Le macerie di Haiti (4/5)

di Romina Vinci @Carmilla. La sveglia non è suonata, ma alle 7 in punto ero già pronta, nella piccola cappella che sorge accanto all’ospedale. Mi era stato consigliato di partecipare alla santa messa che ogni mattina celebra Padre Rick, “è un momento indimenticabile”, mi ha detto chi l’aveva già vissuto. Il rito si svolge nello spazio antistante la cappella, perché ci sono due funerali, ed un gran numero di haitiani partecipa alla funzione. Tutti vestono l’abito delle occasioni. Uomini con camicia, giacca e cravatta. Donne di bianco o di nero, o bianco e nero, e scarpe rigorosamente con tacchi. Al di là di un ristretta fetta di popolazione ancorata ai rituali vudu, la maggior parte degli haitiani è cattolica, ed è molto legata alla religione. Padre Rick celebra la messa in creolo e malgrado non capissi nulla il rito non si rivela scevro di emozioni. Perché il dolore di queste persone sfocia nella dimensione più estrema. Una donna, in particolare, la sorella della defunta, sembra posseduta.

Si dimena, si butta a terra, si toglie la maglietta, si getta addosso a tutti. Nelle ultime file poi, in posizione un po’ relegata, ma allo stesso tempo più evidente appunto perché fuori dalla cornice standard, altre tre donne, sedute su di un muretto, ne imitano il delirare. Mi sembrano finte, e mi fanno tornare in mente le prefiche, quelle donne che nel Mezzogiorno venivano pagate per stare al capezzale di un defunto mettendo in scena pianti, grida e gesti di disperazione. Ecco, quelle tre signore poste lì in fondo mi lasciano la stessa impressione: non so se vengano pagate per inscenare simili performance, di certo non metterei la mano sul fuoco nel sostenere il contrario. Al termine della funzione le due bare (e avrei capito soltanto nei giorni seguenti quanto sia un lusso concedersi anche una barra), vengono caricate sul pickup e trasportate nelle celle crematorie che si trovano nello spazio dietro al Saint Damien. Nel tragitto dalla chiesa alla “sepoltura” si mette in scena una piccola processione.

VENTI DOLLARI

Sapevo che Padre Rick si reca quasi tutte le mattine in visita al quartiere slum di Cité Soleil, e così ieri gli ho chiesto se potevo accompagnarlo. Lui ha acconsentito con quel classico sorriso di premura che non nega a nessuno. Così al termine dei funerali mi reco nel suo ufficio. Sta sistemando alcuni medicinali. Iniziamo a conversare. Mi chiede se ho paura di andare in moto. Io rispondo di no, con un fare compiaciuto: ho avuto una bella palestra a Delmas, e grazie al bizzarro conducente ho acquistato una sicurezza in sella invidiabile, neanche mi reggevo più durante gli ultimi trasbordi. “E di un uomo che ti punta la pistola di fronte avresti paura?” mi domanda. Io rimango contrariata, so che non è una battuta fine a se stessa. Non rispondo, e lui mi dice che devo essere preparata, perché può succedere anzi, “succede spesso ultimamente”. Fuori dal suo ufficio c’è Conrad, un caro amico di Padre Rick. Anch’egli statunitense, passa molto tempo ad Haiti, abbracciando la missione di quel che definisce suo fratello. Lo avvicino sperando di trovare il suo conforto, gli chiedo se sia davvero così pericoloso il posto in cui stiamo per andare, lui mi risponde con una strana espressione in volto ed esclama: “Oh yes”.

Arriva Roseline, è una ragazza cresciuta in N.P.H., ha la mia stessa età e parla cinque lingue, tra cui l’italiano perfettamente. Roseline è la mia guida e la mia interprete. E’ lei che ha organizzato tutte le attività scandendo le mie giornate e, sin dal primo giorno che ci stiamo viste, mi ha sconsigliato di andare a Cité Soleil. E non senza un perché: pochi giorni prima del mio arrivo Roseline stessa è stata aggredita, mentre viaggiava su di un mezzo dell’ospedale con altre due persone. Dei ragazzi son sbucati sulla strada e hanno bloccato la vettura. Li hanno fatti scendere minacciandoli con la pistola. Roseline ha tentato di farli ragionare, perché è proibito aggredire personale sanitario, ma loro non hanno voluto ascoltare giustificazioni. Si son fatti consegnare il cellulare di Roseline e dell’autista, ed i soldi che avevano in tasca, e solo a quel punto li hanno lasciati liberi di andarsene. E’ stata chiara ieri Roseline:“Non sei obbligata ad andare ma, se vuoi farlo, io non ti accompagno”.

Padre Rick si è allontanato dall’ufficio per sbrigare le ultime faccende, e lei mi ha dato tante indicazioni. Innanzitutto dovevo lasciare tutto al campo. Il cellulare non serviva, idem i documenti, idem oggetti per il makeup o quant’altro. Divieto assoluto di portare la mia reflex, avrei dato troppo nell’occhio. Ma io non posso farne a meno, ho bisogno di raccogliere materiale fotografico. Arriviamo così ad un compromesso: avrei portato la mia macchinetta nascondendola nella borsa a tracollo, lasciando al campo la custodia. Potevo portare un solo obiettivo. E avrei tirato fuori la macchina soltanto se le condizioni lo avrebbero permesso. Infine mi ha fatto mettere venti dollari nel taschino esterno della borsa, “Così se ti aggrediscono glieli dai subito e, se sei fortunata, se li intascano e ti lasciano andare. Mai fare l’errore di uscire senza soldi: gli uomini bianchi hanno per forza del denaro, se gli dici che non hai soldi i ladri si indispettiscono e, se hanno una pistola tra le mani, non ci pensano due volte a premere il grilletto”. Esco dal Saint Damien con le fotocopia del passaporto, il blocknotes, una penna, la macchina fotografica e venti dollari sfusi nella tasca. Una banconota da venti: tanto potrebbe valere la mia vita qui.

LA CITTA’ DEL SOLE

Partiamo con tre moto, siamo in due su ogni mezzo. Il mio driver si chiama Cesar, e viaggiamo in seconda posizione. Padre Rick davanti, e Conrad dietro. In un certo senso potrei anche definirmi scortata. Il viaggio dura una mezzoretta, e i miei occhi pian piano si abituano al contesto, e si stupiscono sempre meno. Eppure c’è una cosa che proprio non riesce a lasciarmi indifferente: su strada c’è il caos completo, in primis negli incroci, però non succede mai niente, si autodisciplinano, e arrivano sempre sani e salvi a destinazione. Un cartello mi informa che siamo ufficialmente entrati a Cité Soleil. Il trambusto aumenta esponenzialmente, le strade son larghe ma la gente vi si riversa al centro ostacolando il passaggio delle mezzi. Andiamo avanti un bel po’, fin quando ci troviamo davanti uno spiazzo enorme completamente pieno di rifiuti. Al termine ecco il mare.

Capisco che siamo giunti a destinazione. Saliamo su questo manto di immondizia, arriviamo fino a costeggiare il mare lasciandolo alla nostra sinistra e, dalla parte opposta, ecco il nostro punto d’arrivo. Scendo dalla moto, do le spalle alla riva e davanti ai miei occhi si materializza quella città del sole che di “idilliaco” conserva soltanto il nome. C’è un grosso tendone al centro. A sinistra dei cantieri in operazione. Sta prendendo vita un grande edificio, in costruzione, ospiterà l’ospedale Saint Mary. E poi ci sono i lavori in corso per erigere le abitazioni finanziate dall’azienda che mi ha mandato fin qui. Sono piccole, graziose e color salmone, esprimono allegria. Ancor più in lontananza, nella stessa direzione, una schiera di casette color pastello. A sinistra invece, in una parola: l’inferno. Un grande pantano di fango e rifiuti fa da limite, al di qua della pozzanghera iniziano le baracche, fatte di lamiere vecchie, accantonate l’una sull’altra. Una schiera di bambini corrono in questa palude. Non faccio in tempo a scendere dalla moto che subito mi circondano, io colgo l’attimo, tiro fuori la macchinetta e mi metto a fare foto. Loro sembrano contenti, si agitano, si danno le spinte, cercano di conquistare una posizione privilegiata davanti all’obiettivo e continuano a urlare “you you you”.

Mi viene di fianco un ragazzetto dall’aspetto trendy: jeans, camicia a quadri, occhiali da sole e coppoletta. Ho perso di vista Padre Rick e Conrad, sono sola e cerco un appoggio. Così mi rivolgo a lui chiedendogli se parla inglese, muove la testa in segno di approvazione ed io prendo quel consenso come consacrazione di un patto di fedeltà. Spunta un altro che inizia a parlarmi. E’ più piccolino, si sa esprimere soltanto con alcune frasi di circostanza in inglese, veste una canotta verde fluo e anche lui non rinuncia agli occhiali modello Ray-ban. Mi faccio accompagnare a vedere le casette e loro mi guidano con attenzione, aiutandomi anche a superare i fili che delimitano il perimetro di questi cantieri di fortuna e che, da sola, io non avrei mai visto.

IL SASSO MANCATO

Guidata dai miei due ciceroni d’eccezione perdo di vista Padre Rick. Ecco che lo vedo, circondato da un gruppo di gente. Lui mi viene incontro, tiene la mano ad una bimba. Mi spiega il progetto Fors Lakay, che prevede un gruppo di case e dei servizi di prima necessità per la popolazione quali l’ospedale, dei cyber caffè, una panetteria mobile ed altro. “Per dare il buon esempio”, ribadisce o più volte. Poi chiama Cesar e gli chiede di accompagnarmi a vedere questi Internet Point. Così Cesar va a prender la moto e mi dice di salire. Io ubbidisco, ma lui non fa in tempo ad accendere il motore che ci troviamo completamente accerchiati da un gruppo di ragazzi, che ci ostruiscono il passaggio. Sono gli stessi che poco prima, parlavano con Padre Rick.

Un ragazzo si fa spazio ed inizia ad agitarsi, ha un abbigliamento da basket, ed è evidentemente molto adirato, perché continua ad inveire contro Cesar. Tutti gli altri, in cerchio, stanno zitti, come ad avvalorarne la causa. Ad un certo punto compare un altro giovane, non ricordo neanche il suo volto, so solo che spunta da dietro e tiene nelle mani due grossi massi. Si mette proprio davanti a noi, e ne scaraventa uno con tutta violenza contro la nostra moto, rompendo il cruscotto. Rimango ferma, impassibile, gelata. Stessa cosa Cesar.

Non diamo segni di reazione. Entrambi immobili, temendo il peggio. In mano infatti ha ancora l’altro masso, avrebbe potuto scaraventarcelo in volto, colpire i nostri corpi, avrebbe potuto far di tutto con quell’arma. Gli altri non fanno nulla. C’è un silenzio infinitamente lungo, momenti concitati, attimi che non riesco a quantificare tanto ho il batticuore. Emerge dalla massa il ragazzetto con la coppoletta che, rimasto in silenzio fino ad un attimo prima, adesso prende le parti di Cesar, strillando all’amico colpevole dell’insano gesto. Quest’ultimo però non dà segni di cedimento, eccolo girarsi a sinistra, riconoscere gli altri tre driver di Padre Rick sul camioncino, dirigersi verso di loro e prendere la mira pronto a scaraventare il masso contro l’autista. Ma qualcuno riesce a bloccargli il braccio e ad allontanarlo di qualche metro da noi.

Non è finita però. Perché fanno da sponda tra lì e qui, continuando ad urlare e quando stanno lì e quando stanno qui di fronte a noi. Io sono sempre immobilizzata sulla moto senza fare il minimo movimento con il corpo. Cerco sguardi di comprensione, ma non li trovo. Il ragazzo con la coppoletta è dall’altro lato, il mio cicerone con la maglia verde fluo si è smaterializzato. Provo a conquistare qualche forma di complicità con le ragazze che mi sono intorno. “Loro comprenderanno la mia paura”, continuo a ripetermi nella mente. Ed invece mi guardano tutte con distacco e diffidenza. Comprensione alcuna, percepisco soltanto dell’astio. Spunta un bambino nudo, cammina a cantoni lasciando gocce di pipì sul suo cammino, ma nessuno bada neanche a lui. Vestito di niente e figlio di nessuno, prosegue la sua passeggiata terrificante. Io non apro bocca, resto seduta sulla moto, con le gambe cerco il contatto di quelle di Cesar. E’ come se non parlando, non reagendo, non muovendomi, stessi in qualche modo annullando la mia presenza in quel posto, far sì che io sparisca e passi inosservata. Ma non è così, e lo so bene, perché io sono bianca ed ho una macchinetta al collo, e lo so che quelle proteste sono scoppiate o in qualche modo avvalorate dalla mia presenza. Ho un obbligo morale di sentire e – soprattutto – capire il perché di simili atteggiamenti.

Passano dieci minuti, forse anche qualcosa in più, fin quando trovo il coraggio di chiedere a Cesar cosa stia succedendo. “A lot of problem”, mi risponde lui. Dopo poco mi invita a scendere dalla moto e mi dice di aspettarlo lì, lui sarebbe andato a cercare aiuto nel tendone grande. Se fino a quel momento il fatto di stare insieme a lui mi illudeva di sentirmi sicura, adesso mi sento completamente persa, sola, ed ho una paura fottuta di questo posto e di questa gente. Per fortuna arriva in mio soccorso Conrad che mi dice di andare nel tendone da Padre Rick. Eseguo gli ordini in men che non si dica, padre Rick è seduto su di un tavolo di plastica e visita le persone, la visita arriva fin fuori. Mi spiega il perché di tutto quel che è successo: i ragazzi lì fuori sono arrabbiati perché la distribuzione di riso non è stata spartita ugualmente per tutti, molto di loro è da quattro giorni che non mangiano.

“Let’s go”, mi sento dire da qualcuno che mi poggia la mano sulla spalla, e mi vuole portare fuori dal tendone. Io sono scostante, guardo questi tre uomini ma non capisco chi sono e resto ferma nel mio posto. Arriva di nuovo Conrad in mio soccorso e mi tranquillizza: sono i drivers del camioncino, mi avrebbero accompagnato loro a fare un giro nel quartiere visto che la moto di Cesar è ko. Chiedo scusa in modo dimesso, ho serie difficoltà a riconoscere le persone, non sono in grado di isolare singoli volti dal gruppo, gli haitiani purtroppo mi sembrano tutti uguali. Saliamo tutti e quattro davanti, stiamo un po’ stretti ma questo mi rassicura ancor di più. E’ meglio un mezzo con quattro ruote e dei finestrini, ad un giro in moto partito già nel peggiore dei modi. Al vano di dietro salgono al volo alcuni ragazzetti del posto, tra cui il ragazzo con la maglia fluo, che magicamente ricompare. La situazione di Cité Soleil, diversamente da Delmas, si sviluppa in piano. E rivela una drammaticità ancor più forte. Perché mentre a Delmas gli aiuti non sono mai arrivati, a Cité Soleil sì, e non è difficile capirlo. La maggior parte delle strade è asfaltata, con dei canali ai lati. Il progetto alla base dunque c’è: evitare l’allagamento del manto stradale facendo scorrere l’acqua piovana ai lati. Il punto però è che questi canali sono sommersi di spazzatura, e quindi qualunque criterio logico si annienta.

Maiali e capretti che mangiano nell’immondizia: è questa forse l’immagine più inquietante che mi porto dentro. Oltre ai bambini con i corpi deformati, il loro addome è rigonfio e le spalle così morbide da sembrare spugna: sono gli effetti della malnutrizione, di un’alimentazione squilibrata ricca di carboidrati e povera di proteine. Un camion fermo per strada ci blocca. Stiamo fermi per un po’, con i finestrini chiusi, fin quando arriva un poliziotto. I miei “compagni di viaggio” gli spiegano che sono una giornalista e che devo visitare il quartiere, lui allora sale a bordo e ci fa girare: proseguire per quella strada – a quanto mi è parso di capire – sarebbe stato troppo pericoloso. Così facciamo un percorso secondario, vedo i cyber caffe, e, dopo un po’, capisco che stiamo riprendendo la via dell’ospedale, senza tornare da Padre Rick.

FRANCISVILLE

Faccio tappa al Saint Damien meno di quindici minuti. Il fitto programma di impegni infatti è slittato a causa della mattinata abbastanza “movimentata”, ed eccomi a rincorrere l’orologio. Alle 13 in punto arrivo a Francisville, dista poco più di trecento metri dall’ospedale, lo raggiungo tranquillamente a piedi. Francisville è una città di mestieri realizzata dalla Fondazione Francesca Rava, un centro di formazione professionale che dà lavoro a decine di ragazzi e produce già in regime di autosostenibilità pane, pasta, mattoni, divise e banchi per le scuole di strada, riparazioni di auto e mezzi di soccorso d’emergenza e altre cose. Oggi è il 4 ottobre, e nella giornata dedicata a San Francesco è stata organizzata una piccola festa in onore del santo che dà nome al complesso. C’è pane e pizza per tutti, e viene fuori una bella festicciola. Via con la musica, i ragazzi ballano, ed hanno un ritmo ed un’energia dentro da far paura. Si respira un bel clima. C’è Valeria con me, ed è molto contenta: lei è proprio la responsabile del progetto di Francisville, al suo posto sarei felice anche io nel veder realizzato un tale struttura. Arriva anche Padre Rick e benedice uno ad uno tutti i capannoni di questa fabbrica sui generis. Mangiamo un pezzo di pizza anche noi, e poi rientriamo al campo. Provo a ritagliarmi qualche ora di tranquillità per mettere in ordine le idee, ma non riesco nel mio intento.

COLPO ALL’ANIMA

Alle 18 vado nell’ufficio di Padre Rick, avevo preso appuntamento per intervistarlo. E’ molto stanco, oggi è stata una giornata dura, gli chiedo se vuole rimandare l’intervista ma lui dice di no, è abituato a portare a termine tutti i suoi impegni. E’ l’uomo triste e vessato di fronte a un qualcosa più grande di lui quello che mi sta di fronte. Padre Rick mi parla di questa terra, che non riuscirà mai a riprendersi fin quando non si uscirà dal regime di sussistenza. Gli faccio domande sul contesto politico, sugli equilibri internazionali e sullo scacchiere geopolitico del paese, per pentirmene subito dopo, ma lui non si tira indietro e mi risponde, mantenendo toni equilibrati. Gli chiedo se cambieranno mai le cose ad Haiti, lui allarga le braccia e dice no, è un qualcosa di troppo grande da realizzare.

Mi racconta che è stato aggredito lui stesso, ieri pomeriggio, quando siamo tornati dalla “trasferta” al supermercato per prendere yogurt e gelati. L’avevano avvisato che c’erano stati dei tafferugli per la distribuzione di riso a Tabarre, e lui si è subito precipitato a tentare di sedare gli animi. Ed invece è stato aggredito, insieme a Wynn, colpito con delle pietre alle spalle. La follia generata dalla miseria non fa differenze di pelle, di razza, di status. E’ profondamente rammaricato Padre Rick nel rivivere quei momenti attraverso il racconto. E’ l’uomo che cede di fronte alla grandezza della povertà, e che si sente sconfitto quando la gente, la sua gente, quella gente a cui lui ha deciso di sacrificare la sua vita, gli scaglia addosso pietre che non fanno male tanto al corpo, quanto all’anima. Concludo la serata con Irene, Valeria, due cooperanti tedesche e un ragazzo haitiano N.P.H. sulla terrazza dell’ospedale, sorseggiando birra Prestige e facendoci cullare dal vento che, ad Haiti, soffia soltanto quassù.

QUOTIDIANITA’ CARA

Alle 10 raggiungo Padre Rick nel suo ufficio. E’ alle prese con dei fogli sciolti, sono le schede dei malati che ha visitato ieri a Cité Soleil, trentatré in tutto. C’è scritto nome, cognome, diagnosi, medicina richiesta. Così andiamo al Saint Luc, l’ospedale del colera che sorge al fianco del Saint Damien per prendere i medicinali da portare ai malati. Prima però ci fermiamo in un nuovo reparto in costruzione, perché c’è una tac che non funziona. Stamani è arrivato un esperto da Miami, ma neanche lui riesce a risolvere l’inghippo, è un problema di conversione dell’unità di misura della tensione della corrente, europea e statunitense. Ragionano insieme per cercare una soluzione, ma invano. Salutiamo l’esperto che se ne torna a Miami senza aver risolto il problema. Padre Rick mi dice che lui ci prova, ma di elettricità, contatori, watt e quant’altro non ci capisce nulla. Più lo osservo e più mi chiedo come faccia quest’uomo a sostenere sulle sue spalle il peso del funzionamento e del mantenimento di questa immensa struttura. Parlando arriviamo alla farmacia.

Entriamo e ne usciamo con due scatoloni pieni di medicinali, “Sto rubando tutto!” mi dice ridendo sotto i baffi. Ci raggiunge anche Wynn, carichiamo gli scatoloni sul camioncino dei tre autisti e partiamo: direzione Cité Soleil. Noi andiamo in moto, Wynn va con Cesar, ed io e Padre Rick con “Ton”, il mio nuovo driver. Per strada sono testimone oculare del primo incidente. Dalla direzione opposta alla nostra, dopo averci incrociato, una moto si schianta contro un taptap, a bordo due uomini che cadono. Noi ci fermiamo poco più avanti, ci giriamo e Padre Rick dice: “Non sono feriti, andiamo avanti”, e così Ton riparte.

Arrivati a Cité Soleil si ripete, come un copione, la scena di ieri: Padre Rick entra nel tendone dai suoi malati, e Wynn lo perdo di vista tempo pochi minuti. Eccomi di nuovo sola in balia di una marea di bambini che sanno solo urlarmi contro “You You” e mi si aggrappano tirandomi da tutte le parti. Sono tanti, uno più bello dell’altro, il più grande avrà al massimo cinque anni, il più piccolo forse tre, e indossa una graziosa maglietta azzurra con collo alla coreana, chissà dove l’avrà presa. La situazione è peggiorata rispetto a ieri in questo spiazzo della Città del Sole, perché stanotte c’è stato un brutto acquazzone, e stamani ho trovato un piccolo laghetto a far da sponda tra le baracche e le nuove costruzioni.

Raccolgo la storia di Richard, ventuno anni, vive in queste baracche. Sua madre è morta, lui deve badare alle cinque sorelle e al fratellino, perché il papà è andato via e non vuole saperne più niente di loro. Mi ha detto che è difficile andare avanti, lui va a scuola, ma ha capito che non basta per tenere acceso il fuoco della speranza. Riconosco Ton e gli vado incontro, mi fa notare dei pescatori che sono a riva intenti a tirar su le reti. Mi racconta che i bimbi sono spaventati da questi uomini, perché li picchiano se solo osano avvicinarsi: quel pesce è merce da barattare al mercato, non serve certo a sfamare dei piccoli bastardi venuti al mondo per sbaglio. Facciamo una lunga passeggiata a piedi sul manto di spazzatura, arriviamo fino al punto limite del laghetto, ed ecco che spuntano dei bambini che, per raggiungerci, sono costretti a saltare sui sassi per non cadere nell’acqua. Sembrerebbe la scena idilliaca del ruscello di un paesaggio incontaminato, peccato però che qui è inquinato anche l’ultimo granello di polvere che riempie questa terra.

ALL’OMBRA DELLA CATTEDRALE

Torniamo al tendone e Padre Rick ha completato le visite, possiamo andare via. Wynn non so che fine abbia fatto ma non c’è, e così Padre Rick va con Cesar, ed io resto in moto con il mio ormai amico Tou. I due veicoli viaggiano in parallelo, varchiamo downtown e Padre Rick mi fa da padrone di casa indicandomi strade, luoghi e dando nomi a edifici che io vedo ridotti a un cumulo di macerie. C’è una gran discesa e al termine riconosco un rosone trafitto. E’ la cattedrale.

Entriamo con le moto sin dentro il perimetro dell’edificio ormai crollato, mi chiedo se non sia troppo esagerato varcare un luogo che, al di là delle macerie, dovrebbe comunque conservare una sua sacralità. Ed invece appena ci fermiamo spuntano tante persone che accerchiano Padre Rick. Sono ragazzi, uomini, donne, persone anziane, anche bambini. Un giovane ha la chitarra, intona qualche nota e iniziano a cantare. Tutti sembrano felici, Ton mi spiega che queste persone vivono in baracche di fortuna sorte attorno alla cattedrale, ed attendono l’arrivo del sacerdote con ansia, è l’unico che li aiuta. I cori continuano festanti, Padre Rick chiede di cantare un “Bienvenue Romina”, e loro acconsentono con gaudio. Mi emoziona sentire il mio nome pronunciato da tutti loro. Una ragazza mi avvicina, ha in braccio una bimba di neanche due anni, e mi chiede cinque dollari per comprarle il latte. Io dico di no. Il discorso è sempre lo stesso: darli a lei implica innestare una serie infinita di richieste. Restiamo meno di una mezzoretta in loro compagnia, poi risaliamo sulle moto, e ci seguono anche altri due centauri, che si sono intrattenuti tutto il tempo con Cesar.

Passiamo davanti al palazzo presidenziale, e poi riprendiamo il sali scendi che rappresenta una delle tante costanti del territorio di Port au Prince. Mi riporta alla mente i giri con il pickup di Evel dei primi giorni, mi sembra passata una vita. Ad un certo punto ci fermiamo dinanzi un cancello verde e bianco, aspettiamo che ci aprano e ci accolgono due vigilantes molto scortesi, al punto che ci fanno lasciare le moto fuori. Chiedo a Ton dove ci troviamo, e lui mi dice che siamo arrivati all’Ospedale Generale. Rabbrividisco. Significa Morgue. Significa obitorio. Significa una montagna di corpi abbandonati a cui Padre Rick dà la benedizione e una sepoltura.

L’ODORE DELLA MORTE

Camminiamo e ci lasciamo alle spalle un primo edificio, poi svoltiamo a destra e ne costeggiamo un secondo. Iniziano quindi una serie di container, che superiamo uno ad uno. Poi appare la scritta: Morgue. Entriamo e la prima cosa che percepisco è un odore molto acre. Sembra di entrare in una macelleria che propaga il fetore all’ennesima potenza. E mai sensazione è stata più veritiera. Usciamo subito dopo. Padre Rick manda i due ragazzi unitisi a noi dopo la breve sosta nella cattedrale a comprare le sigarette. “Io non fumo e mi dà fastidio anche l’odore – mi dice – ma devo farlo per forza quando faccio quel che sto per fare, altrimenti vomito”. Arrivano le sigarette e ne prendono un paio a testa. Mi invitano a fare altrettanto, ma io dico no.

Siamo pronti, entriamo uno a uno: Padre Rick fa da apri fila, poi Cesar, Ton, i due ragazzi della cattedrale, e infine io. Percorriamo un piccolo corridoio ed iniziano una serie di celle frigorifere. Ci fermiamo dinanzi alla prima, ci segue un portantino che si fa avanti e ci apre la porta. A questa vista uno dei due ragazzi della cattedrale si volta di scatto, indietreggia per raggiungere l’uscita ma non fa in tempo e vomita sul corridoio, poco distante da me. Padre Rick entra dentro, io rimango sull’uscio, insieme agli altri. Inizia a proferire la formula della benedizione, e fa una piccola predica. Parla in inglese, per darmi modo di capire, e forse si rivolge soprattutto a me, così da guidare con il tono della sua voce i miei occhi a una vista tanto crudele.

Cosa ho davanti? Un’immagine vista sui libri di scuola, nella pagine che raccontano l’olocausto e le sue vittime. Quando si accendono i riflettori sugli orrori causati dal fanatismo nazionalista, e vengono fuori corpi accasciati l’uno sull’altro, senza alcun ordine. Ho davanti varie file di cadaveri, mi concentro su quelle a me più vicine. Parto dal basso. Alla mia destra c’è la gambina di una bambina, rosa rosa, che mi fa rabbrividire. Poco più su un altro corpicino anch’esso inerme, è nero ed è messo a pancia in sotto, con le ginocchiette piegate. A terra, in verticale, quasi ad ostacolare l’uscita, c’è un uomo con una sola gamba, e dal corpo scheletrico. E’ stato buttato lì senza criterio e senza pietà, con la sua presenza quasi distrugge quel pseudo equilibrio di file composte, quattro da un lato e quattro dall’altro. In vita probabilmente sarà stato un ribelle, uno fuori dagli schemi, e così nella morte. Oppure al contrario era una persona mite e ubbidiente, colpevole soltanto di essersi trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ha condotto una vita ai margini, ed ora la ferocia della morte lo pone come l’unica pedina fuori posto di uno scacchiere in ordine.

Mi restano impressi i corpi rinsecchiti emblemi di una vita infame, e quelli di bimbi piccoli piccoli. Riconosco il volto di un ragazzino di dieci anni, e mi sembra sereno, come se il sonno eterno lo avesse colto senza far rumore. E’ un caso raro però. Perché il più delle volte faccio fatica a isolare i corpi di ogni persona, perché sembrano fatti di una materia indefinita, e non si capisce dove finisca l’uno ed inizi l’altro. Storie di sagome senza volti, senza nomi, senza identità. Pezzi di carne giacciono l’uno sull’altro, a ricordare che dalla terra siamo venuti, e nella terra ritorniamo. Storie a cui nessuno darà mai voce, perché forse una voce non ce l’hanno mai avuta. Un mucchio di macerie fatte di uomini: mi verrebbe da definirlo così il Morgue.

A conclusione della celebrazione Padre Rick intona un canto, ed i ragazzi lo accompagnano. Passiamo alla seconda cella, ma non ricordo ciò che vedo. Ho rimosso. Non mi viene in mente alcuna immagine. Soltanto un vestitino rosso, ed un cappelletto di lana bianca con dei ricami a quadri gialli e rosa.
Riesco ad ovviare al cattivo odore poggiando sul naso una salvietta profumata alla menta. Non subisco lo shock che temevo, nel senso che riesco a resistere a tutte le funzioni nelle varie celle. Foto però no, non riesco a farne. Ho provato a domandarlo a Padre Rick quando eravamo fuori ad aspettare le sigarette. Lui mi ha risposto che doveva chiedere per vedere se era possibile, ma io non ho insistito oltre. La verità è che non me la son sentita.

Olivier Laban-Mattei ha vinto il primo premio del World Press Photo 2011, categoria General news, con una foto scattata proprio alle pile di corpi dell’obitorio del Morgue all’indomani del terremoto. Un uomo vestito bianco getta cadaveri l’uno sull’altro, quasi fossero dei sacchi. Ebbene temo che io non riuscirò mai a fare una cosa del genere. Riuscirò a scriverne forse, soffrendo nel cercare di portar a galla le parole in grado non di descrivere, quanto meno di far immaginare una scena così agghiacciante, ma non sarò mai in grado di scattare una foto.

Non conservo la giusta lucidità. E poi credo che ci sia una soglia che merita di non esser varcata, perché altrimenti si rischia di toccare le corde della dignità umana, una dignità già messa a dura prova qui ad Haiti.
Il viaggio di ritorno scorre via senza che me ne accorga. Chiudo gli occhi e mi accovaccio alle spalle di Ton. Troppa polvere, troppo degrado, troppi pericoli che si materializzano ad ogni sorpasso, ad ogni tentativo di tagliare la strada ad un taptap o ad un furgone. E io non ce la faccio più. Per la prima volta da quando sto qui sento la necessità di non vedere. E forse perché oggi ho visto davvero abbastanza.

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Una risposta a “Le macerie di Haiti (4/5)

  1. icittadiniprimaditutto

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

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