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Canzoni in Movimento Messico 2012 – Resiste by Akil Ammar (MeloKarma)

Two Words to Remember: Governments Lie

El Decimo Cuarto Tema Del Segundo Disco De Akil Ammar “Melokarma” En El 2005. Una de las grandes excluidas de las rolas (ver 15 canciones para marchar, Mex 2012) del movimiento estudiantil, juvenil y, desde luego, de todos los mexicanos #YoSoy132. Ya ganó Molotov con Gimme tha power. Buon Ascolto.

Letra sin acento. Ejercicio: ponerlos en otra página.
(CORO)

Resiste
yo se que tal vez esta vida no es como quisiste,
pero resiste
no confies en un sistema que te ofrece mil promesas que no existen,
Resiste
solo resiste
yo se que tal vez esta vida no es como quisiste,
pero resiste
no confies en un sistema que te ofrece mil promesas que no existen,
resiste solo resiste…

Amo mi pais
pero repudio su sistema
muchos finjen que no escuchan cuando toco el tema,
tal vez por que ellos el problema
caminan con el simbolo de pesos como emblema
abaricia extrama
quieren mas y mas mas y mas mas
y nada los llena …
han tomado cada metro de terreno disponible
propiedad de la nacion dicen,
pero luego te lo vende al triple,la regla es simple,
tienen mas los que menos tienen que tener
y si poco tienes es por que ya fuiste victima de los que tienen el poder,
tu sabes quienes son
los que deciden lo que escuchas en la radio
y miras en television,
los que controlan las escuelas y la educacion de nuestros hijos
y sus libros de texto,
los que te roban anualmente con un nuevo impuesto
aquellos que han escrito en nuestra histori
vidas con final fonesto…

(Coro x2)

Resiste la ponsonia de la critica,
no hagas caso a la ipocrecia polotica somos mas y nos quieren divididos
ignoran las mentiras de sus partidos vendidos,
ya los conoces
mataron estudianstes,luegola guerra sucia
40 años despues siguen libres y presumen de su astucia,
privatizan los recuerdos del pais
venden el capital
la impunidad se a convertido en natural,
normal que pierdas tu salario gracias a la delincuencia
mientras que el cuerpo policiaco,
rateros con licencia
cuidadanos que pagamos por su incopetencia,
pero te piden que reacciones con prudencia
no somos tontos cuanto mas cargamos la cadena,
vale le pena
pelear por todo aquello que nos pertenece
soberania la lucha del dia con dia
recuerda que no somos minoria
(Coro x2)

DanteSka di Giuseppe Ciarallo. Il Libro.

Questa è l’intervista di Fabrizio Lorusso, umile autore di questo blog, a Giuseppe Ciarallo, autore di DanteSka, Edizioni paginauno, 2011. “Illustrata dalle tavole di Manlio Truscia,  DanteSka è una satira irriverente e viscerale che si scaglia contro l’arroganza dei potenti; è la risata che li seppellirà”.

Partiamo dal titolo, perché e cos’è DanteSka?
Innanzitutto c’è da dire che il titolo del libro, per esteso, è “DanteSka ApocriFunk – Hip Hopera in sette canti”, dall’editore semplificato in copertina in DanteSka. Non sfuggirà il fatto che nel titolo completo sono riportati i nomi di tre generi musicali, lo Ska, il Funk e l’Hip Hop, che rimandano senza alcun fraintendimento al ritmo che ho voluto imprimere alle mie quartine, e che ritenevo indispensabile per accompagnare una forma letteraria che immaginavo di non immediata fruizione, per disabitudine al linguaggio poetico, da parte del lettore. Non nascondo che ho avuto l’idea folle di voler conquistare a questo particolare linguaggio proprio quella fetta di popolazione più restia ad avvicinarvisi, i ragazzi dell’età di mia figlia, quei giovani ai quali una scuola sempre più impoverita di mezzi e ingessata nei programmi è riuscita a far detestare la poesia. La domanda che mi sono posto è la seguente: perché un ragazzo oggi trova pallosa un’opera scritta in versi, e poi ascolta il Rap, che altro non è che una canzone fatta da rime, spesso banali e mal ritmate? Allora, così come ho scritto nella prefazione, ho pensato a DanteSka come una mini Commedia del terzo millennio, o un rap medievale, indifferentemente.

Qual è il legame, se c’è, con la Commedia?
Reputo la Divina Commedia una delle opere più alte che l’ingegno umano abbia mai espresso. Il viaggio all’inferno di Dante è un percorso che ogni essere umano sogna di fare, a maggior ragione uno scrittore. Pensa al contesto: accompagnati da un personaggio che rappresenta il proprio punto di riferimento umano, letterario, morale (io per il mio viaggio ho scelto Dostoevskij), e che quindi regala una certa tranquillità e sicurezza, si attraversano luoghi terrificanti (e di conseguenza affascinanti) con la sicurezza di riuscire, alfine, a riveder le stelle. Nelle desolate plaghe si possono cacciare con giustificata cattiveria tutti i nostri nemici o le persone che non sopportiamo. Bello, no? Scrivere DanteSka è stato per me un piacere immenso e un privilegio raro, un liberatorio togliersi  decine di sassolini dalla scarpa.

Cos’è per te la satira e perché ce n’è bisogno anche oggi?
La satira politica non solo è sempre necessaria, ma indispensabile. E’ un elemento importante di ogni società, un vero e proprio indicatore di democrazia. Sbaglia chi pensa che la satira sia un puro e semplice deridere il potere. La satira non è indirizzata contro il potere tout court, ma contro quel potere, qualsiasi esso sia, che non opera nell’interesse del popolo che guida e del quale, non dimentichiamolo, dovrebbe essere un servitore e non un padrone. Nella situazione attuale, soprattutto nel nostro Paese, c’è una grossa confusione di ruoli e non si riesce più a distinguere, ad esempio, il governo dalle opposizioni, spesso assiepati entrambi sulle stesse opinioni (in economia, sul problema del lavoro, nella subalternità alla Chiesa cattolica, nel cavalcare il cavallo di battaglia del securitarismo). Pertanto il ‘potere’ da mettere alla berlina ha cambiato le sue forme, si è reso meno individuabile, non è più monolitico come in passato ma si mostra con sfaccettature del tutto inaspettate. Faccio un esempio.
Oggi il potere, in Italia, è costituito chiaramente dalla destra al governo; ma la sinistra, del tutto innocua e incapace di fare la benché minima opposizione, e che anzi spesso rincorre la destra sulle sue stesse parole d’ordine, non può che essere, in qualche modo, identificata come un’altra faccia della stessa medaglia. Entrambi gli schieramenti, in fondo, non fanno altro che mantenere e procrastinare il più a lungo possibile lo stato attuale delle cose, nel quale il popolo sta continuando a pagare un prezzo altissimo.
Scagliarsi contro il potere, con la satira ma anche politicamente, vuol dire non guardare in faccia a nessuno, inchiodando i responsabili della tragedia in atto, siano essi di destra o di sinistra poco importa, alle loro responsabilità, stando sempre molto attenti a non cadere nelle tentazioni qualunquistiche che sono sempre in agguato.
C’è poi un’altra funzione, cui la satira assolve, molto ben definita da Michail Bacthin: le dittature odiano, più delle critiche, la satira, perché il riso – e le pernacchie, le caricature, le parolacce – “abbassando” i potenti, riportano l’equilibrio nelle comunità. Ecco, DanteSka vuole essere un esempio di satira irriverente e viscerale, un Hellzapoppin’ letterario, un antidoto all’arroganza dei potenti o sedicenti tali, insomma, la classica risata che ‘li seppellirà’.

Come mai hai scelto la scrittura in endecasillabi?
Prima di rispondere a questa domanda voglio fare una piccola premessa. Come ho sempre sostenuto, io sono e rimango rigorosamente uno scrittore di racconti. E voglio altresì  sgomberare il campo da ogni malinteso: non mi ritengo un poeta (non per snobismo ma per l’estremo rispetto che il termine merita) anche se ho voluto raccontare una delle mie storie con un linguaggio diverso, quello della poesia.
Detto questo, i motivi che mi hanno spinto a cimentarmi con questa specifica forma sono molteplici. Il primo motivo, banalmente, è che mi piace scrivere in questo modo. Mi piace Dante, il suo Inferno soprattutto, mi piace il ritmo e la musicalità che bisogna creare per la buona riuscita di una quartina. Mi piace la versatilità che tale forma poetica offre: ogni verso può essere una storia a sé stante, autoconclusiva, o il tassello di un mosaico più ampio. Mi piace l’attenzione che questo tipo di composizione richiede per ogni singola parola. Scrivere in prosa può anche diventare, a lungo andare, una pratica in qualche modo abitudinaria.

Quando invece vuoi raccontare una storia sapendo di avere a disposizione quattro righe, ognuna delle quali può contenere un numero limitato di parole, le cui sillabe sommate non possono eccedere il numero di undici, be’, la meticolosità e l’attenzione con cui scegli i singoli termini deve essere assoluta. Non solo, la ricerca delle rime alternate (che riduce drasticamente il numero delle parole utilizzabili) e soprattutto il rispetto della disposizione degli accenti all’interno dell’endecasillabo (utili a mantenere il ritmo della frase) danno l’idea di quanto lavoro certosino ci sia dietro questo tipo di opere. Il desiderio, quindi, di sudare su ogni singola sillaba, la voglia e la gioia di fare fatica nel partorire e distillare ogni specifica parola.
 
Che personaggi ritrai in DanteSka?
DanteSka è stata concepita, originariamente, per essere un unico e più breve canto totalmente incentrato sul nostro attuale Presidente del Consiglio: un uomo che, per quella che è la mia visone della vita, è l’incarnazione di tutto ciò, nulla escluso, che io detesto, e che, sempre secondo il mio parere, ha rappresentato per il mio popolo un deleterio “gnab gib” (big bang al contrario) scaraventandolo subdolamente in un neo Medio(cre) Evo. In seguito, a freddo, ho capito che la barbarie in corso non poteva essere opera di un sol uomo e mi sono messo a frugare nella melma della politica, del giornalismo, dell’editoria, della cosiddetta società (in)civile alla ricerca dei complici, per convenienza o per ignavia, poco importa, da scaraventare all’inferno in compagnia del “nemico pubico n. 1”.

Puoi segnalarci qualche perla/verso del libro?
Ben volentieri. Penso che l’incipit ben introduca l’ambiente e la storia che voglio narrare, che inizia, peraltro, da un madornale equivoco da parte del narratore.

Libando birra scura oltr’ogni abuso
seduto in un locale tra i più loschi
al nettare d’Irlanda il becco aduso,
leggevo, attento, “Donne” di Bucoschi.

Al par dello scrittore americano
per non voler cercar nell’uovo il pelo,
anch’io vissuto avevo in modo strano
senza capir l’altra metà del cielo.

Mentr’ero immerso in tutti ‘sti pensieri
mi sento picchiettare sulla spalla,
mi giro e su di me due occhi severi
m’inchiodan come fossi una farfalla.

La bianca e folta barba incorniciava
un tondo viso burbero e sagace,
la fronte alta e spaziosa all’uomo dava
un’espressione energica e tenace.

Dallo stupore  ci restai di sasso,
d’acchito non credetti agli occhi miei:
Carletto Marx mi stava a men d’un passo,
pensai: Che fo? Gli do del tu o del lei?

“Maestro, quale gioia e che emozione!
Averla qui con me è straordinario.
Il padre, è lei, d’ogni rivoluzione,
guerriero del riscatto proletario.

Scrivendo “Il Manifesto” e “Il Capitale”
con Federico il mondo ella ha cambiato,
del comunismo ha posto l’ideale
nel cuore d’ogni povero e sfruttato.”

“Figliolo, credi a me, sei tutto scemo!
Non ho capito se ci sei o ci fai.
Tu forse non volevi esser blasfemo
ma bada che con me rischi dei guai!

Il triangolo non vedi sulla testa?
E l’accecante luce ch’io emano?
Invece sei partito lancia in resta
e m’hai trattato peggio d’un villano.”

Di botto mi crollò giù la mascella,
pestato avevo appena enorme cacca.
Se ancora errato avessi la favella
di certo avrei mandato tutto in vacca.

Non mi restò che simular la burla
fingendo d’aver fatto solo finta;
per non udir del padreterno l’urla
solerte comandai per lui una pinta.

(continua)

GLI AUTORI

Giuseppe Ciarallo è nato nel 1958 a Milano. Ha pubblicato due raccolte di short stories: Racconti per sax tenore (Milano, 1994) e Amori a serramanico (Milano, 1999) e, in collaborazione con altri autori, la collettanea di racconti Sorci verdi. Storie di ordinario leghismo (Edizioni Alegre, 2011). Collabora a riviste di letteratura, di satira politica, di musica e compone versi rigorosamente in quartine di endecasillabo.

Manlio Truscia è nato a Enna nel 1950. Dopo gli studi universitari a Firenze, giunge a Milano negli anni Settanta. Qui insegna e svolge la sua attività di fumettista, pittore e ‘artigiano dell’immagine’. Attualmente è illustratore e visualizer per importanti agenzie di pubblicità e case editrici.

Leggi anche la recensione di DanteSka di Alberto Prunetti su Carmilla!

LATINOAMERICA (La Canzone)

Per chi ama l’America Latina, mille motivi per viverla in un video

Di: Calle 13     Titolo: Latinoamérica  (testo in spagnolo e italiano)

Guardalo anche qui a schermo intero dal sito ufficiale: LINK

Testo
Soy,
Soy lo que dejaron,
soy toda la sobra de lo que se robaron.
Un pueblo escondido en la cima,
mi piel es de cuero por eso aguanta cualquier clima.
Soy una fábrica de humo,
mano de obra campesina para tu consumo
Frente de frio en el medio del verano,
el amor en los tiempos del cólera, mi hermano.
El sol que nace y el día que muere,
con los mejores atardeceres.
Soy el desarrollo en carne viva,
un discurso político sin saliva.
Las caras más bonitas que he conocido,
soy la fotografía de un desaparecido.
Soy la sangre dentro de tus venas,
soy un pedazo de tierra que vale la pena.
soy una canasta con frijoles ,
soy Maradona contra Inglaterra anotándote dos goles.
Soy lo que sostiene mi bandera,
la espina dorsal del planeta es mi cordillera.
Soy lo que me enseño mi padre,
el que no quiere a su patria no quiere a su madre.
Soy América latina,
un pueblo sin piernas pero que camina.

Tú no puedes comprar al viento.
Tú no puedes comprar al sol.
Tú no puedes comprar la lluvia.
Tú no puedes comprar el calor.
Tú no puedes comprar las nubes.
Tú no puedes comprar los colores.
Tú no puedes comprar mi alegría.
Tú no puedes comprar mis dolores.

Tengo los lagos, tengo los ríos.
Tengo mis dientes pa` cuando me sonrío.
La nieve que maquilla mis montañas.
Tengo el sol que me seca  y la lluvia que me baña.
Un desierto embriagado con peyote un trago de pulque.
Para cantar con los coyotes, todo lo que necesito.
Tengo mis pulmones respirando azul clarito.
La altura que sofoca.
Soy las muelas de mi boca mascando coca.
El otoño con sus hojas desmalladas.
Los versos escritos bajo la noche estrellada.
Una viña repleta de uvas.
Un cañaveral bajo el sol en cuba.
Soy el mar Caribe que vigila las casitas,
Haciendo rituales de agua bendita.
El viento que peina mi cabello.
Soy todos los santos que cuelgan de mi cuello.
El jugo de mi lucha no es artificial,
Porque el abono de mi tierra es natural.

Tú no puedes comprar al viento.
Tú no puedes comprar al sol.
Tú no puedes comprar la lluvia.
Tú no puedes comprar el calor.
Tú no puedes comprar las nubes.
Tú no puedes comprar los colores.
Tú no puedes comprar mi alegría.
Tú no puedes comprar mis dolores.

Você não pode comprar o vento
Você não pode comprar o sol
Você não pode comprar chuva
Você não pode comprar o calor
Você não pode comprar as nuvens
Você não pode comprar as cores
Você não pode comprar minha felicidade
Você não pode comprar minha tristeza

Tú no puedes comprar al sol.
Tú no puedes comprar la lluvia.
(Vamos dibujando el camino,
vamos caminando)
No puedes comprar mi vida.
MI TIERRA NO SE VENDE.

Trabajo en bruto pero con orgullo,
Aquí se comparte, lo mío es tuyo.
Este pueblo no se ahoga con marullos,
Y si se derrumba yo lo reconstruyo.
Tampoco pestañeo cuando te miro,
Para q te acuerdes de mi apellido.
La operación cóndor invadiendo mi nido,
¡Perdono pero nunca olvido!

(Vamos caminando)
Aquí se respira lucha.
(Vamos caminando)
Yo canto porque se escucha.

Aquí estamos de pie
¡Que viva Latinoamérica!

No puedes comprar mi vida.

Directores Jorge Carmona y Milovan Radovic

Calle 13 – Latinoamerica ft. Totó La Momposina, Susana Baca & María Rita

Sono, sono quel che han lasciato / sono tutti gli avanzi di ciò che hanno rubato / Un popolo nascosto sulla cima / la mia pelle è di cuoio / per questo resiste a qualunque clima / Sono una fabbrica di fumo / manodopera contadina per il tuo consumo

Fronte freddo nel mezzo dell’estate / l’amore ai tempi del colera, fratello mio / Il sole che nasce e il giorno che muore / con i migliori tramonti / Sono lo sviluppo in carne viva / un discorso politico senza saliva / I visi più belli che abbia mai visto / sono la fotografia di un desaparecido / Sono il sangue dentro alle tue vene / sono un pezzo di terra che vale la pena / Sono un cestino di fagioli /

Sono Maradona contro l’Inghilterra che fa due gol / Sono ciò che tiene su la mia bandiera / la spina dorsale del pianeta è la mia cordigliera / Sono ciò che m’ha insegnato mio padre / quello che non ama la sua patria e non ama sua madre / Sono l’America Latina / un popolo senza gambe ma che cammina

Tu non puoi comprare il vento / Tu non puoi comprare il sole / Tu non puoi comprare la pioggia / Tu non puoi comprare il calore / Tu non puoi comprare le nuvole / Tu non puoi comprare i colori / Tu non puoi comprare la mia allegria / Tu non puoi comprare i miei dolori.

Ho i laghi, ho i fiumi / ho i miei denti per quando sorrido / La neve che trucca le mie montagne / Ho il sole che mi asciuga e la pioggia che mi bagna / Un deserto ubriaco di peyote un sorso di pulque / per cantare con i coyotes / tutto ciò di cui ho bisogno / Ho i polmoni che respirano l’azzurro chiaro /

L’altitudine che soffoca / Sono i molari della mia bocca che masticano coca / L’autunno con le sue foglie sfilacciate / Una vigna strapiena d’uva / un canneto sotto il sole di Cuba / Sono il Mar dei Caraibi che vigila sulle casette / facendo rituali con l’acqua benedetta / il vento che mi pettina i capelli / Sono tutti i santi che che mi tengo appesi al collo / Il succo della mia lotta non è artificiale / perché il concime della mia terra è naturale /

Tu non puoi comprare il vento / Tu non puoi comprare il sole / Tu non puoi comprare la pioggia / Tu non puoi comprare il calore / Tu non puoi comprare le nuvole / Tu non puoi comprare i colori / Tu non puoi comprare la mia allegria / Tu non puoi comprare i miei dolori.

Tu non puoi comprare il sole / Tu non puoi comprare la pioggia / (Tracciamo il cammino, continuiamo a camminare) / Non puoi comprare la mia vita / La mia terra non si vende

Lavoro duro ma con orgoglio/ qui si condivide, ciò che è mio è tuo / Questo popolo non affoga con una mareggiata / e se crolla io lo ricostruisco / E non ammicco quando ti guardo / per farti ricordare il mio cognome / L’Operazione Condor, invadendo il mio nido / Perdono ma non dimentico mai!

(continuiamo a camminare) Qui si respira la lotta (continuiamo a camminare) Io canto perché di sente / Qui stiamo in piedi / Viva Latinoamerica! / Non puoi comprare la mia vita.

Back In Town. Bovisa City Milano

di Fabrizio Lorusso ……… www.carmillaonline.com

1.Immag0018(Large).jpgOggi niente America Latina. Le luci dell’Osservatorio americano esaltano uno sguardo straniero e un po’ stranito su un barrio nostrano, asfalto e cemento del bel paese. Un cellulare in mano e 37 gradi Celsius nell’aria umida del primo pomeriggio milanese, quando tutto è chiuso, anche il cervello, e nessuno penserebbe mai di farsi una passeggiata di (mala)salute improvvisata. Auto parcheggiate, silenzio stazionario, afa e vino del pranzo che risale.
Questo è un foto post con didascalie febbrili che resterà come testimonianza del breve ritorno in patria dell’autore, esiliato volontario a Città del Messico da 8 anni e 1/2, felliniani ma anche abbastanza fantozziani, dipende sempre dal punto di vista.
Quest’anno saranno 49 i giorni passati in Italia, per la precisione nel caro e vecchio focolare di Piazza Prealpi e vie limitrofe, un’enclave incastonata come una perla-barrio tra le mitiche zone Bovisa, Quarto Oggiaro e Villapizzone a Milano, periferia ovest dal retrogusto post industriale.

4.Immag0019(Large).jpgQuesta fu una terra promessa per l’immigrazione dal nostro meridione a partire dagli anni quaranta del secolo scorso e s’è oggi trasformata in una zona multicolore e multilingue, con i suoi pregi e le sue contraddizioni, grazie alle folte comunità equatoriane, peruviane, cinesi, albanesi, marocchine, rumene, pachistane, cingalesi, senegalesi e mi scuso se ne dimentico alcune! Presenti.

Ecco la fermata Villapizzone del passante ferroviario, un mezzo che, quando nacque, venne spacciato per una nuovissima metropolitana sotterranea “classica”, la famosa Linea 4 del metro di Milano, ma è più simile a un treno che passa ogni tanto, gli è simile nel bene e nel male.

I gradini spuntano in mezzo al nulla nei pressi della sede Bovisa del Politecnico, dove fino a 10 anni fa regnavano solo baracconi e industrie dismesse e ci si andava per sfidare il destino: probabilità di rapina oltre il 70%, sequestro fifty-fifty, caduta in un tombino scoperchiato, 30%, cedimento strutturale di un edificio antistante, 55%, pestaggio o rissa, un bel 40%; essere investiti da guidatori ubriachi col foglio rosa o da macchine della scuola guida, 90%. Siamo qui, ancora. Ce l’abbiamo fatta!

Tutte le stime delle percentuali sono dell’autore su dati comuni.

Un cunicolo buio, orripilante e masochisticamente affascinante s’interrava sotto i binari per una ventina di metri eterni e permetteva l’accesso al quartiere abbandonato dopo la crisi del fordismo e della grande fabbrica, stile Seveso o Sesto San Giovanni (Stalingrado d’Italia). Di recente è stato coperto e sostituito da degli eleganti sottopassaggi e ponti pedonali.
2.Immag0045(Large).jpg

Fontana pubblica con acqua pubblica sgorgante al sapore di pesce amaro, detta Drago Verde, vicino a cestino, anch’esso verde ma quasi fosforescente, stracolmo di putridume e sovrastato dai proibizioni statali e comunali su cartello.

Qui s’appostava sempre la bancarella del pescivendolo nei giorni di mercato, il lunedì e il giovedì, dunque l’acqua della fontanella, sebbene fosse pulita e potabile, lasciava un retrogusto di orata e polipo all’aglio e prezzemolo che penetrava dalle narici fino agli angoli più reconditi dello stomaco assetato. 2.Immag0055(Large).jpg

Oggigiorno la celebre gang latina dei Latin Kings (il nome non inganna) sovrappongono tag su tag a quelle dei writer più storici miscelando hip-hop, identità latina o quel che ne rimane e disagio.
Messaggio murale: minaccia comprensibilissima anche a chi non bazzica lo spagnolo. Siete morti! Están muertos. Voi che leggete il muro.

Un po’ come faceva il prete che inveiva contro Troisi in “Non ci resta che piangere”, quando gridava “ricordati che devi morire” e Troisi diceva “sì, si, mo me lo segno”. Segnatevelo anche voi sul muro sotto casa (nel condominio del vicino). 3.Immag0027(Large).jpg

Ormai in zona si vende di tutto, anche i Marziani, come da annuncio affisso! I bolos so più o meno cosa cosa sono, a un euro è un buon affare per quel tipo di pane soffice e rotondo. Ok.
Ma i Marcianos in vendita da questa signora non so proprio cosa siano. Lo spagnolo messicano non mi aiuta e nessuno m’informa.

Da domani, domenica 4 luglio (quando scattai la foto), forse lo sapremo.

E poi, scherzi a parte, consiglio agli abitanti della mia zona di cominciare a studiare lo spagnolo nella variante andina (lo dico come osservatore e insegnante interessato a trovare un lavoro nella didattica dello spagnolo a italiani prima o poi, chissà).6.Immag0006(Large).jpg

Alla fine di Via Negrotto c’è sempre stato quello che chiamavamo “l’accampamento degli zingari”, un campo d’accoglienza o di segregazione, a seconda, per la popolazione rom che era l’angolo più precario e temuto dalla popolazione del quartiere.

Vietato passare, vietato spiare, vietato giocare da quelle parti.
E’, però, permesso disfarsi delle televisioni offrendole in dono al passante, ce ne sono anche di vari colori e dimensioni, per tutti i gusti e tutti i giusti insomma.

Catodiche liberazioni. Televisive aberrazioni sul marciapiede.

In effetti la convivenza è sempre stata difficile. La loro fama è sempre stata pessima, a torto e, un po’, anche a ragione, non discuto. Basta che non prevalgano i luoghi comuni.

Mentre faccio le foto una famiglia di rom, stipata in una vecchia ford escort che procede a 5km/ora, mi squadrano da capo a piedi come fossi uno sbirro attrezzatto per lo sgombero o un esattore del racket, fenomeno molto comune qui.

Da piccoli sapevamo di default che tutti i negozianti pagavano il pizzo, ci mancava che facessero pagare anche noi “innocenti” studentelli per poter andare a scuola con la cartella superiore ai 15 kg, come al check in dell’areoporto.

Azzardo un cenno con la mano per salutarli e un mezzo sorriso per rassicurarli del fatto che non cercherò di violare il loro spazio vitale.
Fatto, son tranquilli, ma come spesso succede l’impressione è diversa. E sbagliamo. Preconcetti.

Rispetto ad alcuni anni fa la strada mi sembra di lusso, per lo meno non vivono più nelle tende e nelle roulotte ma nei prefabbricati e l’asfalto ha coperto una specie di mulattiera antica.
Continuo con le foto e poi sciacquo via.9.Immag0038(Large).jpg

Nell’anno del mondiale in Sudafrica, i colori di quel continente, presente più che mai nelle città della penisola, splendono anche sui pali della luce per la festa africana ispirata all’evento sportivo dell’anno e chiamata “Le Grande Balun”, echi francesi che assomigliano più al dialetto milanese.

Credo che grazie (o a causa?) al francese o al creolo parlato in molti paesi dell’Africa come prima o seconda lingua, moltissimi migranti hanno in realtà meno problemi a comunicare con chi parla il dialetto milanese o con un famigerato padano Doc di quanto possiamo immaginarci.

Passerebbero tranquillamente anche i test linguistici che dovremmo, invece, imporre a buona parte della nostra classe politica padana e prealpina. Ma non facciamo populismo anche qui, por favor. 10.Immag0046(Large).jpg

In un quartiere dove il graffito e la tag tirano, giustamente anche i messaggi sociali passano sopra e attraverso i muri per giungere alle orecchie della moltitudine silenziosa pronta alla lettura degli urbani ornamenti.

Le saracinesce chiuse ci parlano da vicino e c’intristiscono da lontano, è il ricordo del rifiuto, la fine del consumismo o semplicemente l’ora sbagliata. Alla una e mezza non si apre.

No al razzismo, e sì all’Esperanto, la lingua universale creata a tavolino e pensata come strumento di comunicazione globale ai tempi in cui di globalizzazione non si parlava ancora.

Che poi non sia servito a molto nell’umana storia (ma parlo da miscrednte), siamo d’accordo, ma in fondo il tentativo fu fatto e questa zona ne è testimone grazie al suo centro esperantista ritratto orgogliosamente nella foto, sempre con saracinesca chiusa ma animo aperto.
La lingua internazionale, altro che american english, español o mandarino…11.Immag0048(Large).jpg

Oltre al centro per la diffusione dell’Esperanto abbiamo sulla stessa strada, Jacopino St. e Bramantino St., una chiesa evangelica e una macelleria equina profumatissime.

Accanto ad esse un’altra saracinesca chiusa, ma ripeto, spesso si deve solo all’ora, al giorno, al momento insomma, non alla mancanza di buona volontà.

Il vecchio circolo “E. Colombani” del Partito Comunista Italiano, oggi Rifondazione, e la sua insegna esistono e resistono ancora alla ruggine del tempo e delle finte seconde e terze repubbliche che ci passano davanti. Todo respeto.
Ma a volte anche no, sono posmoderno, non credo più.

A pochi metri da qui, proprio nel primo pomeriggio di oltre vent’anni fa, assistemmo alla prima rapina, o meglio uno furto con scasso, della nostra vita.

Io e Frankino, oggi affermato house-tech DJ, uscivamo dalla scuola media C. Colombo e con fare scoglionato ci dirigevamo verso un pasto sicuro nelle nostre rispettive dimore quando, ormai a pochi metri da casa, un figuro (l’aggettivo losco non lo volevo scrivere, è scontato) svuotava un negozio di pellicce del suo contenuto di scorze di animali morti e peli incurante dell’allarme sonante.

Niente di che, abbiamo preso la targa per sentirci un po’ eroi ma siccome il negozio era una copertura per qualcuno, non so chi, non ha mai riaperto comunque. Nessuno ci teneva più di tanto. Meglio un bel salumiere, per esempio. E infatti c’è. 13.Immag0054(Large).jpg

Chiesa e oratorio erano luoghi ambigui. Rifugi delle relazioni sociali per pargoli e adolescenti in un quartiere “movimentato”, tane e nascondigli per i morigerati, spazi aperti per fare sport e indottrinarsi, erano anche un’ottima palestra per menarsi con i coetanei, imparare le prime bestemmie, prendere i primi due di picche prima dei 15 anni e apprendere l’arte amorosa (solo baci e limonate per gli sfortunati, qualcosa di più se avevi il motorino, ancora di più se eri un ripetente di 20 anni in mezzo alle liceali del biennio e stop) qualche tempo dopo.
Scene di adolescenza imberbe.
Mi spiace, la realtà è dura.15.Immag0030(Large).jpg

Paradossalmente l’oratorio a volte era davvero il miglior posto dove andare, stare, parlare, sparlare e conoscere una fetta di mondo, ma due o tre volte al mese bisognava prepararsi all’assedio delle bande organizzate di sbandati affamati di radioline, braccialetti, scudi (5000 lire), anelli e botte giusto all’uscita della Chiesa, quando faceva buio, oppure bisognava presenziare ai tentativi di spaccio dei fratelli maggiori di alcuni tuoi compagni di gioco o al noto lancio della siringa sul ciglio della strada.

I fratelli maggiori, tra l’altro, erano sempre pronti a difendere il loro consanguineo minore e minorato se non gli concedevi di fare alcuni gol (io giocavo quasi sempre in porta o come terzino, quindi lo so).
E a volte il gol non lo meritavano davvero. Perciò niente.
Non che l’ambiente oratoriale si riducesse del tutto e solamente a questo, ma così era e così sia. 17.Immag0043(Large).jpg

Davanti alla Chiesa del barrio, a meno di trenta metri di affanno, c’è da qualche anno un apprezzato distributore di preservativi, affianco alla farmacia. Merita la foto, coloratissimo, richiama l’avventore e l’avventuriero all’ordine e al progresso civile. Oratorio sì, ma poi usa anche questo. Bien!

L’amore ai tempi del muralismo messicano era fatto di trasgressioni e passioni inconfessabili, Frida e Diego Rivera, nazionalisti amati dal popolo e comunisti attivi erano scrutati dall’internazionalista globale Leon Trotsky, poi sedotto a sua volta dalla stessa Frida prima di essere raggiunto dagli sgherri del sadico Stalin, messicanissimo per il suo look baffuto ma poco avvezzo alla negoziazione e al sorriso.

Questo cuore rosa, invece, è patrimonio culturale dell’umanità secondo l’UNESCO e la CIA, ed è stato collocato sulla parete laterale di un condominio per bene, anche se modesto. Possibile.
Allegro. Però sprizza anatemi melensi e frasi subliminali “stile Bacio Perugina” da tutti i suoi milioni di pixel. Al gusto.18.Muraltiamo(Large).jpg

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