ma bada che con me rischi dei guai!

Il triangolo non vedi sulla testa?
E l’accecante luce ch’io emano?
Invece sei partito lancia in resta
e m’hai trattato peggio d’un villano.”

Di botto mi crollò giù la mascella,
pestato avevo appena enorme cacca.
Se ancora errato avessi la favella
di certo avrei mandato tutto in vacca.

Non mi restò che simular la burla
fingendo d’aver fatto solo finta;
per non udir del padreterno l’urla
solerte comandai per lui una pinta.

(continua)

GLI AUTORI

Giuseppe Ciarallo è nato nel 1958 a Milano. Ha pubblicato due raccolte di short stories: Racconti per sax tenore (Milano, 1994) e Amori a serramanico (Milano, 1999) e, in collaborazione con altri autori, la collettanea di racconti Sorci verdi. Storie di ordinario leghismo (Edizioni Alegre, 2011). Collabora a riviste di letteratura, di satira politica, di musica e compone versi rigorosamente in quartine di endecasillabo.

Manlio Truscia è nato a Enna nel 1950. Dopo gli studi universitari a Firenze, giunge a Milano negli anni Settanta. Qui insegna e svolge la sua attività di fumettista, pittore e ‘artigiano dell’immagine’. Attualmente è illustratore e visualizer per importanti agenzie di pubblicità e case editrici.

Leggi anche la recensione di DanteSka di Alberto Prunetti su Carmilla!

Intervista a 4 autori di Sorci Verdi: Storie di Ordinario Leghismo

Intervista di Graziano Rossi a Massimo Vaggi, Stefania Nardini, Giulia Blasi e Davide Malesi, (alcuni tra gli) autori del libro “Sorci Verdi: Storie di Ordinario Leghismo” (sottotitolo extra-ufficiale: “Cronache dagli abissi padani”) all’evento “Mal di Libri” organizzato dal circolo di lettura Arci “Fortebraccio” presso il Forte Fanfulla, Roma. Sotto, la IIa parte.

Autori:
Giulia Blasi, Annalisa Bruni, Giuseppe Ciarallo, Giovanna Cracco, Alessandra Daniele, Girolamo De Michele, Valerio Evangelisti, Angelo Ferracuti, Fabrizio Lorusso, Davide Malesi, Stefania Nardini, Valeria Parrella, Walter G. Pozzi, Alberto Prunetti, Stefano Tassinari, Massimo Vaggi, Lello Voce.

Gli autori e le autrici di questo libro non hanno voluto alcun compenso. Gli eventuali utili di questo lavoro saranno destinati a sostenere la biblioteca del carcere di Padova.