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I negri di Rio de Janeiro: meticciato vs multiculturalismo

Catadores (vik-muniz)[AVVERTENZA dell’AUTORE: nel testo che segue sono stati volutamente usati i termini “negro” e “negri”, senza virgolette né corsivo. Si è tentato così di tradurre  l’ordinarietà del razzismo nostrano e brasiliano nella sua forma più semplice e spietata, senza smorzature semantiche e politically correct da cena di gala]  DSimone Scaffidi Lallaro da Osservatorio America Latina – Carmilla.

Per l’ennesima mattina calpesto le pietrose discese di Santa Teresa, respiro la polvere dei lavori in corso di Lapa e osservo il vuoto lasciato dall’esplosione di una bombola di gas in praça Tiradentes. Supero il trafficante di figurine e all’improvviso un negro scalzo dai pantaloncini a brandelli mi taglia la strada. Il sudore gli scorre lento sulla schiena frenato dalla polvere, i nervi in tensione dal collo al tallone ne arginano la discesa. Il negro sta trainando un carretto di legno carico di grosse sacche di plastica trasparente da cui fuoriesce un liquido incolore. Sudore e liquido si mescolano sull’asfalto ardente e si dissolvono in pochi secondi senza lasciare traccia alcuna del proprio passaggio, nulla possono le ombre mastodontiche dei grattacieli del quartiere Centro contro il sole cocente dei tropici.

Il negro trasporta ghiaccio. Il contrasto tra lo scintillante candore del suo carico e l’oscurità della sua ombra potrebbe giustificare da solo il settimo posto occupato dal Brasile nella speciale classifica redatta da Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale dei paesi con il PIL più elevato del globo. Penso a Fitzcarraldo, nel capolavoro omonimo di Herzog, e alla sua follia colonialista di impiantare una fabbrica di ghiaccio in Amazzonia. Dove lui ha fallito, altri hanno vinto. Dove lui ha ucciso per esaudire i suoi sogni di gloria e potenza altri hanno continuato ad uccidere. Negri o indios che siano vengono travolti dalla rovinosa bramosità di potere occidentale. Sia essa una nave che scavalca una montagna, sia essa una fabbrica di ghiaccio, le braccia e le morti che rendono possibile la criminale impresa rimangono le stesse.

Le ho proprio davanti a me quelle braccia. Le stesse che consentiranno al Brasile di Lula e Dilma di sfilare sulle passerelle dell’economia mondiale con capi da top-model-neoliberista: Mondiale 2014 e Olimpiadi 2016 saranno i pezzi forti della collezione estiva. Aspettando i grandi eventi sportivi, il negro e il ghiaccio si sciolgono insieme, l’uno rinchiuso in un involucro trasparente che ne accelera la liquefazione, l’altro intrappolato in un meccanismo tanto globale quanto locale che gli consuma le piante dei piedi giorno dopo giorno.

Meu nome è revolta

Largo de São Francisco de Paula è ormai vicino. La piazza e l’alto cancello mi separano dall’Istituto di Storia. A protezione dell’accademia si erge un esercito negro di mendigos. Sono sdraiati davanti alle sbarre. Venti paia di piedi nudi, sporchi e callosi, legati a quaranta fantasmi giovani e negri. Tre bambini si alzano d’improvviso e con uno sguardo complice fracassano due vecchie videocassette, sanno cosa stanno facendo. Con sicurezza ne estraggono le pellicole. La prima la legano a un sacchetto bianco della spesa targatoMundial (nota catena di supermercati carioca da non confondersi con l’evento che sta già contribuendo a cambiare radicalmente il volto della città), la seconda a un sacchetto nero della spazzatura. Gli aquiloni sono pronti al volo. La corsa forsennata dei bambini per la piazza non si fa attendere, il nastro nero stretto fra le dita si tende e i sacchetti si alzano nell’aria. Le donne sono poche, seminude come gli uomini, alcune allattano neonati tra le braccia, altre cercano riposo tra cartoni e lattine, altre ancora provano a varcare la soglia dell’Istituto di Storia per riempire bottiglie d’acqua potabile. Basterebbe accucciarsi e scattare una rapida istantanea per vedere nitide alle loro spalle le sbarre della prigione, il cancello dell’accademia, strumento supremo di segregazione razziale.

Dentro i bianchi, fuori i negri è la legge non scritta dell’università e della società brasiliana. L’università è pubblica e gratuita per tutti, un po’ come l’esistenza, verrebbe da dire, ma le possibilità di accedere a un’istruzione di livello e a un’esistenza dignitosa comporta comunque dei costi che, oltre a non essere equamente distribuiti, vanno al di là del valore nominale del PIL pro capite. Le università pubbliche in Brasile, come in altri paesi dell’America Latina, sono a numero chiuso e per accedervi è necessario avere una buona preparazione che non viene però garantita dalle scuole superiori pubbliche. Succede quindi che chi non può permettersi di frequentare una scuola superiore privata ha molte meno possibilità di passare il test per accedere all’università. Risultato: i poveri non possono frequentare la scuola superiore privata, i poveri sono in prevalenza negri e indios, i negri e gli indios rimarranno in gran parte esclusi dalla società.

Largo Sao Francisco de PaulaGli uomini e le donne che vivono davanti all’Istituto di Storia hanno tre principali occupazioni: schiavi nel grande mercato all’aperto che è il Centro di Rio de Janeiro durante il giorno, assaltatori di studenti egringos, nel deserto far west che è il Centro di Rio de Janeiro durante la notte, e icatadores de lata ovvero i raccoglitori di lattine. Questi ultimi sono l’orgoglio della nazione, coloro che la consacrano primatista mondiale nel riciclaggio dell’alluminio. Ad ogni ora si aggirano per le vie di Rio de Janeiro in cerca di lattine vuote. Ogni chilo di alluminio raccolto, corrispondente a circa 67 lattine, si traduce in 3,00 reais (più o meno 1,00 €), una volta consegnato all’autorità competente. Il primato ha il peso sociale dei sacchi neri ricolmi di latta che gravano sulle spalle dei negri senza fissa dimora.

Viralata è una delle mie parole preferite in portoghese brasilianoletteralmente significa:gira latta. Si usa per indicare i cani senza padrone, i randagi che vivono nella strada e spesso per sopravvivere sono costretti a girare le lattine vuote in cerca di qualche liquido da ingerire. Ma ha anche un altro significato, si usa per identificare un cane la cui razza non si riesce più a definire a causa dei molteplici incroci che si sono succeduti per generazioni e generazioni: un bastardo dunque.

Di viralata randagi abbandonati dalla società in Brasile ce ne sono a milioni. Molti meno sono i viralata bastardi a causa del consolidato e indissolubile connubio tra diseguaglianze sociali, distribuzione della ricchezza e discriminazioni razziali su cui si fonda il tanto osannato multiculturalismo brasiliano. La razza sfruttata ha un colore ben preciso, così come lo ha la classe dirigente brasiliana che si ostina ad abbracciare le logiche del più becero capitalismo mondiale, il quale ribadisce sempre con più forza la necessità di innalzare un solido muro sulla linea del colore per mantenere lo stato delle cose esistente. Ad ogni colore il suo ruolo sociale. Multiculturalismo appunto, non meticciato.

 Ghost Track

A. Mohamed e Wu Ming 2, Timira. Romanzo meticcio, Einaudi, 2012

A. Prunetti, Amianto. Una storia operaia, Agenzia X, 2012

A. Staid, Le nostre braccia. Meticciato e antropologia delle nuove schiavitù, Agenzia X, 2011

República Dominicana y Haití: vientos de racismo

racismo haiti

Entre Haití y la vecina República Dominicana no corren buenas relaciones. El 23 de septiembre pasado la Corte Constitucional Dominicana emitió una sentencia que parece una broma, pero no lo es. La Corte ha ordenado retirar la nacionalidad dominicana a todos los ciudadanos, nacidos después de 1929, que desciendan de personas nacidas en el extranjero. Éstas podrían llegar a ser deportadas y a quedarse apátridas, con base en el hecho de que sus padres o abuelos se consideran, ahora, como si hubieran estado simplemente “de paso” en el país en su época. Esta decisión podría afectar a más de 210,000 descendientes de haitianos en la República Dominicana.

El lunes, hubo una manifestación frente a la Embajada dominicana en Puerto Príncipe, capital de Haití. Ese mismo día el presidente dominicano, Danilo Medina, encontró a las asociaciones de descendientes de haitianos y prometió consultarse con los otros poderes del Estado para verificar los caminos posibles, pero por ahora la cuestión queda abierta.

Para el día 8, se prevén otras iniciativas de protesta para presionar al gobierno del país vecino con el fin de emendar la absurda decisión de la Corte o evitar su aplicación. De cumplirse, en efecto, esta “desnacionalización” impuesta contra millares de personas violaría la Declaración Universal de los Derecho Humanos, que establece el derecho de todos a tener nacionalidad y a no verse privado de ella arbitrariamente.

El viernes pasado, algunos congresistas haitianos se encontraron con sus pares dominicanos para formar una comisión especial encargada de analizar la decisión de la Corte y tratar de destrabar la situación. El 4 de octubre, una delegación de la ONU se reunió con Medina para platicar del asunto, pero éste hizo hincapié en las leyes dominicanas que otorgan a otros órganos del Estado la competencia al respecto.

El gobierno Haitiano del mandatario-cantante Michel Martelly ha expresado un desacuerdo profundo en una carta dirigida a la Embajada dominicana, subrayando cómo sería “preocupante” la aplicación de una medida retroactiva contra miles de ciudadanos de ascendencia haitiana. Por tanto, se invita al gobierno del país vecino a considerar de manera “objetiva y equitativa” el asunto de los dominicanos descendientes de haitianos dentro de la sociedad de que son parte.

A pesar de que hubo algunos momentos de solidaridad recíproca en la larga historia de convivencia entre estas dos naciones, las cuales comparten la isla caribeña de La Española, muchos más fueron los episodios de discriminación e incomprensión que han protagonizado estos dos países.

En especial, con referencia al problema del racismo, en la hispanófona, mestiza y relativamente más próspera República Dominicana, cíclicamente se vuelven a presentar brotes de intolerancia contra la “pobre, negra y francófona” República Haitiana. Los gobernantes y magistrados dominicanos podrían recordarse, en cambio, de la solidaridad que en 1929 mostraron los haitianos que prestaron una ayuda determinante a sus vecinos, tras la larga serie de huracanes que devastó la parte dominicana de la isla.

Además, justo esta semana, es el 76 aniversario de la trágica “Masacre del perejil”. En el mes de octubre de 1937, el dictador dominicano Rafael Trujillo mandó a matar a cerca de 30.000 haitianos que vivían en el país para tratar de “blanquear la raza”, a través de una limpieza étnica sin precedentes en la región. Los que no eran capaces de pronunciar correctamente la palabra “perejil” eran ejecutados. Con su decisión, violatoria del derecho internacional y del sentido común, la Corte parece haber despertado recuerdos nefastos y racismos latentes que son tan anacrónicos como peligrosos. De: Revista Variopinto al día – México

Fabrizio Lorusso – Twitter @FabrizioLorusso

Esercito fa strage di indigeni in Guatemala

totofuneral.jpegIl Guatemala dell’ex generale e attuale presidenteOtto Pérez Molina rivive l’incubo della violenza e della repressione. Come ai tempi della guerra civile, iniziata nel 1960 e conclusasi nel 1996 con gli accordi di pace tra la guerriglia e il governo, il 4 ottobre scorso membri dell’esercito, che coadiuvavano la polizia nel controllo di una manifestazione popolare pacifica, hanno sparato sulla folla. I manifestanti appartenevano alla comunità centromeridionale di Totonicapan, situata 170 km a nord-ovest dalla capitale Ciudad de Guatemala e formata in prevalenza da indigeni di etnia Maya-Quiché. La notizia è preoccupante e gravissima, ma è passata quasi inosservata in Italia (segnalo un buon pezzo, forse l’unico, suPeaceLink), soprattutto tra i mass media tradizionali. 8 morti e 35 feriti da arma da fuoco: questo il saldo della strage che è avvenuta in una zona trafficatissima e molto conosciuta, l’incrocio di “4 caminos” tra le località turistiche di Hehuetenango, Chichicastenango, il Lago Atitlán e Quetzaltenenago.

Che cosa stavano mai facendo i “sediziosi” manifestanti? Incendiavano e occupavano prigioni, caserme o palazzi del governo? Improvvisavano un colpo di stato con milizie popolari inferocite e sanguinare al seguito? Gridavano alla rivoluzione armata e alla decapitazione dei caudillos o dei loro governanti? No. Stavano manifestando pacificamente contro l’aumento delle tariffe elettriche, una vera piaga sociale in un paese semi-colonizzato da compagnie straniere in particolare nel settore energetico e in quello minerario, e contro alcune politiche governative. Alle mobilitazioni avevano aderito anche altri settori della popolazione, oltre a indigeni e contadini: c’erano commercianti, impiegati e docenti, tra gli altri. Come succede in qualunque altra società, una comunità di abitanti della regione mostrava il proprio dissenso mentre alcuni loro delegati, rappresentanti dei 48 cantoni in cui si divide il Comune, si trovavano proprio seduti a un tavolo di negoziazione con il governo, rappresentato dal delegato Miguel Ángel Balcárcel, nella capitale.

Dall’anno 2000 l’esercito del paese centroamericano è autorizzato ad affiancare la Polizia Nazionale nelle operazioni di sicurezza interna, una misura che oggi più che mai dovrebbe essere messa in discussione. E’ un approccio seguito anche dal vicino Messico in cui negli ultimi 6 anni la guerra o “offensiva militare” dichiarata dal presidente Felipe Calderón ai cartelli del narcotraffico ha provocato oltre 60mila morti e la dissoluzione del tessuto sociale in numerose regioni del paese. Il numero totale di morti nel sessennio è di 103mila per diversi motivi, tra cui la perdita di controllo in intere macrozone, soprattutto nel Nord-Est, nel Golfo del Messico e lungo la frontiera con gli USA.

Il 14 ottobre migliaia di manifestanti, in solidarietà con la comunità di Totonicapán e con le famiglie delle vittime, sono scesi in piazza e hanno marciato verso la Corte di Giustizia e del Palazzo Nazionale, sede della presidenza della Repubblica, per chiedere “giustizia” e dire “no all’impunità”. Hanno anche protestato per chiedere la fine della violenza contro i popoli originari e dei progetti minerari e idroelettrici imposti sui loro territori.

Il Guatemala ha uno dei tassi di violenza, misurato dal numero di morti violente ogni centomila abitanti più alti del pianeta: siamo su cifre di 40-50 omicidi ogni 100mila abitanti (a seconda delle fonti), il doppio del Messico e del Brasile, circa cinque volte la media mondiale, per capirci. Il dipartimento di Chiquimula, a est, ed Escuintla, a sud, sono i più violenti con 97 e 96 assassinii ogni 100mila abitanti. Sono tassi simili a quelli del vicino Honduras, il paese più mortifero del mondo.

Inizialmente il presidente Pérez aveva dichiarato che i soldati non avevano utilizzato le armi, ma poi è passato alla versione secondo cui s’è trattato di “spari in aria e legittima difesa” per poi infine capitolare, ammettere la responsabilità dei militari e promettere il rispetto delle decisioni della magistratura e le sue scuse ufficiali ai familiari delle vittime.

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Il 12 ottobre, infatti, un colonnello dell’esercito e otto soldati sono finiti sotto processo e resteranno nella prigione della brigata Mariscal Zavala a Guatemala City finché il giudice non si sarà espresso sul prolungamento della reclusione preventiva. HRW (la ONG Human Rights Watch) ha apprezzato l’intervento rapido della giustizia “come il modo più efficace di evitare la ripetizione di gravi crimini di questo tipo” e i magistrati stanno investigando su questo caso che è il più grave dalla fine del conflitto armato sedici anni fa. Sarà anche la prima volta dal 1996 che si apre un processo simile. L’opposizione parlamentare aveva chiesto la sospensione dell’immunità per il presidente e il ministro della difesa, Ulises Anzueto, ma il 18 ottobre la Corte Suprema s’è espressa in senso contrario.

C’è chi sostiene (vedi link a PlazaPublica), a ragione, che il movente razzista e classista dell’attacco e della mattanza di Totonicapán possa far pensare a un ritorno delle pratiche genocide della dittatura: si esclude ogni responsabilità governativa, si crea il mito dei “due bandi” in lotta (indigeni e guerriglieri contro lo Stato o le “forze del bene), si difende la militarizzazione della società e della sicurezza, si promuove uno Stato razzista, in balia di pochi gruppi d’interesse (i vecchi “latifondisti” del Guatemala contadino e le multinazionali), e infine si continua sulla linea repressiva di altri casi, meno noti, come quello del Valle del Polochic contro le popolazioni q’eqchi’; quello di Barillas, Huehuetenango e le persecuzioni che tacciano di terroriste le genti kaqchikeles di San Juan Sacatepéquez.

Il rappresentante della Commissione ONU contro l’Impunità in Guatemala, Francisco Dall’Anese, ha raccomandato formalmente e pubblicamente al presidente di allontanare l’esercito dalle strade, impedendogli di ricoprire funzioni di polizia. Otto Pérez ha annunciato una riforma legale in tal senso, ma senza precisare. Inoltre, come segnala la pagina Facebook del Consejo de Juventudes Indígenas (una fonte d’informazione importante sul caso Totonicapán) riportando una notizia delquotidiano La Hora, pare abbia di nuovo cambiato idea. “L’esercito del Guatemala continuerà con i compiti di sicurezza interna. Dobbiamo prendere misure di fatto per risolvere i nostri problemi, se andiamo avanti sulla linea del confronto, entriamo in un circolo vizioso da cui sarà impossibile uscire”, ha dichiarato il presidente.

David Lifodi su PeaceLink denuncia giustamente che “in realtà, i militari spesso sono inviati fino alle più remote comunità maya per stroncare qualsiasi forma di ribellione contro la costruzione delle centrali idroelettriche e l’estrazione mineraria a cielo aperto”. Infatti, continua l’articolo “l’ennesimo aumento delle tariffe per compiacere la multinazionale dell’energia Energuate (a capitale inglese), si somma alle nefandezze della spagnola Unión Fenosa che, tramite le sue partecipate locali, tra cui Deocsa, da anni ha messo in atto un durissimo braccio di ferro con le comunità indigene, spesso lasciate senza luce negli anni scorsi durante le feste natalizie”. Questo è il video più completo con le testimonianze delle vittime della repressione a Totonicapán:

Anche la “nostra” Enel, impresa italiana a partecipazione pubblica, opera in territori, in comunità e con progetti non esenti da una serie di conflitti in Guatemala, nella regione del Quiché, come segnalava Matteo Dean sul Manifesto in questi termini: “si tratta del progetto idroelettrico Palo Viejo, nella regione del Quichè, Guatemala settentrionale, un investimento da 185 milioni di dollari co-finanziato dalla banca Mondiale. I protagonisti sono i soliti: un’importante impresa multinazionale italiana, l’Enel Green Power (Egp); il governo guatemalteco, che ha approvato il progetto e lo sostiene con forza; le comunità indigene di origine maya della zona interessata. Ma nel quadro entrano altri due elementi, non da poco conto: la presenza delle forze armate nel territorio e il ruolo controverso dell’ambasciata d’Italia”. E continua, “la presenza delle truppe dell’esercito guatemalteco in quella zona del Quichè è stata ampliamente documentata dalle comunità indigene e dalle organizzazioni della società civile solidali. È dal febbraio scorso che i militari guatemaltechi fanno il bello e cattivo tempo presso le comunità del municipio di San Juan Cotzal, dove è forte l’opposizione al progetto idroelettrico: centinaia di uomini in passamontagna che terrorizzano, irrompono, invadono, occupano (vedi terraterra del 29 marzo scorso)”. @FabrizioLorusso http://www.carmillaonline.com/archives/2012/10/004494.html#004494

Infine riproduco dal sito di A SUD(che lo ha tradotto in italiano) l’appello di numerose organizzazioni sociali e invito alla sua diffusione:

Diffondiamo qui si seguito l’appello inviatoci da numerose organizzazioni sociali e indigene del Guatemala che denunciano la brutale repressione sofferta nei giorni scorsi da organizzazioni indigene guatemalteche. Ci uniamo alla denuncia e alla richiesta di rispettare il diritto all’autodeterminazione delle comunità e dei popoli tradizionali e di indagare sull’accaduto garantendo giustizia alle vittime.

APPELLO
Di fronte ai fatti violenti accaduti giovedí 4 ottobre, le organizzazioni social dei diritti umani sotto firmanti, denunciamo:

1. Nel pomeriggio del 4 ottobre, il Comitato dei 48 Cantoni di Totonicapan, struttura ancestrale di rappresentazione indígena del suo popolo, è stato violentemente represso da parte di forze dell’Esercito presenti nel kilometro 170 della strada Interamericana, in risposta alla manifestazione organizzata per dimostrare la loro contrarietà alle riforme alla costituzione, alla riforma del piano di studi delle magistrali e all’alto costo dell’energia elettrica. Come risultato dell’intervento armato da parte del governo, quattro persone sono morte, circa diciotto sono i feriti e varie le persone intossicate.
2. L’azione violenta delle autoritá é avvenuta proprio mentre i rappresentanti dei 48 cantoni stavano partecipando a una riunione con il responsabile del Sistema Nazionale di Dialogo, Miguel Angel Balcárcel, dato che il presidente della Repubblica, Otto Perez Molina, non ha assistito all’incontro. I lider dei 48 Cantones sono stati nella casa Presidenziale aspettando il presidente, mentre l’Esercito agiva contro la popolazione nel kilometro 170 della strada Interamericana.
3. L’utilizzo di forze combinate con la presenza di militari muniti di armi da fuoco, per controllare un’azione civica di protesta e di rivendicazione realizzata nel pieno esercizio dei diritti universalmente riconosciuti e garantiti dalle leggi nazionali, è una dimostrazione di violenza da parte dello Stato, che si dimostra incapace di agire in maniera coerente con la cultura democratica e nel rispetto dello stato di diritto.
4. L’utilizzo di personale militare e di armi da fuoco in azioni di sgombro o di intervento in manifestazioni o riunioni pubbliche, in base alle deliberazioni del Comitato delle Nazioni Unite Contro la Tortura, costituisce tortura, situazione per la quale lo stato del Guatemala è stato sanzionato in varie occasioni da parte della Commissione Interamericana dei Diritti Umani.
5. L’azione autoritaria e il fatto di negarsi a sostenere un dialogo efficace finalizzato a risolvere i problemi reali della popolazione, l’abbandono storico e il discorso demagogico, violentano i diritti fondamentali che hanno come obiettivo riconoscere la dignità della popolazione e delle persone.

Di fronte a questa situazione, domandiamo:

1. Alla Procura dei Diritti Umani (PDH), l’investigazione profonda dei fatti e il rilascio immediato di una risoluzione che permetta identificare i responsabili delle violazioni.
2. Al Pubblico Ministero (MP), di iniziare un processo penale contro i funzionari che risultino responsabili di questi fatti sanguinosi, e delle violazioni ai diritti dei diritti umani da parte di membri delle forze di sicurezza, civili e militari.
3. Al Governo del guate,ala, di consegnare alle autoritá della Procura dei diritti Umani e al Pubblico Ministero tutta l’informazione relativa ai nomi dei funzionari che comandano le unitá coinvolte, il piano d’azione, il dettaglio elle istruzioni trasmesse dalla citta Capitale da parte del Ministero dell’Interno e della difesa, verso i l posto in cui accadevano questi fatti. Inoltre, ritirare temporaneamente dalle loro posizioni i funzionari coinvolti i quali, per azione o per omissione, risultano coinvolti nei fatti che sono accaduti.
4. Al presidente della Repubblica Otto Perez Molina, l’immediata smilitarizzazione delle forze di sicurezza, cosí come di non utilizzare unitá militari.
5. Al Parlamento del Guatemala, di derogare il decreto 40-2000 che permette la realizzazione in meaniera congiunta (Polizia ed Esercito) e che si prenda atto del carattere di Legge che hanno gli Accordi di Pace e in particolare l’Accordo sul Rafforzamento del potere civile e la funzione dell’-esercito in una società democratica.
6. Chiediamo alle autorità politiche, legislative e al settore privato che vengano abbandonati questi modi di agire autoritari e che si assumano norme di convivenza democratica reale e non demagogica.
7. Alle comunità e ai dirigenti dei 48 cantoni di Totonicapan, alle famiglie delle persone uccise, ferite e vittime di questi fatti, manifestiamo la nostra solidarietà profonda e il nostro impegno ad accompagnarli nella ricerca di giustizia per questi fatti dolorosi.

Guatemala, 4 de octubre de 2012

Firmatari:

Convergencia por los Derechos Humanos
Centro para la Acción Legal en Derechos Humanos -CALDH-
Centro Internacional para Investigaciones en Derechos Humanos -CIIDH-
Fundación Sobrevivientes
Instituto de Estudios Comparados en Ciencias Penales de Guatemala -ICCPG-
Oficina de Derechos Humanos del Arzobispado de Guatemala -ODHAG-
Seguridad en Democracia -SEDEM-
Unidad de Protección a Defensoras y Defensores de Derechos Humanos-Guatemala -UDEFEGUA-
Asociación Familiares de Desaparecidos de Guatemala -FAMDEGUA-
Centro de Estudios de Guatemala -CEG-
Equipo Comunitario de Apoyo Psicosocial -ECAP-
Educa Guatemala
Sector Mujeres de Sociedad Civil
Unión Nacional de Mujeres de Guatemala -UNAMG-

Mare Chiuso: mini-documentario sui profughi respinti dall’Italia

4 minuti di vite migranti in video. Di Stefano Liberti e Andrea Segre. Articolo  sotto o qui: LINK.

L’Italia continua a respingere “arbitrariamente” i richiedenti asilo verso la Grecia anche dopo la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo.

L’Italia continua a respingere gli immigrati verso la Grecia “in modo arbitrario” applicando il Regolamento Dublino II nonostante la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo abbia già condannato il Paese ellenico perché non garantisce i diritti di chi cerca protezione internazionale.
È quanto emerge da uno studio condotto da Pro Asyl e Greek Council for Refugees che, intervistando oltre 50 immigrati respinti, hanno constatato come nella maggioranza dei casi, ai migranti in cerca di protezione, tra cui ci sono anche minori non accompagnati, individuati nei porti delle coste italiane meridionali, venga rifiutato l’ingresso in Italia o vengano riammessi in Grecia senza aver potuto accedere al sistema di protezione.
In particolare, si legge nel rapporto delle due Ong, “se riescono ad arrivare in Italia, tuttavia, sono immediatamente rinviati in Grecia senza alcuna valutazione individuale dei loro casi, senza garanzie giuridiche”.
Nel rapporto, Pro Asyl e Greek Council for Refugees affermano che, come la maggior parte degli altri Stati membri dell’Unione europea, l’Italia ha ufficialmente smesso di respingere i migranti verso la Grecia, mentre di fatto i respingimenti continuano.
Gli intervistati, quasi tutti rimpatriati dall’Italia, hanno dichiarato di vivere in strada, senza accesso a cibo, acqua, infrastrutture sanitarie e cure mediche. Alcuni hanno dichiarato di aver subito violenza e atteggiamenti razzisti dalla polizia di Patrasso e Atene.
Le organizzazioni denunciano, inoltre, che nessuna delle persone respinte “ha mai avuto la reale possibilità di presentare la richiesta di asilo. Presumibilmente, nella maggior parte dei casi, le autorità italiane non hanno registrato nemmeno i nomi. Altri hanno dichiarato che pur avendo richiesto alle autorità italiane di voler fare richiesta di asilo, la richiesta non è stata registrata”.

Le Printemps en exil: intervista a Giuseppe Spina

[Presento qui un’intervista con Giuseppe Spina, uno dei co-autori del progetto “Le Printemps en exil” (La Primavera in esilio) che è un documentario multimediale o web-doc basato su narrazioni, storie di vita e lavoro di archivio che ricostruiscono, tra Tunisia, Francia e Italia, le vicende dei tunisini migranti, in esilio dopo le rivolte e la caduta di Ben Ali. L’idea è quella di realizzare un video-documento prodotto dal basso, grazie al contributo delle persone che in Italia e all’estero sono interessate a dargli vita e a diffonderlo on line liberamente. Così lo presentano i suoi promotori: “Sono migliaia – nessuno sa quanti con esattezza – i tunisini che dal gennaio del 2011, dai giorni delle rivolte, hanno provato a raggiungere l’Europa. Poco più di un anno fa alcuni scappavano dal regime, altri dalla rivoluzione e in entrambi i casi “l’esilio” sarebbe stata la condizione ultima; ma l’esilio, in qualche notte di mare nero, si trasforma in clandestinità e la rotta diventa incerta, pericolosa, preda di sfruttatori di ogni tipo… Il lavoro su “Le Printemps en exil” parte da Mineo, dal “centro di accoglienza per richiedenti asilo”, a 45km da Catania, circa un anno fa. Da quel periodo le storie e i luoghi si sono moltiplicati – così come l’apporto di amici fotografi, operatori, giornalisti – attraversando l’Italia, tracciando dei percorsi che arrivano fino a Parigi per poi ritornare in Tunisia”. Buona lettura, Fabrizio Lorusso @Carmilla]

Qual è il tuo ruolo nel progetto?

Di solito mi occupo di cinema di ricerca e, in piccolo, anche di produzione e distribuzione. Dell’ultimo progetto di web-documentario, “Le printemps en exil” sono co-autore insieme a Massimiliano Minissale e Marie Blandin, e faccio parte di frameOFF gruppo coinvolto e promotore del progetto insieme a House on Fire, società di produzione francese.

Cos’è Nomadica e come entra in questo progetto? 
Nomadica è il circuito di diffusione e produzione di cui mi occupo da 3 anni a questa parte. Sosteniamo dei film che fanno ricerca nel linguaggio come nello sguardo, ma anche dei “video-documenti” che vanno a colmare i tanti vuoti del classico e sterile sistema d’informazione. Ovviamente anche Nomadica, in qualità di media partner, sta spingendo questa nuova produzione.

Cos’è PDB e cosa si propone in generale?
ProduzioniDalBasso è una piattaforma web dove è possibile proporre dei progetti che la gente può sostenere mediante dei micro-capitali che ne rendono possibile la realizzazione. In pratica un sito web in cui la gente può aiutarci a co-produrre, e invitiamo tutti a farlo! E’ possibile prenotare le proprie quote e così finanziare il nostro ultimo progetto: Info Link! e le quote sono di 10 €, come un paio di spritz. Alcuni componenti di frameOFF hanno già utilizzato questo sistema di finanziamento partecipato, personalmente nel 2007 ho realizzato un “film di viaggio” in Burkina Faso, grazie al supporto di 760 co-produttori (Même père même mère).

Da dove nasce l’idea di Printemps?
L’idea nasce poco più di un anno fa, a pochi chilometri dal CARA (centro di accoglienza per richiedenti asilo) di Mineo. Conoscemmo un ragazzo tunisino, lo aiutammo a fuggire dall’Italia e poi a Parigi abbiamo avuto modo di diventare amici. Il tutto filmando ovviamente, com’è nostra abitudine. Questa storia, spesso casualmente, ha portato ad altre amicizie, ad altre storie, collegando infine i tre Stati (Tunisia, Francia, Italia) attraverso il nostro sguardo soggettivo e il suo ribaltamento.

Che motivi sociali e/o politici puoi sottolineare?I motivi sono tantissimi. Molti non conoscono quanto è successo e succede nei tre Stati in questione, cosa si cela dietro “il traffico” dei migranti, quanta corruzione da parte dello Stato e delle aziende a cui fa riferimento, o di cosa sta succedendo oggi in Tunisia, ecc. Attraverso il nostro web-documentario e l’archivio con il quale si intreccia cercheremo di ridare questi motivi – anche grazie all’aiuto di giornalisti, fotografi, videasti, e di tutti coloro che vorranno contribuire con materiali di ogni tipo.

Come verrà realizzato? (chi, quando) e come verrà diffuso? 
Nel sito indicato sopra si può già vedere l’impronta iniziale del lavoro, è possibile visionare un teaser di 20minuti, leggere già qualche articolo di ottimi giornalisti come Antonio Mazzeo, che ritengo uno tra i più preparati e combattivi oggi in Italia. La diffusione avviene attraverso il web, siamo alla ricerca di distributori che nel nostro caso potrebbero essere delle testate giornalistiche.

Che opinione ti sei fatto delle “primavere” arabe? E di quella tunisina?
Il concetto di “primavera” è europeo, in Tunisia non esiste, lo abbiamo ripreso anche nel titolo della nostra opera proprio per ridare questa distanza. L’informazione “occidentale” ha incasellato in una stagione dell’anno un movimento che si forma, si muove, e agisce in vari modi, nei vari Stati arabi, da anni ormai. Per molti europei dunque la “primavera” è passata, ma non è così, in Tunisia ma anche in altri Stati, continuano le manifestazioni e le rivolte anche contro i nuovi governi eletti “democraticamente”.

Che ne pensano gli esiliati o i rifugiati? 
Ognuno ti lascia il suo punto di vista, così come ognuno fugge per motivi diversi. Abbiamo incontrato chi scappa perché vicino al governo Ben Ali e chi, al contrario, scappa perché ha partecipato attivamente alle rivolte. A questa domanda dunque non posso risponderti con esattezza, forse andando avanti con il lavoro riuscirò a farmi un’idea, anche se non credo che questo accadrà.

Qual è la loro meta concreta oggi? 
La meta per molti è Parigi, perché convinti che lì troveranno lavoro, o perché hanno dei parenti che in qualche modo possono aiutarli, ospitarli. Molti si perdono, dormono in luoghi di fortuna, la maggior parte sta molto male. In Italia invece, un anno fa, nessuno o quasi aveva intenzione di fermarsi, volevano tutti andare in Francia, ho saputo di tanti italiani che hanno aiutato i migranti a fuggire.

Qual è la loro speranza per il futuro? 
Avere dei documenti, essere in regola è l’obiettivo. Avere un lavoro naturalmente. Molti però non vogliono restare in Francia, ma tornare in Tunisia, nella propria terra. Ed è anche per questo che dopo Parigi (al momento l’ultima parte del teaser che proponiamo nel sito) vogliamo raggiungere la Tunisia. Per incontrare quelli che sono tornati, o per conoscere i parenti e gli amici di coloro che sono scappati.

Cosa deve fare chi vuole sostenere l’iniziativa e come può collaborare (più o meno direttamente)?
Ripeto il link, qui si potrà trovare la descrizione dell’opera e prenotare le proprie quote. Ci tengo a sottolineare che quest’opera, che la gente può aiutarci a produrre, sarà aperta a tutti, gratuitamente, potenzialmente visionabile da milioni di persone. Quindi i co-produttori non riceveranno un DVD, non “acquisteranno” nessun oggetto materiale, ma andranno a sostenere un’opera che si dà liberamente. Inoltre l’archivio permetterà di moltiplicare i punti di vista (che non saranno “solo” quelli degli autori del progetto), sarà un lavoro partecipato, collettivo, che andrà ad approfondire tante questioni, ma anche un’opera poetica, soggettiva e di ricerca.

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Sorci Verdi in Messico: tutti i video della presentazione

Ecco i video (sono 7!) della presentazione (15 dicembre 2011, ore 19) del libro Sorci Verdi. Cronache di ordinario leghismo alla Libreria Morgana Sud, Coyoacàn/Città del Messico, con Fabrizio Lorusso (co-autore), Maria Teresa Trentin (attrice, lettrice), Clara Ferri (moderatrice e anfitriona), Diego Lucifreddi (relatore). Aiuto prezioso anche di BravO Cubiertas Inteligentes, le fodere per libri personalizzate in verde per Sorci Verdi ! Qui il post con la galleria fotografica e altri link informativi sul caso Rogo di libri / Quema de libros en Italia. Il primo video presenta la lettura di stralci dal racconto “Comizio” di Angelo Ferracuti, una sapiente collezione di mostruosità ordinate e (in)coerenti pronunciate da esponenti della Lega Nord nel corso degli anni (e diventano qui un comizio).

Prima domanda a Fabrizio Lorusso (io) e introduzione di contesto di Diego Lucifreddi. Clara Ferri introduce il co-autore Fabrizio, l’attrice Maria Teresa e i racconti di Sorci Verdi.

Terzo video: stupenda e divertente lettura del racconto di Lello Voce “Summer day’s Radio”, frenetico e delirante come uno sceriffo.

Domanda al co-autore sulle tematiche del libro e introduzione al racconto Johan Messican a la descoverta de la Padania.

Lettura del racconto Johan Messican, parte finale a due voci.

Esiste la Padania? Padania Is A State Of Mind? Domande e interventi del pubblico.

Ultime domande e interventi del pubblico e lettura di un estratto da “I miei vicini è gente che lavora” di Davide Malesi.

I Sorci Verdi arrivano in Messico: le foto e il libro

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Questa è la galleria fotografica della presentazione del libro Sorci Verdi. Cronache di ordinario leghismo (Scheda del libro! QUI) alla Libreria Morgana Sud (spazio di libero pensiero e parola presso la sede dell’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico). La presentazione di ieri, 15 dicembre, è durata un’ora e mezza ed è stata molto interessante e partecipata. Il pubblico è intervenuto con commenti e precisazioni utilissime (grazie!). Per vedere le foto singolarmente clicca QUI.

Sotto: la fodera speciale verde-nera che BravO Cubiertas ha donato per questa presentazione di Sorci Verdi. Presto su questo blog i video della presentazione. Presenti e collaboranti alla presentazione (15 dicembre 2011, ore 19) del libro: el barrio Coyoacàn/Città del Messico e… Fabrizio Lorusso (co-autore), Maria Teresa Trentin (attrice, lettrice), Clara Ferri (moderatrice e anfitriona), Diego Lucifreddi (relatore ed esperto). Grazie anche a loro per la collaborazione e per aver reso possibile questo momento di discussione e cultura “contro il rogo di libri“.

Sorci Verdi a Milano! Presentazione il 7 novembre

Leggi la scheda e la storia del libro: QUI LINK

Ascolta e guarda l’intervista ad alcuni autori: QUI LINK